S'erano di nuovo seduti sull'erba.
Kurt indicò il sole: "Caldo."
"Sì, si sta bene."
"Io e tu nudi? Io e tu bacio e amore?" invitò Kurt con uno sguardo malizioso e sbarazzino.
"Sì... vieni..." disse Jacques aprendosi in un ampio sorriso.
Si alzò in piedi e si mise davanti all'amico. Iniziarono a spogliarsi l'un l'altro fino a denudarsi completamente. Si contemplarono. Kurt posò lieve i polpastrelli delle dita sul petto di Jacques, sui fianchi, sul ventre, sulle cosce poi all'interno di queste, risalendo fino a carezzargli l'incipiente erezione.
Jacques gli si accostò e prendendolo di fianco fra le braccia, si chinò a suggergli un capezzolo. Kurt fremette e gli carezzò una guancia. Jacques giocò un po' con la punta della lingua sul capezzolo duro dell'amico, poi scese a leccargli il petto, il ventre, per poi risalire a mordicchiargli l'altro capezzolo.
"Ancora..." ansimò il ragazzo in estasi.
Jacques gli sorrise e, spostatosi sull'altro capezzolo, ponendogli le mani sui fianchi, riprese il cammino con le labbra e la lingua. Quando fu di nuovo con la lingua sul suo ventre, accoccolato davanti a lui, gli fece scivolare le mani a coppa sulle natiche e lo tirò a sé, appoggiando la guancia sul ventre teso dell'amico.
L'erezione di Kurt gli premette con vigore sul petto e Jacques lo mosse strofinandoglielo addosso. Poi si staccò un poco da lui, gli prese fra le mani i bei genitali e, d'istinto, chinò il capo a baciarglieli con venerazione. Sentì Kurt fremere con forza, e capì che sentire le sue labbra sul membro gli procurava piacere. Allora tirò fuori la lingua e con la punta saggiò le bella verga dura, passandola su tutta la sua lunghezza.
Kurt fremette con più forza ed emise un basso mugolio di piacere. Jacques sentì il piacere dell'amico ed allora insistette. Leccò su e giù tutta l'asta, protendendo di più la lingua, usandola ora di punta ora di piatto, felice di aver scoperto un modo nuovo di dare piacere al ragazzo. Kurt sembrava in estasi, gli tremavano le gambe e mugolava. Le sue mani carezzavano la testa, il collo e le spalle di Jacques. Continuarono così, finché Kurt fu tutto un tremito.
Allora il ragazzo si chinò, prese Jacques sotto le ascelle facendolo rimettere in piedi.
"Aspetta..." gli sussurrò e lo baciò in bocca abbracciandolo e stringendolo a sé.
Poi fu la volta di Kurt che volle fare su Jacques lo stesso percorso con le sue labbra e la sua lingua. I due stavano imparando, l'uno con l'altro, l'uno sull'altro, l'uno per l'altro le vie dell'erotismo. Stavano scoprendo i punti più sensibili del corpo dell'amico e ciò che li spingeva in questa ricerca e scoperta era il desiderio di dare sempre più e sempre meglio piacere all'altro.
Kurt, usava la sua limitata esperienza con le ragazze, con cui però non aveva mai fatto l'amore con tutti quei meravigliosi preliminari erotici, un po' per la reciproca timidezza, un po' perché dovendolo fare di nascosto e in fretta, giungeva subito all'accoppiamento ed all'orgasmo. Jacques invece aveva visto quell'unica volta come possono accoppiarsi due maschi, e ci voleva arrivare, ma quei lunghi giochi preliminari gli facevano intuire che non doveva avere fretta, così non s'era ancora forzato la via fra le belle e piccole natiche di Kurt. Quel che stava avvenendo lo appagava, per il momento.
Kurt stese la coperta ed i due vi si sdraiarono, al sole. Ripresero a baciarsi, a leccarsi e suggersi per tutto il corpo. Così, senza che nessuno mai gliel'avesse insegnato, né l'avessero mai visto fare, né mai ne avessero sentito parlare, si ritrovarono spontaneamente a leccarsi il membro nello stesso momento, stesi capovolti uno di fronte all'altro sui loro fianchi.
Fu Jacques il primo che pensò di scoprire il glande dell'amico per leccarlo, che poi pensò di sostituire la lingua con le labbra, che quindi si fece scivolare il palo dell'amico fra le labbra e che pensò che poteva masturbarlo con le labbra invece che con la mano. Jacques aveva "inventato" il pompino. E di qui a giungere ad un appassionato sessantanove, il passo fu breve.
