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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
QUATTORDICESIMA NOTTE
L'ALLEGRA PRIGIONE DI VARANASI

Quando Poletto, tutto nudo, fu fra le forti ed accoglienti braccia di Lorenzo, gli chiese: "Ma, padrone, ripensavo a quello che mi avete raccontato ieri sera. Ibrahim non era geloso del fatto che voi faceste così spesso l'amore con il bel principe indiano?"

"No, Poletto."

"Io... io forse lo sarei stato..."

Lorenzo gli diede il bacio e gli fece una tenera ed intima carezza lungo tutto il bel corpo nudo. Si perse per un attimo nei begli occhi luminosi del ragazzo, nel loro bel colore verde-azzurro liquido.

Poi gli disse sorridendo: "Lui no. E per un buon motivo. Infatti il bellissimo Hammira, scoprii nei giorni seguenti, non solo giaceva con me dandomi ogni volta piaceri ineffabili, ma aveva cominciato ad incontrarsi segretamente anche con il mio Ibrahim. La cosa non mi dava per nulla fastidio, così un giorno li chiamai tutti e due per parlarne con loro.

"Perché continuate a fare l'amore di nascosto di me, ragazzi? Potete farlo tranquillamente, senza nascondervi. Anzi, potremmo anche farlo tutti e tre assieme. Sarebbe bello, no?"

Allora Ibrahim, diventando rosso come un cielo al tramonto, mi disse: "Se tu lo vuoi, lo faremo. Sai che faccio sempre quello che desideri, padrone."

Lo guardai incuriosito: "Ma tu, Ibrahim, mi dai l'impressione che preferiresti non farlo in tre, vero? Spiegamene la ragione. Di solito non ti sei mai tirato indietro, anzi, ti è sempre piaciuto anche farlo in molti."

"Hai ragione, padrone, è come tu dici. Ma il fatto è che... il problema è che... Hammira ed io... ci stiamo innamorando l'uno dell'altro. Sappiamo quello che ti dobbiamo, perciò verremo a rallegrare il tuo letto ogni volta che vorrai, e molto volentieri, perché sei un buon padrone. Ma quando facciamo l'amore noi due... ci piacerebbe restare da soli, se tu ce lo permetti..."

Guardai il principe e lui, abbassati gli occhi, disse: "Sì, è esattamente come dice Ibrahim. Siamo innamorati, io di lui e lui di me. Ma sappiamo di doverti gratitudine. Ed io so bene che Ibrahim appartiene a te, che non posso vantare nessun diritto su di lui."

Allora mi prese una sorta di tenerezza e di commozione e dissi: "Ibrahim già una volta, tempo fa, ti avevo offerto la libertà, ma tu l'avevi rifiutata. Bene, te la offro di nuovo. Inoltre, se lo accettate, vi dono due cavalli ed alcune mercanzie, così potete andarvene e vivere assieme facendo i mercanti. Tu ormai Ibrahim sei abile nel commercio e tu Hammira conosci la lingua e le usanze di questa terra. Io ormai sono anche troppo ricco... anche grazie a voi. Mi troverò un altro ragazzo fra i miei schiavi che allieti il mio letto, e continuerò nei miei giri. In fondo il commerciare è solo una scusa per visitare paesi nuovi ed avere avventure esotiche. Intendo andare ancora più ad oriente..."

Così mi separai dai due, che mi lasciarono giurandomi eterna riconoscenza ed invocando su di me le benedizioni di tutti gli dei che conoscevano. Pensavo che non ci saremmo più rivisti e mi augurai che stessero bene tutti e due.

Io mi fermai ancora un po' a Pesciavar, dove vendetti tutti gli schiavi che avevo comprato e mi comprai solo un giovane schiavo kusciano. Ma dopo poco lo rivendetti e mi comprai al posto suo un ragazzo tocario. Il kusciano infatti, pur venendo a letto con me e pur essendo assai avvenente, non amava veramente il sesso fra maschi e perciò lo faceva sempre e solo per dovere, senza partecipazione.

