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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
VENTIQUATTRESIMA NOTTE
L'ABILE GARZONE

Lorenzo e Poletto si asciugarono a vicenda, indugiando ciascuno sul corpo dell'altro in lunghe, soffici carezze. Quindi salirono sul letto, fra le lenzuola fresche di bucato.

"Che bella sensazione, appena lavati, sentire le lenzuola così fresche, vero, Poletto?"

"Sì, sembra quasi una carezza."

"Allora adesso non serve che sia io a carezzarti."

"Oh no, padrone, preferisco le vostre, di carezze! Perché mi prendete sempre in giro così?"

"Scherzo solo... per affetto."

Poletto carezzò il petto forte ed ampio dell'uomo, poi scese a baciarlo, soffermandosi sui capezzoli già induriti per il piacere. Con una mano scese a carezzarne il membro turgido. Lorenzo chiuse gli occhi gustandosi quelle attenzioni.

"Padrone, mica vi addormenterete, ora?"

"Non c'è pericolo, tu stai destando tutti i miei sensi, tutto il mio corpo. Continua..."

"Sì, certo. Ma perché non cominciate a raccontarmi il seguito della vostra storia?"

"C'è poco, ormai. Ci stiamo avvicinando a quando ho avuto la fortuna di scoprire te. Ancora solo un paio di fatti interessanti.

Il primo accadde che avevo trentatré anni. Ormai ero conosciuto in Venezia e tutte le porte dei migliori palazzi mi erano aperte. Fu così che, quando la Serenissima nominò il secondo conte-capitano della città di Spalato, quel patrizio mi mandò a chiamare. Mi chiese quanto gli sarebbe costato noleggiare la più bella delle mie navi per trasportare lui e il suo seguito fino a Spalato per l'insediamento ufficiale.

Io gli risposi: "Non vi costerà nulla, se solo voi otterrete dalla Serenissima l'autorizzazione perché io possa aprire un mio fondaco a Spalato e farvi attraccare liberamente le mie navi..."

Lui mi disse che era quasi certo di poter ottenere quella concessione per me, infatti così avvenne. Allora feci parare a festa il mio brigantino, rifeci fare le vele con i colori del conte-capitano e vi issai i suoi vessilli. Quando si imbarcò vi fu una bellissima cerimonia, quindi partimmo. Io l'accompagnavo per prendere possesso del mio nuovo fondaco e lasciarvi miei uomini fidati a dirigerlo.

Giunti a Spalato ci fu un'altra festa per l'accoglienza del nuovo conte-capitano, che si recò in pompa magna al palazzo a lui destinato. Nei giorni seguenti vi sarebbero stati i festeggiamenti ufficiali, il passaggio delle consegne e tutta una serie di ricevimenti. Io ero, logicamente, fra gli invitati fissi.

Le prime notti dormii sul brigantino, ma mi ero acquistato un palazzetto e lo feci sistemare. Era appartenuto ad un uffiziale ungaro finché Spalato era tornata alla serenissima, ed ora era disabitato. Già la quarta notte, anche se un po' accampato, potei dormire nel mio palazzetto.

Stavo preparando le vesti per la festa dell'indomani, quando mi accorsi che qualcosa doveva essersi versato sul bauletto che le conteneva, vi era penetrato e tutte le mie migliori vesti erano irrimediabilmente macchiate. Mandai subito uno dei miei uomini a cercare un sarto perché venisse con le stoffe più belle a mi confezionasse immediatamente un abito nuovo.

Il sarto venne, accompagnato dal suo garzone. Scelte le pezze che più mi piacevano, mentre il sarto tornava in bottega a prendere ciò che gli occorreva, lasciò il garzone perché mi prendesse tutte le misure. Il ragazzo, che avrà avuto più o meno ventidue o ventitré anni, era piuttosto carino, ma ci feci solo un pensierino, poi mi persi nei miei problemi. Se non che, sentirmi toccare per tutto il corpo mentre mi prendeva le misure, mi fece eccitare lievemente.

Il ragazzo doveva esserci abituato e sembrò non farci caso. Tornò il sarto con un altro garzone e cominciarono subito a tagliare ed a cucire, tutti e tre. Avevamo deciso che avrebbero lavorato lì in casa mia, in modo che potessero fare di mano in mano tutte le prove necessarie senza perder tempo ed io potevo continuare a curare i miei affari. Quello era il migliore modo per essere certo di avere il primo abito terminato in tempo per le cerimonie dell'indomani mattina. Di tanto in tanto il ragazzo veniva nella stanza in cui lavoravo a farmi provare un pezzo, sì che io, per far prima, m'ero spogliato ed indossavo solo una specie di leggera palandrana di seta.

