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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
DICIASSETTESIMA NOTTE
OSPITE DEI PIRATI

"Signor padrone, volete che vi spogli, ora?"

"Sì, Poletto mio, è ora che si vada a letto. Ma frattanto io spoglio te."

"Mica siete il mio valletto, signor padrone!" disse il ragazzo guardando l'uomo con un sorriso divertito.

"Che c'entra... Mi piace spogliarti, mi fa pregustare il piacere che poi mi darai. Mi piace scoprire a poco a poco questo tuo bel corpo. Cominciare a toccarlo e vedere come ti ecciti..."

"Beh, allora fate pure, caro padrone mio. Anche a me piace denudarvi, perciò vi capisco bene. Solo che così non mi pare neppure più di essere il vostro valletto, se mentre io servo voi, voi servite me."

"Infatti io non sento di fare l'amore con un valletto, ma con il mio bel Polo, un maschio come me, anche se più giovane, e un gran bel ragazzo."

Poletto sorrise contento. Quando entrambi furono nudi, in piedi uno di fronte all'altro, presero a carezzarsi e continuarono per un po', eccitandosi a vicenda. Ma quando cominciò per tutti e due ad essere difficile dominare le loro eccitazioni, Lorenzo smise e, preso il ragazzo per mano, salirono assieme sul grande letto.

"Sarà meglio che ora io continui il mio racconto, mio dolce monello, altrimenti... lo sai come andrebbe a finire, no?"

"Non è che mi dispiacerebbe, padrone... Però i vostri racconti sono così... arrapanti che mi dispiacerebbe perderli. Non so se anche per voi è così, ma fare l'amore dopo uno dei vostri racconti mi pare anche più eccitante... Dunque... doveste separarvi dal favorito dell'Imperatore di China quando questi dovette tornare alla capitale, vero?"

"Sì. Quando venne il momento in cui dovetti separarmi da Uang, mi ero a tal punto infatuato di lui che non mi sentivo più interessato a nulla e a nessuno. Persino i miei schiavi, vedendo che non li chiamavo più nel mio letto, erano preoccupati per me. Gli affari in bottega andavano bene, soprattutto grazie al lavoro di Prema e Tung'giao, ma in fondo non mi interessavano più tanto neppure quelli.

Così un giorno decisi di cessare ogni attività e di iniziare finalmente il mio viaggio di ritorno a Venezia. Come al solito, per non trasportare con me troppo oro, lo detti ad un mercante chinese facendomi rilasciare da lui una lettera di pagamento per un suo collega indiano. Avevo infatti deciso di imbarcarmi su un mercantile chinese che veleggiava per l'India, visto che nessun mercante chinese aveva corrispondenti in Europa. In India avrei cercato una nave europea o araba e mi sarei fatto rilasciare da quel mercante indiano una lettera di pagamento per un mercante arabo o europeo con cui fosse in corrispondenza.

Detti la libertà a Prema e Tung'giao e donai loro la mia bottega con alcune merci perché potessero metter su un commercio con cui guadagnarsi da vivere e vendetti gli altri schiavi e le restanti merci.

Giunta la buona stagione, mi imbarcai con pochi bagagli costituiti soprattutto da effetti personali e da ricordi a cui ero particolarmente affezionato.

La navigazione procedeva tranquilla, con poche soste per i rifornimenti e per qualche scambio commerciale. Alla terza tappa salì a bordo un giovane marinaio siracusano. La nave portoghese su cui lavorava era naufragata pochi mesi prima ed egli era uno dei pochi superstiti. Ora cercava di tornare fra la sua gente. Non avendo denaro, si era imbarcato come mozzo in cambio del passaggio fino in India.

Il ragazzo si chiamava Alfèo ed aveva diciannove anni. Se non fossi stato ancora così preso dal mio ultimo amante, sicuramente avrei cercato di conquistarne le grazie. Era infatti un ragazzo piacente, alto come me, snello ma robusto, una massa di capelli castano scuro e ricci gli incorniciava un volto a tratti fanciullesco a tratti maturo. Non si può dire che fosse bello, ma aveva labbra sensuali e due occhi vivaci e luminosi.

