Quando suonò alla porta di Silvano, Dario si sentì improvvisamente il cuore in gola, battere forte forte. Silvano aprì la porta e restarono per un attimo immobili l'uno di fronte all'altro, guardandosi.
"Dario! Entra..."
Il giovane entrò. Silvano chiuse la porta e si girò verso l'altro. Si abbracciarono forte forte e si baciarono lievi sulle labbra.
"Eccoti qui, Dario!"
"Sì, Silvano."
Quei due abbracci, quei due baci lievi scambiati poco prima con Gustavo ed ora con Silvano, nella mente di Dario si fusero in uno solo, come se per un miracolo fosse entrato fra le braccia del primo per poi trovarsi fra quelle del secondo. In quel momento percepì chiaramente che la sua vita era cambiata. Radicalmente cambiata.
"Vieni, andiamo a sederci di là." Lo invitò il professore facendogli strada.
Lo portò nel suo studio. Sedettero vicini. Dario sentiva l'impulso di toccarlo, di prendergli una mano fra le sue, di dirgli mille cose, ma si sentiva come paralizzato.
"È andata bene, la tournée?"
"Sì, molto bene."
"Ho ricevuto le tue cartoline. Grazie."
"Una sciocchezza. Ti ho portato un regalino. Spero che ti piaccia." Disse Dario porgendogli una scatoletta di cartone.
"Posso aprirla?"
"Sì, certo."
Silvano sciolse il nastrino di rafia verde ed aprì il coperchio. Dentro c'era una scatoletta di corteccia di betulla, cucita con sottili strisce ottenute da aculei di porcospino.
"È molto bella..."
"È artigianato ukraino."
"Ci stanno dentro giusti giusti i miei biglietti da visita."
"È solo un pensiero."
"Grazie, Dario."
Scese un silenzio lievemente imbarazzato. Silvano posò la scatoletta sul tavolo.
"Posso offrirti qualcosa?"
"No, grazie."
"Io... non vedevo l'ora di rivederti, Dario."
"Sì..."
"E finalmente sei qui."
"Sì..."
"sarai stanco per il viaggio."
"No, molto poco. Sono contento di essere qui, finalmente."
"Vuoi venire di là... a rilassarti un po?"
Dario annuì: dal primo momento aveva sperato che Silvano lo portasse nel suo "uovo". Lo seguì. Tolse le scarpe. Si stesero. Silvano, semisollevato su un fianco, lo guardava.
"Stai comodo, qui?"
"Sì, bene."
Silvano allungò una mano e gli carezzo una guancia. Dario prese quella mano e la strinse fra le sue, la baciò. L'uomo con l'altro braccio lo cinse su un fianco e lo tirò a sé. Le loro membra finalmente si intrecciarono, i loro corpi si cercarono, le loro bocche si unirono, assetate.
"Ti amo, Dario." Gli disse l'uomo con voce emozionata.
"Ripetimelo..."
"Ti amo tanto. Sei qui, finalmente."
"Sei contento? Mi vuoi?"
"Me lo chiedi?"
"Sì. Mi sembra troppo... troppo bello."
"Ti amo."
"Grazie. Anche io ti amo, anche se forse ancora non bene come te. Tu sei eccezionale."
"L'amore rende eccezionali."
"Mi sembra quasi incredibile che un uomo come te possa innamorarsi di uno come me."
"E a me che uno giovane, bello, brillante, dolce come te possa essersi accorto di me..."
"Voglio essere tutto tuo. Solo tuo. Per sempre."
"Sì?"
"Sì. Non lo so, non posso sapere se sarà veramente per sempre, ma è quello che io vorrei..."
"Anch'io, amore. Posso spogliarti?"
"Sono tuo, te l'ho detto."
"Ho voglia di vederti... di toccarti, senza ostacoli..."
"Sono tutto tuo..." ripeté sopraffatto dall'emozione il giovane.
Aiutandosi l'un l'altro, ognuno iniziò a togliere di dosso all'altro, uno dopo l'altro, tutti gli abiti, quasi con una specie di urgenza, di fretta a stento trattenuta. Ognuno era avido del corpo dell'altro e a questa reciproca avidità corrispondeva una disponibilità senza riserve, dettata da una gioiosa passione. Conoscevano bene l'uno la nudità dell'altro, eppure era come se si vedessero nudi per la prima volta. Perché per la prima volta erano nudi l'uno per l'altro.
