Dopo pochi giorni i due, finita di spaccare tutta la legna, con un fagotto di cibo, la coperta e due vecchie sciarpe avute in regalo dalla moglie del padrone, si avviarono verso la Mosa e raggiunsero le porte di Commercy. Anche questa cittadina era ormai nelle mani dei prussiani.
Qui seppero che più a nord Verdun era ancora in mani francesi, ma che era circondata dai prussiani.
Anche a Commercy Kurt fece la parte del fratello idiota, non solo per non far capire ai francesi che lui era un prussiano, ma anche per non farsi scoprire dalle autorità di occupazione prussiane che avrebbero subito capito che il ragazzo era un disertore. Anche qui, in cambio di lavoretti, ottennero un po' di cibo da portare con sé.
Lasciando Commercy, scesero lungo la riva della Mosa seguendo la direzione della corrente, cioè verso nord. Avevano saputo che anche la fortezza di Metz era caduta nelle mani dei prussiani e che questi stavano dilagando verso Parigi, malamente contrastati da sacche di resistenza di quello che restava dell'armata francese.
Camminarono per giorni. Raramente incontravano altra gente e ogni volta Kurt assumeva l'atteggiamento del fratello Charles, muto ed idiota. Era quasi diventato un gioco per i due ragazzi, e Kurt era diventato molto bravo, a volte riusciva persino a farsi colare un po' di bava dall'angolo della bocca...
Quando erano soli e sicuri di non essere uditi, continuavano nei loro lunghi soliloqui intercalati. Anche se non si capivano, avevano bisogno di parlare, di comunicare. Il loro vocabolario comune, comunque, si stava gradualmente ampliando, anche se era composto da parole essenziali, usate in modo approssimativo.
A Jacques piaceva la strana pronuncia del francese di Kurt col suo forte accento tedesco. E si sentiva sempre più attratto dall'amico. In modo speciale, si eccitò quando i due ragazzi decisero di bagnarsi nelle acque della Mosa. Kurt ormai aveva perso il suo pudore iniziale ed i due amici guazzavano nell'acqua del fiume, completamente nudi, e giocavano a spruzzarsi allegramente.
"Vieni, amico?" disse ad un certo punto Kurt avviandosi verso la riva.
"No, io resto ancora un po'..." rispose Jacques conscio della propria imperiosa erezione, vergognandosi di farsi vedere in quello stato dall'amico.
Kurt uscì e si girò a guardare Jacques. La visione del corpo dell'altro, bagnato e scintillante al sole, del suo membro che pendeva morbido e bello fra le cosce nervose, non fece che aumentare l'eccitazione di Jacques.
"Tu fermo in acqua?" gli gridò Kurt facendogli un sorriso.
"Sì, ancora un po'..."
"Acqua freddo, sole caldo!" disse Kurt.
"Bene, vengo dopo." insisté Jacques.
Kurt sedette sulla riva, le braccia attorno alle ginocchia, il mento poggiato su un ginocchio, a guardare l'amico. Jacques sentiva un po' freddo, ma la sua eccitazione non accennava a diminuire nonostante tutto.
"Fino ad oggi ci è andato tutto bene. Ma come sarà, il futuro? Se almeno questa guerra finisse..." disse Kurt guardando il suo amico immerso in acqua fino al petto.
"Cazzo, mi si ammosciasse, almeno! Non posso ancora uscire e mi sento congelare."
"Potremo mai vivere tranquilli, io e tu?"
"A te mica viene duro a guardarmi. Tu pensi solo alle donne..."
"Non ho mai avuto un amico vero come sei tu."
"Perché sei così bello e desiderabile?"
"Non voglio perderti ora che ti ho trovato. Qualunque cosa accada."
"Sto congelando... ma almeno pare che si stia ammosciando, finalmente..."
"Vorrei essere francese, almeno ti capirei..."
"Vorrei essere donna, per piacerti..."
"Hai freddo e non vieni fuori... Perché?" chiese stupito Kurt vedendo l'amico rabbrividire.
Jacques sentì che la propria erezione era cessata e finalmente uscì dall'acqua, sotto lo sguardo attento dell'altro. Gli arrivò accanto e, per sicurezza, si sdraiò sul ventre, temendo che per quella vicinanza e per il tenue calore del sole, la sua erezione potesse svegliarsi di nuovo.
"No, Kurt, non vorrei essere una donna, mi piace troppo essere uomo. Ma vorrei piacerti lostesso." disse Jacques guardandolo.