Quando mi provò le braghe e la braghetta, il ragazzo mi disse: "Per voi, lustrissimo, non è necessario imbottire la braghetta, c'è già abbastanza del vostro. Siete ben dotato in questa parte, vedo. Scusate se vi debbo toccare, ma ho da essere sicuro che il cappuccio calzi bene sui vostri ammenicoli."

"Ma se continui a toccarmi così, ragazzo, me lo farai rizzare."

"Meglio così, messere, almeno saremo sicuri che la braghetta lo contenga bene, senza pericolose sorprese."

Nessun sarto m'aveva mai fatto simili discorsi, ma pensai che il ragazzo dopo tutto non aveva torto. Così lo lasciai fare.

Ogni tanto il ragazzo tornava a provarmi un pezzo ed ogni volta, pur toccandomi in modo del tutto professionale, aveva l'effetto di provocarmi una lieve, piacevole erezione.

Finalmente i sarti terminarono il primo abito, quello che dovevo indossare l'indomani mattina, quindi tornarono in bottega per iniziare a prepararmi gli altri abiti che avevo ordinato.

Il giorno dopo, rivestito a nuovo, andai alla cerimonia del passaggio delle consegne e dell'insediamento. Dopo vi fu un sontuoso rinfresco. Ad un tratto notai che uno dei servi che passavano con le brocche del vino era il garzone del sarto.

Meravigliato, lo fermai e gli dissi: "Ma tu sei il garzone del sarto! Che ci fai qui?"

"Scusate, eccellenza, ma io non vi conosco. Sono solo un servo, non so di che parlate."

"E via! Anche la voce è uguale, e i capelli... tu ieri eri in casa mia col sarto."

"Ieri ero qui che preparavo per oggi, eccellenza."

Confuso, non insistetti. Ma pensai che forse erano due gemelli, perciò la somiglianza era tanto perfetta.

A sera, tornato a casa mia il garzone del sarto per farmi le prove di un altro abito, gli chiesi se per caso avesse un fratello gemello.

"Signornò, lustrissimo. Perché me lo chiedete?"

Gli spiegai del mio incontro.

Sorrise e disse: "Sarà solo una coincidenza, lustrissimo. Io sono l'unico maschio della mia famiglia."

Il giorno seguente vi era un ricevimento nel palazzo di uno dei patrizi di Spalato. C'erano molti invitati. Quando ci mettemmo a tavola, accanto a me sedette un giovane elegantemente vestito. Lo guardai: era la copia sputata del garzone del sarto! Completamente sbalordito, gli chiesi chi fosse.

"Mi chiamo Pino del Margiàn, per servirvi." Anche la voce era uguale!

Allora gli chiesi: "E, di grazia, che fate per vivere?"

"Nulla. Il mio defunto signor padre mi lasciò ricchezze bastanti per non dovermi preoccupare."

"Anche le più grandi ricchezze, se non curate, prima o poi si riducono in nulla. Non pensate al vostro futuro? E a quello dei vostri posteri?"

"No, mi godo la vita. Comunque non voglio procrear figli. Vi sembra molto sbagliata, la mia scelta?"

"Beh... ognuno fa le sue scelte..."

"Voi avete figli?"

"No. Siete di Spalato, messer Pino?"

"Sì. Vi tratterrete molto qui da noi?"

"Forse un paio di settimane."

"Solamente?"

"Il tempo necessario per avviare il mio nuovo fondaco,"

Si continuò a parlare del più e del meno ma io, più lo guardavo, più mi sentivo confuso ed incuriosito per quella straordinaria somiglianza. D'altronde non potevo certo chiedergli se egli fosse il giovane del sarto: avrei rischiato di apparire ridicolo. La compagnia del giovane era gradevole e cominciai a desiderare di conoscerlo meglio ed anche, eventualmente, di riuscire a farci l'amore. Ma ogni volta che lanciavo un'esca, egli sembrava evitarla accuratamente.

Nel pomeriggio arrivò a casa mia il garzone del sarto con un altro abito da provare. A parte le vesti, era identico agli altri due ragazzi.

Così ad un tratto, profittando del fatto che eravamo soli, lo presi per i polsi e gli dissi: "Adesso mi dici chi sei!"

"L'aiutante del sarto, lustrissimo."

"Non sei tu Pino del Margiàn?"

