logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin LO MERCATANTE VENETIANO
ovvero
LE 24 NOTTI DI LORENZO E POLETTO
EPILOGO

L'indomani mattina Poletto scese svelto dal grande letto del padrone e si precipitò a servirlo con rinnovata dedizione. Poi accompagnò l'uomo al fondaco. Lorenzo per tutta la giornata fu assorbito dai propri affari, ma pensava assai spesso al suo ragazzo che vedeva affaccendarsi lì attorno.

Ad un certo punto Poletto gli si avvicinò sorridente: "Signor padrone, siete molto indaffarato in questo momento? Vi disturbo?"

"No, ragazzo mio. C'è qualche problema?"

"No no, volevo solo che veniste a vedere una cosa..."

"Che cosa?"

"Venite..."

Poletto guidò Lorenzo in fondo ad un magazzino e qui su per una scala di legno fino ad un gabbiotto sospeso sul canale.

"Qui, ho notato, non viene mai nessuno. A che serve, questo posto?"

"Una volta era il passaggio d'accesso al ponte delle navi, quando attraccavano qui invece che al molo nuovo. Perciò ora non è più in uso. Vedi, qui c'è la porta che dava verso l'esterno, ma che ora non dà in nessun luogo e che è stata inchiodata. Mah, prima o poi mi converrà far demolire questo passaggio."

"Ma quassù non può vederci nessuno, mentre noi si può vedere assai per tempo se giungesse qualcuno. Non vi pare il posto ideale per... per fare l'amore con me quando ve ne venisse il desiderio e ne aveste il tempo? Si potrebbe portar su una vecchia coperta, tanto per star più comodi... non credete?"

Lorenzo rise e carezzò il capo del ragazzo. "Scommetto che tu ne hai già voglia ora, o mi sbaglio?"

Poletto sorrise quasi timidamente ma carezzò la braghetta dell'uomo, annuendo.

"Non ti voglio deludere. Vai svelto a cercare una coperta o un tappeto e torna su senza farti vedere. Vai!"

Il ragazzo indicò un fagotto in un angolo: "Già fatto, signor padrone. Lasciate che la stenda..."

"Eri così sicuro che t'avrei detto di si?"

"No, ma lo speravo."

Sedettero sulla coperta.

"È meglio che ci apriamo solo le braghe, se dovesse venire qualcuno forse non avremmo il tempo per rivestirci completamente. E poi non potremo venir quassù troppo di frequente, perché il nostro va e vieni potrebbe destare il sospetto di qualcuno dei lavoranti. Ma ora godiamoci questa imprevista parentesi..."

Il ragazzo si chinò fra le gambe del padrone e prese a leccargli e succhiargli l'asta che questo aveva estratto e che già si stava rizzando. Poi gli sedette in grembo, protendendo il culetto nudo ad incontrare l'asta fremente e spingendosi verso il basso per infilarvisi, sostenendosi con le braccia attorno al collo dell'uomo.

"Ecco, lo sento entrare... che bello..."

"Stai attento a non venire, ragazzo mio, o mi bagni tutto il giustacuore. Trattieniti, che poi ti faccio venire nella mia bocca, capito?"

"Certo padrone, state tranquillo. Ecco... mi siete tutto dentro. Aspettate, che ora poggio le ginocchia a terra in modo di potermi muovere su e giù e darvi piacere."

Lorenzo lo lasciò fare godendosi l'espressione rapita del suo giovane amante.

Ma dopo un poco gli disse: "Così ti stancherai presto. E non è infilato bene a fondo. Girati a quattro zampe, staremo più comodi entrambi."

"Ma a me piace molto guardarvi in volto mentre godete, padrone caro..."

"Anche a me. Ma ne avremo tutto l'agio stanotte a letto. Dai retta a me, facciamo come t'ho detto."

"Come volete voi, padrone. Ma senza sfilarvi... Ora mi giro e poi ci si mette tutti e due in ginocchio..."

Facendo perno sul membro saldamente inserito nel suo foro accogliente, Poletto si girò in modo di dar le spalle all'uomo. Quindi questi ripiegò le gambe sotto le sue cosce come pure il ragazzo e si alzò lentamente sulle ginocchia, assieme a Poletto, sempre strettamente uniti, finché il ragazzo poggiò i gomiti in terra e Lorenzo lo abbracciò sulla vita.

"Ecco, padrone, adesso potete fottermi con tutte le forze. Spingetemelo bene dentro, che mi piace tanto..."

L'uomo non si fece pregare. Sentiva il desiderio del giovane e questo lo eccitava moltissimo. Cominciò a dare colpi lenti e forti e ad ogni colpo Poletto lo incitava con bassi mugolii di piacere, vibrando tutto.