"Sei bianco per il freddo. Che facevi lì in acqua fermo a guardarmi?"
"Chissà perché quando un uomo desidera un altro uomo non può dirglielo, farglielo capire?"
"Vuoi la coperta, amico? Coperta caldo?" chiese Kurt nel suo francese approssimativo.
"No grazie. Vorrei che fossi tu a scaldarmi con il tuo corpo..."
"Sole caldo?"
"Sì, certo."
Kurt gli toccò lieve la pelle della schiena, poi della vita. "Qui caldo, qui freddo." disse.
Jacques rabbrividì di piacere a quell'inconscia carezza ma non disse nulla. Kurt tolse la mano.
"La tua pelle è più scura della mia. Siamo strani fratelli..." disse sorridendogli Kurt.
"Mangiamo qualcosa?" chiese Jacques.
"Sì. Mangiare cibo. Io prendere cibo. Tu aspettare."
Kurt si alzò, ignaro della propria nudità e dell'effetto che faceva sull'amico. Prese un po' di cibo dal loro fagotto, il coltello a serramanico e ne tagliò due porzioni. Prese la fiasca con cui avevano sostituito la borraccia militare e tornò accanto al suo compagno, porgendogli la sua porzione.
I due ragazzi mangiarono in silenzio. Jacques, sempre sdraiato prono, vedeva fra le gambe dell'amico il bel membro morbido circondato dalla folta peluria dorata e provò l'impulso di allungare una mano per carezzarlo... ma si trattenne.
Kurt chiese: "Io prendere vestiti?"
"Sì..." rispose l'altro.
Riuscì ad infilarsi i calzoni senza far vedere all'amico la sua incipiente nuova erezione.
"Andiamo. Possiamo ancora camminare per un po' di ore..." disse Jacques finendo di rivestirsi.
"Chissà se incontreremo i soldati, e di che parte?" chiese Kurt.
Si avviarono, fianco a fianco, i loro fagotti a spalla.
"Non avrei mai immaginato di dover scappare, nascondermi..." disse Kurt pensieroso.
"Se solo trovassimo un posto dove stare tranquilli, dove non importa a nessuno di dove siamo io e tu..."
"La guerra è brutta. Là nella città occupata dai miei, ho letto l'odio dei tuoi nei loro occhi. Ma a me, mi guardavano senza odio, perché mi credevano francese. Perciò l'odio è strano, perché non è per quella persona, ma per... cosa?"
"Il tessitore m'ha detto che se seguiamo questo fiume su a nord arriviamo in Belgio. Lì possiamo forse stare tranquilli e magari pure trovare un lavoro. Là, diceva il tessitore, parlano francese, perciò per me andrebbe bene. E tu pian piano lo puoi imparare..."
"L'uomo non dovrebbe mai essere straniero fra gli altri uomini. Non siamo tutti figli di dio? Vedi, io e tu, come stiamo bene insieme, anche se dicono che siamo nemici?"
"Certo, io dovrò imparare a starti vicino solo come amico, ma penso che ci riuscirò."
"Mi manca un po' la mia famiglia. Ma mio padre non mi vorrebbe più in casa. Chissà se gli hanno già detto che ho disertato? Lui non potrebbe mai capire. E forse neppure mio fratello Otto."
"Se solo trovassimo una barca per scendere il fiume... ci stancheremmo molto di meno e faremmo anche più in fretta ad arrivare in Belgio."
"Mamma sì. Lei sarebbe contenta di vedermi. E anche le mie sorelle. Alle donne interessa solo avere vicino chi amano. Forse sono più deboli degli uomini? O più egoiste? O invece sanno amare meglio, senza mettere condizioni? Eppure io, se amassi, non metterei condizioni... anche se sono un uomo."
"Là potremmo trovare lavoro, penso. E vivere tranquilli. Ma poi tu magari ti trovi una donna e ti sposi. E mi lasci. Però resteremo sempre amici, no?"
"Un uomo non deve piangere, dicono. Ma quando sono scappato dal campo di battaglia, io ho pianto. E mi ha fatto bene piangere. Quante cose stupide si dicono, sugli uomini."
"Io ho perso tutto, ma ho trovato te. Sei tu ora la mia famiglia. Chissà se anche tu la pensi così? Forse sì, mi hai chiamato amico e fratello..."
"Una donna deve essere bella e dolce, un uomo deve essere forte e rude. Perché un uomo non può essere bello e dolce, o forte e dolce... Quante cavolate. Tu sei forte e dolce, per esempio, e mi piaci un sacco così."
