Il mattino seguente Junot li andò a svegliare. Li trovò vestiti, e semiabbracciati.
"Avete avuto freddo, ragazzi?" chiese senza malizia.
"Un poco..." mentì Jacques.
"Prendete le vostre cose. Andiamo alla locanda a prendere il parigino e partiamo."
"Sì, va bene. Il parigino sa che ci siamo anche noi?"
"No, ma non farà storie. In tre potrete aiutarvi meglio. C'è molta neve, e il percorso sarà difficile. Ecco, prendete questi bastoni, ne avrete bisogno. Andiamo."
Seguirono Junot ed attesero fuori della locanda. Dopo poco l'uomo uscì col parigino.
"Ecco, questi saranno i vostri compagni di viaggio." disse al parigino indicando i due giovani.
Il parigino era un uomo sulla quarantina, con due baffi folti ed un'espressione dura ed accigliata. Era massiccio, ma agile e forte. Fece un secco cenno di saluto ai due ragazzi.
Poi disse a Junot: "Fin dove ci accompagnerete, voi, Junot?"
"Fin al di là della frontiera. Vi indicherò la strada per Philippeville e tornerò indietro."
"Quante ore di marcia?"
"Da qui fin dove vi lascerò, circa quattro. Di lì a Philippeville, seguendo la strada, circa cinque."
L'uomo aveva sulle spalle un sacco di ruvida tela, gonfio. Anche a lui Junot aveva dato un bastone. Si avviarono. Anche Junot aveva a spalle un sacco di tela, ma più piccolo e compatto di quello del parigino.
Camminarono in silenzio per circa un'ora sulla strada che tornava verso Vireux. Oltrepassarono la fattoria dei Mayer dal cui comignolo già saliva un pennacchio di fumo. Il sole, ancora basso e pallido, faceva brillare debolmente la sconfinata distesa di neve. Quindi Junot lasciò al strada e s'inoltrò su per il pendio della montagna.
"Seguitemi in fila e passate esattamente dove passo io. Qui il cammino si fa più difficile e pericoloso."
"Siete sicuro che non c'imbatteremo nei soldati o nei gendarmi belgi? E che non incontreremo soldati francesi o prussiani?" chiese il parigino.
"Sicuro quanto si può esserli in questo periodo. Ma se anche dovessimo incontrarli, lasciate parlare me..."
Il parigino sembrò contrariato: "Io non posso fare nessuno di questi incontri. Ve l'avevo già detto..."
"Credo proprio che non li faremo, passando di qui. Ma se volete essere assolutamente sicuro, al cento per cento, non vi resta che tornare indietro..."
"Va bene. Tentiamo." rispose asciutto l'uomo.
Junot apriva la marcia. Seguiva Kurt, poi Jacques, poi il parigino che volle essere l'ultimo. Salirono nella neve alta, intonsa, lasciando dietro di sé una lunga pista esile ma netta come una cicatrice. Junot di tanto in tanto si fermava a guardarsi intorno con attenzione ed a volte deviava con decisione sì che ora la traccia che lasciavano dietro di sé era come un disordinato zig zag.
Passarono sotto alberi alti e coperti di neve e quella sul terreno era meno alta. Di tanto in tanto Junot si girava a controllare che tutti lo stessero seguendo e che non rimanessero indietro. Camminarono a lungo, in perfetto silenzio.
Si fermarono.
"Perché ci fermiamo, addesso?" chiese il parigino, accigliato.
"Sulla neve conviene fermarsi spesso e per poco tempo. Mangiare poco, bere poco vino e riprendere. Se camminate troppo a lungo, vi dovete fermare a lungo ed i muscoli si raffreddano, e non riuscite a continuare. Ricordatevelo bene, quando sarete soli. Fermarsi spesso, poco tempo, poco cibo, poco vino. È la regola d'oro." disse togliendosi il sacco dalle spalle, tirandone fuori poco cibo e la fiasca del vino.
Gli altri tre lo imitarono.
"Quanto manca alla frontiera?" chiese il parigino.
"Più o meno alla prossima sosta saremo sulla frontiera. E saremo a metà strada del tratto che faremo assieme." rispose Junot rimettendosi il sacco sulle spalle.
Quando anche gli altri furono pronti, riprese il cammino seguito dai tre nello stesso ordine di prima. Un improvviso rumore li fece fermare.
"Che è?" chiese con apprensione Jacques.
"Solo un cervo." rise Junot e ripresero la marcia.
Si fermò: "Ecco, il confine passa più o meno qui. Stiamo entrando in Belgio."
