Ad Epinal furono date loro le uniformi e gli chassepot. Il mese d'agosto, quell'anno, era caldo ed afoso. Fu loro insegnato ad usare i fucili: mettere la miccia, comprimere bene le polveri, mettere i proiettili in canna, puntare il fucile, accendere la miccia, sparare. Dopo pochi giorni di prove furono giudicati soldati idonei al combattimento. Allora furono spiegati loro i segnali, gli ordini, i tipi principali di spiegamento.
Jacques studiava i propri compagni cercando di intuirne il carattere dalle fattezze, dalle espressioni, dalle reazioni. Istintivamente sentiva che, quando si fossero trovati in battaglia, avere di fianco compagni fidati poteva significare la differenza fra la vita e la morte. Quando la sua compagnia fu inviata al fronte Jacques aveva individuato fra i compagni un ragazzo di due anni più vecchio di lui, di nome Michel Lacroix, che prima di fare il soldato faceva il cantiniere.
Jacques l'aveva studiato per parecchio tempo durante le esercitazioni. Gli piaceva il sorriso scanzonato di Michel, il suo modo di cantare le canzoni del vino con gesti e smorfie espressive, gli piacevano i suoi occhi chiari e limpidi, le sue labbra dolci e sensuali, le mani grandi ma abili. I loro sguardi si erano incrociati spesso.
A poco a poco Jacques iniziò a sentirsi attratto da Michel, e dopo l'attrazione subentrò il fascino. Michel non era bello come Sylvestre, ma era forte, virile, allegro. E Jacques notò che quando il ragazzo lo guardava, sembrava accentuare il proprio sorriso, o soffermare lo sguardo su di lui un po' più a lungo che non sugli altri.
Ma solo quando furono in marcia verso il fronte i due ragazzi si trovarono, per la prima volta, fianco a fianco. Michel gli fece un sorriso ed un segno di riconoscimento.
"Non mi ricordo il tuo nome." gli disse con voce calda.
"Jacques Marandin."
"Ah sì, Jacques. Io sono..."
"Michel Lacroix, no?"
"Ti ho notato, sai, nei giorni passati. Tu sei diverso dagli altri, qui..."
"Diverso? In che senso?"
"Non lo so. È una sensazione. Ma mi piaci!"
Jacques si emozionò lievemente e rispose, quasi tremando: "Anche tu mi piaci molto. Mi piacerebbe che diventassimo amici."
"Amici? Da ora lo siamo." rispose Michel con naturalezza.
Durante la prima sosta i due si stesero sotto lo stesso albero. Come capita fra due persone che vogliono diventare amici, si misero a raccontare l'uno all'altro della propria vita, di se stessi, dei propri pensieri. E così Jacques seppe che Michel aveva lasciato al paese la sua fidanzata, di nome Sylvie, una ragazza di diciotto anni che faceva la lavandaia.
Gli piacciono le ragazze, pensò Jacques con un certo rammarico. Ma comunque ci teneva all'amicizia con Michel, anche se in cuor suo aveva sperato che tra loro potesse nascere qualcosa di diverso, di più profondo, di più intimo. Gli sguardi ed i sorrisi dell'altro gli avevano fatto sperare che questo fosse possibile ed ora era lievemente disilluso.
Ma Michel lo trattava con calore e simpatia e questo gli faceva comunque piacere. Stare steso accanto a quel giovanotto, non bello ma comunque attraente, gli fece venire una forte erezione che fortunatamente, notò, l'uniforme celava.
Avrebbe mai potuto provare il piacere che due amanti posso scambiarsi? si chiedeva. Avrebbe mai potuto unirsi con un uomo, come aveva visto fare a quei due, il mugnaio ed il garzone del maniscalco, là fra i cespugli del torrente, anni prima? Pensò che forse non avrebbe mai potuto avere questa fortuna in vita sua. Anche perché stavano andando alla guerra e quindi non sapeva quanta vita gli restava davanti.
"Pensi mai alla morte, tu, Michel?"
"No, mai, perché?"
"La guerra... vuol dire morte."
"Non necessariamente. Al paese ascoltavo i reduci raccontare le loro battaglie. Io ho intenzione di raccontarle a mia volta, quando sarò vecchio. Io ho intenzione di sopravvivere. Siamo giovani..."
"Forse... ma anche i prussiani sono giovani come noi..."
"Sono nemici. Loro non contano."