Continuavano così, camminando e parlando, ora l'uno ora l'altro, come se stessero discutendo. Guardandosi di tanto in tanto quasi come se potessero capirsi. Era, in un modo strano e misterioso, un vero dialogo e tutti e due i ragazzi lo percepivano come tale.
A notte arrivarono in vista di Verdun. Di lontano videro i fuochi dei campi prussiani che cingevano d'assedio la città. Si fermarono e, istintivamente, si presero per mano. Jacques si accoccolò a terra, prese un rametto e disegnò, parlando all'amico.
"Questo è il fiume."
"Fiume, acqua!" disse Kurt.
"Sì. Questa è Verdun."
"Verdun? Case."
"Esatto. Qui a Verdun ci sono i francesi. Qui tutto intorno ci sono i prussiani."
"Soldati prussiani, sì, quelli..." rispose Kurt indicando verso i lontani fuochi di campo.
"Ecco, e io e te siamo qui..."
"Kurt e Jacques qui..."
"Dobbiamo girare così, attorno, per tornare al fiume quassù. E da quella parte c'è il Belgio."
"Kurt e Jacques devono evitare i campi prussiani facendo un giro e poi continueranno a scendere il fiume." disse il ragazzo indicando col dito sul disegno dell'amico.
"Credo che ci siamo capiti. Ora ci conviene salire là verso le alture, nel bosco." disse Jacques alzandosi in piedi ed indicando verso la montagna.
Kurt fece un ampio gesto con la mano: "Io e tu andare, andare lontano fucili bum bum e poi andare giù a fiume, no?"
"Bravo, esatto. Andiamo, ora."
I due salirono, tenendosi paralleli ai fuochi del campo dei prussiani, abbastanza distanti per non essere visti. Si inoltrarono nel bosco delle Argonne. Le lievi ondulazioni boscose correvano parallele alla Mosa. Traversarono con cautela un'ampia strada sterrata che portava verso Verdun e si inoltrarono di nuovo nel fitto bosco.
"Forse è meglio che ci fermiamo a dormire, ora. La luna è bassa, sta tramontando, fra poco non vedremo più dove mettere i piedi. Riprendiamo domattina a camminare." Disse Jacques trattenendo Kurt per un braccio ed indicando prima la luna, poi il terreno.
"Coperta? Io e te dormire?" chiese Kurt.
"Sì. Va bene?"
"Va bene." disse Kurt.
Stese la coperta di lana e vi si sdraiarono sopra. Parlarono un po', al loro solito modo, ma s'addormentarono quasi subito. Jacques si svegliò in piena notte. Kurt gli si era raggomitolato contro. Ne sentiva il piacevole tepore. Jacques si eccitò immediatamente e provò forte l'impulso di abbracciare e baciare quel corpo tiepido e dolce, accovacciato contro il suo. Fece fatica a non lasciarsi andare. Emise un sospiro tremulo, rattenuto.
"Buon Dio, quanto ti desidero, Kurt!" pensò turbato mentre cercava di riprendere sonno.
Il mattino seguente furono svegliati dal lontano rombo dei cannoni.
"Si uccidono..." mormorò Jacques.
"Questi sono cannoni." Disse Kurt.
"Avremmo potuto esserci noi, ora, lì, a cercare di ammazzarci l'un l'altro, ci pensi?"
"Così di lontano sembrano quasi tuoni di un temporale... L'uomo che gioca a fare dio! E distrugge tutto."
"Andiamo, continuiamo per la nostra strada..." disse Jacques alzandosi e stirandosi.
Kurt si alzò, ripiegò la coperta e la mise nel fagotto. I due si avviarono.
Camminarono per ore ed ore, fermandosi solo per mangiare, in silenzio, ascoltando il lontano tuono dei cannoni. Anche il bosco era silenzioso, quasi intimorito da quel rumore di morte. Quando giudicarono di aver percorso abbastanza strada, scesero di nuovo verso la piana. Ma videro che si trovavano ancora all'altezza del campo prussiano, al di là della città. Tornarono perciò nel folto del bosco e ripresero a camminare. Verso il tramonto tornarono alla pianura. Ora il campo prussiano era lontano.
Traversarono pascoli e campi andando di nuovo verso il fiume. Vi giunsero che il sole era già scomparso dietro i monti della Lorena. Col sopraggiungere del buio il lontano frastuono dei cannoni era cessato. Costeggiando le rive del fiume, alla luce della luna ancora alta, ad un certo punto videro una piccola barca legata ad un paletto, in una caletta naturale. Non vi erano i remi.