"Siamo al sicuro, allora..." disse Jacques.
"No, dobbiamo allontanarci di parecchio per essere al sicuro. Andiamo."
"Non facciamo una sosta qui?" chiese Jacques.
"No, poco più oltre. Ci sono delle rocce. Andiamo."
I quattro ripresero a marciare. Come Junot aveva detto, arrivarono ad una specie di crepaccio che s'apriva nel terreno, con le pareti rocciose. Junot vi si infilò e ne seguì l'andamento camminando nel fondo innevato, sondando con molta cautela la neve davanti a lui col suo bastone. Giunti ad una specie di biforcazione, prese a destra. Quindi, poco oltre, si fermò.
"Seconda sosta." annunciò.
Tutti e quattro si tolsero dalle spalle i loro carichi e di nuovo mangiarono un boccone di cibo e bevvero un sorso di vino.
"Perché ci fa camminare quaggiù?" chiese il parigino.
"Perché se ci fosse una pattuglia di gendarmi, lassù vedrebbe subito le nostre tracce sulla distesa di neve e le potrebbe seguire..." rispose Junot.
"Fate spesso questa strada, voi?" chiese Jacques.
"Abbastanza da riconoscerla in ogni stagione." rispose sobrio Junot riprendendo la marcia.
Uscirono dal canalone in un'altra foresta rada. Qui lo guida girò verso nord con passo sicuro. Doveva avere dei punti di riferimento chiari che solo lui conosceva: un certo albero, una certa roccia...
Durante la terza sosta Kurt si allontanò per orinare.
Il parigino disse a Jacques: "Non è francese il vostro silenzioso amico, vero?"
Jacques lo guardò lievemente sorpreso e disse: "No, è del granducato del Lussemburgo..."
"Ah, i prussiani hanno invaso anche il Lussemburgo... Strano però che non sia scappato in Belgio direttamente da là..."
"Era a casa di parenti, qui nella zona..."
Kurt tornò e il parigino tacque. Ripresero il cammino. Quando si fermarono per la quarta sosta, il sole era già alto.
"Ecco. Vedete quella cornice lassù? Là passa la strada per Philippeville. Non tentate di arrampicarvi direttamente, è troppo duro e pericoloso. Salite in diagonale, di qui, in quella direzione. Passate sotto a quel roccione, poi più su di quel grosso cespuglio laggiù... vedete? Poi, quando raggiungete la strada, seguitela semplicemente in quella direzione, ed arriverete a Philippeville. Là chiedete di Etienne Marles e dite che vi manda Junot. Ci penserà lui a trovarvi un trasporto per Bruxelles." disse Junot rivolto al parigino.
Poi aggiunse: "Quanto a voi, ragazzi, buona fortuna. Attorno a Philippeville ci sono parecchie buone fattorie e appena comincerà a venire la primavera dovreste non avere difficoltà a trovarvi un lavoro. Per ora andate all'osteria dei Tre Re. L'oste è un mio amico. Addio."
Videro Junot tornare indietro.
Allora il parigino disse: "Bene, il pericolo è passato. Adesso voi fate la vostra strada che io faccio la mia. Non c'è più motivo di proseguire assieme."
"Ma comunque si va tutti a Philippeville, no?" obiettò Jacques un po' sorpreso.
"Voi fate la vostra strada e io faccio la mia!" ripeté brusco il parigino e si avviò nella direzione indicata da Junot.
Jacques guardò Kurt, fecero spallucce sorridendosi e seguirono la traccia lasciata dall'uomo che li precedeva. Questi salì passando sotto le rocce e più su dei cespugli come aveva indicato la guida. Ma andava veloce, come se volesse distanziarli.
"Buffo tipo..." disse Jacques a Kurt.
"Sì. Molto strano."
"Pare un militare..."
"Sì, ho pensato anche io. Un capo di soldati, no?"
"Sì, un ufficiale. Scommetto che ha disertato anche lui..." ridacchiò Jacques.
Il parigino era già lontano ed era quasi arrivato alla cornice dove doveva passare la strada. I due amici si fermarono per la breve sosta come aveva spiegato loro la guida.
"Lui non ha fatto sosta." notò Kurt mentre masticavano il loro boccone di cibo.
"No. Peggio per lui. Sembra che abbia fretta..."
"C'è ancora molta strada. Se non fa sosta, è stupido."
"Pensiamo a noi, amore. Nessuno ci corre dietro."
