Si svegliò intirizzito. La luce del giorno filtrava dal vano della bassa porta. Radi raggi di sole illuminavano il piccolo locale. Jacques si alzò a sedere stringendosi la coperta attorno al corpo. Vide il tavolo di pietra, con sopra la propria uniforme bagnata ammonticchiata in un cumolo informe. E vide che sulla parete dietro al tavolo, era murata una croce di pietra con su scolpito un tozzo Cristo a bassorilievo.
E di colpo capì che quel tavolo, in realtà, era un altare. Una piccola stanza con un altare e di fronte ad esso una piattaforma che pareva un letto... Che mai poteva essere?
Jacques non aveva mai sentito parlare di eremi né di eremiti e non poteva sapere che quello era il sacello in cui, circa quattrocento anni prima, aveva vissuto un monaco di nome Sylvain, venerato come santo dagli abitanti dei vicini villaggi anche se non era mai stato canonizzato dalla chiesa.
La scritta incisa sopra al trave della porta diceva "Qui visse San Sylvain" ma Jacques non sapeva leggere.
Scese dalla piattaforma e, a piedi nudi, uscì sul piccolo prato. Vide che il muretto che lo recingeva aveva in realtà un passaggio che il giorno prima non aveva notato.
I raggi del sole erano caldi e Jacques si sistemò la coperta attorno ai fianchi lasciandosi scoperto il petto.
Rientrò nella stanzetta, tolse l'uniforme dall'altare, la portò fuori, la strizzò di nuovo e la espose ai raggi del sole, stendendola sul basso muretto e lisciandola per farne scomparire le pieghe.
L'erba alta e soffice a terra era ancora bagnata. Anche le foglie degli alberi lì attorno brillavano coperte di gocciole tremule d'acqua. L'aria era pura, il cielo d'un azzurro chiaro ancora qua e là chiazzato da bianche nuvole che scorrevano rapide verso ovest, quasi ritraendosi dal sole sorto da poco, sospinte da un vento che non si avvertiva al livello del terreno.
Jacques capì che il panno dell'uniforme, ammesso che il sole avesse continuato a splendere, ci avrebbe messo comunque diverse ore ad asciugarsi. D'altronde non gli andava di indossare quegli abiti pregni di umidità. Stava bene così, seminudo, all'aria aperta.
Respirò a pieni polmoni. Il sole stava salendo e si faceva via via più caldo. L'autunno era mite e Jacques sperava che non ricominciasse a piovere nei giorni seguenti.
Si chiese se non gli convenisse scendere più giù verso i campi per vedere quale fosse la situazione. Poteva trovare tre diverse condizioni: poteva trovare i prussiani, nel qual caso doveva fare molta attenzione a non farsi vedere, altrimenti gli avrebbero sparato, l'avrebbero ucciso; poteva trovare l'armata francese, e allora avrebbe dovuto farsi vedere, unirsi a loro, ma non era certo di volerlo fare: l'avrebbero certamente rimandato al fronte a far la guerra, ad ammazzare e farsi ammazzare e né l'una né l'altra cosa gli andava affatto a genio.
Così decise in cuor suo che, finché gli fosse riuscito, sarebbe stato un disertore. Anche se sapeva che anche così rischiava di essere ucciso: il sergente l'aveva spiegato con chiarezza, i disertori venivano messi al muro.
Infine poteva essere fortunato e non trovare né l'una né l'altra armata. In quel caso la gente del posto come l'avrebbe accolto? L'avrebbe preso per un disertore e l'avrebbe denunciato? O l'avrebbe aiutato? O...
Jacques per un momento ebbe l'impressione che tutto il mondo fosse divenuto, improvvisamente, suo nemico e provò un'intensa sensazione di disagio.
No, pensò, se incontrava gente comune doveva spiegare loro quello che era successo e dire, anche mentendo, che voleva raggiungere l'armata francese e forse la gente l'avrebbe aiutato. Avrebbe chiesto se sapevano da che parte erano i francesi e da che parte erano i nemici in modo di sapersi regolare...
