Silenzio. Buio. Poi gemiti fiochi. Un senso di torpore ad una gamba.
Jacques aprì gli occhi. Era notte ma la luna, anche se velata, permetteva di intravedere scure silhouettes, ondulazioni del terreno, corpi.
Corpi!
Jacques di colpo ricordò. L'esplosione, il volo, il buio improvviso. Si mosse. Era indolenzito ma, apparentemente, intatto. Si tastò, verificò. E subito un secondo ricordo. Michel subito davanti a lui. Dov'era?
Si alzò in piedi barcollando appena, un forte senso di stordimento. Si mosse verso il primo dei corpi accanto a lui. Si chinò a rovesciare quel corpo. Non era Michel. Un secondo corpo, un terzo. Sentiva il cuore in gola. Corpi inerti, straziati. E finalmente giunse accanto a Michel.
Era steso supino, gli occhi aperti quasi in un'espressione di attonito stupore. Si chinò e lo chiamò pian piano. Una enorme macchia scura sul petto e, proprio all'altezza del cuore, un foro sfrangiato, grosso come un pugno. E, al centro, uno spezzone di metallo contorto.
Jacques gli carezzò il volto cereo, gelido, e pianse. Quindi si chinò e baciò le belle labbra inerti con un bacio lieve. Carezzò la fronte dell'amico e gli chiuse gli occhi.
"Perché mi hai lasciato, Michel? Tu, così sicuro di non morire... Perché? Perche... perché..."
Restò lì, accanto all'amico, accoccolato sui talloni, disperato, per un tempo lunghissimo.
"Ti ho amato, Michel, e non ho mai potuto dirtelo, non ho mai saputo dirtelo. Ti ho amato, Michel..." ripeté sconsolato.
L'aria era greve, immota. Jacques dette un'ultima carezza al volto dell'amico, poi si alzò in piedi. Tutto attorno era un carnaio. Se lui era vivo quasi sicuramente lo doveva al fatto che davanti a lui c'era stato il corpo di Michel che aveva intercettato lo spezzone della bomba.
Il nemico non si vedeva. Doveva aver sfondato le loro linee ed essere passato oltre, ma in che direzione? Forse verso Epinal? O oltre?
Jacques prese il fucile di Michel, e tolse dalle sue giberne polvere e proiettili e li mise nelle proprie. Cercò con gli occhi il proprio zainetto, ma non sapeva quale fosse. Prese perciò quello di Michel. Quindi, ancora barcollando, si diresse verso la selva. Avrebbe voluto poter seppellire il corpo del suo amico, ma come fare? E lui doveva nascondersi, fuggire di lì, nella speranza o di ricongiungersi all'armata francese o comunque di trovarsi in territorio non ancora caduto nelle mani del nemico. Ma ora doveva soprattutto nascondersi.
Risalì la china e s'inoltrò fra gli alberi ed i cespugli. Camminò addentrandosi sempre più, inciampando, cadendo e rialzandosi. Il moto gli stava facendo riprendere la circolazione del sangue e presto si sentì nuovamente saldo sulle gambe. Il fatto di avere con sé il fucile e lo zainetto di Michel gli davano come un assurdo senso di sicurezza. Come se con lui ci fosse ancora Michel a proteggerlo... Proteggerlo a costo della sua vita!
Nella selva il chiarore della luna penetrava appena. Quando pensò di essersi allontanato abbastanza dal campo di battaglia, si fermò. Si guardò attorno e vide un masso con un cespuglio addossato. Liberò la coperta dallo zainetto, s'infilò fra cespuglio e roccia e la stese. Sistemò lo zainetto e si coricò, tenendo il fucile appoggiato sul proprio corpo, dopo averlo caricato, ma con il cane abbassato sulla miccia. Pensò che era la prima volta che stava steso nella coperta di Michel... Esausto, piombò quasi subito in un sonno pesante ed agitato.
Si svegliò parecchie ore dopo. Il sole filtrava fra gli alberi e l'angolazione dei raggi fece capire a Jacques che doveva già essere mezza mattina. I rumori della foresta non tradivano la presenza di esseri umani. Jacques scivolò fuori dal suo nascondiglio. Si guardò attorno, si stirò sbadigliando, si sfregò gli occhi e con le dita si riassettò i capelli. Tirò fuori da dietro il cespuglio le sue cose, le sistemò e si chiese da che parte gli convenisse andare.