Così, prima di comprare il ragazzo tocario mi assicurai che fosse quel che mi interessava. Il venditore di schiavi, a cui avevo confidato che cercavo uno schiavo-amante, mi cosigliò quel ragazzo e non mi pentii di averlo acquistato. Lo chiamavo Tillu, perché il suo vero nome era troppo lungo e difficile da pronunciare. Non era bellissimo, ma a letto era molto bravo e disponibile. E come servo era pulito, ordinato ed onesto.

Con Tillu, dunque, traversai i vari reami in cui è suddivisa l'India, fino a giungere al grande mercato della città di Varanasi. Questa è una delle città più sacre per gli indù, un po' come Roma o Gerusalemme o Medina. Ed è una città vasta e molto bella. Così decisi di comprare qui una bottega per fermarmici per qualche tempo.

A Varanasi mi comprai anche uno schiavo del posto, un certo Prema. Il suo nome, nella loro lingua, significa "amore". Era davvero un amore di ragazzo. L'avevo scovato per caso, non pensavo infatti di comprarmi un altro schiavo, per il momento. Un mio cliente con cui spesso mi incontravo, si lamentava che un suo schiavo, appunto Prema, era così "pervertito" che la notte la passava nei giacigli degli altri suoi schiavi a fare cose "innominabili", sì che la mattina era sempre stanco...

Gli indù, vedi Poletto, pur amando farselo succhiare a volte dai loro schiavi, non apprezzano molto l'amore fra maschi come capita invece fra i maomettani. Così gli proposi di comprarglielo se mi faceva un buon prezzo. Non ebbi davvero a pentirmene, era molto piacevole far l'amore con Tillu e Prema al tempo stesso, sì che in quel tempo dormimmo sempre tutti e tre assieme.

Un giorno, profittando del passaggio di un mercante fiorentino che stava tornando in patria, gli affidai quasi tutto il mio oro perché lo portasse in Italia e lo mandasse a Venezia sul mio conto, come ero solito fare di tanto in tanto per non girare con troppo oro. Ma quella volta avevo fatto male i miei conti. Dopo pochi giorni che il fiorentino era partito, infatti, accadde una cosa che mi mise in seri guai.

Il Raja di Varanasi aveva deciso di aumentare le tasse e di riscuoterle con alcuni mesi di anticipo. Così io mi trovai a non avere abbastanza denaro per pagarlo. Tentai di vendere in fretta e furia la merce che avevo nella mia bottega per realizzare la somma necessaria, ma non riuscii a racimolare tutto il denaro necessario. Così un giorno io ed i miei due schiavi fummo presi dalle guardie, che mi requisirono ogni bene e ci gettarono in galera.

Avrebbero venduto anche i miei due schiavi per racimolare il denaro, se io non avessi affermato che erano figli miei... Come abbiano potuto credere ad una simile bugia... ancora me lo chiedo, ma accettarono la mia parola e quella dei due ragazzi, così finimmo in prigione assieme. I due ragazzi mi chiesero perché non avessi voluto venderli.

"Anche vendendovi non avrei risolto i miei problemi. E in fondo mi sono affezionato a voi due." risposi io.

In quella prigione vi era molta gente, per lo più debitori insolventi come me, ma anche ladri, un assassino ed alcuni nemici del sovrano di Varanasi. Fra questi vi era un nobile di nome Rajiva che, grazie alla ricchezza della sua famiglia, viveva in quella prigione circondato da qualche comodità. Fra l'altro era uno dei pochi che aveva una cella personale e non doveva vivere nelle grandi celle comuni. Presto facemmo amicizia ed allora mi accorsi che lui guardava con occhi cupidi il mio Tillu.

Un giorno Rajiva mi chiese: "Ma... davvero i due ragazzi sono figli tuoi?"

Gli spiegai come stavano in realtà le cose, poi gli soggiunsi: "Ho notato che Tillu attrae spesso il tuo sguardo... Desideri forse che venga ad alleviare la solitudine delle tue notti?"

"Non ti spiacerebbe?"