Quando lo vedevo lavorare sul ponte, con solo un paio di corte braghe indosso, non potevo non ammirarne la liscia pelle dorata dal sole ed i muscoli tesi nello sforzo del lavoro che guizzavano ad ogni suo movimento. Oppure, nei rari momenti di ozio, il suo corpo languidamente abbandonato su uno dei grandi rotoli delle gomene sul ponte. Non ne ero certo ma quasi sicuramente era diventato il ragazzo di uno dei marinai, un possente chinese temuto e rispettato da tutta la ciurma.

Era già un po' che stavamo navigando, quando la vedetta lanciò l'allarme: una nave pirata stava veleggiando veloce verso di noi. Iniziarono frenetiche manovre e si abbozzò un tentativo di fuga ma la nostra nave da carico era lenta mentre quella dei pirati era una nave da corsa, sì che presto fummo raggiunti ed arrembati. I marinai chinesi si difesero accanitamente e valorosamente ma presto furono sopraffatti ed ebbero la peggio. Cademmo così nelle mani dei pirati.

Noi pochi superstiti e tutte le merci ed i bagagli fummo trasportati sulla nave pirata e la nave chinese, data alle fiamme, presto scomparve fra i flutti. Noi fummo chiusi nella stiva, incatenati ad una trave. Non lontano da me vidi incatenato anche Alfèo e, istintivamente mi rallegrai che fosse ancora vivo e tutto d'un pezzo.

Dopo tre giorni di mare attraccammo ad un'isola e fummo fatti sbarcare. Era una specie di porto naturale, ma tutt'attorno non si vedevano case né costruzioni di alcun genere, ma solo una lussureggiante foresta ed un rivo di chiare acque impetuose che si gettava in mare con una bassa cascata. Ci caricarono delle merci e dell'altro bottino e, legati in colonna, fummo guidati dentro la foresta lungo un viottolo a mala pena visibile. Dopo aver percorso un interminabile labirinto ed esserci inerpicati per il pendio di un'alta collina, giungemmo in una specie di piccolo altopiano delimitato su tre lati da alte e scoscese rupi che salivano quasi in verticale.

Queste rupi avevano tutta una serie di aperture, come imboccature di grotte, chiuse da pareti di legno con finestre e porte collegate da lunghi e stretti ballatoi. Scale di corda o a pioli e liane collegavano i diversi piani di quel fantastico villaggio verticale. Sulla parete più alta contai circa dieci piani!

Al nostro arrivo i ponteggi di quella curiosa facciata si animarono di decine di figure che ci accolsero con alte grida di gioia. Presto parecchi degli abitanti sciamarono giù e, mentre noi prigionieri eravamo condotti dentro una delle grotte al livello della radura e legati ad alcuni pali, all'esterno stavano aprendo le balle delle merci e suddividendole per genere e tipo per fare la suddivisione del bottino.

L'unica cosa che mi dispiaceva era che anche i miei preziosi ricordi sarebbero stati spartiti fra quegli uomini e li avrei così irrimediabilmente persi. Quanto a noi, sapevo che o saremmo stati tenuti come schiavi dei pirati, o saremmo stati venduti. Ricordo che pensai, rassegnato, che dopo aver posseduto tanti schiavi, avrei provato a mia volta quale fosse la vita dello schiavo. Speravo solo di trovare un padrone buono e generoso come avevo sempre cercato di essere io con i miei schiavi.

Eravamo in quella grotta da meno di mezza giornata quando entrò un pirata annamita che ci ordinò di alzarci tutti in piedi.

"Sta arrivando Ibura-kan, il nostro capo che deciderà chi di voi dobbiamo vendere e chi invece teniamo per servirci. Su, lesti, alzatevi tutti in piedi e quando entra inchinatevi a lui!" disse in una lingua che era un misto di chinese, indiano, arabo e non so che altro, ma che era nel complesso abbastanza comprensibile per me.

Ci alzammo e quando entrò Ibura-kan ci inchinammo. Era una figura non imponente ma alta e snella. Poiché lo vedevo controluce non ne potevo distinguere chiaramente le fattezze, ma era vestito con un paio di ampie braghe di morbido e prezioso tessuto strette alle caviglie, aveva al fianco due scimitarre ed un pugnale, indossava numerosi bracciali d'oro, un prezioso turbante ed una specie di piccolo gilè aperto sul petto nudo.