Qualunque direzione poteva essere buona, qualunque direzione poteva essere pericolosa. Cercò di individuare il nord guardando il muschio sui tronchi degli alberi e la posizione del sole, quindi si avviò in quella direzione. Non sapeva perché avesse deciso di andare a nord ma non se ne preoccupava neppure. Camminò per ore, finché iniziò a provare lo stimolo della fame.
Si fermò, si tolse lo zainetto dalle spalle e vi frugo dentro. Trovò il cibo. Tirò fuori tutto per verificare che cosa contenesse lo zaino dell'amico. Oltre al cibo c'era un coltello a serramanico, un blocchetto di legno scolpito a forma di orso, che doveva essere uno dei lavori di Michel. Poi vi era un foglio di carta ripiegato più volte in modo di formare una specie di busta. L'aprì con cautela e, come aveva immaginato, vide che conteneva una ciocca di capelli castani, ricci: i capelli di Sylvie.
Si chiese che cosa farne. Avrebbe voluto spargerli sul corpo dell'amico, ma anche se avesse voluto, non avrebbe saputo neanche ritrovare il posto in cui l'aveva lasciato. Allora alzò un sasso, depose l'incarto sulla terra e lo ricoprì con il sasso.
Rimise nello zaino tutto, anche il cibo, lasciandone fuori solo il poco che intendeva mangiare per attenuare il senso di fame. Masticò a lungo i pochi bocconi che aveva deciso di mangiare, soprattutto perché non aveva acqua: la borraccia infatti era vuota.
La foresta non era molto diversa da quella accanto al suo villaggio, perciò pensò che forse poteva trovare qualche bacca o frutto selvatico, qualche foglia commestibile. Quindi, riprendendo il suo cammino, si guardò attorno con molta attenzione in modo di raccogliere qualcosa per integrare il cibo che aveva con sé.
Camminò fino a sera. Decise di mangiare ancora un po' del suo cibo, quindi di cercarsi un posto riparato in cui passare la notte.
Individuò un folto di cespugli. Lo aggirò per osservarlo da tutti i lati, quindi vi si inoltrò facendo rumore e saggiando il terreno con la baionetta innestata, per far fuggire eventuali animali lì rintanati.
La luce era ormai fioca quando individuò un punto in cui poteva stendersi. Ammassò delle foglie secche, vi stese sopra la coperta e si sdraiò. A differenza della notte precedente, tardò ad addormentarsi, anche perché ogni volta che stava scivolando nel sonno gli pareva di sentire il rumore degli spari, dei cannoni, le urla dei compagni e si svegliava di colpo, gli occhi sbarrati, per accorgersi che era solo l'inizio di un sogno, di un incubo. Ma finalmente la stanchezza ebbe il sopravvento e dormì.
Quando si svegliò non ricordò di aver sognato. Era piuttosto presto ma si sentiva abbastanza riposato. Riprese perciò il cammino. Tutta la giornata trascorse praticamente identica al giorno precedente, L'unica piacevole novità fu che trovò un ruscello di acqua chiara e ne approfittò per riempire la borraccia e per lavarsi sommariamente nella sua fredda corrente.
In un primo momento ebbe l'impulso di seguire il ruscello, ma decise che era meglio proseguire nella sua direzione, infatti seguendolo avrebbe rischiato di uscire forse troppo presto fra i campi e là non sapeva che cosa o chi avrebbe trovato.
D'altronde, si disse mentre camminava fra gli alberi, non avrebbe potuto nemmeno restare per sempre nella foresta. Prima o poi avrebbe dovuto uscirne ed affrontare ciò che c'era là fuori, qualunque cosa fosse.
Camminò per altri tre giorni, sempre nel folto della foresta, a volte facendosi strada con la baionetta nell'intrico dei cespugli del sottobosco. Aveva mangiato solo un quarto delle proprie provviste, soprattutto grazie al cibo che aveva potuto procurarsi conoscendo le piante selvatiche.
