logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin MALGRE TOUT CAPITOLO 2
LA SOSTITUZIONE

Usciti dalla chiesa, videro che la gente, invece di defluire come al solito verso le case chiacchierando e salutandosi, aveva formato un capannello. Jean corse ad intrufolarsi fra la gente. Jacques s'accostò a Jules.

"Che c'è? Che succede?"

"Non so. Ci sono un ufficiale e un tamburino. Pare che devono leggere un proclama."

"Un proclama? Vuoi dire dell'Imperatore?"

"Eh pare. C'è anche il sindaco..."

In quel momento il tamburino iniziò a battere il suo ritmo ed a voce alta esclamò: "Ascoltate, ascoltate, ascoltate!" quindi di nuovo fece rullare il tamburo.

L'ufficiale iniziò a leggere nel silenzio generale, che divenne più profondo man mano che la gente afferrava il senso del proclama dell'Imperatore dei Francesi.

La Francia, per difendere il suo sacro suolo, aveva dovuto dichiarare guerra alla Prussia. Pertanto ogni città ed ogni villaggio doveva dare un certo numero di soldati per l'esercito imperiale. Il sindaco avrebbe steso l'elenco di tutti gli uomini validi del villaggio fra i quali si sarebbe tirato a sorte un numero di soldati pari ad un quarto del totale. Ognuno degli estratti a sorte doveva presentarsi davanti alla chiesa a mezzogiorno del giorno seguente o trovare un sostituto fra i non estratti che prendesse volontariamente il suo posto. Di lì, il drappello sarebbe stato condotto fino ad Epinal, alla caserma, dove sarebbe stato fornito di uniformi ed armi ed aggregato ad una compagnia o a un reggimento.

Nel villaggio risultavano settantadue uomini validi per la guerra, perciò almeno diciotto sarebbero dovuti partire. I volontari, che però avrebbero dovuto presentarsi immediatamente, prima dell'estrazione a sorte, avrebbero ricevuto un soldo doppio. I diciotto dovevano essere estratti oltre al numero dei volontari. L'estrazione si sarebbe tenuta nell'osteria.

Era la guerra! La gente commentò eccitata, smarrita. L'ufficiale col sindaco, seguiti dal tamburino e dal notaio, passarono fra la gente ed entrarono nell'osteria dove si sistemarono ad un tavolo con tutti gli incartamenti necessari. Si presentarono tre volontari. L'ufficiale prese i loro dati, li fece firmare e li arruolò, dicendo loro di trovarsi lì per il giorno seguente a mezzogiorno e dette subito loro alcune monete come premio d'ingaggio.

Quindi, dopo aver cancellato dalla lista i tre nomi, si procedette all'estrazione degli altri diciotto nomi. La gente, da fuori, osservava cercando di sentire i nomi estratti. A volte qualche nome trapelava ed allora si assisteva a reazioni seccate, o rassegnate o anche indifferenti da parte degli interessati che per caso si trovavano là fuori. Ma nessuna reazione compiaciuta.

Finalmente il signor notaio Duhamel si fece sulla porta e lesse ad alta voce i diciotto nomi, quindi avvertì che se qualcuno si voleva far sostituire doveva presentarsi all'ufficiale assieme al sostituto entro le 10 della mattina seguente per stendere il verbale di sostituzione.

Jacques per tutto il tempo aveva pregato o di essere estratto assieme a Sylvestre o che nessuno di loro due facesse parte della lista, così non si sarebbe dovuto separare da colui che amava in segreto. Ma la fortuna non lo assisté, le sue preghiere non furono esaudite: Sylvestre era fra i diciotto estratti a sorte, ma lui no. Jacques lo cercò fra la gente, con gli occhi, e lo vide accanto al padre, né arrabbiato né contento, serio. Il padre invece aveva l'aria molto seccata. Vide padron Teissier andare verso il notaio e discutere sottovoce con lui, mentre Sylvestre si avviava con le sorelle verso casa.

Jules disse a Jacques: "Merda, abbiamo avuto culo, non ci hanno chiamati né a me né a te!"

"Tu non eri nella lista, sei ancora troppo giovane per un anno. Bisogna avere diciassette anni per far parte dell'esercito."

"Beh, meglio così, tu comunque sei stato fortunato. Torniamo a casa e andiamo a dirlo alla mamma e agli altri, dai."

