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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
SEDICESIMA NOTTE
I CURIOSI USI DEI CHINESI
E IL LORO DIFFICILE IDIOMA

Poletto, fatta portar via la tinozza dai servi, chiuse la porta della camera, si tolse le braghe e, nudo, salì sul letto accanto a Lorenzo.

"Padrone, anche se abbiamo fatto l'amore mentre facevamo il bagno, dopo avermi raccontato la storia faremo di nuovo l'amore, vero?"

"Ma tu non ti accontenti mai?"

"Beh... se il padrone non ha voglia, certo che mi contento... per me va bene..."

"Ti contenti facilmente, allora. Cos'è, tu non hai voglia di far di nuovo l'amore con me? Stasera, dopo la storia, preferisci dormire?"

Poletto lo guardò confuso e perplesso: "Ma io... io..."

"Ma sì, stai tranquillo, ti stavo solo prendendo un po' in giro, Poletto. Certo che faremo l'amore, dopo. Una delle cose che mi piace tanto in te è proprio che non ti tiri mai indietro quando si tratta di fare l'amore con me."

Poletto sorrise tranquillizzato e si accucciò contro il petto del padrone, carezzandolo lievemente. Lorenzo rispose alle carezze del ragazzo.

Dopo un po' Poletto gli chiese: "Avete detto che è una delle cose che vi piace in me. E quali altre vi piacciono?"

"Te le dirò un'altra volta. Ce ne sono troppe per dirtele ora. Adesso dobbiamo andare avanti con la mia storia, giusto?"

"Certo, padrone. Allora?"

"Avevo ormai ventotto anni e per il mio temperamento m'ero fermato anche troppo in uno stesso luogo, Perciò, vendute le merci più disagevoli da trasportare, venduta la bottega, accomiatatomi da Gilòn e Guiendai, partii verso oriente. Portai con me solo Prema e tre altri schiavi che il tesoriere del re m'aveva donato per ringraziarmi per la cura e la guarigione di suo figlio. Viaggiai parecchio, traversai fiumi e monti, paesi e contrade, facendo ottimi affari, finché raggiunsi il grande Impero di China, che viene anche chiamato il Celeste Impero.

Mi sentivo quasi un emulo di Marco Venetiano, che giunse fino all corte del Gran Cane alcune generazioni or sono. Essendo uno degli schiavi donatomi un giovane chinese, non avevo problemi di lingua. Devi sapere che i chinesi parlano usando piccole parole, come singole sillabe, cantandole e secondo come tu canti una parola, quella cambia di significato. È una lingua molto bella e gradevole da ascoltare, ma è di molto difficile da parlare o, dovrei dire, da cantare.

Giunto in China, dunque, decisi di fermarmici alquanto. Quel paese è davvero vastissimo ed affascinante. Lì vivono molti saggi, uomini assai onorati, che si riconoscono per il loro abbigliamento, un poco come i nostri preti, per le buffe barbe formate da radi peli ma lunghe fino alla cintola, ed inoltre per le loro unghie delle mani, lunghissime, che sono il segno della loro saggezza. Infatti per i chinesi un saggio non deve mai dedicarsi a lavori manuali, pertanto le sue unghie possono crescere senza spezzarsi.

Vi sono anche, in quella terra, molti monasteri di monaci seguaci di Buddo, un antico saggio indiano che non ebbe fortuna nella sua terra ma ebbe molti seguaci ad oriente. Questi monaci hanno molti novizi ed ogni maestro insegna al suo novizio con un metodo assai dilettevole. Gli insegna a cantare antichi testi più volte al giorno perché li impari a memoria e se li impara correttamente, per fissarglieli bene nella testa, lo porta nella propria cella e qui lo fa denudare quindi lo penetra con gran forza, notte dopo notte. Essere stati allievi, e quindi penetrati, da un maestro famoso, devi sapere ragazzo mio, rende famoso ed onorato anche l'allievo. Ma quello che è interessante è che non hanno questi rapporti di sesso per il loro piacere, ché la loro religione proibisce loro di perseguire il piacere. Lo fanno solamente per amore dell'insegnamento."