Guardai le persone che lo seguivano e notai che erano tutto un campionario di gente di diversi paesi e popoli, abbigliato ognuno a modo proprio, un po' come avevo già notato fra i pirati della nave. Solo che questi indossavano abiti fatti con tessuti più pregiati: dovevano essere i capi di quella mista e numerosa comunità di pirati.

Stavo appunto osservando questi quando il gran capo si fermò davanti a me e quasi subito udii la sua voce, forte e chiara.

"Ma tu... tu sei Lorenzo!"

Lo guardai e quale fu il mio stupore nel trovarmi di fronte Ibrahim!

Lui lesse il mio stupore e rise, poi disse agli altri: Questo uomo è mio, lo prendo io. Slegatelo e portatelo nella mia residenza." Poi, rivolto a me, disse, "Tra poco potremo parlare e ti racconterò... ma sei in mani sicure, Lorenzo, non devi temere nulla."

Così fui slegato e portato fuori, scortato da due pirati. Uno mi precedeva mostrandomi la strada ed uno mi seguiva. Cominciammo ad inerpicarci su per quel complesso sistema di scale e ballatoi, passando da un livello ad un altro, finché giungemmo in uno dei punti più alti della rupe di sinistra. Qui fui introdotto in uno dei covi.

Appena entrato fui colpito dal lusso con cui l'ambiente era arredato, pareva quasi la stanza nel palazzo di un Raja. Da un lato, su una pila di cuscini, era seduto un uomo che subito si alzò e si girò a guardare. Immediatamente ci riconoscemmo a vicenda: era il bellissimo Hammira. Questi, congedati i due pirati con un semplice gesto della mano, mi venne incontro.

Stupito mi chiese: "Lorenzo, tu qui?"

"Sono stato preso schiavo dai pirati. Tu, piuttosto, ed Ibrahim, non mi aspettavo di trovarvi proprio qui."

Allora Hammira mi raccontò la loro storia.

Dopo che io avevo dato la libertà ad Ibrahim ed avevo regalato loro qualcosa per mettersi in commercio, s'erano spostati di città in città allontanandosi dal territorio del padre di Hammira. Gli affari andavano bene e presto cominciarono ad arricchirsi, non molto ma abbastanza da potersi permettere una vita agevole.

Giunti al porto di Bombei avevano deciso di imbarcare tutte le proprie merci su una nave per tentare la fortuna verso la China. Ma durante la navigazione anche la loro nave era stata assalita dai pirati Annamiti, gli stessi che avevano attaccato noi, allora comandati da un certo Tenciar-kan.

Furono presi prigionieri e quando si spartirono il bottino Tenciar-kan decise di prendere Hammira come proprio schiavo personale, con il chiaro intento di usarlo per il proprio divertimento sessuale. Ibrahim allora si ribellò con tale violenza che dovettero immobilizzarlo in quattro. Hammira già pensava che lo avrebbero ucciso, ma Tenciar-kan fu impressionato dalla forza e dalla determinazione di Ibrahim, così decise di ucciderlo in un duello all'ultimo sangue la cui posta era Hammira.

Nonostante le preghiere del suo amante, Ibrahim aveva accettato. Tenciar-kan era grande e grosso, un'imponente massa di muscoli. Inoltre ad Ibrahim fu dato solo un pugnale, mentre Tenciar aveva le sue due sciabole ed il pugnale. Chiaramente la sfida al duello era impari, solo un modo per uccidere Ibrahim con un po' di divertimento.

Ma la lotta non fu breve. Ibrahim riuscì ad inerpicarsi sul sistema di ballatoi e scale dove Tenciar lo inseguì. Ibrahim aveva già parecchie ferite e perdendo sangue si stava gradualmente indebolendo. Quello che l'aveva salvato fino ad allora era la sua estrema agilità ed il fatto che sugli stretti ponteggi la mobilità di Tenciar era alquanto limitata. Di una cosa nessuno s'era reso conto, né Hammira né i pirati né tanto meno Tenciar: a poco a poco Ibrahim saliva su su da un ballatoio all'altro, quasi nel tentativo di sfuggire all'avversario.

Quando furono sul ballatoio più alto, quello della dimora del capo, Ibrahim fece in modo di trovarsi al fondo del ballatoio, con le spalle verso il dirupo. Tenciar-kan gli menò un forte affondo con la scimitarra ed Ibrahim si lasciò cadere giù.