L'uomo scomparve sulla cornice. I due amici ripresero tranquillamente il cammino seguendo la traccia lasciata dal parigino. Quando anche loro furono sulla cornice, videro le profonde impronte andare verso la strada e costeggiarla. La strada si distingueva appena in quella distesa di neve intatta. Si capiva che doveva esserci solo perché la neve si snodava in un lungo nastro quasi piano, di larghezza pressoché regolare, la cui sinistra confinava con la ripa scoscesa che loro avevano risalito in diagonale e la destra con ampie ondulazioni del terreno con radi alberi qua e là, ora in gruppi, ora in filari.
Lontano, sul lato sinistro della strada, videro l'uomo che continuava a camminare veloce.
"Non sarebbe meglio stare in mezzo alla strada?" chiese Jacques a Kurt.
"Sì, ma se camminiamo su suo passo neve pestata, fa meno fatica." rispose l'amico.
"Sì, hai ragione. Ma chissà perché cammina così vicino al ciglio?"
"Forse vuole vedere anche sotto se qualche uomo o soldato arriva?" azzardò Kurt.
"Può darsi. Ma è strano..."
"Che importa a noi! Andiamo e facciamo nostro cammino."
Ripresero la strada e fecero altre due brevi soste. Il cielo si oscurò e ricominciò a nevicare lieve.
"Tu ami neve?" chiese Kurt.
"Sì... ma non così tanta. Quand'ero piccolo si giocava con la neve. Ci si tirava le palle di neve..."
"E mai fatto uomo di neve?"
"Sì, certo!"
"Io anche..." gli disse Kurt girandosi a guardarlo e sorridendogli.
Qua e là, lontano, sia sotto di loro a valle sia a destra della strada su per la china, di tanto in tanto si vedevano fattorie da cui si levavano pennacchi di fumo. Ma Junot aveva consigliato loro di andare prima a Philippeville e di non tentare di girare le fattorie alla cieca, finché c'era la neve. Aveva detto loro di andare dall'oste che conosceva tutti, a chiedergli consiglio.
La neve che stava cadendo cominciava a coprire le tracce del passaggio del parigino, che però erano ancora abbastanza visibili.
Ad un certo punto le tracce scomparivano improvvisamente. Jacques si fermo cercando di capire dove proseguissero.
"Strano, pare che si sia fermato qui, che abbia pestato la neve coi piedi e che sia scomparso! Non capisco... non è possibile..." disse Jacques perplesso, esaminando il terreno.
Anche Kurt guardò, poi indicò un vicino cespuglio basso: "Guarda, passi vicino cespuglio."
"Sì... ma perché?"
"Forse doveva fare suoi bisogni?"
"Ma che, c'è rimasto, lì in mezzo?"
"Forse sta male?"
"Può darsi. Che dici, andiamo a vedere?"
"Sì, meglio..."
Andarono al cespuglio. Le orme lo traversavano e si arrestavano. Kurt notò alcuni rametti spezzati e senza neve sopra.
"È passato qui."
"Sì, e poi? Dietro c'è il precipizio..."
"Caduto, forse?" disse Kurt e si sporse un poco, "Non vedo niente."
"Stai attento, è pericoloso. Rischi di cadere anche tu..."
"Tu tieni forte mio bastone e io guardo meglio..." disse Kurt.
Provò di nuovo a sporgersi tenendosi all'estremità del bastone che Jacques teneva dall'altra parte, bilanciandolo col suo peso.
"Vedo suo sacco! Sì... quaggiù..."
"E lui?"
"No, lui no..."
"Forse lui è qui sotto..."
Kurt tornò nel cespuglio: "Guarda, là strada un po' gira. Forse di là possibile vedere."
Tornarono sulla strada e proseguirono per una ventina di metri. Dal ciglio guardarono il dirupo sotto al punto in cui c'era il cespuglio. Il corpo del parigino, scomposto come una bambola di pezza gettata via, stava su una roccia e poco più sotto c'era il sacco da spalla dell'uomo.
"Sì, lui caduto!" disse Kurt.
"Forse è ancora vivo. Dobbiamo cercare di aiutarlo..." disse Jacques.
"Di dove possiamo scendere?" chiese Kurt.
Esplorarono la strada. Ancora più avanti videro che il terreno scendeva meno ripido e che lungo la china c'erano qua e là parecchi cespugli. Decisero di tentare di scendere in quel punto e, camminando a zig zag riuscirono a raggiungere il fondo senza cadere. Quindi, camminando con molta attenzione in quota, si avvicinarono al punto della disgrazia.