"Siete forte come un toro, padrone mio."

"Sei tu che susciti in me questa forza e la scateni, lo sai?"

"Vi piace il mio culetto? Vi piace prenderlo, padrone?"

"Sì, mi piace moltissimo. Come pure mi piace quando tu monti me. E mi piace come me lo succhi come pure prendertelo in bocca. E mi piace baciarti, toccarti. Mi piace tutto di te, mio bel maschio in calore. Senti come ti scivolo bene dentro?"

"Sì, padrone caro. Mi stare facendo provare le gioie del paradiso. Fottetemi con forza, fatemi sentire che sono tutto vostro. Fatemi sentire che siete contento di avermi tutto e solo per voi. Ah... così, padrone, così... non abbiate paura di farmi male, ormai sento solamente piacere."

Continuarono così finché Lorenzo raggiunse l'orgasmo dentro il ragazzo. Allora lo fece girare, alzare in piedi e, come promesso, lo fece godere con la bocca, spingendosi ben dentro il membro di Poletto finché questi gli ebbe donato tutto il proprio carico d'amore.

"Lo sai che hai un bel palo, ragazzo mio? E che produce un liquore soavissimo? E che non vedo l'ora che giunga questa notte per ricominciare?"

"Vi piace far l'amore con me, padrone?"

"Moltissimo, lo sai. E mi piaci tu, sei un ragazzo d'oro. E vorrei che smettessi di chiamarmi padrone, chiamami solo Lorenzo."

"Ma gli altri lo troverebbero strano, non credete? Eppoi io sono fiero di essere il vostro servo."

"Fai l'amore con me solo perché io sono il padrone e tu il mio servo, allora?"

"Oh no, farei l'amore con voi anche se io fossi un re e voi il mio schiavo. Farei l'amore con voi anche se io fossi un signore ricchissimo e voi un mendicante. Mi dispiace di non potervelo provare, dovete fidarvi della mia parola."

Lorenzo sorrise. Mentre si risistemavano le braghe tirò a sé il ragazzo e lo baciò.

Poletto disse: "Ora scendete voi. Dopo scendo anche io. È meglio che non ci vedano scendere assieme, non si sa mai."

Quando la sera Lorenzo si accinse ad andare a letto, sperò di trovarlo come le altre sere, già pronto, caldo e nudo, sotto le coperte. Non fu deluso.

"Poletto, stasera non ho più nulla da raccontarti..."

"E allora non parliamo. Io sono qua..."

"Hai voglia di fare l'amore?"

"Ogni volta che vuole il padrone."

Lorenzo scese con la mano sotto le coperte: "Mmhh, sei già in tiro, sento. Allora hai proprio voglia, anche se l'abbiamo già fatto al fondaco."

"Appena ho sentito i passi del padrone avvicinarsi, lui si è sollevato in attesa."

"Ottimo. Bisogna premiare tanta attesa, no? Vieni qua, ragazzo mio. Lo sai che mi piaci tanto?"

Lorenzo lo abbracciò stretto ed il ragazzo gli si accucciò tutto contro. L'uomo gli sollevò il mento e lo baciò.

Poi gli disse: "Lo sai Poletto che mi piaci? Che ti desidero? Lo senti?"

"Sì, padrone, e sono qui, tutto per voi."

Cominciarono a fare l'amore. Lorenzo era incantato dalla freschezza del ragazzo e dalla sua disponibilità. Sentiva, sera dopo sera, uno stimolo sempre più prepotente a dare gioia al ragazzo, e si accorgeva che più riusciva a dargli gioia, più ne provava lui stesso. Aveva avuto quella perla di ragazzo in casa e, prima, non se n'era mai accorto. Aveva rincorso il piacere con uomini, giovanotti e giovanetti, a volte conquistandoli a volte facendosi conquistare, rare volte persino pagandoli, e invece l'aveva lì, a portata di mano.

Aveva avuto chinesi, turchi, indiani, arabi, e poi francesi, allemani, inglesi, spagnoli e portoghesi, siciliani o della Marca, romani o fiorentini, ed invece c'era quel piccolo gioiello veneziano che solo ora aveva imparato a valutare. Che gli si donava senza riserve, senza calcoli, disposto a tutto pur di compiacerlo.

Gli piaceva far l'amore con Poletto, godere del suo godimento. Quella notte Lorenzo fece di nuovo l'amore col ragazzo e non avrebbe mai voluto smettere. Né il ragazzo si tirava mai indietro. Solo la stanchezza, infine, ebbe ragione dei due.