Mentre Jacques succhiava per la prima volta in vita sua un membro, gli si presentò alla mente l'immagine del vitello che poppava il latte dalla mucca e sorridendo pensò che dopo tutto anche da quella verga sarebbe poi uscito un liquido bianco come latte... e si chiese che gusto potesse avere... e decise che voleva assaggiarlo.
Quando sentì l'amico fremere sempre più intensamente capì che lo stava portando all'orgasmo e succhiò con maggiore golosità e determinazione, facendoselo scivolare più in fondo, fino in gola, stringendogli il culetto fra le mani, frugando con le dita fra le piccole natiche sode, stuzzicandogli l'ano in cui sapeva che prima o poi sarebbe entrato.
Kurt si irrigidì di colpo e fiotti su fiotti di tiepido succo sgorgarono dal suo membro, subito avidamente succhiati ed ingoiati da Jacques che a quella scarica raggiunse a sua volta l'orgasmo nella bocca di Kurt. Ed anche il ragazzo prussiano bevve, sorpreso ma deciso a fare come Jacques. Continuarono a succhiarselo anche dopo che ne fu uscita l'ultima goccia, a baciarselo, finché Kurt si girò, abbracciò stretto l'amico e gli dette un tenero bacio su una guancia.
"È sempre più straordinario fare l'amore con te!" gli sussurrò con dolcezza. "Mi piace davvero molto. E mi piace stare fra le tue braccia forti. E credo proprio che mi sto innamorando di te..."
Jacques si sentiva come cullato dall'incomprensibile sussurro dell'amico-amante. Non capiva che cosa l'altro gli stesse dicendo, ma sentiva che Kurt era felice di stare con lui e tanto gli bastava. Attraverso la pelle dei loro corpi erano le loro anime che comunicavano direttamente, senza problemi di linguaggio, di parole. La lingua tedesca, che dapprima gli era sembrata così rude, così dura e poco musicale, ora gli suonava alle orecchie come una melodia dolcissima e bella.
"È incredibile come l'amore trasforma tutto, vero Kurt? Come due nemici possono scoprire che sono, invece, più che amici. Come due sconosciuti sentono di conoscersi a fondo. Tu ora per me sei molto più importante, e vicino, e prezioso di Sylvestre e di Michel. Abbiamo ancora poche parole in comune per parlarci ma... ma io ti capisco lostesso. Tu mi stai dicendo che mi ami, non è vero? Me lo dicono le tue mani, i tuoi occhi, le tue labbra, il suono della tua voce... E tu capisci quello che ti sto dicendo, vero?"
"Forse un giorno potremo dirci anche con le parole tante cose, tante cose belle. Tu mi insegnerai la tua bella lingua come mi stai insegnando a fare l'amore. Tu mi aiuterai ad essere sempre più unito a te, vero? Perché io e te stiamo diventando sempre più uniti, sempre più una cosa sola, non è vero? Sì, io mi sto davvero innamorando di te..."
Continuarono a parlarsi così, in quella specie di dialogo a cui s'erano abituati nei giorni passati assieme, in cui ognuno godeva del suono della voce dell'altro, delle inflessioni, del tono, non potendo godere del significato.
Andarono a lavarsi l'un l'altro al ruscello poi, passandosi l'affilato coltello a serramanico, si rasarono accuratamente il volto. Quindi si rivestirono e ripresero il cammino.
"Non avrei mai creduto di poter guardare un ragazzo, un maschio, e di trovarlo non solo bello ma anche desiderabile!" disse Kurt ad un tratto.
Jacques lo guardò e lesse ammirazione negli occhi dell'amico: "Se mi guardi in quel modo, mi fai venire voglia di fare di nuovo l'amore, tu..." gli disse.
"Io prima mi sentivo eccitato a guardare il seno prosperoso delle ragazze... ma ora per la prima volta mi sento eccitato solo a guardare un ragazzo, un maschio."
"Chissà se un giorno potremo avere una casa, o almeno una stanza tutta nostra dove possiamo vivere insieme, in intimità?"
"O forse mi eccita solo guardare te... perché sei tu?"
"Con un pagliericcio grande come avevano papà e mamma..."
"Tu avevi già fatto l'amore con altri ragazzi, prima che con me?"
"... dove potremo fare l'amore ogni volta che vorremo..."
"Forse qui in Francia si fa anche l'amore fra maschi... chi sa?"