"Tu mi tratti molto bene e grazie a te questa prigionia è meno dura di quel che sarebbe. Tu condividi sempre volentieri con me il tuo cibo ed altre tue comodità... io posso condividere con te i miei schiavi. A me può bastare il dolce Prema. Credo che il focoso Tillu sarebbe ben lieto di rallegrare le notti di un uomo ricco, generoso e piacente come te..."

Così gli donai Tillu. I due si trovarono subito bene assieme. Profittando del fatto che il nobile Rajiva poteva usare una celletta tutta per sé, la notte ci si chiudeva tutti e quattro e mentre Rajiva s'univa a Tillu, io mi univo a Prema. Anche Rajiva era di carattere focoso ed era interessante come, mentre i due si univano in una sarabanda di incredibili evoluzioni, io e Prema ci univamo invece in lunghi, dolci e piacevoli amplessi.

Dopo qualche tempo però cominciammo anche a scambiarci i ragazzi, oppure i ragazzi si univano fra loro mentre io mi univo con il nobile Rajiva. Quello che è curioso è che per molto tempo non facemmo mai l'amore in quattro.

Credo che Rajiva e Prema siano gli unici due indù che io ho conosciuto che amavano davvero appassionatamente ed esclusivamente quelli del proprio sesso. Beh, no, poi ne ho anche conosciuti pochi altri, è vero...

Nel carcere c'era anche una coppia di giovani indiani maomettani che faceva l'amore. Lo venimmo a sapere perché, essendo stati scoperti dagli altri carcerati, presto furono obbligati con la violenza e minacce a soddisfare tutti quegli uomini assatanati di sesso. Così i due ragazzi, che si chiamavano Ali e Murad, divennero le puttane di tutti, perché uno dei prigionieri, un capo di briganti temuto e rispettato da tutti, li prese con sé e li cedeva agli altri in cambio di qualcosa.

Rajiva ed io tentammo di intervenire, di sottrarre i due malcapitati al loro destino, ma solo quando Rajiva riuscì a farsi mandare dalla famiglia diverse monete d'oro e li comprò dal capo brigante, riuscì a liberare i due poveretti ed a portarli nella sua ormai affollata cella.

I due, riconoscenti, si donarono a noi senza esitazioni. Quella prigione, nonostante le sue scomodità, stava diventando per me più interessante di un vero e proprio harem...

Ero lì dentro da quattro mesi e mezzo, quando fu gettato in prigione un giovane molto bello, un soldato kusciano del Raja, punito perché era stato sorpreso nella camera del principe ereditario a far l'amore con lui. Avendo saputo la sua storia da uno dei carcerieri, un ex compagno del soldato, che ci disse che il Raja l'aveva fatto chiudere lì dentro pensando che sicuramente il giovane sarebbe stato violentato dai prigionieri, subito adottammo anche lui nel nostro gruppo e nella nostra cella.

Il giovane era innamorato del principe e ricambiato da questi, che purtroppo non aveva potuto proteggerlo. Perciò, ogni volta che noi si faceva l'amore, lui non partecipava ma stava in disparte ed al massimo si masturbava guardandoci per trovare un po' di sollievo. Ma non partecipò mai.

"Non posso, io appartengo al principe, gli ho giurato eterno amore ed eterna fedeltà. Anche se non potrò vederlo mai più, perché sicuramente mi faranno morire qui dentro." diceva triste quando lo invitavamo ad unirsi a noi.

Un vero peccato, perché aveva uno dei corpi più splendidi che io abbia mai visto, di bellezza pari solo a quella di Ahddin. Era così attraente, specialmente quando era seminudo ed eccitato, che veniva voglia di volargli fra le braccia. Ma tutti noi, sia pure a fatica, lo rispettammo.

A volte ci raccontava del suo amore per il principe, di come era nato, di come s'era rivelato. Pur essendo lui solamente attivo ed il principe solamente passivo, era chiaro che il bel soldato era totalmente affascinato dal principe e che gli era davvero completamente devoto.