La cosa si ripeté la notte seguente e quella dopo ancora, ogni volta con rinnovato piacere. Ormai non c'erano più racconti ma solo scambi di tenere parole e ore di appassionati giochi d'amore. Che Lorenzo, notte dopo notte, apprezzava sempre più. Sempre più spesso l'uomo si sorprendeva a desiderare il ragazzo anche durante il giorno e sentiva sempre più forte il desiderio di appartarsi con lui per stringerlo a sé. Più d'una volta Lorenzo gli chiese di salire nel gabbiotto sul canale per unirsi con lui.

Dopo alcuni giorni, un pomeriggio, Poletto gli chiese di poter rientrare a casa prima dell'imbrunire. Quando più tardi anche Lorenzo rincasò, andò subito in camera sua sicuro di trovarci Poletto in attesa, ma non lo trovò. A metà fra l'allarmato ed il contrariato, scese e chiese agli altri servi dove fosse il suo valletto, Poletto.

Il lacchè gli rispose: "A letto, signor padrone illustrissimo."

"A letto a quest'ora? Il pigrone! Vai subito a chiamarlo!" esclamò.

Non era arrabbiato, piuttosto divertito all'idea che in sua assenza il ragazzo approfittasse per dormire. Certo, non lo aspettava di ritorno così presto...

Ma il lacchè rispose: "Il ragazzo non sta dormendo, illustrissimo. Oggi appena è tornato qui a palazzo, prima della solita ora, proprio qui davanti allo scalone è svenuto, ha perso i sensi."

"Sta male, il ragazzo?" chiese Lorenzo, ora allarmato.

"Eh, sarà giorni che non mangia. Io, il cuoco, tutti abbiamo cercato di convincerlo a mangiare. Stai male? Gli chiedevamo. E lui: no no, sto benone, solo che non mi va di mangiare. Ma perché? Chiedevamo noi. E lui: ho le mie buone ragioni, non preoccupatevi. Lo si vedeva sempre attivo, allegro, che non stava fermo un momento, così abbiamo pensato: sta a vedere che il furbetto mangia di nascosto, oppure magari mangia troppo quando è col padrone al fondaco. Così non ci siamo più preoccupati.

"Ma stasera d'improvviso è diventato pallido pallido e è caduto giù come uno straccetto. Il signor segretario l'ha soccorso e l'ha preso su nelle braccia. Il ragazzo ha aperto gli occhi e pareva spiritato e gridava: non toccatemi voi, non toccatemi! Sto benone, sono solo scivolato! Ma poi ha rovesciato gli occhi ed ha perso nuovamente i sentimenti. Allora l'abbiamo portato su, nel suo lettino. Il cuoco ha cercato di mandargli giù qualcosa, ma il poverino ha rovesciato tutto..."

Lorenzo non ascoltò altro. Corse su alla cameretta del ragazzo. Con un gesto mando via il codazzo di servi che l'aveva seguito, chiuse la porta e s'accostò al letto. Il ragazzo era bianco come il cero di Pasqua. Lorenzo sedette sulla sponda del letto e carezzò a lungo Poletto, chiamandolo sottovoce. Finalmente il ragazzo aprì gli occhi, riconobbe il padrone e gli fece un sorriso dolce e stanco.

"Visto, signor padrone, che io sono capace davvero a lasciarmi morire di fame?"

"Ma sei tutto matto? Mica t'ho mandato via, io, no? Perché fare una pazzia così? E io, che pure ti avevo sotto gli occhi in tutti questi giorni, e che non mi sono accorto di nulla!"

"Non volevo che vi accorgeste. Ma l'ho fatto, perché almeno non potete dire che non so quello che dico, che le mie sono solo parole. Perche io... io vi amo, signor padrone. Io sono innamorato di voi."

Lorenzo aveva gli occhi pieni di lagrime.

Abbracciò stretto il ragazzo e gli disse: "Mi prometti che ora mangerai? Me lo prometti, ragazzo mio? Mi prometti che non farai mai più una follia così?"

"Io obbedisco sempre al mio padrone. Io appartengo al mio padrone... vero?"

"Sì, Poletto, sì. Tu mi appartieni, sei mio. Tu sei il mio ragazzo, quello che ho cercato per mezzo mondo. Poletto, vuoi essere il mio ragazzo?"

"Lo sono."

"Sì, ma io voglio dire se vuoi essere il mio amato."

"Amato? Mi basta essere il vostro amante. Io vi amo. Vi amo davvero, padrone mio."

"No, non più il mio servo, il mio valletto, ma il mio amato. Così ti voglio. Perché anche io ti amo, ragazzo mio. Io ti amo, sì. Ti voglio al mio fianco per tutta la vita, capisci? Io adesso so, ho capito e so che ti amo!"