Ma Jacques tagliò due lunghi rami col coltello a serramanico, e ne porse uno a Kurt. Salirono sulla barca e Kurt sciolse la corda. Spinsero la barca al largo, dapprima puntando i rami contro la riva, poi sul basso fondale della cala, finché la corrente afferrò la barca e la trascinò verso valle.
In un primo momento non riuscirono a governare il legno, ma a poco a poco capirono come usare i lunghi rami frondosi a mo' di timone e la barca si stabilizzò abbastanza, anche se a volte sfuggiva al loro controllo e prendeva a girare lentamente su se stessa.
"Non sono mai stato un marinaio, io..." gemette Kurt.
"Vedi come andiamo veloci, così, senza stancarci i piedi?"
"Mi sta quasi venendo mal di stomaco..." si lamentò Kurt.
"Vedrai che andrà tutto bene. Di notte di solito si doveva star fermi, così invece facciamo parecchia strada."
"Io credo che mi provo a stendere un po'... chissà che il mio stomaco si calmi..."
"Ti senti stanco? Prova a dormire, Cerco di far andar dritta io questa barca." disse Jacques prendendo il ramo dalle mani dell'amico, che si stese sul fondo del piccolo legno.
La luna stava già tramontando. Jacques si sentiva un po' stanco, gli occhi pesanti gli si chiudevano nonostante lottasse con se stesso per tenerli aperti. Provò la tentazione di stendersi anche lui, accanto all'amico, ma capì che non poteva abbandonare la barca a se stessa. Immerse le mani in acqua, prima una poi l'altra e se le passò sul volto assonnato.
Il rumore sommesso e sempre uguale dell'acqua del fiume sembrava quasi ipnotizzarlo. Pensò di chiamare Kurt, ma il suo respiro regolare e profondo gli fece pensare che l'amico avesse bisogno di dormire e lo lasciò in pace. La notte senza luna gli impediva di vedere Kurt, di guardarlo. Per tenersi sveglio Jacques iniziò a canticchiare fra sé e sé tutte le canzoni che conosceva, a mezza voce.
La barca sussultò battendo contro una bassa roccia e giro su se stessa, trascinata dai flutti. Jacques stava cercando di stabilizzarla quando sentì la voce allarmata di Kurt.
"Che succede?"
"Va tutto bene, non è successo niente."
"Che buio! Dove sei?"
"Abbiamo toccato una roccia, penso, ma per fortuna non ci siamo capovolti."
Jacques sentì le mani di Kurt toccargli i piedi, poi risalire su per le gambe, sulle cosce e qui fermarsi mentre il ragazzo si sollevava accostandosi a lui.
"Se mi tocchi così..." disse Jacques a mezza voce, emozionato, "mi fai eccitare..."
"Ho dormito e ti ho lasciato solo..."
"Togli quelle mani di lì, per favore..." disse Jacques fremendo, sempre più turbato.
Kurt si alzò in ginocchio di fronte all'amico e le sue mani calde restarono ferme sulle sue cosce.
"Oh, Kurt... Kurt..." ansimò Jacques fremendo di nuovo.
"Tremi, amico, hai freddo? Freddo?"
"No..." disse Jacques.
Avrebbe voluto allontanare quelle mani così calde dalle sue cosce, ma non poteva lasciare i rami con cui governava la barca, per non perderli. Allora ne tirò uno fin sul suo grembo e lo spinse verso le mani dell'amico.
"Prendi..." disse.
"Sì, Kurt prendere." rispose l'altro afferrando il ramo e togliendo così le mani dalle cosce dell'amico.
Si girò sulle ginocchia e si spostò andando a sedere sulla traversina di fronte, cercando di muovere il ramo nel modo giusto. Per un po' tacquero entrambi.
Poi Kurt disse: "Ho fatto un sogno strano, sai?"
"Non dovresti mai toccarmi in quel modo."
"Ho sognato mio fratello Otto..."
"Io già fatico a resisterti se non mi tocchi..."
"Ma lui era vecchio ed era sposato con una donna grassa..."
"C'è troppa intimità, fra noi due."
"Ed io invece ero restato giovane!"
"O magari troppo poca..."
"E mia cognata rideva perché io non m'ero sposato."
"Il mio desiderio di fare l'amore con te, invece di diminuire aumenta."
"E io le dicevo: quando sarò grande mi sposerò!"
"Io mi sto innamorando di te... di te!"
"E Otto mi diceva: no, non crescerai più, ormai."