Si toccarono, e toccarsi fu come entrare in una zona meravigliosa, quieta, luminosa. Esser guardati, toccati. Ammirati, palpati dall'altro sui genitali, dava loro un dolce senso d'impudicizia sfrontata, un piacere sottile molto al di là della pura eccitazione fisica, un senso di reale appartenenza all'altro.
:"Quanto mi piace essere toccato così da te, poterti finalmente toccare così..." mormorò Dario mentre le loro carezze, pur tenere, si facevano più ardite, più esplicite, più intime e sicure. Sentivano entrambi che sesso ed amore stavano sovrapponendosi, combaciando, identificandosi in un tutt'uno meraviglioso. Sussurrare ti amo e baciare il membro dell'altro, era la stessa cosa, dire ti desidero e perdersi negli occhi dell'altro era un tutt'uno. Non ci potevano essere più pudori né taboo, fra loro due. Tutto era loro permesso, tutto dovuto.
Gesti che in altri contesti potevano essere volgari, ora erano invece sublimi, atti che potevano sembrare osceni, erano invece ripieni di sacralità. Attraverso la pelle, i corpi, le membra, erano le loro anime a cercarsi, ad unirsi. Quegli attimi fuggenti erano certezza del continuo, del permanente, dell'eterno. Ognuno dei due voleva esser piegato alle voglie dell'altro, perché sentiva che erra giusto, bello, necessario. Ognuno dei due voleva offrire la propria voglia all'altro, perché sapeva che sarebbe stato accettato, accolto, ricevuto.
Si presero l'un l'altro, con trasporto, delicatezza, vigore, tenerezza, irruenza, dolcezza. Si unirono, in una ricerca incessante di unità. Entrarono l'uno nell'altro, sentendosi al tempo stesso vincitore e vinto. "Sei mio" voleva dire "sono tuo" e "son tuo!" era come dire "sei mio" e lo sapevano entrambi.
E quando infine i loro corpi strettamente connessi esplosero in un orgasmo pieno di vigore, quando persino la percezione del limite dei loro corpi era svanita e le loro anime erano fuse in una, sì che il godere dell'uno era il godere dell'altro, quando i loro stessi sensi erano talmente fusi, sconvolti, da avere la sensazione di udire le forme del corpo, di toccare le bellezze dell'altro, di annusare i mugolii di piacere, di assaporare il profumo maschio del compagno, di vedere il sapore dell'altro... credettero di essere in paradiso.
Giacquero rannicchiati l'uno fra le forti braccia dell'altro, respirando l'uno l'alito dell'altro, lontani dai rumori, dalla piattezza, dalla frenesia, dalla banalità del quotidiano. Ma al tempo stesso, riaffiorando alla realtà ordinaria, solita, ognuno dei due si sentiva di poter rientrare nel mondo, più sicuro e più forte di prima. Lo splendore del loro rapporto sessuale illuminava le loro vite, ormai. E quando quella luce si fosse attenuata, uno, cento, mille altri incontri l'avrebbero fatta risplendere di nuovo. Tutto questo sentivano i due, stretti nel loro abbraccio.
"Come ha potuto lasciarti, Giusto?" chiese Dario con un tono pieno di meraviglia.
"Cercava altro da quello che potevo offrirgli."
"Altro? Ma anche solo questo che c'è stato fra noi ora... è... è tutto!"
"Sì, perché siamo in due ad amarci. Perché siamo in due a costruirlo. Tu l'hai reso "tutto" almeno quanto me."
"Io... io non ti lascerò mai."
"Chi conosce il futuro?"
"Nessuno. Ma noi faremo in modo che sia un eterno presente. E in questo presente non può succedere che io ti lasci."
"Né io, amore."
"Vorrei vedere! Se tu provassi a lasciarmi... non riusciresti tanto facilmente a liberarti di me, sai?"
"Sì. Meno male." Rispose sorridendo l'uomo.
Restarono stesi a lungo, carezzandosi, e baciandosi di tanto in tanto, parlando. Ognuno dei due aveva quasi urgenza di aprirsi all'altro, di farsi conoscere, di mettere tutto in comune.