"... accanto a un bel caminetto col fuoco, d'inverno..."
"Al mio paese credo che non si fa... o almeno, non ne parlava mai nessuno."
"Chissà perché due maschi possono amarsi solo di nascosto? Perché la gente dice che è sbagliato? Non sanno che invece è così bello?"
"Nessuno immagina che è così bello, evidentemente."
I due giovani non erano consci di quanto nei loro discorsi stessero quasi dicendo le stesse cose. Ma i loro occhi brillavano della stessa felicità, della stessa serena consapevolezza di amarsi l'un l'altro, di essere amati dall'altro.
"Jacques?"
"Sì, amore?"
"Tu parla a Kurt francese e Kurt ascolta e Kurt poco poco parla francese e Kurt ripetere francese di Jacques... Bene?"
"Sì, io ti insegnerò. Stai già imparando bene."
"Tu dire cosa facile a Kurt e Kurt capire e ripetere. Bene?"
"Sì, amore, certo."
Jacques così iniziò in modo cosciente e sistematico ad insegnare all'amante la propria lingua, a correggerlo quando parlava, a farlo ripetere. E Kurt, grazie alla sua memoria eccezionale, imparava rapidamente.
"No parlare. Io parlo, tu parli, lui parla... capisci?"
"Ah, sì. Io parlo francese e tedesco. Tu parli solo francese! Sì?"
"Sì, bravo. Io mi chiamo Jacques. E tu, come ti chiami?"
"Io mi chiamo Kurt e tu ti chiami Jacques."
"Bravo! E come si chiama questo?"
"Si chiama questo naso?"
"No: questo si chiama naso. Ripeti."
"Questo si chiama naso e questo si chiama bocca."
"Questa... 'sta... bocca..."
"Questa si chiama bocca." ripeté soddisfatto Kurt.
Così, camminando e facendo lezione di francese, i due ragazzi proseguirono nel loro cammino. Cercavano di mantenersi a metà costa, senza né salire verso la montagna né scendere verso il fiume. Ad un certo punto traversarono una strada e videro salire una fila di muli carichi e di persone.
"Kurt, fai il fratello scemo, adesso..." gli disse Jacques.
Il ragazzo sorrise e recitò la sua parte.
Quando Jacques fu vicino al primo uomo, gli fece un cenno di saluto.
L'altro rispose con un "Buongiorno."
Jacques allora affiancandoglisi, gli chiese: "Scusate, dove porta questa strada?"
"Di là a Sedan, di qua in Belgio."
"Ah, e voi state andando in Belgio?" chiese Jacques subito interessato.
"No, la frontiera è chiusa. I soldati del re del Belgio non fanno passare nessuno."
"Ah! Perché non fanno passare?"
"Eh, la guerra. Tutti vorrebbero scappare in Belgio. Ma da dove venite, voi?"
"Oh, noi veniamo da Givry."
"Givry? Mai sentito..."
"I prussiani hanno distrutto la nostra casa e sono morti tutti e solo noi due siamo ancora vivi..."
"Ma che ha tuo fratello?"
"È sordomuto da piccolo..."
"Oh, poveretto... E dove state andando?"
"Si voleva andare in Belgio dove vive un nostro zio..."
"Ah, capisco. Ma finché dura la guerra non si passa. Dove vive vostro zio?"
"È la città sul fiume, appena si arriva in Belgio..." disse Jacques che non conosceva nessun nome di città.
"Lungo la Mosa?"
"Sì, certo."
"Mah, c'è Dinant... poi Namour..."
"Lui è a Dinant." disse Jacques memorizzando quel nome.
"Allora non vi conviene provare di qui. Vi conviene piuttosto scendere la Mosa e chissà che di là riusciate a passare... Anche perché questa maledetta guerra dovrà pur finire un giorno o l'altro, no? Pare che i prussiani stiano per arrivare a Parigi. Gambetta e Favre cercano di resistere, ma i prussiani sono troppo forti, dicono."
"Ci sono i prussiani a Sedan?"
"Sì, certo, da più di due mesi, ormai."
"E... come sono?"
"Bah, un re vale l'altro. Prima pagavamo le tasse a Napoleone, adesso dovremo pagarle a Guglielmo."
Scambiarono altre informazioni, poi si salutarono. Quando la piccola carovana fu lontana i due ragazzi ripresero la strada. Mantenendosi sempre a metà costa, camminarono per parecchi giorni, fermandosi solo per mangiare, lavarsi, dormire e fare l'amore.