Poletto a questo punto esclamò: "E pensare che qui da noi se un maestro lo mettesse in culo ad un suo allievo, rischierebbe una condanna a morte dalla Santa Inquisizione o anche dal bargello! I chinesi sono davvero un popolo molto civile, non è vero, padrone mio?"

"Sì, Poletto, sono d'accordo con te. Così, capisci bene che in questa terra strana che si stende ai bordi del creato, ebbi molte piacevoli avventure. Quella che ti voglio raccontare questa sera mi capitò quando ero in China da alcuni mesi. Iniziavo a parlare passabilmente il chinese anche se, essendo io leggermente stonato, a volte credevo di dire una cosa ed invece ne dicevo un'altra. Come quella volta che volevo dire "mi saluti la sua gentile madre" ed invece pronunciai "salti sul suo cortese cavallo". Per questo non mi separavo mai dal mio schiavo Tung'giao. Beh, un altro motivo per cui non me ne separavo mai era anche che mi ero molto affezionato a lui, e che anche a letto era molto bravo e piacevole, più dello stesso Prema."

"Allora anche più di me, padrone?"

"Beh, non proprio, Poletto. Tu stai imparando in fretta e stai superando tutti i miei passati ragazzi. E poi tu sei speciale per me, e non sei il mio schiavo."

"Non mi dispiacerebbe affatto essere il vostro schiavo."

"Così almeno ti potrei vendere?"

"Mi vendereste, padrone?"

"Neanche per tutto il tesoro del Papa e del Soldano messi assieme! Neanche se stessi morendo di fame! Ma adesso andiamo avanti nella storia.

Tung'giao oltre ad essere molto abile nel darmi piacere era molto bravo a capire la gente, era quindi un ottimo venditore. E sapeva anche capire bene se un uomo era un amante dei maschi o no, così spesso era lui a segnalarmi se potevo far capire ad un uomo che mi piaceva. Perciò, se m'invaghivo di qualcuno, chiedevo a Tung'giao "com'è?" e se lui rispondeva "è" capivo che potevo provarci mentre se mi rispondeva "no no" lasciavo perdere. Devo dire che non si è sbagliato mai.

Una mattina dunque si fermò davanti alla mia bottega un palanchino e ne scese un mandarino, un giovane che avrà avuto a dir molto venticinque anni. Mentre quello guardava incuriosito le mie merci, io lo guardavo con crescente interesse ed attrazione. Gli abiti che indossava non permettevano di indovinarne le forme, ma il viso e le mani erano bellissimi!

Così ad un certo punto chiesi al mio schiavetto: "Dimmi Tung'giao, com'è?"

Lui aggrottò le ciglia, scosse il capo e disse: "Non so, forse è... forse no..."

Era la prima volta che mi dava una simile risposta, perciò lo guardai sorpreso ed un po' impazientito e chiesi di nuovo: "Insomma, com'è?"

Il ragazzo, sempre più confuso, disse: "Forse è e forse no no, ve l'ho detto!"

Il giovane nobile, che aveva ascoltato questo nostro strano scambio di battute, allora mi chiese: "State forse aspettando qualcuno che mi assomiglia?"

Lo chiese facendo un tale sorriso che io mi sentii sciogliere tutto dentro dal desiderio. L'altro. Pensando che io, essendo straniero, non avessi capito la sua domanda, la ripeté al mio schiavo.

Tung'giao, cercando di darsi un contegno, rispose in tono umile: "Sì, altissimo signore, è come dite voi."

"E chi aspetta il tuo padrone con tale ansia? Dev'essere una persona molto importante, almeno per lui."

Io, cercando di usare al meglio il chinese che conoscevo, gli dissi: "Aspetto un picchio rosso, signore."

Tung'giao intervenne immediatamente: "Il mio padrone intendeva dire che attende un importante ospite, altissimo signore!"

Ora, caro Poletto, devi sapere che cambiando nota alle parole, ospite e picchio si possono confondere e così pure rosso ed importante. Inoltre il termine "picchio rosso" in chinese non è altro che un modo elegante di chiamare il batoccolo di un uomo. Io però non mi ero reso conto dell'equivoco. Il mandarino invece capì il mio errore e rise di gusto.