Quando arrivarono accanto all'uomo, videro che i suoi capelli erano impastati di sangue, che macchiava la roccia e la neve. Kurt gli si avvicinò cercando di capire se era ancora vivo.
"Non c'è respiro da sua bocca..."
"Deve essere scivolato giù ed ha battuto la testa..."
"Ma perché scivolato giù?"
"Forse aveva posato il sacco troppo vicino al ciglio... guarda ha i calzoni aperti. Vedi? Forse voleva vuotarsi e il sacco è scivolato e lui per non farlo cadere giù ha perso l'equilibrio..."
"Morire per un sacco! Molto stupido..."
"Pover'uomo..."
"Ah, noi non possiamo più fare per lui..."
"Andiamo, torniamo su."
"A lui non serve più cibo, ora. Noi meglio prendere suo cibo, no?" disse Kurt incerto.
"Non so... forse sì..." annuì Jacques pensieroso.
Kurt si spostò fino al sacco del morto e lo sollevò: "Ehi, piccolo ma molto pesante. Qui non è solo cibo!" esclamò il ragazzo avvicinandosi a Jacques col sacco e porgendolo all'amico.
Questi lo prese e lo aprì. C'era un sacchetto di tela con del cibo e sotto, messo di piatto, uno zainetto a scatola.
"Questo è uno zainetto militare, uguale al mio! Avrà forse delle armi, dentro?" disse Jacques incuriosito, tirandolo fuori.
Lo aprì e vide che era pieno di cartocci ben allineati. Ne estrasse uno e lo scartò con cura... era un rotolo di monete d'oro!
"Kurt, guarda qui! Altro che armi! È pieno di monete d'oro!" disse mostrandogli il cartoccio semiaperto.
"Tutte monete oro? Pieno?"
"Credo proprio di sì..."
"Guarda..." mormorò Kurt.
Jacques aprì un secondo cartoccio, un terzo... "Sì, tutte monete d'oro! Tante monete d'oro! Guarda, ogni cartoccio ne ha dieci..."
"Male se noi... se noi prende questo oro?"
"No, lui ormai è morto. Fuggiva in Belgio con tutto questo oro. Forse era oro dell'armata..."
"Forse doveva portare oro a qualcuno?"
"Non lo so. E non lo sapremo mai più. Però, se lo prendiamo noi, possono pensare che l'abbiamo ammazzato noi per prendergli l'oro."
"Chi?"
"Non so..."
"Qui non vede nessuno. Noi possiamo prendere, io penso. Noi non ladri. Ma se lasciamo qui neve copre e poi bel tempo contadini viene e trova e prende loro, no?"
"Sì, hai ragione. Senti, prendiamo solo i rotoli e mettiamoli in fondo alle nostre gerle. E prendiamo il cibo. Lasciamo qui il suo sacco con lo zainetto militare e tutto."
"C'è altro in suo sacco?"
"No... aspetta, sì... questo."
Estrasse una busta di tela. Dentro c'era una cornice d'argento con una miniatura, un piccolo ritratto che rappresentava un ufficiale, con una signora e tre bambini elegantemente vestiti.
"Questo è lui..." disse Jacques mostrando il ritratto a Kurt.
"Sì, con sua famiglia. Non non prendiamo questo, vero?"
"No, lo rimetto nella busta e lo metto sul suo corpo. Forse andava da loro, chissà..."
Posata la busta col ritratto sul petto dell'uomo, presero tutti i rotoli di monete d'oro e li infilarono in fondo alle loro gerle, sotto i loro panni. Poi con lo zainetto vuoto e con il sacco coprirono il volto del morto.
"Tra poco la neve coprirà tutto. Andiamo." disse Jacques.
"Aspetta. Io dico preghiera per lui, prima..." mormorò Kurt.
Risalirono con cautela la china seguendo le orme che avevano lasciato scendendo. Quando furono sulla strada, ripresero il cammino in silenzio, stando bene in centro. La neve ora cadeva più fitta di prima.
Quando fecero una sosta sotto un grande albero sul lato destro della strada, Jacques disse: "Forse la sua famiglia lo aspettava da qualche parte... Con l'oro."
"Junot aveva detto che l'uomo doveva farlo andare a Bruxelles, no? Forse là è sua famiglia, no?"
"Come si chiamava quell'uomo di Philippeville?"
"Non so, Etienne e poi qualcosa." disse Kurt.
"Senti, se potessimo trovare la sua famiglia... dovremmo dargli l'oro, no?"
"Sì, credo di sì."