Ma l'ideale sarebbe stato se avesse potuto trovare degli abiti civili, in modo di poter abbandonare il fucile, l'uniforme, lo zainetto militare... ogni cosa che potesse farlo riconoscere come un soldato.
In fondo la gente che ne sapeva che lui aveva sostituito padron Sylvestre? Poteva essere uno di quelli abbastanza fortunati da non essere stato sorteggiato... poteva forse trovare un lavoro da qualche fattore da quelle parti e campare tranquillo...
Quando il sole fu alto, girò l'uniforme sul muretto in modo che si asciugasse anche dall'altra parte. Si tolse la coperta dai fianchi restando tutto nudo e tirato fuori lo zainetto dalla bassa costruzione in cui aveva passato la notte, ne estrasse un po' di cibo che mangiò lentamente. Bevve un po' d'acqua e ripose il tutto.
Ora lo zaino era pieno solo per due terzi. Aveva da mangiare ancora per un po' di giorni, ma prima o poi sarebbe rimasto senza cibo.
Non aveva la più pallida idea da che parte potesse essere il proprio villaggio. Ma sapeva che non avrebbe potuto farvi ritorno, altrimenti tutti avrebbero saputo che lui era un disertore. Meglio far credere che lui fosse morto lì, alle porte di Epinal, assieme al suo amico Michel.
Non avrebbe mai più rivisto Sylvestre così, è vero, né la sua famiglia... Ma Jules avrebbe conservato il suo posto da stalliere e la sua famiglia avrebbe comunque vissuto meglio. Forse sua madre l'avrebbe pianto morto, anzi, sicuramente. Ma tutto sommato era meglio così.
Anzi, pensò, se lo avessero trovato quelli dell'armata francese poteva dire che lui si chiamava Michel Lacroix... No, avrebbe potuto incontrare qualcuno che lo riconosceva, o che conosceva Michel... magari addirittura Sylvie... e il suo inganno sarebbe stato scoperto.
No. Semplicemente non doveva farsi trovare né dall'armata francese né da quella dei nemici prussiani. A tutti gli effetti, se non voleva morire, doveva risultare morto... pensò con amara ironia.
A sera l'uniforme era asciutta anche nei punti più spessi, così la indossò di nuovo. Ripiegò ed arrotolò stretta la coperta che fissò sullo zaino, dietro a cui agganciò la borraccia quasi vuota. Rimise le grosse e pesanti scarpe, imbracciò il fucile e, ritrovato il viottolo, riprese a scendere verso valle.
Era sera quando iniziò ad intravedere, fra gli alberi, i prati della pianura. Si fermò col cuore in gola e guardò. Tutta la piana sotto di lui era costellata di fuochi, di soldati a gruppi. Più lontani i cannoni coperti, tende militari, cavalli legati agli alberi.
Era quasi certo che fosse l'armata francese anche se il buio incombente non gli permetteva di distinguere né il colore delle uniformi, né le bandiere. Comunque, fossero stati francesi o nemici, doveva tornare nella foresta, allontanarsi prima di rischiare che lo scorgessero.
Risalì lungo il viottolo, nel buio crescente. Cercò di allontanarsi più che poteva, finché gli fu quasi impossibile distinguere il cammino. Stava per fermarsi e cercare un punto in cui passare la notte, quando si accorse che era di nuovo alla bassa costruzione in cui aveva passato la notte precedente.
Rientrò nella buia celletta e si stese senza spogliarsi. Il sonno accolse subito le sue stanche membra.
Quella notte sognò. Rivide Sylvestre, nudo sotto il sole, ma non era accanto al laghetto, bensì lì fuori sul piccolo prato circondato dal basso muretto. Vide anche se stesso dormire lì dentro, nudo, illuminato dal sole del mattino. Sognò che si svegliava, chiamato da Sylvestre. Sognò che usciva andando verso il suo giovane e bel padrone, che questi si alzava attendendolo, che lui prendeva Sylvestre fra le sue braccia, lo faceva girare e da dietro lo prendeva, penetrandolo con il solo addossarglisi, come se dovesse avvenire, con estrema naturalezza e semplicità. E subito fu invaso dal piacere, un piacere intenso, bellissimo, delizioso.