"Ma anche loro vogliono vivere. E anche noi per loro non contiamo. Così... o noi o loro. E forse sia noi che loro."
"Non devi pensare così, se vuoi davvero sopravvivere. Io mi sento immortale. Devi sentirtici anche tu, Jacques. Tu devi esprimere un desiderio, e credere che si realizzerà... e quello si realizza."
"Magari fosse così semplice..." rispose Jacques pensando al suo desiderio nei confronti di Sylvestre, prima, e di Michel ora.
Michel scosse il capo divertito: "Devi crederci e si realizzerà. Prima o poi." ribatté convinto.
"Ma quando il desiderio riguarda un'altra persona e magari quella persona desidera proprio la cosa opposta..." disse Jacques.
"Chi ha il desiderio più forte vince. Eri innamorato di una che era innamorata di un altro?"
"Più o meno sì, è così."
"Beh, tu continua a desiderarla e magari dopo la guerra, quando tornerai coperto di gloria, bello nella tua uniforme, vedrai che lei ti cadrà tra le braccia come un frutto maturo."
"Se frattanto non c'è stato un matrimonio!"
"Possibile che sei così pessimista?"
"Ci sono cose che non possono succedere..." commentò Jacques pensando che l'amore fra uomini era una di queste, nonostante lui sapesse che, almeno quei due là al torrente, almeno quel giorno, avevano realizzato i loro desideri, anche se di nascosto, anche se con pericolo.
Se invece di vederli lui li avesse sorpresi qualcun altro, chissà come sarebbe andata a finire? Perché due uomini non potevano amarsi, e fare l'amore fra loro, tranquillamente? Oppure, perché lui non s'era mai sentito attratto da una donna? Quanto sarebbe stato tutto più semplice, in un caso o nell'altro...
Michel interruppe i suoi pensieri: "Con Sylvie abbiamo fatto l'amore tutta la notte, prima che io dovessi lasciare il paese. È stato bello. Ma già mi manca. Mi ha lasciato una ciocca dei suoi capelli da portare sempre con me come portafortuna."
Jacques annuì e si guardò l'anello che Sylvestre gli aveva dato come portafortuna. Lo fece girare sul dito. Rivide Sylvestre che si bagnava al laghetto, che si stendeva al sole nudo, che a volte placava le proprie eccitazioni masturbandosi, ignaro, sotto il suo sguardo attento e pieno d'amore.
Ma ora all'immagine di Sylvestre si affiancava e si sovrapponeva quella di Michel, così diverso. Michel di cui ancora non aveva mai potuto vedere il corpo, ma che pure già desiderava dello stesso desiderio che tanto l'aveva infiammato per l'altro.
Quando, dopo aver ripreso la marcia, si accamparono per la notte, Michel fece in modo di rimanere accanto a Jacques. Stesero le loro coperte, si tolsero gli scarponi e si stesero usando gli zainetti come cuscini. I grilli riempivano l'aria dei loro stridii acuti ed insistenti. Qua e là, dai fuochi morenti venivano quieti bagliori e crepitii. Le piramidi dei fucili si stagliavano contro il cielo scuro, rivelati dai riflessi delle braci.
Le sentinelle vegliavano ai bordi del campo improvvisato. La tromba aveva suonato il silenzio ed ora solo sommessi bisbigli salivano di tanto in tanto dalle scure forme dei corpi dei soldati stesi ad attendere il sonno.
"Michel, dormi?"
"No, non ancora."
"Pensi alla tua Sylvie?"
"No, pensavo a te."
"A me? E che pensavi?"
"Che sono contento che siamo amici, Jacques. Mi sento più sicuro per quel che ci aspetta. Quando sono partito ho deciso che dovevo trovarmi un amico, ma non credevo di trovarlo così presto, né così... come te."
Jacques non rispose e invece si chiese che cosa lo attraesse in Michel, e ripensarci proprio ora che non lo vedeva, gli sembrava che potesse aiutarlo a capire meglio. Beh, la voce, senz'altro. Calda, sensuale, amichevole. Ma poi ripensò agli occhi di Michel: a come lo guardavano, profondi, sempre un po' ridenti, attenti, quasi carezzevoli. Ripensò alle labbra dell'amico, e di quanto l'attraessero, dritte, piene, sensuali... avrebbe voluto essere baciato da quelle labbra. Le grandi mani di Michel, quelle mani così abili quando maneggiavano lo chassepot, quando trasformavano oggetti inutili in cose curiose, belle, forse altrettanto inutili ma piacevoli da guardare. Quelle mani che Jacques avrebbe voluto sentire sulla propria pelle, sul proprio corpo. E poi il corpo che l'uniforme nascondeva e che invece lui avrebbe voluto svelare, vedere, toccare...