"Me lo dite solo per convincermi a mangiare, ma non ce n'è mica bisogno. Io, finché mi tenete qui con voi come vostro servo, starò con voi e mangerò. Ma non ditemi bugie. Come potete, voi, amare uno come me?"

"Va bene, come vuoi tu. Ma ora devi mangiare. Ti manderò su il cuoco con qualcosa di leggero e nutriente. Ma tu mangia, promesso?"

"Non restate qui con me? Non facciamo l'amore, oggi?"

"Quando starai meglio faremo l'amore, certo. Adesso però devi rimetterti in forze, ristabilirti."

"Come comandate, signor padrone."

Lorenzo uscì, commosso. Non mentiva. S'era finalmente reso conto di essersi veramente innamorato di quel ragazzo. Non solamente invaghito. Lo voleva come proprio compagno, per sempre. Ma il ragazzo non gli credeva. Aveva perciò in mente una cosa.

Chiamò il gondoliere e si fece portare in fretta dal suo notaio, nonostante l'ora tarda. Gli spiegò che cosa voleva e gli disse di preparare immediatamente tutte le carte necessarie. Poi tornò a palazzo. Ando a vedere il ragazzo che ora dormiva, ancora pallido ma con un'aria beata soffusa sul bel volto. Lo accarezzò delicatamente in modo di non svegliarlo, lo baciò in fronte, poi andò a dormire.

L'indomani mattina, dopo essere andato di nuovo a vedere il ragazzo, tornò dal notaio e con lui si recò alle Procuratie. Fece registrare i documenti, quindi tornò in tutta fretta dal suo Poletto. Lo trovò sveglio, seduto sul lettino, poggiato ai cuscini.

"Poletto, ascolta. Mi credi quando ti dico che ti amo?"

"Se lo dite voi... vi credo."

"E che tu starai per sempre con me, come mio amante?"

"Sarebbe bello."

"Sarà bello. Tu sai leggere, no?" gli disse porgendogli il plico dei documenti.

"Un poco..." disse il ragazzo prendendoli. Li guardò, li sfogliò, poi chiese: "Che cosa sono? Non capisco tutte le parole... Che cosa sono queste carte? Hanno l'aria importante... qui c'è anche il sigillo della Serenissima, vero?"

"Certo. In queste carte c'è scritto che io, Lorenzo Zorzi, mercante di Venezia, ho adottato te, Polo, come mio figlio ed unico erede. E che perciò da oggi tu ti chiamerai Polo Zorzi. Ed essendo ora figlio mio, vivrai per sempre con me. Ti va bene? Sei convinto ora che ti amo?"

"Ma... ma allora... allora non possiamo più fare l'amore?" chiese Poletto allarmato, aggrottando la fronte.

"E perché mai? Io aspetto solo che tu stia meglio, per ricominciare a fare l'amore con te."

"Anche se adesso sono vostro figlio?"

"Che c'entra? Tu sei mio figlio per la legge, per la gente, per gli altri. Ma per me sei sempre il mio amato ed amante. E così staremo sempre assieme, e nessuno penserà male di noi due. Vedi, se tu fossi stato una donna, o se lo ero io, ci si sarebbe potuti sposare. Non potendo sposarti e darti così il mio nome, ho trovato il modo di dartelo lo stesso."

Poletto si illuminò: "Allora è questo che significano queste belle carte? Io da oggi mi chiamo Polo Zorzi e gli altri pensano che è perché sono diventato vostro figlio, ma noi due sappiamo che invece io mi chiamo Zorzi come voi perché ora siamo sposati!"

"È così, amato mio. E d'ora in poi tu non dovrai mai più chiamarmi padrone, ma Lorenzo, e saranno invece gli altri a chiamarti padrone. Sei contento?"

"Sì, ma no per questo. Io vi chiamerei padrone senza problemi, e non m'importa essere padrone. Sono contento perché ho il vostro amore."

"Sono io quello contento, contento di avere il tuo amore."

"Lorenzo, ho voglia di fare l'amore con voi... subito."

"Ma sei ancora così debole..."

"Vi dimostro subito che non è vero. Spogliatevi e venire qui sul letto. Per la prima volta faremo veramente l'amore, ora che sappiamo tutti e due che ci amiamo davvero. Vuol dire che, se sono troppo debole, stavolta sarete voi a prendere me, a farmi sentire dentro tutta la vostra forza."

"Sì, amore, come vuoi. Ma rimettiti in forze presto, perché anche io voglio sentire la tua forza in me."

"Promesso! Sono vostro, lo sapete."

"E io sono tuo, per sempre!"


F I N E


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
6oScaffale
scaffale 6


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008