Poi chiese al mio schiavo: "Anche al tuo padrone dunque piacciono i picchi rossi."

A queste parole Tung'giao si illuminò e mi sussurrò: 'È, padrone, è. Sì, è, è."

Il mandarino un po' guardava il mio schiavo, un po' guardava me. Probabilmente si stava chiedendo chi di noi due fosse più pazzo. Poi, quasi avesse preso una risoluzione improvvisa, uscì svelto dalla mia bottega, salì sul suo palanchino ed andò via.

Io allora, un po' arrabbiato, dissi a Tung'giao: "Ma sei diventato scemo tutto d'un colpo? Prima dici è e no no, poi no no, poi è! Quell'uomo aveva un volto bellissimo e se è, ci voglio fare l'amore. Adesso se n'è andato e non ho idea di chi sia o dove abiti, per colpa tua. Se avessi fatto a modo mio avrei forse ancora qualche speranza e invece ora..."

"Padrone, non ti arrabbiare con il povero Tung'giao. Questa volta, con questo uomo, leggevo segni contrastanti, a volte mi facevano pensare che fosse un amante di uomini, e subito dopo che non lo fosse. Il mio primo padrone era un monaco fisiognomista che mi ha insegnato molte cose, ma non tutto, perché morì prima di terminare la mia istruzione. Ma se tu mi permetti di andare un po' in giro in città posso forse ritrovare il tuo mandarino e scoprirne il nome e dove abita."

"Allora vai, subito. Il suo volto, il suo sguardo, il suo sorriso, mi hanno stregato."

Tung'giao uscì correndo dalla bottega. Quando finalmente tornò, era tardo pomeriggio. Era riuscito ad individuare il mandarino. Era un dignitario della corte imperiale, di passaggio, che stava tornando verso la capitale. Si chiamava Uang Sciu Gen ed era uno dei letterati più amati e stimati dall'imperatore Ming, nonostante la sua giovane età. Era ospite del nobile Giao Lian e si sarebbe fermato per qualche tempo da lui.

Ora, per quel che ne sapevo io, il nobile Giao era un rinomato libertino, amatore delle donne, ma ciò non significava che anche Uang lo fosse. Tung'giao aveva anche saputo che al seguito di Uang non vi erano donne, ma anche questo significava poco. Infatti quasi sempre le donne restavano a casa, raramente accompagnavano in viaggio i loro mariti o i loro amanti.

Allora decisi di prendere io in mano la questione. Se Uang era un letterato famoso, avevo forse il modo di attrarre la sua attenzione. Fra le mie merci avevo infatti una cassa di manoscritti antichi che avevo comprato da alcuni monaci. Cercai fra essi finché trovai il manoscritto di una canzone Ciù della dinastia Ian, quella famosa intitolata Cinsu, cioè "Pensieri d'Autunno". La canzone era molto nota ma il manoscritto era originale, aveva il sigillo Ian, quindi era un pezzo raro.

Il testo più o meno diceva: "Un vecchio albero abbracciato da secca edera, un corvo nero, un piccolo ponte su un torrente, qualche casa. Sull'antica via corre il vento d'occidente, come un cavallo snello. Scende il sole ad occidente, muore di tristezza il viaggiatore."

Misi il manoscritto in un semplice ma elegante astuccio di legno, lo consegnai a Tung'giao dicendogli di portarlo subito in dono a Uang. Tung'giao mi disse che un dono deve sempre essere accompagnato da un messaggio, così vuole l'usanza. Allora feci scrivere da un bravo calligrafo, che aveva la bottega non molto lontana dalla mia, queste parole: "Vengo d'occidente qui nell'antica via. Oggi ho visto una visione, un giovane viaggiatore, ma ora è scomparso. Il mio cuore si sente al tramonto, sta spegnendosi solitario, orfano di tanta visione. Ricordati di me quando sarai nella capitale ed udrai questa canzone. Sapere questo mi sarà di conforto."