Venne così, senza muoversi, per il semplice fatto d'essersi unito a colui che amava. E quando sorridente fece girare di nuovo Sylvestre, così piacevolmente caldo e nudo fra le sue braccia, si accorse che era invece Michel, tutto nudo anche lui, con il bel petto squarciato e sanguinante...
Jacques si svegliò tremante, spaventato. Era ancora buio. Sentì che i suoi calzoni erano umidicci sul davanti: aveva avuto una polluzione notturna. Il cuore gli batteva violentemente in petto.
Il vano della porta si intravedeva appena. Si alzò ed uscì. L'aria fresca della notte lo fece lievemente rabbrividire. Guardò verso il cielo e vide mille e mille stelle. Si calmò.
"Era solo un sogno." disse a mezza voce, contento di sentire il suono delle proprie parole.
Allora continuò a parlare, sempre guardando le stelle: "Addio mio Sylvestre, addio mio Michel! Questa notte ho fatto l'amore con voi, finalmente. Anche se era solo un sogno... era così reale! Forse siete venuti davvero a visitarmi, fusi in un solo corpo che avete offerto al mio desiderio, al mio amore. Vi amo, Michel e Sylvestre. Chissà se vi rivedrò ancora, almeno in sogno?"
Tacque. Emise un profondo sospiro e tornò al riparo della bassa costruzione a dormire. Si addossò contro il muro, quasi a lasciare spazio ai suoi amati sì che potessero stendersi accanto a lui. Si addormentò sentendoli entrambi lì vicino, misteriosamente fusi in uno.
Si svegliò di nuovo che il sole era già sorto. Uscì e si stirò a lungo, respirando a pieni polmoni. Riprese le sue cose e, seguendo il viottolo, s'inerpicò su per la selva finchè il viottolo scomparve, confondendosi col terreno scosceso. S'inoltrò salendo ancora fra gli alberi ed i cespugli e camminò per tutta la giornata, fermandosi solo per raccogliere erbe e frutti selvatici e per mangiare. Trovò un rio e riempì di nuovo la borraccia. A notte trovò un buon posto per dormire. Quindi, il mattino seguente, riprese il suo cammino.
Si fermò di nuovo per mangiare parte del cibo conservato che aveva nello zaino. Aveva già finito metà circa delle scorte. Al solito masticava lentamente ed accuratamente ogni boccone, seduto in terra.
Ad un tratto un rumore attrasse la sua attenzione. Smise di masticare e tese l'orecchio, attento e lievemente preoccupato. Il rumore si ripeté e ne individuò l'origine: proveniva da di fronte a lui, più in basso, dove alcune frasche si muovevano. Di nuovo sentì rumore di rametti calpestati e capì che qualcuno stava salendo di lì. Raccolse le sue cose, mise lo zainetto a spalle, prese il fucile e cercò un nascondiglio. Vide un grande tronco morto, spezzato, grande sufficientemente per coprirlo. Vi si addossò dietro, trattenendo il fiato. Stringeva il fucile nervosamente.
Il rumore si avvicinava. Doveva essere una persona sola. Ma chi? Amico o nemico? Uomo o donna? Giovane o vecchio? Attese col cuore in gola, il sangue gli pulsava sordo nelle tempie. Gli scricchiolii ora erano vicinissimi. Jacques strinse più forte il fucile quasi a trarne sicurezza. Stava arrivando. Doveva essere quasi a ridosso dell'albero. Da che parte sarebbe passato, da sinistra o da destra? Doveva uscire ora e sorprenderlo, o sperare che passasse lì di fianco senza vederlo, sì che lui potesse rendersi conto di chi fosse? E magari prenderlo alle spalle?
Il rumore ora veniva dalla sinistra dell'albero morto. Jacques stava per balzare fuori quando lo vide, anzi, quando si videro, contemporaneamente.
Era un prussiano!
Jacques spianò il fucile e gridò: "Altolà!"