Ma una volta capitò che Tillu, quando si rese conto che il soldato era sul punto di raggiungere l'orgasmo, si avventò sul suo bel palo fremente, lo prese tutto in bocca e ne bevve avidamente tutto il seme. Il giovane soldato lo lasciò fare ma poi, carezzandogli il capo, gli disse, non duro ma serio: "Non ti azzardare a farlo mai più, Tillu! Io appartengo al principe, non dimenticarlo mai!"

Rajiva sgridò il ragazzo con estrema durezza ma Madan, il soldato, intervenne: "No, signore, non essere troppo duro con lui, per favore. In fondo è anche un po' colpa mia. Tillu mi piace molto e lo guardo sempre con molto piacere. Lui evidentemente ha equivocato il significato del mio sguardo, perciò ha fatto quel che ha fatto. Se io non appartenessi al mio principe, farei volentieri l'amore con ognuno di voi, ma specialmente con Tillu."

"Ma se sei convinto di morire, che senso ha la tua fedeltà al principe? Perché non ti godi almeno i giorni che ti restano?" gli chiesi io.

"Perché ho donato il mio corpo ed il mio cuore al mio principe. Non posso donarlo ad altri, ormai. Non mi appartiene più, non è più cosa mia."

Pur stando stretti in quella piccola cella, noi sette diventammo un gruppo molto affiatato e stavamo bene assieme. Non avendo nulla da fare tutto il giorno, spesso occupavamo il nostro tempo in fantastiche pratiche amorose, specialmente da quando avevamo con noi i due ragazzi maomettani, che avevano una sessualità prorompente ed instancabile. Così bastava che due di noi cominciassero a farsi qualche effusione che a poco a poco tutti gli altri li imitavano volentieri. Ed anzi, si faceva più spesso l'amore di giorno che di notte, proprio perché così ci si poteva guardare l'un l'altro.

Fra noi s'era perso ogni ritegno, ogni pudore. Teoricamente eravamo tre coppie ben definite, ma di fatto spesso ci si scambiava compagno senza nessun problema né la minima gelosia. A me in particolare piaceva molto il modo in cui Ali me lo succhiava, ed il culetto accogliente di Prema. Ero comunque anche terribilmente attratto da Madan, che aveva un corpo assai sensuale e desiderabile. Ma il soldato era rispettato da tutti noi. Si vedeva che spesso ardeva dal desiderio di unirsi a noi, ma non lo fece mai.

Ero in prigione ormai da sette mesi quando capimmo che stava accadendo qualcosa di nuovo, di speciale. Venimmo a sapere che il Raja era morto. Avevamo appena avuto questa notizia e ci stavamo chiedendo se questo avrebbe portato qualche cambiamento per noi, quando giunse un drappello delle guardie del corpo del Raja che venne a prelevare Madan.

Venivano ad eseguire un ultimo ordine del Raja morto, o ad eseguire un ordine del suo erede? Nel primo caso il povero Madan sarebbe stato senza dubbio ucciso. Nel secondo, invece, liberato. Lo salutammo tutti con emozione, assicurandogli che avremmo pregato per lui tutti gli dei che conoscevamo.

Il giorno dopo il drappello delle guardie del corpo del Raja tornò e questa volta prelevarono noi sei. Ci scortarono per le vie di Varanasi fino al palazzo reale e ci fecero entrare, guidandoci attraverso porte e corridoi, stanze e cortili, giardini e cancelli finché fummo introdotti nella sala del trono.

Qui, seduto su soffici cuscini, c'era il giovane Raja e, seduto accanto a lui in abiti splendidi, riconoscemmo il nostro amico Madan. Dunque era stato liberato e non si era dimenticato di noi. Il Raja ci disse che eravamo tutti liberi, che Rajiva poteva tornare alla propria famiglia e che a me sarebbero stati resi tutti i miei averi. Chiese ad Ali e Murad se volevano entrare al suo servizio ed infine chiese a Rajiva se era disposto a vendergli il suo schiavo Tillu. Infatti sapeva che Madan lo desiderava e voleva fargliene dono. Rajiva pregò il giovane sovrano di accettare Tillu come dono personale. Il ragazzo tocario pareva raggiante di felicità.