"Lustrissimo, il Margiàn è il monte di Spalato, ed io non sono un pino ma un essere umano. Perché vi burlate di me?"

"Non è possibile che in tre giorni io abbia incontrato tre persone identiche! Tu, un servo ed un ricco giovine! Chi sei, e perché tutti questi travestimenti? E ad ogni buon conto, come ti chiami, tu?"

"Mi chiamo Martino di Giorgio. Lasciatemi, lustrissimo, mi state facendo male. Lasciatemi, vi prego."

Seguitavo a tenerlo per i polsi con forza e l'avevo sospinto contro una parete della stanza, dove lo tenevo immobilizzato col peso del mio corpo. Così, a quel punto, sentii come un guizzo fra le sue gambe: il ragazzo si stava eccitando e stava avendo una cospicua erezione! La coscienza di questo fatto fece subito eccitare anche me. Allora mi spinsi ancor più contro il suo corpo in modo che anche lui potesse sentire la mia erezione premere contro di lui.

I suoi occhi si spalancarono e mi guardò con espressione sorpresa. Tenendolo sempre fermo col peso del mio corpo e con una mano, con l'altra scesi fra le sue gambe e gli palpai il sodo turgore. Fremette, ma non distolse lo sguardo dai miei occhi. Lo palpai ancora.

Poi gli dissi: "Qual è il tuo vero nome, bel maschietto?"

"Martino."

"Ma eri tu il servo all cerimonia, ier l'altro."

"Sì..."

"E il Pino del Margiàn, ieri?"

"Anche..."

"Perché tutti questi travestimenti, questo gioco?"

"Per potervi rivedere. Vi avevo notato allo sbarco ed ho subito desiderato potervi star vicino, potervi conoscere... Ma non sapevo come fare a farmi notare da voi. Poi voi avete chiamato mio padre per farvi gli abiti nuovi... ed ho capito che la fortuna stava girando dalla mia parte, mi stava dando una mano... Ho usato abiti che stavamo preparando in bottega..."

"Ora mi hai vicino... non era questo che volevi?"

"Così mi fate male... eppure mi piace sentire come il vostro corpo freme cercando il mio." disse a bassa voce.

"Cosa vuoi che faccia di te ora, ragazzo?"

"Prendetemi. Fatemi vostro. Questo è il mio sogno da che vi vidi la prima volta. Se vi piaceva come vi toccavo durante le prove, vi piacerà assai di più come vi toccherò se mi lascerete fare..."

"Vuoi fare l'amore con me?"

"Se il lustrissimo mi concede questa grazia..."

"Non era più semplice farmelo capire in altro modo?"

"Quando vi toccavo, durante le prove, anche se era chiaro che non v'infastidiva, non m'avete mai incoraggiato. Temevo di non interessarvi... così ho cercato di provocare la vostra curiosità nel modo che sapete."

"E ci sei riuscito. Spogliati, ragazzo."

"Mio padre m'attende in bottega col vostro abito. Vorrei che avessimo più tempo, per far tutto con comodo... Verreste domani con me?"

"Domani? Dove?"

"Domani è domenica e non si lavora. Dopo le cerimonie del mattino in chiesa... Sul monte Margiàn, fra gli olivi ed i cipressi, fuori le mura ma non lontano, c'è la casetta dei miei avi. È piccola, ma là nessuno ci disturberà. Nel recinto della casa, fra gli alberi e i cespugli, posso stendere una vecchia morbida pelle d'orso... e lì donarmi a voi."

"Ci porti sempre le tue conquiste?"

"Ci andavo col mio amante, fino a tre anni fa..."

"Come mai non ve lo porti più?"

"Era il capitano degli ungari. Dovette andare quando Spalato tornò alla Serenissima."

"E perché non l'hai seguito?"

"Era maritato... non volle..."

"Ora ti lascio andare, Martino, ma ci vedremo domani. Dopo la messa ci sarà il pranzo a palazzo del conte-capitano ma vi rinuncio volentieri... Ora però, prima che tu vada via, vorrei un piccolo anticipo di quello che mi darai domani."

Il ragazzo sorrise, annuì, poi mi baciò dritto in bocca mentre con entrambe le mani mi slacciava la braghetta. Quando ebbe liberato il mio palo, già bello duro e ritto, s'inginocchiò e, mentre lo massaggiava lievemente, cominciò a stuzzicarlo con sapienti colpi di lingua ed a succhiarlo. Poi lo carezzò ancora e si alzò.

Con un sorriso dolce mi disse: "Vi contentate, come assaggio?"