"Silvano, è bella questa stanza. Ci sto veramente bene... con te. Vorrei starci per sempre, fra le tue braccia." Disse il giovane con aria sognante. Poi aggiunse: "Starei sempre ovunque, con te."
"Anche io... Verresti ad abitare con me?"
"Qui?"
"Qui, o dove vuoi tu."
"Qui, sì... con te. Davvero mi vuoi?"
"Certo."
"Grazie, Silvano."
"Andiamo a prendere le tue cose?"
"Ora?"
"Quando vuoi tu."
"Subito, sì."
"Con la mia auto. Quanti giri ci vorranno?"
"Uno... forse due. Non ho moltissime cose. Però..."
"Sì?"
"Però mi dispiace dovermi rivestire, adesso..."
"Avremo tutto il tempo, poi, per godere le nostre nudità,"
"È bello guardarci, essere guardati nudi dall'amato. A me piace la nudità. E a te?"
"Tu mi hai conosciuto nudo, no?"
"È vero. Chissà perché nella nostra civiltà si ha tanta vergogna per una cosa così bella come la nudità?"
"Perché si crede che il sesso sia peccato, sia sporcizia, sia morbosità. Può diventarlo, è vero. Ma non dovrebbe essere così."
Si vestirono. Andarono all'appartamento di Dario. Gustavo stava guardando la televisione. Quando li sentì entrare la spense subito ed andò loro incontro.
"Gus. Sono venuto a prendere le mie cose. Mi trasferisco da Silvano..." disse Dario studiando l'espressione dell'amico.
Questi fece un ampio sorriso: "Bene! Vi aiuto, allora."
"Mi dispiace lasciarti solo, ma..."
"No, che c'entra. Io sono contento che voi due vi mettiate assieme."
"Sei un tesoro, Gus!"
"Siamo o non siamo complici?"
"Sì, certo."
Mentre preparavano le cose di Dario, Silvano disse a Gustavo: "So che dobbiamo molto a te, per questa nostra felicità."
"A me? Non ho fatto niente, io. Voi due siete fatti l'uno per l'altro, semplicemente."
"Sì, ma sai a cosa mi riferisco."
"Beh... io gli voglio bene ma so che non avrei saputo fare la sua felicità. Però... io te lo affido. So che è in buone mani."
"Ti voglio bene, Gus..." gli disse quasi timidamente il professore.
"Sì, grazie. Anch'io. Almeno finché saprai renderlo felice."
"Sai che ce la metterò tutta, no?"
"Lo so."
"Che avete voi due da parlottare, invece di aiutarmi, eh?" chiese Dario entrando nella stanza, le braccia cariche dei suoi abiti.
"Confidenze fra amici..." rispose Gustavo togliendo il carico dalle braccia dell'amico e posandolo sul tavolo.
"Mi sa che stavate tramando alle mie spalle..." disse ridendo Dario.
"Ti vogliamo troppo bene per farlo." Ribatté Gustavo.
"Lo so..." ammise felice il giovane.
Riuscirono a far stare tutto nell'auto di Silvano. Dario salutò l'amico abbracciandolo stretto.
"A presto, Gus."
"Domani abbiamo le prove, non dimenticartelo."
"No, certo. Non sentirti troppo solo..."
"No, non credo."
"Avverti tu gli altri che mi sono trasferito?"
"D'accordo. Ma adesso vai. Il tuo Prof t'aspetta giù..."
"Ciao, complice."
"Ciao, complice."
Tornati a casa, sistemarono le cose di Dario nelle varie stanze. Silvano gli consegnò una copia delle chiavi di casa.
"Benvenuto a casa tua, amore!" gli disse trepido.
"Sì, casa nostra." Rispose soddisfatto Dario guardandosi attorno.
"Preferisci preparare cena qui a casa, o andare fuori a festeggiare?"
"Fuori? Dove? Hai in mente qualcosa?"
"Sì, un ristorantino su in collina. Un posto da innamorati."
"rischiamo di essere l'unica coppia di uomini..."
"E che importa."
"Hai ragione. Anzi... Allora andiamo. Vado bene io, vestito così, o devo cambiarmi?"