Aveva calcolato tutto alla perfezione: lui, cadendo dal ballatoio, si afferrò al bordo restandovi sospeso ma il suo avversario, trascinato dall'affondo ma non incontrando il suo corpo ad assorbire il colpo, si sbilanciò, perse l'equilibrio e volò fuori dal ballatoio precipitando nel vuoto e sfracellandosi al fondo, sul piazzale.

Allora Ibrahim si issò di nuovo sul ballatoio e gridò la propria vittoria. I pirati, di sotto, non solo lo approvarono ma qualcuno cominciò ad acclamarlo come loro capo e presto tutti lo accettarono come tale. Questa infatti era l'usanza fra i pirati: chi vinceva il capo a duello e lo uccideva diventava il nuovo capo.

Hammira aveva appena finito di raccontarmi queste cose, quando entrò Ibrahim che venne subito ad abbracciarmi.

"Lorenzo, quanto sono felice di rivederti. E ringrazio Allah che mi ha permesso di poterti ripagare per quanto hai fatto per noi! Tu mi hai donato la libertà e permesso di vivere con Hammira, a cui avevi salvato la vita, ed ora tocca a me poterti ridare la libertà. Mi descriverai tutti i tuoi beni e te li farò riavere subito. Voglio inoltre che tu scelga quello che vuoi, nel bottino che abbiamo fatto, e che tu lo prenda come nostro dono personale. E infine, se tu volessi fermarti qui con noi saresti il benvenuto, ma se, come immagino, preferisci andartene, dimmi solo dove vuoi essere portato ed io ti ci porterò."

"Grazie mille, Ibrahim. Sei proprio un vero amico e sono fortunato di essere stato catturato proprio dai tuoi uomini."

Gli spiegai come riconoscere i miei oggetti poiché potesse farmeli riavere, poi gli dissi: "Riguardo al tuo dono che devo scegliere nel bottino, so già che cosa chiederti: è un giovane marinaio di nome Alfèo. Donalo a me, ti prego, vorrei portarlo via con me."

Ibrahim sorrise malizioso: "È il tuo amante?"

"No, non ho mai avuto alcun rapporto fisico con lui."

"Allora vuoi farne il tuo amante..."

"No, anche se non mi dispiacerebbe come tipo. Ma non voglio avere amanti..."

"Non capisco. Perché dici che non vuoi avere amanti, proprio tu che hai sempre amato così tanto fare l'amore, e perché allora vuoi proprio lui?"

Gli raccontai la storia della mia breve ma bellissima relazione con Uang, poi quel che sapevo del marinaio, e conclusi: "Alfèo semplicemente mi piace, e voglio fargli riavere la libertà... ti sembra così strano?"

"Conoscendoti, no. Questo Alfèo sarà tuo, puoi contarci."

Raccontai ai due amici tutto quello che mi era capitato dopo che ci eravamo separati e dissi loro che ora avevo solo voglia di tornarmene in patria, aprire un fondaco e vivere in pace fra la mia gente.

Ibrahim mi promise che mi avrebbe portato fino ad un porto dell'India in cui potessi farmi cambiare la lettera di credito e trovare una nave per l'Europa. Ma mi chiese, come favore personale, di fermarmi almeno un mese nella sua isola come suo ospite. Accettai di buon grado. Poi Ibrahim uscì e, restato di nuovo solo con Hammira, ci mettemmo a chiacchierare. Non passò molto tempo che Ibrahim ricomparve con al fianco Alfèo.

"Ecco, questo è il ragazzo che mi hai chiesto. Te lo affido, è tuo, puoi farne ciò che vuoi. I miei uomini sono avvisati e nessuno si azzarderà a sfiorarvi con un dito. Finché resterete qui comunque sarete miei ospiti: vi faccio sistemare in una stanza, qui nella mia grotta. E presto riavrai anche tutti i tuoi beni."

Così, passammo poco più di un mese con Ibrahim e con la sua gente.

Ad Alfèo, quando fummo soli, promisi che l'avrei riportato nella sua isola fra la sua gente e che lì sarebbe stato di nuovo libero.