"Sì, Martino, ma non vedo l'ora che giunga domani."

"Non mancherò, non dubitate. E porterò io qualcosa da mangiare, lassù..."

Il giorno dopo mi attendeva fuori dalla cattedrale. Mi guidò fuori dalle mura e salimmo sul Margiàn. Giungemmo presto alla casetta nascosta fra gli alberi. Prese da una stanza una pelle d'orso che srotolò in un angolo del giardinetto incolto, in pieno sole.

Quindi mi disse con una specie di lieto sospiro: "Ecco. Sono vostro. Fate di me tutto ciò che volete."

"Denudati, Martino."

Lui lo fece lentamente, con languide movenze, e la vista del suo bel corpo che mi si svelava innanzi a poco a poco, mi eccitò moltissimo.

Gli chiesi: "Che cosa facevi, col tuo ungaro?"

"Gli piaceva succhiarmelo fino a rendermelo ben duro e scivoloso, poi voleva che lo cavalcassi con tutte le mie forze fino a svuotarmi dentro il suo morbido culo. Poi se lo faceva succhiare finché mi riempiva la bocca con la sua abbondante e saporita crema."

"E a te, nessuno mai t'ha cavalcato?"

"Da ragazzo sì, ma a lui non interessava il mio sedere."

"A me invece piacerebbe mettertelo tutto dentro..."

"L'ho detto, fate di me tutto quel che volete."

Frattanto anche io m'ero spogliato. Cominciai a girargli attorno toccandolo e stuzzicandolo ed il ragazzo era tutto un fremito di piacere. Lo tirai giù con me sulla morbida pelliccia.

"Prepara questa mia stanga, Martino, mentre io preparo ben bene il tuo buchetto, che poi ti infilo e ti cavalco a dovere..."

Ci stendemmo su un fianco e mentre lui si dedicava al mio membro, gli feci allargare le gambe e spinsi il mio capo fra di esse in modo di raggiungergli il buchetto con la lingua. Sentivo il suo palo fremermi duro contro il petto. Lo leccai e stuzzicai a lungo finché lo sentii fremere per tutto il corpo. Allora, sfilatogli il mio arnese dalla bocca, mi girai, gli feci ripiegare le gambe sul petto ed affondai fra le sue chiappette divaricate, dentro il suo buchetto palpitante e scivoloso, affondandogli giù giù fino in fondo.

Lui emise un lungo gemito di piacere e si spinse con decisione contro di me per essere penetrato anche più a fondo. Tendendogli allora le gambe ben larghe ed alte, iniziai a stantuffargli dentro, dapprima lentamente ma poi con crescente vigore. Martino accompagnava ogni mio colpo con un gemito di godimento ed agitava il capo di qua e di là, gli occhi chiusi, in preda al piacere, un'espressione beata sul volto giovane ed bello. Io gli pizzicavo delicatamente i capezzoli che avevo scoperto essere particolarmente sensibili, e mi godevo quella cavalcata veloce e forte, sentendo le calde e piacevoli carezze del sole sulle spalle.

Martino iniziò a menarselo velocemente ed il suo ano cominciò a palpitare attorno alla mia verga come e meglio di un paio di labbra esperte. Quando sentii che eravamo entrambi ad un passo dall'orgasmo, mi fermai e mi sfilai lentamente da lui. Martino mi guardò con occhi spalancati, lucidi di lussuria.

In tono accorato chiese soltanto: "Perché?"

"Ora calmiamoci, ragazzo. Voglio ricominciare tra poco, ma non voglio far finire troppo in fretta questo piacevolissimo incontro. Tra poco sarai tu a prendere me, me non verremo ancora. Poi io prenderò di nuovo te, e così, alternandoci, finché non avremo più la forza di controllarci."

"Il programma mi piace assai, Lorenzo. Sei un fantastico amante. Hai un ragazzo fisso, in Venezia?"

"No, non ho nessuno in questo momento."

"Peccato che tu debba andare via..."

"In questi giorni ci potremo rivedere."

"Ogni volta che vorrai. Mi piace da matti come mi fotti..."

"Sì, me ne sono accorto. Ma ora, preparati per penetrarmi. Voglio sentire quella tua bella stanga tutta dentro di me. Cavalcami come facevi col tuo ungaro."

"Mettiti a quattro zampe, allora. Lo sai che hai un bel culo, Lorenzo?"

"Ti piace?"

"Mi piace tutto di te, sei un maschio delizioso." disse in un sospiro.