Ma Jacques non osava esprimere questi suoi sentimenti, lasciarli trapelare, neanche farli intuire all'amico. Michel parlava spesso della sua donna. Chiaramente era interessato a lei e non a Jacques e il ragazzo ne era cosciente. Ma non sapeva trattenersi dal fantasticare su una sua relazione con il gradevole compagno. Specialmente quando giacevano uno accanto all'altro come in quel momento.
E la loro amicizia aumentava, si rafforzava, diventava sempre più intima, sempre più pericolosamente intima, per Jacques.
E un giorno arrivarono al fronte.
Prima sentirono il nemico, il rumore dei suoi spari, poi lo videro. Era una schiera innumerevole, uno stuolo sterminato.
E si ingaggiò la battaglia.
Era un gioco al massacro: ondata su ondata i soldati delle due schiere si scontravano, sparando sul mucchio, avanzando, caricando, puntando con larga approssimazione, sparando. Cadevano uomini, da una parte e dall'altra, come marionette a cui fossero stati improvvisamente tagliati i fili, si afflosciavano, le uniformi cambiavano colore, tinte di sangue.
L'odore del sangue, delle polveri da sparo, della terra e dell'erba calpestata da troppi piedi, si mescolava in quel mattatoio all'aria aperta, su cui a sera si stendeva il silenzio irreale della paura, della sofferenza, della morte, silenzio rotto dai gemiti di chi ancora la morte non aveva ghermito ma solo malamente sfiorato.
La notte, dopo ogni scontro, Michel e Jacques si stendevano l'uno a fianco dell'altro, stupiti di essere ancora vivi, grati di essere ancora assieme. Parlavano poco. L'orrore del vicino carnaio, le grida dei moribondi non glielo permettevano... I due amici cercavano sollievo in un sonno che tardava a venire e che se veniva era interrotto dal minimo rumore.
"Quanto durerà?" chiese in un sussurro Jacques a Michel.
"Chi lo sa... Sono tanti, i bastardi. Speriamo che vengano i rinforzi." mormorò Michel.
"Stiamo arretrando, mi pare."
"Dice il sergente che è strategia..."
"Cosa è strategia? Cosa significa?"
"Che non è che perdiamo terreno, ma solo che andiamo in un punto più favorevole per noi, attirando i bastardi per farli fuori meglio."
"Ah... non potevamo aspettarli giù dove eravamo?"
"Ma magari loro non ci venivano..."
"E adesso, perché ci vengono?"
"Perché credono che stanno vincendo."
"Ma frattanto ci ammazzano..."
"Anche noi ammazziamo quei bastardi."
"Possibile che non ci sia un altro modo? Perché ci si deve ammazzare? Noi loro e loro noi?"
"Perché sono bastardi. Vogliono portarci via l'Alsazia e la Lorena."
"Ma né io né tu siamo di quelle regioni..."
"Ma se gliele lasciamo, dopo magari vogliono anche le nostre."
"Ma perché?"
"Perché sono bastardi, te l'ho detto. Vogliono le nostre terre, le nostre donne."
"Ma non hanno terre, donne, loro?"
"Non belle come le nostre."
Jacques pensava a quanto Michel gli andava dicendo, ma ne era convinto solo a metà e forse non ne sarebbe stato convinto affatto se non fosse stato innamorato del suo commilitone.
Quando arrivò l'ordine di ripiegamento, nonostante la marcia forzata, per i soldati del contingente vi furono alcuni giorni di relativa tranquillità. Quando dovettero traversare la Mosella parecchi soldati ne approfittarono per lavarsi nelle acque del fiume. Fu un sollievo dopo giorni e giorni in cui non s'erano potuti lavare. Anche le uniformi impregnate di polvere ne trassero beneficio.
Ma per Jacques fu soprattutto l'occasione per vedere i suoi compagni nudi tuffarsi nelle acque del fiume e sguazzarci, giocare, scavallare. E poté finalmente vedere il corpo nudo di Michel. Era solido, lievemente peloso specialmente sul petto e sulle gambe. E poté ammirare il membro sodo e tozzo dell'amico. Questo gli provocò un'immediata erezione, ma notò che non pochi commilitoni si trovavano in quello stato e che nessuno ci badava, perciò dopo un lieve imbarazzo iniziale, non ci fece più caso e si godé quello spettacolo fantastico di centinaia e centinaia di corpi maschili nudi, e soprattutto quello di Michel lì accanto a lui.