Jacques era arrivato gradualmente a tentare di penetrare il compagno, ma scoprì che era più difficile di quello che avesse immaginato. Kurt si prestava volentieri ai suoi tentativi, ed era eccitante per tutti e due, ma il palo di Jacques sembrava spingere inutilmente sul foro del compagno. E quando, premendo con più forza, l'ano di Kurt iniziava a cedere, il ragazzo provava dolore e Jacques smetteva immediatamente, perché non voleva far male al suo amante.
A sua volta cercò di farsi penetrare da Kurt, ma il risultato fu identico. Tutti e due erano vergini lì, e nessuno dei due sapeva che bisognava lubrificare bene il foro per facilitare l'ingresso dell'altro. A tutti e due quel contatto e quelle spinte inizialmente piacevano, finché subentrava il dolore ed allora dovevano smettere.
"Jacques, no importa se no riesce. Altro modo di godere molto bello, no?" diceva Kurt con tenerezza.
"Sì, ma so che è possibile. Ho visto due farlo, e piaceva a tutti e due..." insisteva Jacques.
"Forse c'è modo che noi non conosce. Forse un giorno noi capisce modo giusto, no?" insistette Kurt con dolcezza.
Nel sessantanove erano diventati esperti, così finivano sempre col darsi piacere e godere in quel modo. Ma anche a Kurt ora piaceva tentare di penetrare il compagno, così ogni volta ci riprovavano, anche se senza successo.
Erano già a metà novembre quando le loro scorte di cibo erano quasi esaurite e la natura non offriva quasi più cibo selvatico per integrare i loro pasti.
"Dobbiamo scendere a valle, cercare un paese o una fattoria dove lavorare per farci dare un po' di cibo..." disse Jacques un giorno.
"Sì, cercamo cibo."
"Cerchiamo il cibo..." lo corresse quasi meccanicamente Jacques.
Scesero verso valle e dopo un paio di chilometri giunsero in riva al fiume. Lo costeggiarono finché videro che stavano raggiungendo un piccolo paese. Era Mahon. Recitando la solita parte dei fratelli profughi, dopo aver chiesto qua e là, Jacques trovò lavoro da un legnaiuolo di Nouzonville che aveva giusto bisogno di un paio di lavoranti. Questi, che aveva appena scaricato un carico di legname, li fece salire sul proprio carro vuoto e li portò con sé fino al proprio paese.
"Che strano... tuo fratello pare più un prussiano che un francese..."
"Ah, non dite così! I prussiani hanno ammazzato tutta la nostra famiglia e bruciato la nostra casa..." disse con aria afflitta Jacques.
"Sì, capisco, però... siete così diversi, voi due..."
"In Lorena è comune... E poi mia madre è morta dandomi alla luce e mio padre si sposò di nuovo con una donna bionda, e così..."
"Ah, siete fratellastri, allora."
"Sì..."
"Ma di' un po', è sempre stato così, tuo fratello?"
"Sì, fin da piccolo, il povero Charles."
"Ma può lavorare?"
"Eccome! È sordo e muto ma non è mica scemo. È forte e intelligente. Io devo solo fargli vedere cosa deve fare e lui lo fa, e bene. In casa faceva un sacco di lavori, con me."
"Ci sarà da faticare. Dovremo spaccare legna per almeno una decina di giorni."
"Solo noi tre?"
"Ci mancherebbe! No, anche i miei due figli ed altri due lavoranti."
"Ci darete da mangiare e da dormire e una paga?"
"Sì, certo. Dormirete dietro la legnaia, c'è uno stanzino con una stufa. E mangerete con noi. E alla fine vi darò anche i soldi come vi ho promesso."
"Noi vorremmo andare in Belgio, come vi ho detto. Ci servirebbe del cibo conservato, più che le monete..."
"Si può fare. Ne parlerò con mia moglie."
I due, così, si fermarono a lavorare a Nouzonville per due settimane. Mangiavano con la famiglia del legnaiuolo. La moglie e la figlia cucinavano per tutti e servivano a tavola i sette uomini. La figlia lavò e rammendò i vestiti dei due ragazzi e procurò loro dei calzettoni e delle vecchie scarpe perché stava arrivando l'inverno e faceva piuttosto freddo.
La ragazza, che si chiamava Giselle, aveva la stessa età di Kurt e sembrava essere molto attratta dal ragazzo. Ma non trovandosi mai sola con lui, si limitava a lanciargli, di tanto in tanto, fugaci occhiate languorose.