Me lo puntò sul foro, me lo spinse dentro lentamente, poi mi afferrò per le spalle e cominciò a cavalcarmi con vigore. Chiusi gli occhi per gustarmi meglio i suoi assalti focosi. La sua stanga, non molto grossa ma lunga e forte, mi scivolava dentro e fuori in un ritmo delizioso, lento nello sfilarsi ma rapido e forte nell'immergersi in me. Quando fummo nuovamente ad un passo dal godimento supremo, si fermò e si staccò da me.

"Ti piaccio, Lorenzo?"

"Si, molto. Quando hai fatto per la prima volta l'amore con un maschio?"

"Avevo sedici anni. Lavoravo già in bottega con mio padre. E mi sentivo già attratto dai maschi, ma non sapevo che si potesse fare l'amore, né come. Semplicemente, durante le prove, m'ero accorto che toccando in un certo modo lo facevo indurire al cliente e questo mi procurava piacere. Così una volta, mentre facevo le prove ad un nobile ungaro di passaggio, glielo feci rizzare. Lui allora se lo tirò fuori e mi disse di toccarlo.

"Mi chiese se mi piaceva. Annuii, emozionato. Allora quello mi fece inginocchiare davanti a lui, me lo puntò dritto contro le labbra e mi fece aprire la bocca quindi, afferratami la testa con entrambe le mani, me lo fece scivolare dentro e cominciò a fottermi in bocca. Mi piaceva moltissimo. Poi mi ordinò di bere. Io non capivo a cosa si riferisse, finché da quel paletto sgorgò copiosa la sua crema. Quella prima volta la trovai di sapore strano, ma non spiacevole. In seguito mi abituai e ne divenni goloso.

"Quel nobile uomo, dopo due o tre volte che si contentava di fottermi in bocca, una volta mi fece salire nella sua camera, mi fece spogliare e lì sul suo letto, si prese la mia verginità. Io ero sempre più entusiasta per quelle scoperte e ne volevo sempre di più. Ma lui dovette andar via. Così mi presentò ad un suo amico, un uffiziale ungaro del governatore. Questo uffiziale aveva un amico, così spesso lo si faceva in tre. Mentre il suo amico mi penetrava di dietro, l'uffiziale me lo succhiava: era molto piacevole. Poi mi penetrava l'uffiziale ed io lo succhiavo al suo amico.

"Poi una volta, sempre grazie alle prove degli abiti, quando avevo diciotto anni, conobbi il capitano ungaro e divenni il suo amante. Per la prima volta fui io a penetrare le terga di un maschio. Anche questo mi piaceva molto. Ma poi gli ungari se ne dovettero andare e tornarono i veneziani.

"Una volta riuscii a farlo col capitano d'una nave che mi portò a bordo. Chiamò due marinai e ci chiudemmo nella sua cabina. Quella volta li dovetti soddisfare tutti e tre al tempo stesso. Si alternavano, chi nel mio culetto, chi nella mia bocca, chi a succhiarmelo o a farsi penetrare... Mi tennero con loro per tutto il pomeriggio e quando a sera scesi per tornare a casa, quasi non stavo in piedi... ma ero soddisfatto.

"Poi lo feci con uno degli scrivani del vecchio conte-capitano, con un giovane magistrato della serenissima, col fratello di monsignore arcivescovo che era qui a Spalato di passaggio, ed anche col figlio del cerusico quando viene a casa dall'università, perché ora studia a Bologna. Ed ora con te, Lorenzo. Come vedi non mi manca l'esperienza."

"No davvero. Per questo sai fare così bene l'amore, dunque. Ma ora ho voglia di prenderti di nuovo. Come vuoi essere preso questa volta, Martino? Qual è la posizione che più ami?"

"Tutte, purché tu me lo metta ben dentro fino in fondo. Mi piace sentirmelo ben dentro, che lo agiti come il mestolo nel paiolo. Mi piace spalancarmi tutto per accoglierti."

Lo accontentai con piacere. Ci alternammo così non so quante volte, sempre senza venire, finché fummo entrambi talmente eccitati che sentimmo che sarebbe stato impossibile controllarci ancora. Allora, su suo suggerimento, ce lo prendemmo in bocca l'un l'altro e finalmente scaricammo il nostro impetuoso fiume di seme che ingoiammo in lunghe sorsate inebrianti.

Finché restai a Spalato ci vedemmo quasi ogni giorno, o nella sua casetta o nella mia casa. Fu molto bello."

"E dopo, non l'avete mai più visto, padrone?"