Ero appena tornato alla mia bottega con Prema, e stavo aprendo le balle di merce che vi erano state portate dai soldati del Raja, e rendendomi conto che m'era stato reso molto più di quello che mi fosse stato confiscato, quando sentimmo bussare alla porta chiusa. Andai ad aprire e mi trovai di fronte Ali.

"Il mio signore, Madan, mi ha mandato qui per portarti questo dono." disse e mi porse una scatoletta di legno intarsiato con avorio, oro e madreperla.

La aprii e vidi che conteneva un involto di seta bianca. Aprii anche l'involto e dentro riluceva uno splendido rubino a goccia di rara bellezza. Cercai nel fondo della scatola e, come speravo, vi trovai un foglietto, con una scritta.

"So che sei stato tu che hai chiesto a Rajiva di prendermi con voi. E so anche che se non fossi stato con voi nella prigione, sarei stato certamente violentato, perché questo era l'ordine del vecchio Raja. Inoltre tutti voi mi avete rispettato. Perciò io ti devo moltissimo. Questo rubino è solo un piccolo segno della gratitudine mia e di quella del mio Raja. Accettalo, ti prego."

Riposi con cura il piccolo scrigno, commosso. Poi chiesi al giovane Ali: "Come ti trovi al servizio del Raja e di di Madan?"

"D'incanto. Pensa che a me ad a Murad hanno assegnato una stanza molto bella, tutta per noi, ed anche uno schiavo al nostro esclusivo servizio."

"È bello e compiacente, lo schiavo?"

"Pare di sì, anche se non lo abbiamo ancora provato... Ma io prima di tornare a palazzo, siccome so che ti piace come so usare le mie labbra, vorrei ancora una volta appartarmi con te per ringraziarti ancora per tutto ciò che hai fatto per noi, per darti un po' di piacere... e anche per riceverne. Mi ha sempre affascinato il tuo palo forte e dritto, così chiaro a differenza dei nostri. Mi permetti di assaggiarlo per l'ultima volta?"

"Ali, ragazzo mio, con vera gioia! Vieni di sopra, sul mio letto."

Appena fummo entrati Ali s'inginocchiò davanti a me, mi sollevò la tunica e mi sciolse il perizoma, prese il mio membro con la mano e lo sollevò delicatamente, cominciando a leccarlo, a passarci su le sue morbide labbra, a stringerlo appena con i suoi bianchissimi denti perfetti, facendomelo ergere rapidamente, svettante e palpitante, luccicante di saliva come una scimitarra. Gli tolsi il turbante dal capo poi ad uno ad uno mi tolsi di dosso tutti gli indumenti.

Ali, senza smettere per un solo attimo di prendersi cura del mio membro turgido, mi imitò prontamente sì che presto anche il suo bel corpo giovane e flessuoso si rivelò al mio sguardo. Infaticabile, la sua lingua dardeggiava, leccava, picchiettava, avvolgeva la mia verga e sentivo il piacere impadronirsi di me. Se in prigione l'arte di Ali m'era sembrata notevole, ora stava superando se stesso.

Forse perché eravamo soli, forse perché eravamo liberi, forse perché sapevamo che nessuno ci avrebbe potuto interrompere, ma Ali mi stava donando sensazioni mai provate prima. Ad un tratto mi sentii cedere le gambe per l'intensità del piacere. Allora Ali s'interruppe e mi suggerì di salire sul letto. Qui riprese la sua attività erotica chinandosi su di me ed accompagnando ed esaltando ogni movimento della sua straordinaria bocca con lievi tocchi qua e là sul mio corpo, sì che ad un tratto fui squassato da violenti spasmi di piacere ed eiaculai gridando alto tutto il mio godimento.

Allora Ali, carezzandomi il corpo per calmarlo, mi chiese in un soffio pieno di lussuria: "Puoi venire una seconda volta? Mi piacerebbe tanto sentire di nuovo questo tuo bel palo di carne scivolarmi dentro da dietro, infilarmi come sai fare tu, donarmi l'estasi che tu sai donare..."