Una notte, chiusi nella loro stanzetta appena stiepidita dalla piccola stufa a legna, Jacques chiese in un sussurro a Kurt: "Ti piace Giselle?"
"È graziosa."
"Lei ti vorrebbe..."
"Sì, l'ho capito..."
"E tu?"
"Io sto qui con te, no? E va bene così. Io non ho bisogno di Giselle..." rispose il ragazzo baciandolo lieve.
Jacques ne fu lieto. Non potendo chiudere la porta della stanzetta, si limitavano a fare l'amore solo in piena notte, al buio, quando tutti erano addormentati, sotto la coperta e senza spogliarsi del tutto.
Passate le due settimane, il legnaiuolo dette loro qualche moneta e parecchio cibo conservato, una fiasca di vino, due vecchi maglioni rattoppati ma caldi e due berretti di lana.
I due amici salutarono l'ospitale famiglia e scesero al villaggio. Jacques aveva un'idea. Aveva notato che sulla riva del fiume c'erano diverse barche attraccate. Se avessero aspettato la notte, potevano rubarne una, piccola ma ben fatta, e con i remi, che lui aveva individuato, e così discendere la Mosa più rapidamente.
Quando, nelle due domeniche precedenti, erano andati a messa con la famiglia del legnaiuolo, dopo messa Jacques e Kurt avevano bighellonato un po' per il villaggio. Jacques aveva parlato con gli uomini del luogo, curiosi riguardo a quei due ragazzi di fuori. E così aveva scoperto che la piccola barca che ora aveva intenzione di rubare, apparteneva al figlio dello speziale, che era andato in guerra. Gli uomini gli avevano detto, con aria di sufficienza che quella barchetta era "per giocare, mica per pescare o trasportare merce! Una barca costosa e inutile, veloce, sì, ma..." e Jacques aveva deciso che quella era proprio la barca giusta per loro.
Bighellonarono per le vie del paese attendendo il tramonto. Quando il cielo fu abbastanza scuro, scesero fino all'approdo. C'era solo un vecchio che fumava la pipa, seduto sul corto pontile di legno. La barca che volevano prendere era legata proprio lì, accanto al vecchio.
"Dobbiamo aspettare qui, senza farci vedere..." sussurrò Jacques a Kurt.
"Tanto tempo? No meglio andare a osteria, allora?"
"Sì, forse. Dall'osteria si può vedere il pontile... Buona idea."
I due ragazzi entrarono, sedettero ad un tavolo vicino alla finestra e Jacques ordinò due boccali di vinello. Lo centellinarono in silenzio, attendendo.
Al tavolo a fianco, verso il camino, c'erano uomini che giocavano a carte e discutevano ad alta voce su vari argomenti.
Ad un tratto uno disse: "Avete sentito? Pare che i prussiani stanno combattendo contro i nostri a Revin..."
"A Revin? Ma se si dice che si stanno ammassando verso Parigi..."
"Il grosso della loro armata, sì. Ma cercano di far pulizia alle loro spalle, i maiali! Quando Sedan ha ceduto, una parte dei nostri era riuscita a tagliare la corda e s'erano accampati a Revin. Ve li ricordate, no? Erano passati proprio di qui..."
"Sì, sarà stato non più di quattrocento uomini."
"Sì, e i prussiani sono passati per la strada di Charleville, verso Revin. E adesso lì c'è battaglia."
"Ah, sono passati i tempi di Napoleone I. Quello sì che sapeva fare la guerra!"
"Sì, ma intanto anche a lui l'hanno fregato!"
Jacques ascoltava. Non sapeva dove fossero i posti nominati dagli uomini, Revin, Charleville... L'unica cosa era che la guerra ancora continuava e che perciò la frontiera con il Belgio doveva ancora essere chiusa. Ma a loro conveniva comunque avvicinarsi il più possibile al Belgio.
Kurt sotto il tavolo, gli toccò il piede col suo attirandone l'attenzione e con gli occhi gli fece cenno verso la finestra. Jacques guardò fuori: il vecchio si stava allontanando lentamente dal pontile. Jacques annuì. Scolarono il resto del loro vino. Prese le monete, andò dal padrone a pagare e, seguito da Kurt, uscì dall'osteria, i loro fagotti a spalla.