Tung'giao partì di corsa portando dono e messaggio. A sera era di ritorno e recava un biglietto su cui era scritto: "Un giovane albero abbracciato d'edera fresca, un picchio rosso, un bel ponte sull'impetuoso torrente, una stanza tranquilla. Bello è il cavallo snello che corre sull'antica via. Il vento d'occidente entra nella mia stanza e mi accarezza. Tramontato il sole la luna mi illumina il volto, la notte è dolce, non sono più triste."

Esultai, quello era un chiaro invito, il segno che anche lui era interessato a me. La mattina seguente presi un fiore di giada che avevo fra le mie merci e lo invia a Uang con questo biglietto: "Un fiore di giada non può avvizzire. Nella tua mano sarà più bello che mai. Posaci le tue nobili labbra e brillerà di luce per la gioia di un simile omaggio. Sfioralo con le tue nobili dita e cambierà colore per l'emozione. Oppure, frantumalo e gettalo via come inutile polvere. Un cavallo freme nella stalla, in attesa del nobile uomo che prenderà la sua cavezza e lo guiderà su prati luminosi ove correranno assieme."

Il nobile Uang allora mi inviò questo messaggio: "Fiore di giada senza stelo! Il tuo omaggio, pur bello e gentile, non è completo. Dammi quel che manca e vi passerò le mie dita, vi poserò le mie labbra. Ogni nobile uomo amerebbe guidare uno stallone impaziente. Nel pomeriggio il mio palanchino vuoto si fermerà davanti alla stalla. Tornerà vuoto? Il viaggiatore ne sarebbe deluso."

Ormai ero certo! Vedi, caro Poletto, nella lingua dei chinesi anche il termine "stelo di giada" è un poetico modo per indicare il membro virile. Quindi mi invitava a donargli anche il mio "stelo di giada" per completare il dono del fiore. Inoltre mi invitava ad andare da lui, mandandomi a prendere con il suo palanchino.

Ero talmente felice ed emozionato che, anche se mancava mezza giornata al nostro appuntamento, iniziai subito i preparativi. Scelsi i miei abiti più belli, preparai i profumi più soavi e delicati, feci un lungo bagno caldo, poi mi stesi per rilassarmi mentre i miei schiavi mi facevano un lungo massaggio rinvigorente. Volevo essere il più possibile in forma e bello e desiderabile.

Poi, scelto il più bello e prezioso dei miei vasetti di iridescente vetro persiano lo riempii col migliore dei miei unguenti adatti ad un incontro di amore. Non sapevo ancora se Uang amasse più penetrare o farsi prendere, ma sarebbe comunque stato utile. Infine pensai a che cosa potessi portargli in dono.

I chinesi non si adornano con gioielli come noi o altri popoli. Volevo donargli qualcosa di esotico che anche in seguito gli parlasse di me. Nulla, fra le mie pur preziose merci mi pareva adeguato per lui. Il tempo passava veloce e temevo di vedere il palanchino fermarsi davanti alla porta della mia bottega da un momento all'altro. Finalmente mi venne un'ispirazione.

Cercai una scatola di legno molto semplice e vi posi dentro dodici qualità di incenso indiano tratto dai fiori, uno più raro e prezioso dell'altro, ognuna in tredici conetti, e l'apposito bruciaprofumi di puro cristallo di rocca. Avvolsi la scatola in una semplice tela di bianco, finissimo ramié e vi applicai un biglietto con su scritto "Tredici lune in un anno e dodici anni in un ciclo. Quando sarà di nuovo l'anno del cavallo, e brucerai l'ultimo di questi coni di incenso, ti ricorderai ancora dello snello cavallo venuto da occidente?"

Avevo appena finito di preparare questo dono quando arrivò il palanchino, un servo entrò nella mia bottega e disse solamente: "Da parte del nobile Uang."

Allora, affidata la bottega a Prema e a Tung'giao, salii sul palanchino. Il servo ne chiuse la cortina, gli schiavi lo issarono e partirono di corsa. Io, seduto all'interno, mi sentivo emozionato come se stessi andando al mio primo appuntamento d'amore. In testa mi preparavo discorsi, studiavo le frasi da dire, cercavo di immaginare come si sarebbe svolto il nostro incontro. Finalmente il palanchino entrò in un giardino privato, lo traversò e si fermò davanti ad un piccolo padiglione in riva ad un laghetto. Il servo sollevò la cortina e mi invitò a seguirlo.