"Credo proprio di sì, Ali, credo che mi piacerebbe molto farti mio di nuovo."

Lo feci mettere in ginocchio e m'inginocchiai sul letto dietro di lui. Quindi, mentre lui con entrambe le mani si divaricava le piccole natiche sode, mi afferrai la verga con una mano e cominciai a strofinarne la punta sul suo buchetto, a rotearla, a spingere appena e poi ritrarla, mentre con l'altra mano gli palpavo il petto liscio e sodo. Il suo buchetto presto cominciò a palpitare con crescente desiderio ed anticipazione e questo aumentò il mio desiderio. Entrambi eravamo ormai tutto un fremito ed i suoi fremiti aumentavano l'intensità dei miei e viceversa.

Preso un vasetto d'unguento che tenevo accanto al letto, con un dito gli lubrificai ben bene il foro palpitante, quindi vi appoggiai di nuovo la punta della mia verga, infuocato dal piacere e dal desiderio, ed iniziai a spingere con calma determinazione. Sentivo le sue porte posteriori schiudersi a poco a poco, accogliermi vogliose... allora mi ritraevo per poi ricominciare subito a spingere. Lo penetravo per mezzo dito, poi mi ritraevo e ricominciavo. Spingevo pian piano, gli entravo dentro per un dito e subito retrocedevo.

Dopo un po' di questa danza in cui ogni volta m'inoltravo un po' di più in lui, Ali cominciò ad implorarmi di penetrarlo fino in fondo, di possederlo con forza. Ma io prolungai quella specie di dolce tortura, facendo forza anche a me stesso perché anche io provavo l'istinto di affondare in lui completamente. Quando tutti e due eravamo ormai al limite della resistenza, finalmente lo impalai con vigore, con violenta passione e lui si torceva sotto di me in preda al delirio dei sensi e lo sentii scaricarsi del suo seme con violente contrazioni ed allora per la seconda volta anche io mi scaricai con un lungo, silenzioso grido di piacere, profondamente infisso in lui.

A quel punto sentimmo come un rantolo provenire dalle nostre spalle. Ancora uniti, girammo i nostri capi e vedemmo Prema, la sua dhoti aperta, che stava contorcendosi appoggiato allo stipite della porta, il membro stretto in una mano, gli occhi chiusi nell'estasi del godimento, mentre lunghi getti di bianco liquore volteggiavano nell'aria e si posavano poi sul pavimento in mezzo alla stanza. Io ed Ali osservammo in silenzio quell'orgasmo solitario. Quando finalmente Prema aprì gli occhi ci guardò e la sua espressione divenne curiosamente imbarazzata. Noi due scoppiammo a ridere.

"Prema, non t'avevamo sentito arrivare! T'è piaciuto quello che hai visto?" chiesi.

"Sì, eravate bellissimi! Tu padrone non m'hai mai preso così. Perché?"

"Hai anche visto come Ali mi leccava il palo?"

"Sì..."

"Tu non me l'hai mai leccato così..." dissi io.

"Oh, lo farò, lo farò padrone. Ma tu promettimi che mi prenderai così, d'ora in poi..."

"Certo, mio Prema, non dubitare." gli risposi io sorridendo.

Allora..."

"Oh, basta, basta padrone mio! Questo vostro racconto mi ha fatto eccitare anche più del solito. Io adesso ve lo lecco come faceva Ali e poi vi me lo mettete tutto dentro come facevate con lui..." disse Poletto e, scoperto il corpo del padrone si gettò a leccargli il membro con tutta la propria arte.

Lorenzo sorrise e lo lasciò fare, ma presto anche lui fu in preda ad un'eccitazione fortissima e cominciò a gemere per il piacere. Allora prese Poletto, lo fece inginocchiare e cominciò a stuzzicarlo ad a farlo morire di desiderio come aveva fatto con Ali. I due erano in preda ad un parossismo di piacere che però centellinavano sapientemente.