"No, stai molto bene così." Rispose l'uomo e lo abbracciò.
Cenarono a lume di candela. Dario era affascinato dagli occhi del suo uomo che riflettevano le guizzanti fiammelle delle candele, e nei quali danzava una specie di allegria raffrenata.
"Silvano..."
"Sì, amore?"
"Mi fa uno strano effetto, guardarti."
"Strano?"
"Sì... mi viene voglia di ridere e di piangere assieme. E sento di desiderarti incredibilmente."
L'uomo gli sorrise con dolcezza. Le loro ginocchia si toccarono sotto il tavolo.
"Anch'io ti desidero, Dario. Ti scandalizzi, se ti dico una cosa?"
"Cosa?"
"Che io adesso vorrei potermi infilare sotto il tavolo, inginocchiarmi fra le tue gambe, aprirti i calzoni e succhiartelo!"
"Ma professore! Non dica queste cose!" lo celiò Dario mentre mentre nei suoi occhi brillava un'espressione ilare.
"Perché? ti sembro troppo sfacciato?"
"No... perché mi fai desiderare che tu lo faccia davvero..."
Silvano, sorridendogli malizioso, allungò una mano sotto la tovaglia e palpò l'amante sulla patta: "Mmhh, sento che saresti già pronto..."
"Eccome! Attento, sta arrivando il cameriere."
Silvano tolse la ano ma, chinandosi verso di lui, gli chiese sottovoce: "Pensi che lui si scandalizzerebbe?"
"No. Sarebbe geloso!" rispose ridendo Dario.
Si sentiva felice. Questo aspetto dell'uomo che stava ora scoprendo gli piaceva moltissimo. Quell'assenza di falsi pudori che solo una vera intimità autorizza, gli faceva sentire il desiderio anche fisico del suo amante.
"Vorrei davvero fare l'amore con te in un posto... proibito!"
"Se proprio insisti... io avrei un'idea..."
"Dove? Dimmi!" rispose Dario eccitato, gli occhi brillanti di anticipazione.
"Sei disposto a rischiare? A venire con me?"
"Sì, certo. In capo al mondo! Dove?"
"Finiamo questa cena..."
"Ma dimmi..."
"Fidati di me." Rispose maliziosamente l'uomo attaccando il dolce.
"Certo." Disse il giovane imitandolo.
Usciti dal ristorante, salirono in auto. Silvano guidò su per la collina, fino al parco. Entrarono. Nella penombra punteggiata da radi lampioni, salirono fino alla grande statua della Vittoria Alata. Era circondata da un'alta siepe, da un'aiola e questa da panchine di marmo. Silvano si guardò attorno.
"Aspetta che quei tre si allontanino..." gli sussurrò. Poi, presolo per mano, gli disse: "Vieni. Adesso." Lo guidò a scavalcare le panchine, a traversare e salire l'aiola, ed infilarsi fra l'alta siepe ed il basamento della statua. "Ecco, qui." disse sottovoce l'uomo.
"Non c'è nessuno..." fece notare il giovane, stringendosi all'altro ed abbracciandolo, con voce un po' delusa.
"È sempre pieno di coppiette, a quest'ora. Arriveranno, siederanno qui intorno. Passerà anche la polizia, come ogni sera. Fra due ore chiudono il parco... Noi vedremo loro, ma loro non vedranno noi."
"ci sei già venuto con un altro ragazzo, qui?"
"No, mai. Ma a volte, passeggiando qui a sera tardi, ho immaginato... quel che stiamo per fare. Ssst... sta arrivando gente..."
Tre ufficialetti dell'Accademia sedettero ad una delle panchine, scherzando fra loro, e s'accesero le sigarette. Silvano iniziò a sbottonare gli abiti del suo amante. Sentivano i discorsi dei tre giovani: si stavano facendo confidenze sulle loro ragazze, si vantavano, si raccontavano particolari piccanti. Dario aprì gli abiti al suo uomo. Si carezzarono le natiche nude, strofinando le loro erezioni l'una contro l'altra. Le loro lingue si cercarono, s'intrecciarono in un intimo e giocoso bacio.