Solo allora Jacques s'accorse che fra i presenti erano restate ben poche donne. Si avviò verso casa con Jules. Ma al contrario del fratello, lui era teso e taciturno. Era triste, perché il suo voto non era stato esaudito: sarebbe stato separato dal suo Sylvestre. Separato per... quanto tempo? Forse anche per sempre, una guerra è una guerra! Durante le sere d'inverno, a volte, aveva sentito i vecchi raccontare della guerra. Qualcuno ne parlava con rabbia, qualcuno con nostalgia, altri con dolore, altri ancora come di una delle tante sfaccettature della vita...

Jacques non riusciva ad immaginare chi fra i vecchi ne trasmettesse la giusta immagine. Forse avevano un po' tutti ragione, pensò. Ma in fondo gli importava ben poco: l'unica cosa che riempiva i suoi pensieri era più che altro il fatto che il giorno dopo sarebbe stato separato da Sylvestre. Provò l'impulso di andarlo a trovare e si ripromise di andarlo a cercare subito dopo pranzo.

La madre non sembrò particolarmente contenta della notizia. Il suo unico commento, mentre rimestava nel paiolo il magro pasto, fu: "Almeno non rischiamo di far la fame più di ora..."

Solo Jean sembrò deluso di non potersi vantare di avere un fratello soldato, ma Marie lo sgridò. Jacques aveva notato che la sorella, quando Jules aveva detto che padron Sylvestre era stato estratto a sorte, era ammutolita e s'era chiusa in un silenzio accigliato. Jacques pensò che erano solo loro due a provare dolore per quella notizia e sentì simpatia per la sorella. Durante il pranzo solo Madelon e Jean sembravano vivaci ed allegri come al solito. Jules era sereno, ma probabilmente, sentendo la tensione di Marie e di Jacques, stava saggiamente in silenzio. La madre era accigliata, come d'altronde capitava assai spesso. La donna, nonostante avesse solo trentotto anni, dopo la morte del marito era rapidamente sfiorita. La fatica, le preoccupazioni per allevare i cinque figli, l'avevano prostrata e consumata, anche se fisicamente era ancora una donna forte.

Terminato il parco pranzo, Jacques uscì di casa e si avviò verso la vicina fattoria di padron Teissier. Camminava lentamente, le mani sprofondate nelle saccocce bucate, pensando a che cosa avrebbe potuto dire a Sylvestre. Che gli dispiaceva che l'avessero estratto a sorte? Che gli dispiaceva di non poterlo più vedere per chissà quanto tempo? Ma in fondo fra lui e l'altro non v'era mai stata vera intimità... Poteva semplicemente fargli gli auguri... ecco, sì, come lavorante del padre, questo non sarebbe sembrato strano... Gli avrebbe stretto la mano... certo che non poteva abbracciarlo, purtroppo. Ma gli sarebbe piaciuto averlo potuto fare... sì, gli sarebbe piaciuto molto, specialmente ora che stavano per separarsi.

Arrivato sull'aia, Jacques si sentì un po' incerto. Che doveva fare, ora? Aspettare che Sylvestre o qualcun altro uscisse? Bussare alla porta? Si guardò attorno come cercando un'ispirazione, una risposta. La porta dell'appartamento padronale si aprì e vi comparve padron Teissier. Jacques si sentì imbarazzato. Ma l'uomo gli fece cenno con la mano di avvicinarsi. Il ragazzo avanzò verso di lui e gli giunse di fronte.

"Tu sei Jacques Marandin, no?"

"Sì, padron Teissier."

"Entra, ti devo parlare."

Jacques lo seguì chiedendosi che cosa mai potesse volere da lui. Doveva forse lamentarsi del suo lavoro? Gli pareva difficile, lui aveva sempre fatto del suo meglio, ma chi comanda pare non accontentarsi mai...

Il padrone lo guidò fino ad un salotto e sedette ad un tavolino. Lui restò lì, ritto, in piedi. L'odore di cera dei mobili, l'odore di chiuso, gli davano quasi l'impressione di essere in una sacrestia, se non fosse stato per un vago sentore di pipa. L'uomo si versò da bere, non disse al ragazzo di sedersi né gliene offrì, ma né l'una né l'altra cosa sembrarono strane a Jacques, che anzi avrebbe trovato strano il contrario.