Lorenzo lo penetrò appena, e Poletto gli si schiuse accogliendolo con piacere.

"Ah, quant'è bello prenderti, Poletto mio!"

"Vi piace, padrone?"

"Sì, mio tenero fiore."

Lorenzo si sfilò poi riprese a premere e lo penetrò un po' più di prima. Il ragazzo fece palpitare il suo caldo buchetto.

"Oh, padrone mio, come l'avete duro!"

"Sì mio dolce, sei tu a farmelo diventare così."

"Sono tutto vostro..."

"Lo so, lo so..." ansimò Lorenzo mentre si sfilava di nuovo, poi di nuovo premeva per rientrare in quel caldo ricettacolo d'amore. Poletto si rilassò per accoglierlo meglio e se lo sentì scivolare dentro ancora un po' più a fondo di prima, ma ancora non completamente. L'uomo smise di spingere, ma glielo agitò dentro in tutte le direzioni. Il ragazzo mugolò forte il suo piacere.

"Oh, padrone caro, come lo muovete bene! Mi fate impazzire dal piacere. Riempitemi tutto, ora..."

"Sì, ma a poco a poco... resisti."

"Vorrei che aveste un altro palo da spingermi in gola, che poteste prendermi da tutte e due le parti contemporaneamente..."

"Ghiottone, comincia a goderti questo..." disse l'uomo sfilandolo di nuovo completamente, poi riprendendo subito il suo dolce assalto. "Ti piace, Poletto, dimmi, ti piace?"

"Sì, sì, sì... siete forte come un toro in calore!"

"E tu caldo come un puledro selvaggio."

"Cavalcatemi, padrone, cavalcatemi!"

"Tra poco, anima mia."

Si sfilò ancora una volta poi di nuovo lo penetrò e questa volta lo spinse con energia fino in fondo, finché sentì i propri testicoli compressi fra le sue cosce e le piccole natiche sode di Poletto. Il ragazzo emanò un lungo mugolio di gioia.

"Eccomi, ti son tutto dentro, lo senti?"

"Sì e mi piace da morire. Adesso mi fottete, vero, padrone mio? Me lo sbattete su e giù, avanti e dietro, vero?"

"Certo mio bel ragazzo. Adesso ti cavalco, mio puledro selvaggio. Ah, quanto mi piace il tuo culetto, quanto mi piaci!"

"Forza signor padrone, forza! Montatemi... fatemi sentire tutto quel vostro manico meraviglioso! Riempitemi, sfondatemi, fatemi sentire che son tutto vostro!'

Così, incitandosi a vicenda, Poletto gli si dimenava tutto sotto, mentre Lorenzo gli martellava dentro a ritmo, con determinazione e crescente libidine. Le mani dell'uomo martoriavano dolcemente il petto, il ventre e il membro del ragazzo, mentre gli pompava il suo pistone incandescente nelle viscere infuocate ed accoglienti. Il ragazzo aveva chiuso gli occhi, quasi a gustarsi meglio quel selvaggio piacere e sobbalzava felice ad ogni colpo di quel martellare incessante.

Poi Lorenzo strinse a sé il ragazzo, gli si spinse dentro con feroce dolcezza e si scaricò in lui gridandogli con voce roca: "Eccomi, eccomi... vengo, tieni..."

"Oooh, che bello, che bello... lo sento come mi state riempiendo tutto.... Sto per venire anche io..."

"No, aspetta, devi venirmi in gola... Girati, ecco, tirati su... fottimi in bocca, ora!"

Poletto fece come gli chiedeva il padrone, gli afferrò i capelli e lo tirò sul proprio pube e gli si scaricò in gola in lunghi zampilli di dolce rosolio.

Caddero entrambi sulle lenzuola, esausti ma felici, appagati, abbracciandosi dolcemente, le membra intrecciate quasi a prolungare quel senso d'unione, d'appartenenza l'uno all'altro che avevano appena sperimentato e che avevano suggellato inondandosi l'un l'altro della propria preziosa essenza virile.


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