Si guardarono attorno. La riva era deserta. Andarono al pontile e di nuovo si guardarono attorno. Non c'era anima viva. Dopo aver sciolto il canapo che la legava al pontile, si calarono nella barchetta. Sistemarono i loro fagotti e puntando i remi contro la struttura del pontile, ne allontanarono la barchetta sospingendola verso il centro del fiume. Nessuno li vide andare via.
Appena la corrente li ebbe afferrati, si misero a remare. Non erano molto abili ma riuscirono comunque a governare il piccolo scafo che scivolò via silenzioso e veloce.
"Tutto bene, Jacques!"
"Sì, amore. Quando si accorgeranno, noi saremo ben lontani."
"Infine io posso parlare e no essere muto e sordo e scemo!" disse ridendo Kurt.
Remarono a lungo nella notte, seguendo le anse del fiume. Passarono vicino a due piccoli villaggi addormentati, senza problemi. La Mosa si snodava tutta ad anse, fra rive folte di alberi, interrotte solo qua e là da distese di campi. La luna era alta e quasi piena.
"È bella questa notte sul fiume." mormorò Kurt.
"Sì, un po' fredda ma bella."
"Fortuna che Giselle ha dato noi maglioni."
"Vorrei scaldarti io..." gli rispose Jacques.
Kurt ridacchiò: "Tu molto megliore di maglione. Ma adesso noi fa andare barca."
Dopo un po' Kurt chiese a Jacques di accostare ed andare a terra, perché aveva bisogno di andare di corpo. Remarono fino ad un punto in cui la riva era bassa, e vi spinsero la barca ad arenarsi. Scesero, legarono il canapo della barchetta ad un grosso ramo perché la corrente non la portasse via, e si inoltrarono fra i radi cespugli dove tutti e due fecero i loro bisogni.
Si stavano riassettando i calzoni, quando sentirono improvvisa una scarica di fucili. Si chiamarono sottovoce. Si riunirono, acquattandosi fra i cespugli.
"La notte non si è mai combattuto!" mormorò stupito Jacques.
"Molta luna, si vede tutto. Spari fucile viene di là, guarda..." disse Kurt stringendosi all'amico. "Noi torna su barca e va via?"
"No, dovremmo alzarci e i cespugli qui sono troppo radi e bassi. Ci vedrebbero e magari ci tirano addosso. Restiamo qui immobili."
Un manipolo di soldati francesi in ordine sparso comparve arretrando e sparando di tanto in tanto. Poi si videro anche i soldati prussiani, più numerosi, che avanzavano in tre file ordinate e compatte, sparando a turno. I prussiani avanzavano con calma, sicuri della propria superiorità ed apparentemente incuranti che di tanto in tanto uno di loro cadesse restando sul terreno. Anche i francesi cadevano, arretrando, eppure non si davano alla fuga.
I due amici guardavano la scena stando immobili, scossi ma in silenzio. Ora i francesi s'erano stretti in una specie di cerchio ed aspettavano il nemico fermi, sparando a turno in rapida successione. I prussiani s'aprirono a ventaglio cercando di circondare il gruppetto di nemici. Vista la loro evidente superiorità numerica, quando ebbero circondato completamente il manipolo di soldati francesi, un ufficiale prussiano dette ordine di cessare il fuoco e gridò in un francese approssimativo: "Soldato francese, ti arrendete voi?"
Uno dei francesi urlò in risposta: "Mai!" ed i francesi ripresero a sparare.
Ad un tratto uno dei colpi di fucile dei francesi passò fra i soldati prussiani e colpì Jacques che si accasciò con un grido strozzato.
Kurt subito si chinò su di lui: "Jacques? Jacques?"
"La gamba... oh la mia gamba..."
"Dove, fa vedere!"
"No, attento..."
"Loro no guarda noi. Aspetta, fa vedere dove..."
"Qui..."
Kurt guardò e vide la chiazza di sangue sulla tela dei calzoni dell'amico, sulla coscia destra.
"Noi deve tornare su barca e io deve legare subito tua gamba, tu se no perde troppo sangue... Tu può camminare?"
"Non so... forse no..."
"Tu tieni su mio corpo e viene..."
"È pericoloso..."
"Quelli pensa solo uccidere altri, non sa noi qui. Tieni su mio corpo! Vieni!"
Si trascinarono fino alla barca. Kurt aiutò Jacques ad issarvisi dentro. Slegò la barca e la spinse con tutte le sue forze verso il fiume. Riuscì a farla scivolare, a disincagliarla, e in un ultimo sforzo riuscì a dare una grande spinta e la barca si allontanò pigramente dalla riva. Ma Kurt perse l'equilibrio e finì lungo nell'acqua. Si rialzò immediatamente ma la barca, afferrata ora dalla corrente, si allontanava velocemente e Kurt non sapeva nuotare.