"Siete cinque fratelli, oltre a vostra madre, vero?"

"Sì, padrone."

"E mi risulta che non ve la passiate molto bene, no?"

"Non ci si lamenta, padrone..."

"Siete in quattro a prendere il salario, vero?"

"Sì, padrone, come lavoranti, solo nei momenti di bisogna..."

"Già. Perciò l'inverno diventa duro."

"A volte sì, è vero..." rispose il ragazzo stupito per quell'interessamento inconsueto.

L'uomo continuò: "Se in casa ci fosse un salario fisso da... poniamo da stalliere, oltre ai salari da lavoranti... non stareste meglio?"

"Oh certo, padrone, si starebbe assai meglio, come quando era vivo il mio povero papà..."

"Che appunto era stalliere, no?"

"È così, padrone."

"Sì, me lo ha detto l'intendente."

Jacques si chiese se per caso l'uomo stesse pensando di proporgli il lavoro da stalliere. Sarebbe stata davvero una grossa fortuna per la sua famiglia. Ma aspettava che l'uomo si spiegasse meglio. Questi giocherellò con il bicchiere, poi ne bevve un altro sorso.

Quindi riprese: "Sai che mio figlio è stato estratto a sorte per andare in guerra, vero?"

"Sì, c'ero anch'io, padrone."

"Il mio unico figlio maschio. Il mio erede. È stato un brutto colpo, una vera disgrazia."

"Sì, padrone." disse convinto il ragazzo.

"Tu invece... t'è andata bene, vero?"

"Avrei preferito andarci anch'io."

L'uomo lo guardò stupito: "Perché non ti sei presentato volontario, allora?"

"Avrei dovuto deciderlo prima dell'estrazione, non dopo... e poi, se lasciassi la mia famiglia, li farei davvero morire di fame, padrone..."

"Già, capisco. Allora ascolta, avrei una proposta da farti. Se non accetterai capirò e non insisterò, non te ne vorrò. Se io dessi a tuo fratello, quello di sedici anni, il posto fisso di stalliere, e in più ti regalassi queste monete d'oro..." disse l'uomo vuotando un sacchetto sul tavolino, "accetteresti di sostituire mio figlio e di andare tu in guerra al posto suo?"

"Jules stalliere e io soldato?" chiese Jacques che non s'era aspettato quella proposta.

"Sì."

Il ragazzo rifletté. Accettando avrebbe salvato sia Sylvestre che la propria famiglia. Non avrebbe forse rivisto Sylvestre, ma comunque il rischio di non rivederlo c'era ugualmente anche se non avesse accettato. E se Sylvestre fosse morto in guerra lui non se lo sarebbe mai potuto perdonare, ora che gli era stata data la possibilità di salvarlo.

"Accetto, padrone."

L'uomo per un attimo sembrò quasi sorpreso, ma poi annuì sorridendo.

"Cosa devo fare, padrone?"

"Devi venire subito con me e mio figlio dal notaio e dall'ufficiale a fare la sostituzione."

"Va bene, padrone."

"Aspettami qui. Vado a dare la buona notizia a mio figlio, poi andiamo."

L'uomo uscì. Jacques guardava le monete d'oro. Cercò di contarle ma non osava toccarle. Non aveva mai avuto in mano neppure una sola moneta d'oro. Brillavano, sul tavolo, ed erano sue. O meglio erano della sua famiglia. Chissà quanto sarebbe stata contenta la madre... e i fratelli. E Sylvestre, anche. Quest'ultimo pensiero gli scaldò il cuore.

S'aprì la porta e invece del padre entrò nella stanza Sylvestre.

"Jacques, voglio parlarti."

"Sì, padron Sylvestre."

"Siedi."

"Non importa..." rispose impacciato il ragazzo.

"Ti ho detto di sedere." ripeté l'altro.

Jacques obbedì.

"Papà mi ha detto quello che ti ha chiesto. E dice che tu hai accettato. E vero?"

"Sì, è vero."

"Perché hai accettato? Mio padre ti ha costretto?"

"Oh no, al contrario. Mi ha fatto un'ottima offerta. La mia famiglia starà molto meglio, ora che ho accettato."

"Ma tu, tu volevi andare in guerra?"

"Io? Se ci andavate voi, padrone, perché non io."

"Io sono stato estratto a sorte. Per me è un dovere."