"Vi giuro, non aveva le mutandine, quella..." disse più forte la voce di uno dei tre allievi e gli altri due risero.
"Neanche noi le abbiamo, ora..." ridacchiò sottovoce Dario.
"... e allora io le dico: ti piacciono le banane?" diceva un altro dei tre e Silvano si chinò davanti al palo eretto dell'amico e mormorò: "Mmhh, da matti!" e prese a leccarlo e succhiarlo con vero gusto e bravura.
"... e allora quella mi dice: no aspetta, non mettermelo, mica voglio restare incinta. Ce l'hai un impermeabile?" disse il primo dei tre allievi. "Io non resto incinta. Mettimelo!" mormorò Silvano girandosi ed offrendosi all'amante.
Mentre Dario lo stava prendendo, uno dei tre allievi disse: "Aspettatemi un momento, vado ad alleggerirmi..." e camminando sull'aiola proprio verso di loro, si fermò dall'altra parte della siepe e, tiratoselo fuori, iniziò ad orinare. I due dietro la siepe lo intravedevano e ne vedevano il membro semieretto... e Dario continuò imperterrito a penetrare il suo uomo che frattanto si stava masturbando. E ad un tratto gli occhi dell'allievo ufficiale si puntarono su quelli dei due. Per un attimo rimase immobile. Poi, sempre guardandoli, si scrollò l'uccello, lo rimise nelle braghe e se le abbottonò lentamente.
Quindi tornò verso gli altri e, senza sedersi, disse: "Andiamo..."
"Eh, abbiamo tempo..."
"No, andiamo. C'è una coppietta che sta scopando là dietro la siepe..."
"Carina, lei?"
"Si vedeva poco, ma mi pare di sì... Andiamo, dai, lasciamoli in pace,"
"dici che non ha capito che siamo due maschi?" Chiese dopo Dario.
"Io dico di sì. E che forse gli è dispiaciuto non potersi unire a noi." Rispose ridacchiando Silvano.
"Tu l'avresti voluto?"
"No. E tu?"
"Neppure. Ma era eccitante continuare mentre quello ci guardava." Rispose Dario, poi aggiunse, "Ma adesso torniamo a casa. Voglio rifarlo per bene."
"Perfettamente d'accordo." Rispose Silvano mentre risalivano in auto.
"Ti è piaciuto, comunque?" chiese l;uomo mentre guidava giù per la collina.
"Sì, come gioco... ma io con te voglio anche farlo sul serio, con calma, comodi... nel nostro meraviglioso letto."
"certo, anch'io. Mi giudichi un po... vacca?"
"No, m'è piaciuto, te l'ho detto. E mi piace che tu sappia vivere la sessualità anche come gioco, con me. Sei un... ragazzino, un adorabile monellaccio!" rise Dario carezzandogli una coscia.
"Tu invece no, vero? Sei una persona terribilmente seria tu, no?" lo celiò l'uomo.
Fecero una doccia e cominciarono a fare l'amore sotto il getto d'acqua. Continuarono a baciarsi e ad eccitarsi l'un l'altro, asciugandosi davanti al grande specchio. Proseguirono per il corridoio, finché raggiunsero la camera-alcova. Erano entrambi pienamente eccitati.
"Prendimi, Silvano. E stammi dentro più a lungo che puoi..." gli disse il giovane con voce roca di passione.
L'uomo non si fece pregare. Il telefono squillò a lungo, invano. Nessuno dei due intendeva interrompere quella splendida unione.
"Ti piace, amore?" mormorò Silvano continuando a prenderlo con deliziato trasporto.
"Sì, ma non venire subito. Voglio sentirti a lungo... a lungo..."
"Non è facile... lo sai... è troppo... bello..." Ansimò l'uomo cercando di trattenere la propri foga.
"Sì, è vero... è splendido..."
I due erano immersi in un tempo luminoso, un'area liberata e liberante, sottratta al rumore della vita ordinaria. Un'area sospesa nell'eterno, un'esperienza piena, totalizzante, rigenerante, come ne avrebbero avute innumerevoli altre in seguito. Un'area da cui sarebbero riemersi nel mondo, ogni volta, sentendosi più sicuri, più forti, sempre più uniti in una realtà nuova: quella che di due amanti fa una cosa sola.