"Jacques! Oh Jacques..." esclamò il ragazzo con le lacrime agli occhi.
L'altro nella barca non si rese subito conto di quel che stava accadendo, ma quando non vide salire Kurt, si alzò a sedere e capì che cosa era successo. Tentò di governare la barca con i remi ma aveva poche forze, ad ogni movimento la gamba gli faceva male e comunque non riusciva a contrastare la forza della corrente.
"Kurt! Kurt!" gridò.
L'amico, in piedi nell'acqua, agitava le braccia impotente vedendo la barca allontanarsi. Jacques si abbandonò sul fondo della barca, angosciato.
Kurt allora risalì la riva. Gli spari ancora continuavano. Kurt aggirò il prato dello scontro cercando di tenersi fra i radi cespugli e si mise a correre parallelo alla riva. Inciampava, cadeva, si rialzava. Per poter vedere il fiume si avvicinò di più alla riva, anche se così il cammino era meno agevole. Corse tutta la notte. La barca non si vedeva più.
Jacques frattanto giaceva ansante sul fondo della barchetta che seguiva la corrente, a volte girando su se stessa, sballottata dai flutti. La barca arrivò a Revin. Sulle rive i soldati prussiani la videro e pensarono che potesse essere un tentativo del nemico di spiarli. Tirarono sulla barchetta in parecchi, mancandola più volte, ma un proiettile colpì Jacques su un fianco, trapassandolo da parte a parte anche se, fortunatamente, senza ledere alcun organo vitale.
Jacques perse i sensi. La barchetta, fatta ancora segno ad inutili colpi di fucile, traversò la piccola cittadina e proseguì verso valle.
Kurt frattanto era giunto alle porte di Revin. Era l'alba. Traversò indisturbato la cittadina lungo la strada che costeggiava il fiume, sorpassando gruppi di soldati prussiani che fortunatamente non lo degnarono d'uno sguardo. Traversò il ponte e proseguì sulla riva sinistra, verso valle, sempre cercando con gli occhi la barca, ma non ve n'era traccia.
Uscito da Revin, corse lungo la strada sterrata che si snodava parallela al fiume. A metà mattina traversò Fumay. Era sconvolto. Già immaginava la barca trascinata lontano, magari capovolgersi, o sfociare in mare, o...
Di primo pomeriggio traversò Vireux, sempre senza trovare traccia della barca. Era stanco morto, ma continuava un po' a correre un po' a camminare lungo la strada. Oltre Vireux la Mosa faceva un'ampia ansa ma la strada tagliava dritto. Indeciso se seguire la riva del fiume o la strada, infine optò per quest'ultima. Si ritrovò accanto al fiume, e finalmente rivide la barchetta, arenata.
Corse a rotta di collo, con tutte le forze che aveva, arrivò al piccolo natante e vide Jacques riverso, una seconda, ampia macchia di sangue sulla camicia.
"Jacques! Oh Jacques! Dio mio, fa che non sia morto!" ansimò mentre saliva nella barca.
Vide che l'amato respirava. Doveva soccorrerlo, ma come? La barca, lambita dall'acqua del fiume, solo la prua arenata, dondolava. Non c'erano alberi o rami lì vicino per assicurarla alla riva. Poteva staccarsi da riva, ma questa volta stando a bordo, e cercare un attracco dove ci fossero alberi o rami robusti. Ma non sapeva se da solo sarebbe riuscito a governare la barca. Poteva cercare di far arenare meglio la barca, ma sempre da solo e col peso di Jacques sopra, difficilmente ci sarebbe riuscito. Forse l'unica soluzione era tirar giù l'amico dalla barca... Gliel'avrebbe fatta? Prese i due fagotti e li lanciò a riva uno dopo l'altro. Quindi, piantati bene i piedi sul fondo della barca, le gambe un po' divaricate, passò un braccio sotto le ascelle di Jacques ed uno sotto le sue ginocchia e lo sollevò lentamente. Era pesante. Barcollando un po' anche per l'instabilità del natante, sedette sul bordo della barca, accanto alla prua, tenendo in braccio il corpo esanime dell'amico. Pivottando sul sedere riuscì a portare le proprie gambe all'esterno della barca e si lasciò scivolar giù.