Il sesto giorno piovve quasi tutta la giornata e Jacques dovette fermarsi perché il terreno s'era fatto scivoloso ed infido. L'uniforme era zuppa e gli dava una sensazione di freddo e di fastidioso prurito per tutto il corpo. Allora pensò che forse faceva meglio a togliersela. Non desitette neppure quando sentì l'acqua fredda colpirgli direttamente la pelle della schiena e del petto.
Si denudò completamente ed iniziò a sfregarsi il corpo con vigore. Provò subito una sensazione gradevole. Sarebbe stato bello potersi asciugare ed avvolgere nella coperta ancora asciutta, ma innanzitutto non avrebbe saputo con che cosa asciugarsi e inoltre non voleva bagnare la coperta. Avesse almeno potuto trovare un posto riparato!
Continuò a sfregarsi vigorosamente su tutta la pelle e ad un certo punto le piacevoli sensazioni parvero focalizzarsi sul suo petto, sul suo ventre, poi sui genitali che presero ad inturgidirsi. Jacques si sfregò ancora sul corpo, ma ora in un modo più colorato di libidine e quasi senza rendersene conto finì con il masturbarsi sotto la pioggia insistente che ora pareva carezzarlo in modo sensuale...
Quando raggiunse l'orgasmo, schizzò fieramente davanti a sé e gridò alto il proprio piacere, il corpo irrigidito e fremente nel susseguirsi rapido e forte degli spasmi del godimento.
Restò per un attimo fermo, eretto, le gambe appena divaricate, la mano ancora attorno al membro, ansante, mentre la pioggia gli ruscellava sulla pelle ed ora iniziava di nuovo a sentire il freddo di prima.
Quando il suo cuore ed il suo respiro ritrovarono il ritmo normale, Jacques riprese i propri abiti che aveva poggiato su un basso ramo e li rivestì. Non poteva farci nulla, doveva sopportare il freddo umido dei panni che gli aderivano fastidiosamente alla pelle, che gli pesavano addosso.
Quella notte non avrebbe potuto neppure stendere la coperta. Avrebbe cercato un punto con un folto d'erba o di muschio, almeno non avrebbe dormito nel fango, anche se comunque sotto la pioggia.
Si mosse e vagò un poco finché gli sembrò di aver trovato un punto adatto. Saggiò le foglie col calcio del fucile ma appena vi si appoggiò, affiorò acqua ed il fucile affondò un poco, con un rumore di risucchio. Si spostò ancora. Il cielo grigio e carico di pioggia lasciava filtrare poca luce fra gli alberi. Decise di seguire il pendio, scendendo e tenendosi ai rami bassi per non scivolare troppo.
Dopo un tempo che gli sembrò interminabile, giunse ad una specie di stradello che scendeva a valle. Pensò di seguirlo, con cautela. Finalmente vide un muretto di pietra che racchiudeva una porzione di prato quasi piano e, su un lato, una bassa costruzione. Pareva un ovile, ma un ovile non viene certo costruito nel folto di una foresta. Si chiese a che cosa potesse servire quella curiosa costruzione di pietre murate a secco.
Saltò il basso muretto ed atterrò nel prato del recinto, zuppo di pioggia. S'avvicinò alla bassa costruzione. La piccola e bassa porta senza battente s'apriva in un ambiente buio. Cercò di sbirciare dentro, tendendo l'orecchio. Non un suono, non un movimento.
Era incerto se entrare o meno quando notò, sopra il travetto di legno della porta, un'incisione. Era una croce e vi era una scritta appena leggibile, erosa dalle intemperie. Forse una formula di buona fortuna, pensò il ragazzo.
Vincendo il vago senso di timore, vi si infilò dentro. Non vedeva nulla. Vi era un buon odore di felci, di muschio. Tastoni, esplorò il vano. Su un lato vi era una piattaforma di pietre con la superficie abbastanza liscia. Di fronte a questa una specie di tavolo ottenuto con una grande lastra di pietra incastrata nel muro. Sul tavolo, quasi contro il muro, due piccole anfore di coccio, vuote. Esplorando con le mani per poco ne aveva fatta cadere una.
Una specie di letto, un tavolo, di pietra. Qualcuno aveva abitato o abitava lì. Ma chi? In una stanza senza porta e senza finestre?