Lesse negli occhi dell'altro terrore. E allora vide che era un ragazzino, non più che diciottenne, d'un biondo che gli ricordò le monete d'oro di padron Teissier, gli occhi del colore del cielo, sbarrati. Era a testa nuda, non aveva armi indosso né lo zainetto. L'uniforme, sporca almeno quanto la sua. Il ragazzo era poco più piccolo ed esile di lui.
"Mani in alto!" gridò ancora Jacques brandendo il fucile minacciosamente.
L'altro disse: "Non sparare, ti prego..." ma lo disse in tedesco e Jacques non capì. "Sono disarmato..." proseguì il ragazzo.
Jacques percepì che le parole avevano un accento di preghiera, ma era un tono quasi calmo, rassegnato. "Ti arrendi?" chiese Jacques ora senza gridare, il fucile sempre puntato.
"Il tuo fucile ha il cane abbassato, non può sparare, così..." disse il ragazzo ora abbozzando un sorriso, con un'aria guardinga ma meno spaventata.
"Mani in alto!" ripeté di nuovo Jacques brandendo il suo fucile. Ma pensò che quel ragazzo, più giovane di lui, così bello, lui non avrebbe mai potuto ammazzarlo, specialmente ora che si guardavano negli occhi. Quello era dunque il nemico? Ma perché era un nemico? si chiedeva confusamente Jacques.
Per un po' restarono immobili, ritti l'uno di fronte all'altro, continuando a guardarsi negli occhi.
"Vai via, ragazzo, vai via. Non voglio farti del male..." disse Jacques abbassando appena la canna del fucile.
Il prussiano non capì le parole del francese, ma ne captò l'accento non più bellicoso.
Allora gli fece un timido sorriso e gli chiese: "Vero che tu non mi ucciderai?"
"Non ti capisco, ragazzo. Ma vai via, ti prego."
"Chissà cosa stai cercando di dirmi, francese."
"Io non voglio essere tuo nemico. Se non avessimo indosso queste maledette uniformi, potremmo anche essere amici..." disse Jacques abbassando ancora un po' la canna del suo fucile.
"La tua voce non sembra più cattiva, adesso." disse il ragazzo sorridendo, ancora incerto.
"Perché non vai via? Cosa mi stai dicendo? Cosa stai cercando di dirmi?" chiese, ora quasi con dolcezza, Jacques.
"I tuoi occhi sono buoni. I tuoi occhi sono gentili. E tu saresti l'odiato nemico? Sei il primo che incontro faccia a faccia, sai?"
"Perché sei così bello, tu? Perché sei così giovane? Perché sei... qui?" chiese Jacques accorato, abbassando ora del tutto il suo fucile.
"Bene, diamoci la mano, francese." disse il ragazzo biondo tendendo la mano all'altro, e un sorriso amichevole gli fiorì sulle labbra.
Jacques guardò quella mano tesa, il sorriso invitante dell'altro, di nuovo la sua mano, poi disse: "Tu vorresti fare la pace con me... ma è veramente possibile? Fossimo solo io e te, forse sì, forse sarebbe davvero possibile. Ma ci sono gli altri, quelli con me e quelli con te, che invece sono convinti di essere nemici, e si ammazzano, continuano ad ammazzarsi. Che possiamo fare, io e te?" disse accorato Jacques, sentendosi perdere in quegli occhi limpidi e chiari.
"Non vuoi darmi la mano? Non ti fidi di me? Per via di questi vestiti?" chiese il prussiano con dolce rammarico, indicando la propria uniforme.
Jacques vide il gesto dell'altro verso la propria uniforme ma non capì.
Poi il ragazzo prussiano sembrò illuminarsi e gli disse, scandendo bene le parole: "Pax Domini sit semper vobiscum."
Jacques aggrottò le sopracciglia. Nonostante il forte accento tedesco, aveva riconosciuto le parole della messa in latino, e quasi d'istinto rispose: "Et cum spirito tuo."
Il ragazzo allora sorrise e ripeté, tendendo di nuovo la mano: "Pax!"
"Pax..." ripeté Jacques, però senza ancora stringere quella mano, "pax hominibus bonae voluntatis."