"Sì, mi sto innamorando di te, anche se non riesco a dirtelo, a fartelo capire..."
"E io ero allegro all'idea di non crescere, e di non sposarmi, ero allegro."
"... perché ho paura di perderti del tutto."
"Non è un sogno strano?"
"Mi lascerai, tu un giorno?"
"Ma tu mi stai dicendo qualcosa d'importante... lo sento."
"Kurt?"
"Jacques?"
"Tu e io amici sempre?"
"Amici, sempre, sì." rispose Kurt e aggiunse, "Era di questo che mi stavi parlando?"
"Non mi lasciare mai, qualunque cosa succederà..." lo pregò Jacques, poi aggiunse, "Kurt qui laetificat juventutem meam!"
Il ragazzo prussiano chiese: "Ripetere?"
"Kurt qui laetificat juventutem meam..."
"Ah, sì! Jacques qui laetificat juventutem meam!"
"Perché nella messa non c'è mai una dichiarazione d'amore?" chiese Jacques accorato, più a se stesso che all'altro.
"Quant'è che non vado più a messa..." mormorò Kurt.
"Guarda, il cielo sta rischiarando là dietro il bosco..." disse Jacques.
Si guardò attorno. Ora cominciavano a distinguersi le rive.
"Forse dovremmo accostare. Kurt?"
"Sì, parlare."
"Qui barca. Là terra. Andare?"
"No fiume? Io e te camminare?"
"Là terra. Andare?"
"Sì, andare..."
Cercarono entrambi di manovrare per accostarsi alla riva. Sembrava difficile ma a poco a poco si spostarono verso la riva destra. C'era un folto di alberi che si curvava sull'acqua e cominciarono a passarvi sotto. Ma non trovavano appigli a portata di mano né riuscivano ad accostarsi di più alla riva. Stavano quasi per rinunciare quando la barca urtò contro qualcosa nell'acqua e si girò verso la riva. I due ragazzi quasi contemporaneamente videro un tronco obliquo, caduto nell'acqua, semisommerso, che tratteneva la barca.
Provarono ad immergere i rami e Kurt riuscì a puntare il proprio contro qualcosa e far scivolare la barca contro il tronco, verso riva. Dopo molti sforzi Jacques riuscì a raggiungere un ramo proteso sull'acqua, ad afferrarlo ed a tirare con forza. Kurt andò in suo aiuto e la barca scivolò ancor più verso riva. Avevano le mani indolenzite, ma ormai la barca era abbastanza vicina alla sponda. Allora Kurt si issò sul grosso ramo proteso, con la corda della barca legata attorno alla vita, vi scivolò sopra fino a raggiungere il tronco e, seduto sulla biforcazione, tirò con tutte le sue forze finché la barca toccò la riva alta e un po' scoscesa.
Kurt lego la corda al ramo, prese i fagotti che Jacques gli porgeva, e infine anche Jacques si issò sul ramo e raggiunse Kurt sulla riva. Si allontanarono un po' dal fiume guardandosi attorno con attenzione, per ritrovare la strada del ritorno. Arrivati al limitare degli alberi, sbirciarono al di là. C'erano campi e, lontano, case. I campi erano stati arati e la terra era spoglia. Tornarono fra gli alberi e sedettero in terra.
"Chissà quanto è ancora lontano il Belgio?" chiese Jacques.
"Belgio. Tu pensi di andare in Belgio, vero? Sai dov'è?" chiese Kurt.
"Dicono che lì non c'è la guerra."
"Tu sai dove andare, io vengo con te."
"Chissà che lì non si possa trovare un buon lavoro."
"Sì, io vengo ovunque tu decidi di andare. Tu sei ormai tutta la mia famiglia." disse Kurt convinto.
Jacques non capì, ma annuì per istinto. "Io mi sento molto stanco. Credo che proverò a dormire..."
"Tu dormire? Io prendere coperta per Jacques." disse Kurt e si alzò a prendere la coperta. La stese e fece cenno all'amico di sdraiarvisi. "Kurt sedere terra e guardare Jacques. Bene?"
"Sì, grazie. Sto morendo dal sonno."
"Dormi, amico mio. Io veglierò su di te. Dopo decideremo se provare ancora a scendere il fiume con la barca anche di giorno."
Jacques si stese e quasi subito piombò in un sonno profondo.
Kurt un po' lo guardava, un po' guardava attorno, soprattutto verso i campi che, da dove era, s'intravedevano appena.
Lasciò dormire l'amico per diverse ore, finché sentì fame. Allora lo svegliò e condivisero il cibo.