All'interno Uang mi attendeva sorridente. Mi fece cenno di sedere ed il servo uscì chiudendo accuratamente la porta e lasciandoci soli.

"Hai un animo poetico, straniero. Mi ha fatto piacere."

"Tu hai suscitato la poesia nel mio cuore." risposi.

Sorrise, poi mi disse: "Mi hai portato il tuo stelo di giada..."

"Certo, l'ho portato... per te."

"Allora vorrei ammirarlo."

"L'ho su di me. Perché non lo cerchi?" gli chiesi con un sorriso. Non ero del tutto sicuro sulle sue intenzioni e preferivo che fosse lui a fare il primo passo.

Lui mi chiese: "Qual è il tuo nome, straniero? Ancora non lo conosco..."

"Lorenzo Zorzi."

"Lo-Ren-So, tu desideri giacere con me, non è vero?"

"Se questo è anche il tuo desiderio, non chiedo di meglio."

"Allora vieni. Ho fatto preparare un morbido giaciglio perché su di esso i nostri desideri si possano manifestare ed avverare."

Mi guidò, in uno spazio delimitato da quattro veli, su un soffice giaciglio coperto di bianca seta largo circa sei braccia per sei. Poi batté tre volte le mani. Stavamo ritti uno di fronte all'altro a circa due braccia di distanza. Poco dopo entrarono quattro servi seminudi. Due si avvicinarono a me e due a Uang e cominciarono a toglierci di dosso gli abiti, ad uno ad uno. Di mano in mano che ci spogliavano le loro mani carezzavano in modo sapiente i nostri corpi.

Uang aveva gli occhi fissi sul mio corpo ed io sul suo: se il suo volto era bellissimo, il suo corpo era splendido. Pareva fosse stato modellato da uno scultore che aveva saputo mescolare la soda pienezza di un maschio corpo adulto con la soffice e tenera purezza di un corpo da efebo. Forme perfette dai muscoli ben disegnati ed una pelle liscia come seta. I servi ci denudavano con studiata lentezza e pian piano non solo le loro mani ci sfioravano, ma i loro corpi seminudi, le loro labbra, sì che quando anche l'ultimo indumento cadde eravamo entrambi in preda ad una splendida erezione.

Allora ogni coppia di servi iniziò a leccare e succhiare i nostri punti più sensibili. Io ero talmente eccitato e desideravo talmente toccare quel corpo meraviglioso che quasi non vedevo quei quattro giovani maschi seminudi, pure belli, che si stavano prendendo cura dei nostri corpi. Quasi in estasi, mossi due passi verso l'oggetto del mio desiderio ed allora i quattro servi scivolarono via, silenziosi come erano venuti, portando con sé i nostri abiti e lasciandoci soli.

Sollevai le mani e sfiorai quel corpo meraviglioso e lo sentii fremere lieve al mio tocco. Lui, gli occhi fissi nei miei, s'impadronì del mio palo dritto e palpitante, ne saggiò la durezza e si aprì in un dolcissimo sorriso. Scivolò sulle ginocchia ed iniziò a baciarmelo, leccarmelo, finché anch'io, cedendomi le gambe per l'emozione, scivolai sul morbido giaciglio.

Allora ci stendemmo su un fianco, l'uno di fronte all'altro, i nostri corpi capovolti ed ognuno prese in bocca la gloria virile dell'altro succhiandola con appassionato piacere. Presto le nostre membra furono tutto un groviglio ed un furioso incendio bruciò i nostri sensi, facendoci aderire l'uno all'altro. Mi pareva di vivere in un sogno: avere un corpo così perfetto tutto per me! Avrei voluto avere cento mani, cento membri, cento bocche per godere meglio quel capolavoro di giovane maschio.