Lui allora mi chiese: "Perché fai questo per me? Quasi non ci conosciamo neppure... Che cosa ti aspetti in cambio?"

"Nulla. Ti avevo notato sulla nave e mi sei subito stato simpatico. Non mi andava che tu diventassi il passatempo degli scapoli di questa isola che, a quanto ho visto, sono la maggioranza..."

"Vuoi dire che non pretendi in cambio che io diventi il tuo passatempo privato?"

"No, non ci penso neppure."

"Capisco. Allora a te non piacciono gli uomini. Mi ero sbagliato nel giudicarti."

"Come mai hai pensato che a me piacciono i maschi?"

"Mah, da come li guardi. A me piacciono solo i maschi e perciò, di solito, so riconoscere chi è come me."

"No, non ti sei sbagliato, anche a me piacciono, e molto, i maschi e solo i maschi."

"Ah, allora io semplicemente non sono il tuo tipo..."

"Al contrario, ti trovo molto attraente." gli dissi e gli spiegai il motivo per cui non volevo avere un amante.

Lui mi ascoltò annuendo, infine disse: "Beh, un po' mi dispiace. Sulla nave ti avevo notato anch'io e se Li-Cheng non fosse stato tanto geloso, pace all'anima sua, ci avrei provato volentieri con te. Ma ti capisco, vuol dire che saremo soltanto buoni amici... se accetti l'amicizia di un semplice mozzo."

Così, pur condividendo lo stesso giaciglio, fra di noi non accadde nulla. A volte lo abbracciavo anche, mi faceva molta tenerezza e nonostante avesse già diciotto anni era per molti aspetti ancora un ragazzino. Non certo fisicamente, che anzi era molto ben sviluppato ed aveva un corpo molto sensuale.

Passammo quel mese ospiti di Hammira ed Ibrahim quindi, come mi aveva promesso, mi portò fino al porto di Bombei. Prima di separarci volle farci un dono di commiato. A me regalò una splendida perla nera di una grossezza mai vista e ad Alfèo un bellissimo pugnale malese con impugnatura e fodero d'oro finemente cesellati. Il ragazzo fu sorpreso per quell'inatteso dono, ma Ibrahim gli spiegò che "gli amici di Lorenzo sono anche miei amici"!

A Bombei, trovato il corrispondente del mio amico mercante chinese, cambiai la lettera di credito e me ne dette una di pari valore per un mercante arabo di Alessandria d'Egitto. La prima nave per l'Egitto sarebbe partita una decina di giorni più tardi perciò nell'attesa dell'imbarco decisi di alloggiare con Alfèo nella locanda di un persiano.

Alfèo si dimostrò un compagno assai gradevole in quell'attesa ed io cominciai ad affezionarmi sempre più a lui. Il ragazzo, nonostante la sua promessa, aveva cominciato a farmi la corte, sia pure in modo assai discreto, già sull'isola dei pirati. Desiderava fare l'amore con me ed aveva deciso che doveva riuscire a conquistarmi. Era furbo, infatti aveva capito che se mi avesse corteggiato in modo sfacciato, esplicito, mi sarei irrigidito e l'avrei rifiutato.

Così a poco a poco io mi trovai a sentire sempre più gradevole la sua vicinanza, stare e parlare con lui. Mise anche in atto tutte le sottili armi del fascino e della seduzione, dal modo di vestire, di sorridermi, di muoversi, al fatto di farmi vedere, sia pure di sfuggita ed in modo apparentemente casuale, le sue procaci nudità.

Era attento ad ogni mio desiderio che preveniva con sollecitudine, era servizievole ma senza essere servile. Pazientemente tessé attorno a me un'invisibile ragnatela nella quale io caddi come il più sprovveduto degli uomini. Quando venne il giorno dell'imbarco io ero già cotto a puntino e sarebbe bastata una piccola spinta finale per farmi capitolare.

Sulla nave, pagando, ero riuscito a farmi assegnare una specie di cabina privata. In realtà era una parte della zona degli alloggiamenti divisa dal resto da un'alta pila di casse e da due pesanti tende messe ad arte. Quella era infatti una nave mercantile, non da diporto. Ma in quella parte si godeva di un notevole isolamento riguardo al resto degli alloggiamenti, non solo visivo ma anche perché il più vicino giaciglio era ad una discreta distanza dal nostro. Le tende, poi, potevano essere facilmente bloccate con una serie di appositi lacci, così nessuno avrebbe potuto scostarle per caso.