"Lo prendo volentieri io, questo vostro dovere."

"Ma perché? Voglio capire il vero perché, Jacques."

"Ve l'ho detto, padrone..."

"È solo per la tua famiglia?"

"No... è anche per voi..."

"Già, per me. E perché per me?"

"Perché voi..." iniziò Jacques ma tacque confuso.

"Perché io?" insisté Sylvestre scrutandolo.

"Perché voi... siete importante, per me."

"Importante? Come importante? In che senso?" incalzò Sylvestre.

Jacques non sapeva che dire. Sentiva che non poteva rivelargli il vero motivo, la vera ragione, il vero perché. Non poteva confessargli che lo amava. Perciò tacque.

Sylvestre allora gli disse: "Ho notato che, da tempo, tu mi guardi spesso."

"Voi guardate spesso mia sorella Marie..."

"Sì, è vero. È per questo?"

"Io... io vorrei chiedervi un favore... se non vi arrabbiate con me..."

"Sarebbe?"

"Fate in modo che alla mia famiglia, durante la mia assenza o se non dovessi tornare, non capiti nulla di male. Specialmente a mia sorella Marie."

"Sei davvero deciso ad andare al mio posto?"

"Sì, padron Sylvestre. Se voi mi fate questa promessa."

"Non è giusto che vada tu a rischiare la vita a posto mio."

"Sì, se questo mi permette di salvare la vostra e la mia famiglia. Vi prego, accettate che io vada."

"Jacques, ti prometto che farò in modo che la tua famiglia stia bene. E che Marie... non abbia delusioni né dispiaceri nella vita, per quanto dipende da me. Ma pregherò ogni giorno, ti giuro, che tu possa tornare sano e salvo, dopo questa guerra. Pregherò ogni giorno per te... e che il Signore ci assista."

"Grazie, padron Sylvestre."

"Grazie a te, Jacques. E... non voglio che tu mi chiami padrone. Solo Sylvestre."

"Ma..."

"Te lo chiedo per favore."

"Come volete, Sylvestre."

Sylvestre si alzò e subito si alzò anche Jacques. Sylvestre abbracciò Jacques e lo strinse a sé. Jacques si sentì morire per la felicità. Quell'abbraccio per lui valeva più di tutto l'oro del padre del ragazzo. Poi Sylvestre lo lasciò, raccolse le monete d'oro, le rimise nel sacchetto e lo porse all'altro. Quindi si tolse l'anello d'oro dal dito e lo mise al dito di Jacques.

"Questo... me lo regalò mio nonno. Tienilo come portafortuna e come mio ricordo."

Jacques annuì e si sentì commosso tanto da sentire un nodo alla gola e di sentirsi prossimo a piangere.

Andarono fino all'osteria e fecero la dichiarazione di sostituzione. Jacques fece la croce per firmare e due testimoni firmarono che quella era la croce di Jacques Marandin fu Louis e di Chantal Rousset, di anni venti compiuti.

I Teissier tornarono a casa. Jacques entrò in chiesa e si inginocchiò alla balaustra e ringraziò il Signore di avergli permesso di essere utile al suo Sylvestre ed alla propria famiglia. Quindi tornò a casa, sentendosi lieve e sereno.

La madre era davanti alla loro casa che stava rifacendo uno dei pagliericci. Ogni anno li rifaceva tutti, uno dopo l'altro, perché le foglie non fossero troppo secche o schiacciate. Jacques si accorse che stava proprio rifacendo il suo, che non sarebbe più servito, e questo lo commosse profondamente. La donna lo guardò arrivare e chinò di nuovo il capo intenta al suo lavoro.

"Mamma, venite in casa. Dove sono Jules e Marie?"

"Dentro. Che c'è?"

"Venite, vi devo parlare di cose importanti."

La donna entrò, seguita dal figlio. Questi attirò l'attenzione dei fratelli e li fece sedere attorno al tavolo.

"Ecco, per prima cosa, Jules, padron Teissier da domani ti darà lavoro fisso e paga come stalliere, come la dava a nostro padre."

"A Jules? E perché non a te?" chiese stupita la madre.

Jacques non rispose ma continuò: "Poi padron Sylvestre si è impegnato a vegliare su di te, Marie, perché non ti capiti mai niente di male."

"Sylvestre?" chiese la sorella sgranando gli occhi ed arrossendo lievemente.