Cominciammo di nuovo a succhiarcelo a vicenda, mugolando per il piacere. Un mio dito saggiò la sua entrata posteriore e la sentì fresca e palpitante. Un suo dito tentò la mia e vi indugiò a lungo, finché mugolando bevemmo l'uno dall'altro le ondate di piacere che schizzavano dai nostri pali infocati.

Ci eravamo appena staccati che Uang batté di nuovo le mani, due volte, ed i quattro giovani ricomparvero silenziosamente, ora completamente nudi, e ricominciarono a prendersi cura dei nostri corpi.

Uang mi afferrò una mano intrecciando le sue dita con le mie. Mi disse: "È molto bello stare così con te, Lo-Ren-So. Resta mio ospite per tutto il tempo che mi fermerò qui, ti prego."

"Resterei tuo ospite per tutta la vita..."

"Sarebbe bello, ma non è possibile."

"Sei forse sposato?"

"Sì, lo sono, ma non è questo il problema. Vedi, io sono il favorito dell'Imperatore. E se quando viaggio mi è concesso di unirmi con chi desidero, quando sono a Corte posso essere solo suo. Godiamoci perciò il tempo che mi rimane senza pretendere di più dalla vita."

"Rimarrai a lungo qui?"

"Ancora una sola luna, poi dovrò rientrare." rispose Uang e fece cenno ai servi di lasciarci.

Quindi mi attirò a sé e ricominciammo a fare l'amore con rinnovata energia e piacere. La lunga preparazione dei servi, poi il diretto contatto con quello splendido corpo, mi facevano impazzire per il desiderio.

Ad un certo punto non riuscii più a contenere il mio desiderio e con dolce violenza tentai di sottometterlo. Lui fece allora un segnale e ricomparvero i quattro servi. Per un attimo temetti che si fosse arrabbiato per il mio tentativo e stavo perciò per chiedergli scusa, ma i servi iniziarono subito a splamare di profumati unguenti il mio ed il suo palo come pure il mio ed il suo buco, con dita esperte, indugiando in quel compito ed aumentando così ulteriormente sia il mio desiderio che il mio piacere. Quando entrambi fummo pronti, di nuovo fummo soli.

Allora Uang mi si offerse con un sorriso così dolce ed invitante che la tenerezza ebbe il sopravvento in me e lo presi con trattenuta energia. Ero nel pieno della penetrazione e lo stavo cavalcando con irruenza crescente, quando i servi tornarono e presero a carezzarci per tutto il corpo. Quella presenza discreta, lungi dal darmi fastidio, non faceva che aumentare il piacere che provavo sì che finalmente gli donai tutto il mio seme, irrorando le profondità del suo canale d'amore.

Le mani dei servi seguirono i miei movimenti, poi mi aiutarono a stendermi, ci ripulirono delicatamente quindi mi prepararono a ricevere in me Uang. Lo vidi torreggiare maestoso fra le mie gambe, avvicinarsi, aiutato e guidato da quelle esperte, servizievoli e pronte mani, quindi entrare in me, affondare a poco a poco e mi sembrò mai penetrazione sia stata più piacevole e dolce. Il suo palo era meno grosso del mio e meno di tanti altri che avevo ricevuto in me, eppure sapeva come riempirmi, mi si agitava dentro in modo meraviglioso. Mi abbandonai a quella stupenda danza d'amore gustando ogni attimo di quell'unione, sperando che la prolungasse al massimo, che non si stancasse di cavalcarmi.

Ora i quattro servi iniziarono a leccarci per tutto il corpo all'unisono. Ma i miei occhi erano fissi sul possente torso del mio cavaliere e sul suo bellissimo viso e ne seguivo con lo sguardo il guizzare dei muscoli ad ogni affondo che mi dispensava, e ne spiavo e ne gustavo i segni dell'orgasmo che si avvicinava. E mi sembrava un semidio e mi sentivo suo, completamente suo. Quando infine sentii le contrazioni del suo vivo stelo dentro di me, le accompagnai istintivamente con forti contrazioni del mio foro e vidi il suo volto trascolorare per l'intensità del piacere. Infine ebbe come un crollo e quelle servizievoli mani ne accompagnarono il bel corpo accanto al mio, ci ripulirono e nuovamente scomparvero.