Usciti dall'acqua si rivestirono solo in parte, aspettando che giacca e calzoni dell'uniforme si asciugassero al caldo sole settembrino. A sera accesero i fuochi per prepararsi il rancio. Poco lontano c'era il ponte di Epinal, che l'indomani avrebbero traversato, e dove si sarebbero attestati per bloccare il nemico.
Una fila ininterrotta di carri carichi di masserizie lo stava traversando alle ultime luci del giorno, mentre il tramonto arrossava il cielo. Erano gli abitanti delle zone che stavano per essere invase dalle truppe prussiane ora che i francesi avevano ripiegato lungo la Mosella.
La lunga teoria di profughi dava a Jacques un senso profondo di tristezza, appena attenuata dalla vicinanza di Michel. Ma anche il suo amico pareva meno allegro del solito.
Un movimento attirò l'attenzione dei soldati. Un gruppo di uomini a cavallo arrivò e si fermò lontano, accanto alla tenda degli ufficiali. Uno dei cavalieri aveva una bandiera tricolore ed un altro una bandiera ricamata. Uno solo dei cavalli era bianco. Dopo poco passò di bocca in bocca una voce: era il maresciallo Barzaire, il capo dell'armata della Lorena.
Scese la notte. Jacques per la prima volta da quasi un mese, dormì bene. Il mattino smontarono il campo, traversarono il ponte e si attestarono. Stavano ancora montando il campo quando arrivò il drappello degli esploratori annunciando l'arrivo dei prussiani. Subito segnali di tromba e staffette dettero gli ordini di schieramento. Un'apparente confusione sconvolse il campo ma in realtà l'armata francese si spiegò con efficienza per affrontare il nemico in arrivo.
Per primi tuonarono i cannoni, dalle due parti. Jacques vedeva spruzzi di terra levarsi qua e là, corpi inanimati di suoi compagni volare in aria come fantocci disarticolati.
"Michel! Non voglio morire così! Un corpo a corpo è meglio!" urlò il ragazzo.
"Guarda dove arrivano, e scappa se arriva verso te." rispose gridando il compagno.
La tromba dette alla fanteria l'ordine di ritirarsi. Jacques e Michel corsero con gli altri per portarsi fuori dal tiro dei cannoni. Per fortuna non toccava a loro difendere il ponte. Dal limitare della selva dove si fermarono e si schierarono osservarono gli artiglieri affannarsi attorno ai cannoni, la cavalleria giostrare davanti al ponte e, poco lontano, le case di Epinal.
Michel aveva un rametto fra i denti e lo masticava nervosamente: "Quei bastardi stanno facendo saltare tutti i nostri pezzi uno dopo l'altro come birilli." mormorò teso.
Jacques lo guardò. Michel aveva uno sguardo intenso, scuro, quasi torvo, e il gioco dei muscoli della mascella esprimeva tutta le sua tensione. Le sue mani stringevano con tale violenza il fucile che le sue nocche erano bianche.
"Michel?" lo chiamò piano.
"Che c'è?" chiese l'amico senza guardarlo.
"Credi che..." iniziò Jacques ma si interruppe quando vide l'espressione di Michel.
Guardò dove Michel stava guardando. Il nemico si stava ammassando alla testata del ponte. Le artiglierie francesi tacevano. Si ingaggiò una battaglia fra la cavalleria francese e la fanteria prussiana e questa stava premendo e stava invadendo il ponte. La cavalleria francese arretrò ed attese all'altra testata. I fanti prussiani traversarono il ponte in una fiumana che traboccò dalla parte francese. La tromba dette ordine alla fanteria francese di attaccare e Michel e Jacques, con gli altri, corsero gridando giù per la discesa, urlando e brandendo i fucili con la baionetta in canna. Ma appena furono a pochi metri dal ponte, la fanteria prussiana si fermò e l'artiglieria prussiana iniziò a tirare sulla cavalleria e sulla fanteria francesi creando ad ogni colpo grandi vuoti.
Jacques seguiva quasi a contatto Michel.
Un boato enorme scosse Jacques, i suoi occhi videro tutto ondeggiare, capovolgersi, oscurarsi. E fu buio e silenzio.