Già la prima notte a bordo Alfèo, mentre come al solito parlavamo attendendo che ci cogliesse il sonno, mi disse: "È strano, a terra c'era un'afa incredibile mentre qui fa quasi freddo."

"Vienimi più vicino, ci scalderemo a vicenda. Che marinaio sei? Dovresti saperlo che di notte, sul mare, a volte fa freddo, no? Probabilmente stiamo traversando proprio una corrente fredda..."

Lui mi venne contro: "Sto proprio bene vicino a te, sai?"

"Anch'io sto bene." risposi senza alcun sospetto.

Si accucciò tutto contro di me. Scese il silenzio ed io, senza rendermene conto, scivolai nel sonno. Lui invece, che non attendeva altro, mi si addossò ancor più e cominciò a premermi contro la sua erezione, carezzandomi lievemente fra le gambe fino a provocarne una anche a me.

Quando sentì dal ritmo del mio respiro che stavo per risvegliarmi, tolse in fretta la mano e fece finta di dormire. Io mi svegliai e subito fui conscio sia della sua erezione che della mia. Lievemente imbarazzato feci per scostarmi da lui ma Alfèo, con una specie di profondo sospiro, mi si addossò ancor più di prima. Temendo di svegliarlo, infatti credevo che dormisse, restai immobile. Ma sentivo il suo membro palpitare contro di me ed il mio non accennava a calmarsi... Poi lui si girò ed io dentro di me tirai un sospiro di sollievo e mi riaddormentai tranquillo.

Questo suo gioco continuò e non solo per diverse notti, ma anche più volte per notte. Ed ogni volta per me era sempre più difficile resistere alla tentazione di toccarlo, di godermi quel fresco e dolce ragazzo che era quasi fra le mie braccia e che sapevo che amava i maschi.

Fu lui che in seguito mi svelò questo suo trucco ma in quei giorni io ci cascai in pieno, come un frutto maturo. Già la quarta notte infatti allungai una mano e gli carezzai la forte e bella erezione sotto le braghe, delicatamente ma a lungo. Lui continuò a fingere di dormire.

La notte seguente le mie carezze si spinsero un po' oltre e la mia mano si insinuò dentro le sue braghe a sentire direttamente il calore della sua erezione. La notte ancora seguente lo carezzai sul corpo e sui genitali e stavo per andare oltre quando lui, fingendo di gemere e di muoversi nel sonno, si girò allontanandosi da me.

Ma a quel punto io mi ero reso conto chiaramente di desiderarlo e mi ero arreso.

Così il giorno dopo, quando andammo a dormire, appena ci fummo stesi, gli dissi con voce incerta: "Alfèo, perché non ci spogliamo nudi? Mi piace sentire il calore del tuo corpo contro il mio..."

"Ma per me, così, diventerebbe difficile resistere alla tentazione di carezzarti, di fare qualcosa..." obiettò lui.

Io esitai un attimo, poi dissi, quasi in un sospiro: "Credo che... che sarei felice se tu lo facessi. Io ti desidero, Alfèo. Vuoi fare l'amore con me?"

"Lo sai che a me piacerebbe molto, no?"

"Allora spogliamoci, ragazzo. Ho voglia di fare l'amore con te, mi piaci, ti desidero."

Il giovane marinaio logicamente non se lo fece dire due volte. Ci denudammo e subito ci abbracciammo stretti stretti. Lo baciai e lui rispose con entusiasmo al mio bacio. Ci eccitammo subito entrambi e lui cominciò a sfregare tutto il suo fresco e forte corpo contro il mio con tale ardore che presto persi ogni residuo ritegno e lo carezzai, lo strinsi a me, lo baciai con trasporto crescente.

Lui allora si ripiegò sul mio corpo e con la bocca s'impadronì del mio fremente palo di carne, facendomi sussultare per il piacere e mugolare sottovoce. Mentre io lo brancicavo per tutto il corpo, lui mi fece eccitare a dovere e quando sentì che il mio palo era dritto e duro, salì cavalcioni sulla mia vita, si umettò il foro con la saliva e si autoimpalò con decisione.