"Una sola volta. Infatti, la terza volta che andai a Spalato venni a sapere che era andato col figlio del cerusico a lavorare in Apulia... Sicuramente i due sono amanti."

"Era molto bello, il giovane sarto?"

"No, non molto bello, ma grazioso assai."

"Sapeva far bene l'amore, signor padrone?"

"Abbastanza, ma non bene come te. Lo so che è questo che volevi sentirti dire, non è vero?"

Poletto arrossì lievemente ma assentì. Lorenzo lo abbracciò e cominciò a baciarlo. Il ragazzo gli si strinse contro e cominciò a sfregare la propria erezione contro quella del padrone. Lorenzo allora sedette cavalcioni al petto del ragazzo e gli presentò la propria verga dura, sollevandogli il capo con una mano.

Poletto schiuse la bocca e l'accolse tutta mentre con una mano carezzava il petto e il ventre dell'uomo e con l'altra la schiena e le natiche. L'uomo spinse l'altra mano indietro fra le natiche del ragazzo ed iniziò a stuzzicargli il buchetto. Gli piaceva guardare il volto di Poletto esprime l'intensità del piacere, gli piaceva vedere e sentire la propria verga scivolare dentro e fuori da quelle labbra compiacenti, da quella calda, accogliente bocca spalancata. Gli piaceva guardare gli occhi adoranti e grati del ragazzo sorridergli in preda al piacere.

Lo sfilò da quella bocca golosa, scivolò col sedere lungo il corpo del ragazzo, s'inginocchiò fra le sue gambe e gliele ripiegò sul petto, facendosi posare i piedi sulle spalle. Poletto gli afferrò la verga con le mani e ne guidò la punta turgida sul proprio foro pieno di voglia. Quando sentì che iniziava a dilatargli il foro, a penetrarlo, spostò le mani sul petto dell'uomo, carezzandolo. I loro volti erano ad una spanna, l'uno spiava il piacere rilucere negli occhi dell'altro. I loro corpi tremavano mentre Lorenzo affondava lentamente fra quelle carni tenere, premendo con continuità e determinata delicatezza.

"Ah, padrone mio, quanto mi piace sentirvi in me!"

"E a me piace sentirmi desiderato da te, mio dolce Poletto. Mi piace affondare dentro al tuo dolce culetto di burro. Mi piace come esprimi desiderio e piacere con questi tuoi occhioni da cerbiatto in calore."

"Padrone, mentre mi fottete, mi baciate per favore?"

"Certo, mio dolce, certo."

Quando gli fu tutto dentro si adagiò sul suo corpo stringendolo ai fianchi e lo baciò. Quindi, muovendo solo il bacino, cominciò a muoverglisi dentro con un misto di dolcezza e di passione. Poletto gli carezzava la nuca, il collo e la schiena, godendosi il peso del corpo dell'uomo sul proprio corpo, protesi entrambi a dare e ricevere piacere. Sentiva il proprio membro duro schiacciato e massaggiato fra i due ventri. Poi sentì Lorenzo addossarglisi di più, stringerlo con più forza, penetrarlo più a fondo, finché l'uomo si scaricò in lui con un lungo mugolio, tremante per l'intensità del godimento. Lorenzo si abbandonò su di lui, ansante.

Allora Poletto gli scivolò via di sotto, gli leccò a lungo la schiena poi scese a leccarlo fra le natiche. Lorenzo divaricò le gambe per dargli più facile accesso. Poletto vi si inginocchiò in mezzo, puntò la sua asta dritta e fremente fra le natiche dell'uomo e quando sentì che stava cominciando ad entrare, si abbandonò con tutto il proprio peso immergendosi completamente in lui. Lorenzo spinse in su il bacino per farlo entrare più a fondo. Il ragazzo infilò le mani sotto il corpo dell'altro fino a raggiungergli i capezzoli che prese a titillare, mentre con la lingua gli titillava un'orecchia e gliela mordicchiava. Quindi, stringendo a sé quel corpo amato, cominciò a muovere su e giù il bacino. In quella posizione le natiche di Lorenzo erano ben strette e questo aumentava il piacere del ragazzo.

"Ah, padrone, quanto mi piace!"

"Anche a me, Poletto. Sbatti con più forza, dai."

Quando finalmente anche Poletto raggiunse l'acme del piacere, Lorenzo gli sussurrò dolce: "Adesso tocca di nuovo a me... Sono ancora pieno di voglia di te, lo sai?" e subito ricominciarono a fare l'amore con immutata passione e desiderio.


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