"Sì, bonae voluntatis!" rispose il ragazzo biondo sorridendogli di nuovo.
"Non mi sorridere così, per favore..." gemette quasi Jacques.
"Io e te, bonae voluntatis. Io e te, pax..." ripeté il ragazzo con convinzione, poi aggiunse: "Non mi vengono in mente altre parole della messa per comunicare con te, ma io vorrei veramente che noi due non fossimo nemici."
Jacques lo guardò a lungo, poi posò il fucile a terra con cautela e fece un passo verso il ragazzo biondo. Questi lo attendeva fiducioso. Jacques gli si fermò di fronte, allargò le braccia mostrando le mani vuote, e disse: "Io non voglio farti la guerra. Ma che possiamo fare, io e te? Tu sei senza armi. Forse sei fuggito anche tu dalla guerra... Sei un fuggiasco come me? Sei un disertore anche tu? In questo caso, anche per te tutti sono nemici... a parte me? Se solo potessimo capirci... se solo potessimo non avere queste uniformi indosso... se solo potessimo stare lontani dalla guerra che divide i nostri popoli..."
Il ragazzo prussiano non capì una sola parola, ma sentì il tono di domanda dell'altro, il tono sommesso e quasi triste del francese, ed il suo gesto di rinuncia a brandire le armi. Si guardarono negli occhi.
Poi il ragazzo biondo, indicando se stesso disse: "Io mi chiamo Kurt Steiner. Io sono Kurt, Kurt, capisci?"
"Kurt?" chiese Jacques indicandolo.
"Sì, Kurt." rispose sorridendo il prussiano, poi chiese, indicando il francese: "E tu?"
"Io sono Jacques. Jacques Marandin. Mi chiamo Jacques. Io Jacques e tu Kurt." rispose il francese indicandosi poi indicando l'altro.
"Sì, tu Jacques, io Kurt!" rispose sorridendo il ragazzo prussiano. Poi, toccando lieve con la sua mano il proprio petto poi il petto del francese, ripeté: "Kurt e Jacques." Quindi tese di nuovo la mano.
Questa volta il francese prese la mano del ragazzo fra le sue e disse sottovoce: "Ave, Kurt."
"Ave, Jacques..." rispose sorridendo l'altro.
Jacques sentì un brivido di piacere percorrerlo, al contatto con la mano del ragazzo ed i loro occhi sorridenti si guardarono a lungo.
Poi Jacques, lasciando la mano dell'altro, gli chiese: "Tu non hai niente con te, neanche cibo. Hai fame?"
"Non capisco..."
"Vuoi mangiare con me?"
"Che dici?"
"Aspetta..." gli disse Jacques facendogli un cenno con la mano, poi pensò un attimo e indicando il proprio zaino alle sue spalle, disse: "Panem nostrum quotidianum..."
"Panem nostrum?" ripeté l'altro, quindi annuì sorridente e, facendo il gesto di mangiare, ripeté: "Sì, panem nostrum!"
Jacques si fece scivolar via lo zaino dalle spalle e sedette a terra, battendo accanto a sé col palmo della mano per far capire all'altro di sedere. Kurt gli sedette accanto. Jacques apri lo zaino, ne trasse del cibo e lo divise fra lui ed il ragazzo prussiano.
"Tieni, mangia." gli disse porgendoglielo.
"Grazie." rispose Kurt prendendo quel cibo.
Tutti e due si misero a masticare, guardandosi spesso negli occhi e sorridendosi l'un l'altro.
Jacques indicò quel che stavano mangiando e disse: "Cibo."
"Cibo?" ripeté l'altro indicando quello che aveva in mano.
"Sì, cibo."
"Cibo."
Poi Jacques indicò verso la propria bocca e fece il gesto di masticare: "Mangiare."
"Mangiare?" chiese il ragazzo facendo a sua volta il gesto di masticare.
"Sì, mangiare." Annuì di nuovo Jacques sorridendogli.
"Kurt mangiare cibo."
"Sì, Kurt mangia il cibo."