Quando si rese conto di averlo tutto dentro cominciò a molleggiare su e giù a ritmo ed io ero talmente in estasi che accompagnavo ogni suo movimento con forti spinte del bacino ad incontrarlo. Dopo tanto tempo che mi ero negato ogni rapporto carnale, avevo veramente bisogno di quello che stava finalmente accadendo.

Frattanto le sue mani mi martoriavano deliziosamente il petto aumentando notevolmente il mio piacere. Era curioso: pur essendo io a penetrarlo, mi sentivo come posseduto da lui e la sensazione era bellissima. Era come cavalcare in una prateria verdissima e sconfinata, incontro al sole che stava per sorgere e che di lì a poco esplose in tutto il suo fulgore nel momento in cui, al colmo del piacere e della tensione, afferratolo per la vita lo tirai giù su di me e gli inondai il canale dell'amore di tutto il mio seme incandescente.

Alfèo ansimava appena, io ero scosso da sussulti di piacere. Il ragazzo aveva saputo risvegliare pienamente in me le forze straordinarie della natura che credevo assopite, e gliene ero grato. Grato e felice. Anche lui mi aveva irrorato del suo seme in copiosi getti. Infine si lasciò andare sul mio petto ed io lo abbracciai stretto e lo baciai di nuovo, profondamente, in bocca.

"Ti è piaciuto, Alfèo?"

"E me lo chiedi? Ma adesso, farai l'amore con me senza problemi, per il resto del nostro viaggio?"

"Puoi giurarci, piccolo. Mi piaci molto."

"Anche tu, grande. Sei la fine del mondo."

Così, vinto quel primo ritegno, ci unimmo in gioiosi amplessi notte dopo notte per tutto il tempo del nostro viaggio."

"Mi piace questo Alfèo, signor padrone. È riuscito a conquistarvi. Devo anche io fare come lui, mentre dormite."

"Ma tu, Poletto, m'hai già conquistato, non hai bisogno dei suoi sotterfugi. A te non riuscirei mai a dire di no, lo sai."

"Però ogni tanto mi lasciate..."

"Solo per questioni di lavoro, lo sai. E pesano anche a me questi periodi di separazione."

"Mi piacerebbe poter anche lavorare con voi, padrone, almeno potrei venire con voi anche quando dovete viaggiare..."

"Potrebbe essere un'idea. Da domani verrai con me al fondaco e comincerò ad insegnarti il mestiere della mercatura. Sei contento?"

"Dite davvero? Sono contentissimo, padrone mio!"

"Anch'io, ragazzo mio. Allora, adesso perché per celebrare questa decisione non facciamo l'amore?"

Poletto attirò Lorenzo sopra di sé e cominciò a carezzargli la schiena e le natiche mentre l'uomo gli si sfregava addosso facendogli sentire la propria potente erezione e carezzandogli i fianchi. Il ragazzo allargò le gambe offrendoglisi e subito Lorenzo gli infilò il suo turgido palo fra le cosce e glielo puntò sul foro palpitante.

"Se adesso ti prendo, Poletto, dopo tu prendi me?"

"Sì, certo. Ma ora mettetemelo tutto dentro. Mi piace sentirmi invadere dal vostro bell'arnese caldo e duro, riempire dalla vostra bella asta forte e dolce. Mi piace quando me lo muovete dentro, perché mi fa sentire tutto vostro."

"Poletto?"

"Sì?"

"Non ti fa più male, vero?"

"No, neanche un poco, anzi... Perché me lo chiedete?"

"Perché sei ancora così stretto..."

"E vi da fastidio?"

"No, anzi, mi piace. Apri bene le gambe, te lo voglio ficcare più a fondo, te lo voglio far entrare tutto dentro."

"Oh sì, padrone mio. E baciatemi mentre mi fottete. Spingetemi tutta dentro anche la vostra lingua, così mi darà l'impressione che mi stiate fottendo contemporaneamente da tutte e due le parti."

"Sei davvero insaziabile, mio bel maschietto!"

"Di voi non sarò mai sazio. Prendetemi... così... oh... così, che bello..." e Poletto non poté aggiungere alcuna altra parola, perché Lorenzo prese a baciarlo in bocca con focosa passione, mentre martellava in lui con piacevole energia.


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