Comunque decise di fermarsi lì per passare la notte. Liberò la coperta dallo zaino e la stese sulla piattaforma di pietre. Poggiò lo zaino a terra. Si tolse l'uniforme zuppa, la strizzò sommariamente e la poggiò tastoni sul tavolo di pietra. Quando fu nudo si stese sulla coperta e se la avvolse accuratamente attorno al corpo, accucciandovisi dentro e cercando di scaldarsi con il proprio fiato. Tremò a lungo ma a poco a poco il calore del proprio corpo, trattenuto dalla lana della coperta, iniziò a riscaldarlo appena, quel tanto da far cessare il tremito che lo scuoteva.
Le pietre erano dure, sotto di lui, ma meno fredde di quel che aveva temuto. Infilò le mani sotto le ascelle, stringendosi le braccia sul petto per scaldarsi un po' di più. A poco a poco si sentì scivolare nel sonno. Mentre si addormentava ripensò al suo pagliericcio nella povera casa là al villaggio e gli sembrò un lusso lontano. E dire che la madre aveva appena cambiato le foglie nel saccone, proprio il giorno prima della sua partenza per la guerra.
La guerra!
Ripensò anche a Michel, esanime e freddo là nella terra intrisa di sangue, butterata dai colpi dei cannoni del nemico, di quei prussiani che volevano rubare terre e donne ai francesi.
Anche lui ne aveva uccisi. Gli aveva fatto una strana impressione, quando aveva sparato il primo colpo, sentire il rinculo del proprio fucile e subito vedere uno dei nemici fermarsi di colpo, allargare le braccia e cadere di schianto. La prima volta. Lui aveva ucciso un nemico... un uomo. E poi altri. Ma gli altri gli avevano fatto meno impressione del primo. Alla fine gli pareva quasi di non uccidere più uomini ma di fare il tiro a segno come i primi giorni, a Epinal, quando gli avevano dato un fucile e tiravano ai tronchetti messi in fila sul prato, per allenarsi.
Sì, alla fine i nemici erano proprio come quei tronchetti. Non più esseri umani, ma oggetti da abbattere, come in un gioco, come in una gara. Quel primo uomo era stato diverso, però. Era un uomo, e lui l'aveva ammazzato. Ne aveva provato nausea, un senso quasi di colpa, e tristezza. E orrore, nausea, tristezza erano tornati violenti quando aveva visto Michel privo di vita. Neanche ucciso da un nemico che l'aveva guardato negli occhi, ma dal colpo di un cannone sparato a caso...
Jacques avrebbe preferito essere ucciso da un nemico che lo guardava negli occhi... sarebbe stato più umano.
Ma, si chiese, che senso ha la guerra? Hanno preso me da un villaggio per ammazzare gente che non conosco, che non mi ha fatto niente, almeno a me personalmente. E anche loro hanno preso uno di loro dai loro villaggi per uccidere noi, che neanche conoscono, che non gli abbiamo fatto niente. Tirano a sorte noi, tirano a sorte loro, e ci mandano ad ammazzarci...
No, non era giusto.
Se i re si volevano fare la guerra, e i marescialli e i generali, bisognava chiuderli in un recinto e dar loro i fucili e lasciare che si ammazzassero fra loro... Sì, sarebbe stato molto più giusto. Si ammazzassero fra loro, quelli che avevano voluto la guerra.
E invece lui, messo lì in fila con tutti i suoi compagni, di fronte ai prussiani, messi anche loro lì tutti in fila coi loro compagni, avevano dovuto tirarsi addosso perché quella era l'unica speranza di uscirne vivi. Chi tirava per primo, più veloce, più dritto, poteva forse sopravvivere...
Che cosa assurda, orribile, la guerra. Ignobile.
Ondate su ondate di uomini che si correvano incontro urlando, più per farsi coraggio che per spaventare quelli che gli erano stai indicati come nemici... ondate su ondate che si frangevano l'una contro l'altra e cadevano straziate... che andavano a uccidere ed a morire ad un segnale di tromba e continuavano ad uccidere ed a morire fino al seguente segnale di tromba...
Un gioco crudele, assurdo.
E poi, i campi del massacro, li chiamavano "campi d'onore"!
Come poteva esserci onore nell'ammazzare a caso degli sconosciuti?
Jacques non lo capiva e, addormentandosi, continuava a chiederselo, inutilmente.