"Sì, Kurt mangia il cibo e Jacques mangia il cibo. E Kurt... gratias agimus tibi Jacques. Capisci?"
"Gratias? Grazie!"
"Gratias grazie?"
"Sì, grazie..." ripeté Jacques e mimò il dare e il ricevere e ripeté: "Grazie!"
Kurt annuì, quindi disse: "Jacques pax e Kurt grazie."
"Pax è pace..." disse Jacques facendo il gesto di stringersi le mani e ripeté: "Pace!" quindi strinse la mano di Kurt e sorridendo ripeté: "Pace."
"Sì, pace. Kurt e Jacques pace."
Continuarono così a mangiare e bere un po' d'acqua, mentre Jacques cercava di insegnare qualche parola di francese a Kurt e questi di tedesco a Jacques.
Sembrava che i due giovani avessero dimenticato la guerra, il mondo, tutto. Ognuno dei due era grato in cuor suo all'altro per stargli accanto, per sorridergli. Erano seduti lì nella selva, uno accanto all'altro, solidali.
E Jacques ad un tratto, guardando il ragazzo e sicuro di non essere capito, gli disse: "Vedi, Kurt, tu sei così bello... mi piaci molto e mi piacerebbe fare l'amore con te. Ma anche tu magari avrai la tua ragazza là al tuo paese che ti aspetta. Così io non posso fare niente. Posso solo guardarti, ammirarti, desiderarti... Posso solo sognare che tu, oltre fare la pace con me, possa anche, voglia anche amarmi. Ma anche da te la vita prima o poi mi separerà... A volte penso che per me sarebbe meglio morire..."
Kurt lo ascoltò, poi disse, in tono sommesso e dolce: "Mi hanno detto che tu sei il nemico. Mi hanno preso dal mio paese, dai miei campi, per venire qui ad ucciderti. Ma io sono stanco di uccidere. Sono scappato quando ho visto il mio compagno Heinrich affondare la sua baionetta in petto ad un soldato francese ferito, che con gli occhi implorava di non essere ucciso. Era giovane come me e te, e in quel momento mi è sembrato che lì non c'era più quel francese, ma mio fratello... Mica gli somigliava per niente a mio fratello, ma i suoi occhi erano quelli di mio fratello quando si faceva la lotta per gioco e io senza volerlo gli facevo male, e allora lui mi guardava dicendomi con gli occhi che non voleva più lottare. Allora io lo lasciavo e lui mi sorrideva grato, e..." s'interruppe Kurt, commosso ai propri ricordi.
Jacques lo ascoltava, senza capire. Ma aveva la netta impressione che l'altro gli stesse aprendo il proprio cuore.
"Io ho sempre amato e desiderato di essere amato da un maschio, Kurt. Ma dicono che sia sbagliato. E invece dicono che sia giusto farci la guerra, ammazzarci. Il mondo va tutto alla rovescia, chissà perché? Anche il prete ha benedetto le nostre armi, lo stesso prete che, se gli avessi detto del mio amore per i maschi, non mi avrebbe certo benedetto. Forse anche tu, Kurt, disprezzi quelli come me... chi lo sa? Sei il primo a cui posso dire queste parole, forse proprio perché so che non le capisci... Ma mi fa ugualmente bene dirle ad alta voce, parlarne..."
"Se ogni soldato potesse conoscere il proprio nemico come io sto conoscendo te, e dividesse il pane con lui come tu l'hai diviso con me, credo che ogni guerra sarebbe impossibile, no? In fondo, non siamo tutti fratelli? Non preghiamo tutti lo stesso dio chiamandolo padre? Non mangiamo tutti allo stesso modo come ora io e te? Parliamo lingue diverse, vestiamo uniformi diverse, ma non abbiamo tutti due gambe e due braccia, una bocca e due occhi, un cuore e un cervello? Ci hanno portato via dalle nostre terre, dalle nostre case, dalle nostre vite per insegnarci ad odiare! Per distruggerci l'un l'altro. Così ho deciso di disertare. E ora mi sento molto più uomo di prima. E sono felice di aver incontrato te, Jacques."