La barca rollò, quasi scodellandoli fuori, e Kurt si trovò ritto in piedi sul bagnasciuga. Risalì la riva fino ad un punto asciutto e depose Jacques sull'erba con delicatezza. Prese uno dei fagotti e glielo sistemò sotto il capo. Guardò verso la barca. Questa, alleggerita, s'era disincagliata dalla riva ed aveva preso ad andare al largo, subito afferrata dalla corrente e scomparve verso valle. A Kurt non importava.
Si alzò in piedi e si guardò attorno. E vide che, a meno di un chilometro da lì c'era una fattoria col comignolo che fumava. Doveva andare a chiedere aiuto, soccorso per Jacques. Avrebbero capito che lui era un prussiano, un nemico, e forse questo gli sarebbe costato caro, forse anche la vita. Ma non gli interessava, purché salvassero Jacques. Con le ultime forze corse verso la fattoria. Il sole stava già per tramontare.
Giunse sull'aia e gridò: "Aiuto... Aiuto... aiutatemi!" in tedesco perché non sapeva come dirlo in francese.
Poco dopo si aprì una porta ed uscirono un uomo ed una ragazza.
Kurt allora disse, cercando di esprimersi in francese: "Mio amico, molto male... là fiume... andare con me? Prendere mio amico?"
La ragazza gli disse in tedesco: "Sei un prussiano?"
"Sì, ma il mio amico è francese, è uno di voi. Perde molto sangue, l'hanno ferito. Aiutatelo, per favore!"
"Noi non siamo francesi... e neppure prussiani. Siamo del Lussemburgo." disse l'uomo asciutto, avvicinandosi a Kurt. Poi gli chiese: "Siete disertori?"
"Aiutate il mio amico Jacques, se no morirà! Perde molto sangue..." implorò Kurt.
La ragazza s'avvicinò e disse all'uomo: "Andiamo, papà. Per le domande ci sarà tempo dopo. Portaci dal tuo amico, ragazzo."
Kurt la ringraziò con lo sguardo e si avviò svelto verso il fiume, seguito dai due. Arrivati accanto al corpo di Jacques, l'uomo si chinò e guardò i fori sugli abiti, al centro delle vaste chiazze di sangue.
"Colpi di fucile?"
"Sì, ci siamo trovati in mezzo a uno scontro fra francesi e prussiani e lui è stato colpito... potremo salvarlo?"
"Adesso portiamolo in casa. Vedremo quel che si può fare."
Mentre l'uomo e Kurt sollevavano Jacques, la ragazza prese i due fagotti e li seguì. Trasportarono il ferito fino alla casa e lo stesero su un pagliericcio in una delle stanze. L'uomo disse alla figlia di preparargli dell'acqua calda e quando la ragazza fu uscita, disse all'esausto Kurt: "Aiutami a spogliarlo. Sollevalo un po'... ecco, bene... piano..."
Gli tolsero la camicia, poi i calzoni. L'uomo prese un telo e coprì i genitali di Jacques, facendoglielo passare fra le gambe ed annodandoglielo ai fianchi. La ragazza tornò con una pentola di acqua fumante e con una pezzuola bagnata prese a ripulire il sangue dal corpo di Jacques con estrema delicatezza.
Dopo averlo ripulito, disse: "I proiettili sono usciti tutti e due... ma continua a perdere sangue..."
"Prendi un panno pulito e fasciamolo stretto." disse il padre.
La ragazza prese da un cassetto un vecchio camicione e lo strappò facendone delle strisce. Kurt, seduto sul pavimento, esausto, svuotato, guardava i due affaccendarsi.
"Vivrà?" chiese ad un tratto con voce angosciata, sull'orlo delle lagrime.
"Non lo so. Domani Helga andrà a Givet a cercare il medico."
"Non può andare ora? Vado io?"
"No, di notte è troppo pericoloso. Anche qui c'è la guerra, sai? A volte i francesi, a volte i prussiani... domattina è più sicuro. Ed è meglio che vada Helga."
Dopo aver tamponato le ferite e fasciato stretto il petto e la coscia di Jacques, lo coprirono. L'uomo convinse Kurt a lasciare il compagno e ad andare a mangiare qualcosa con loro. E volle sapere da Kurt la loro storia. Il ragazzo raccontò loro la verità, tacendo solo sulla loro relazione sessuale. Helga ascoltava attenta. L'uomo annuiva e di tanto in tanto faceva domande.