Allora lo strinsi a me e gli sussurrai: "Sei stato fantastico, lo sai?"

"Tu sei fantastico. Resterai mio ospite per tutta questa luna?"

"Certo, darò ordine a Prema di gestire la mia bottega e resterò ai tuoi piedi notte e giorno, pronto a soddisfare il tuo più piccolo desiderio."

"Con te accanto i miei desideri possono solo essere grandi. Lo sai che mi sta di nuovo venendo voglia di bere alla tua sorgente?"

"Eccomi, fai di me quello che vuoi. Ogni fibra del mio corpo ti appartiene."

"Solamente?"

"Temo di no. Anche ogni battito del mio cuore, ogni soffio del mio respiro, ogni palpito della mia anima..."

"Sembra quasi una dichiarazione d'amore..."

"Temo che lo sia."

"Temi?"

"Sì, perché so che presto tutto ciò avrà fine e invece l'amore anela l'eternità. E sento che mi sto veramente innamorando di te."

"Del mio corpo, vuoi dire?"

"Anche, ma di te. La luce del tuo sorriso, la profondità del tuo sguardo, la musica della tua voce, tutto! Con te ho provato il paradiso. Se tu mi dicessi che mi vuoi come tuo schiavo, ti seguirei volentieri in catene, pur di essere tuo."

"Ma sono già io uno schiavo, dopo tutto. Ho molto potere in questa terra finché resto il favorito dell'imperatore. Ma se gli voltassi le spalle, ci sarebbe solo un pugnale per me. Vedi quei quattro schiavi, così servizievoli e pronti ad aumentare il mio piacere? Non mi perdono mai di vista per un solo momento ed ognuno di loro ha pronto un pugnale per me. Per una luna mi si concede anche un amante, ma non di più. Vorrei portarti con me, e non certo in catene, ma non posso. L'uomo più potente dell'impero dopo il Figlio del Cielo è uno schiavo. Io sono come la luna: la sua luce esiste solo perché riflette quella del sole."

"E se tu sei la luna, che mai sono io?"

"Un fiore di pesco, che dura per il respiro di una notte. Ma non dobbiamo essere tristi, godiamoci il mese che ci è concesso. Sarà un mese che ricorderò a lungo, molto a lungo. E l'incenso che mi hai donato lo brucerò solo una volta al mese, in questo giorno del gallo, così rinnoverò questo ricordo per dodici anni, finché sarà di nuovo l'anno del cavallo... il mio cavallo venuto dall'occidente."

Restai con lui e fu il mese più bello dell'intera mia vita. Durante quel mese volle chiamare un celebre pittore e fece fare due ritratti: trattenne il mio e mi donò il suo. Lo possiedo ancora e di tanto in tanto lo guardo. E penso che deve ancora bruciare tre tipi di incenso prima di potermi dimenticare."

"Io non credo che vi dimenticherà, signor padrone." mormorò Poletto.

"Sei dolce, ragazzo mio."

"Siete ancora innamorato di lui?"

"In fondo un po' lo sono stato di molti di quelli con cui ho fatto l'amore, e non lo sono stato di nessuno. Uang è la persona di cui sono forse stato più vicino ad innamorarmi. Se solo fosse stato libero... chissà!"

"Credo che sia molto bello essere innamorati."

"Sì, certo, lo credo anch'io. Al di là della semplice infatuazione, della cotta, dell'innamoramento dei primi giorni. Avere qualcuno con cui condividere tutto, anche la vita. Qualcuno che per te sia più importante di te stesso, e tu per lui. Non solo qualcuno a cui piaccia godere con te ma, se la vita lo chiedesse, che sappia anche soffrire con te... e non farti mai sentire solo. Ma adesso basta con questi discorsi filosofici. Ora ci siamo io e tu, ed abbiamo bisogno l'uno dell'altro."

Si abbracciarono con tenerezza, i loro corpi si serrarono, si cercarono, comunicarono senza bisogno di parole il reciproco desiderio e si donarono l'uno all'altro. Nessuno dei due si sentiva solo.


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