La madre, accigliata, esclamò: "Perché deve occuparsene lui? Che c'entra lui? Ci sei tu no? spetta a te no? E poi padron Sylvestre deve partire per la guerra. Cosa ci vuoi dire?"

Jacques tirò fuori dalla saccoccia il sacchetto con le monete d'oro, su cui aveva tenuto una mano per tutto il tempo per tema di perderle, l'aprì e lo rovesciò sul tavolo. Le monete si sparsero tintinnando. Tutti le guardarono affascinati. Poi la madre guardò Jacques con espressione stanca, rassegnata.

"Tu... tu hai preso il posto di padron Sylvestre, allora."

"Sì, mamma. Così almeno potrete vivere dignitosamente. E tu Jules, ora che io parto per la guerra, sarai l'uomo di casa. Mi raccomando, fatti onore."

Per alcuni minuti nessuno parlò, nessuno toccò quelle luccicanti monete d'oro, nessuno sentì il coraggio di guardare Jacques negli occhi. Poi la madre, con voce bassa, le mani allacciate abbandonate in grembo, ondeggiando lievemente il busto avanti e dietro, gli occhi fissi sulle monete d'oro ma non a fuoco, parlò.

"Anche tu... dopo tuo padre, anche tu... e poi chi altro? Anche tu..." ripeté come in una cantilena, senza tono di rimprovero ma piena di dolore.

"Mamma, è per voi che lo faccio. Rimanendo, sarebbe la solita miseria, così invece, almeno, starete bene."

"Meglio miseri assieme che..." disse la madre guardandolo ora negli occhi, con espressione accorata, ma senza che le uscisse una sola lacrima.

"Mamma... forse tornerò..."

"Forse."

"Jules provvederà a voi, non vi lascio sola."

"Già."

"Queste monete d'oro vi permetteranno di riparare la casa, di stare meglio. Vi prego, non siate così triste."

"Monete d'oro in cambio della tua vita... come quelle per la morte di Gesù Cristo."

"Ma no, mamma. Non c'è tradimento, qui. Non ho venduto la mia vita, comunque. È diverso."

"Tu dici? Anche nella miseria ho sempre cercato di mantenere la nostra dignità..."

"Che è intatta, madre! Non c'è commercio, madre! Il nostro Imperatore ha bisogno di soldati per difendere i francesi, cioè anche noi, anche voi! Perché non volete vederla così? Se mi avessero estratto avrei dovuto andare lasciandovi davvero nella miseria più disperata. Ma sarei andato. Perciò, non è meglio così?"

"Doveva andare padron Sylvestre, però." insisté la madre.

"È l'unico maschio di padron Teissier. Voi mamma avete altri due maschi su cui contare, anche se io non dovessi tornare. Ma tornerò, vedrete..."

"No, lo sento. Tu non tornerai, figlio mio. Ma ormai... Hai fatto tutto di testa tua..."

"Prendete quelle monete, mamma. Fatemi partire contento, almeno..."

La donna rimise le monete nel sacchetto e lo ripose in seno. Poi stese una mano e la posò su quella del figlio, senza dire nulla.

Il giorno seguente, quando Jacques si recò all'osteria con gli altri venti compagni, furono inquadrati dall'ufficiale che li seguì, mentre il tamburino li precedeva guidandoli. Le famiglie li accompagnarono fino alle porte del villaggio, dove si fermarono. I giovani e gli uomini, allontanandosi, non si girarono indietro. Le famiglie non salutarono, ma restarono ritte sulla strada polverosa, in muta schiera. Il drappello scomparve dietro gli alberi della curva.

Jacques camminava in silenzio, accanto ai compagni. Ognuno di loro stava sentendo il distacco, il primo nella propria vita, forse per sempre, come una lacerazione interiore, ineluttabile. Proprio mentre in cuor suo Jacques stava inviando un commosso addio a Sylvestre, vide questi ritto sul ciglio della strada. I loro occhi si incontrarono. Nessuno dei due fece un gesto verso l'altro, nessuno dei due disse una sola parola, ed i loro occhi scambiarono messaggi silenziosi ma eloquenti.

Jacques sfiorò con il pollice l'anello che Sylvestre gli aveva dato e capì che, a modo suo, anche Sylvestre lo amava.


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
6oScaffale
scaffale 6
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008