"Sì, credo anch'io. Senti, ora andiamo a Philippeville. Se troviamo quell'Etienne... forse lui sa qualcosa."
"Vedremo. Ora è meglio che non usiamo quell'oro. Vedremo."
"D'accordo. Kurt."
Ripresero il cammino ed a sera arrivarono a Philippeville. Cercarono l'osteria dei Tre Re.
L'oste era un uomo tarchiato, con una barba ispida e due occhi furbi e vivaci.
"Ci manda Junot..." disse Jacques all'oste.
Questi si illuminò in un ampio sorriso: "Ah, il buon vecchio Junot! Come sta?"
"Bene... ecco, noi vorremmo trovare un lavoro qui e lui ha detto di chiedere consiglio a voi che conoscete tutti..."
"Oh, vedo. Che sapete fare, ragazzi?"
"Siamo contadini. Sappiamo badare ai campi, alle bestie. Sappiamo intrecciare i giunchi, mungere, fare il burro e il cacio..."
"Già. Questa primavera potrei sicuramente indicarvi un paio di fattorie dove possono aver bisogno di voi. Ma nel frattempo..."
"Ecco, noi abbiamo queste monete e un po' di cibo... ci possono bastare, fino a primavera?" disse Jacques mostrando all'uomo le monete avute da padron Mayer.
"Mmhh... sono pochine. Ma siete due ragazzi robusti e siete amici di Junot... Fino a primavera potreste aiutare me... e magari anche il fornaio che è mio amico. Se lui vi paga il mangiare, io vi posso dare un buon posto per dormire, al caldo... Beh, per questa notte comunque restate qui da me. E vi offro io da mangiare. Un pasto non si rifiuta mai a nessuno. Dormirete qui dentro l'osteria quando chiudo, accanto al camino. Non starete proprio comodi, ma almeno sarete al caldo."
"Quanto dobbiamo pagare?" chiese Kurt.
"Per stanotte niente, offro io. Poi domani vediamo se Didier il fornaio ha bisogno di uno di voi..."
Mangiarono al calduccio il pasto offerto dall'oste e bevvero il vino che avevano con sé. Quando a notte l'oste chiuse, lo aiutarono a pulire ed a riassettare il locale. Poi l'uomo portò loro un sacco di fieno come pagliericcio.
"Starete un po' stretti in due qua sopra, ma almeno state al caldo. A domattina, ragazzi. Io vi chiudo dentro, non abbiatevela a male." disse l'uomo ed uscì.
Sentirono che metteva il catenaccio ed il lucchetto. Kurt allora portò il saccone davanti al grande camino ancora pieno di brace, poi aprì la propria gerla e ne estrasse la scatoletta contenente il burro.
Con uno sguardo malizioso, disse all'amico: "Vieni, abbiamo tutta notte per noi e bel calduccio. Possiamo stare nudi!"
Jacques gli sorrise e, avvicinandoglisi, gli tolse la scatoletta del burro dalle mani, la posò accanto al saccone su uno sgabello, ed iniziò a spogliarlo.
"Questa volta non verrò subito, amore mio. Te lo prometto..." gli sussurrò mentre gli toglieva di dosso gli abiti.
Nudi, ritti uno davanti all'altro, si ammirarono, illuminati appena dai rossi bagliori delle braci. Si sfiorarono i corpi, si baciarono, si strinsero uno contro l'altro, godendo delle reciproche eccitazioni. Kurt s'inginocchiò davanti al suo uomo e prese a succhiarlo con gusto, carezzandogli il ventre, la natiche, le cosce, lieto di sentirlo fremere per le sue attenzioni.
"Ti voglio prendere, Kurt... Alzati, e girati. Ti prenderò qui, in piedi..."
"Sì, amore, come vuoi..." rispose emozionato il ragazzo.
Prima di alzarsi prese la scatoletta ed unse ben bene il palo ritto e fremente dell'amante, poi gli porse la scatoletta e si alzò.
"Adesso tu prepara me..." gli disse e si giro offrendogli il suo dolce culetto.
Sentì le dita dell'amico frugarlo e lubrificarlo, spingendo un dito in lui e girandoglielo dentro. Quindi Jacques posò la scatoletta, si sistemò bene dietro a Kurt e gli diresse il suo membro fra le natiche. Lo penetrò con una serie di piccoli colpi, dirigendo all'inizio il palo fremente con le dita. Quindi abbracciò da dietro il ventre di Kurt e gli scivolò dentro con un'unica lunga e vigorosa pressione esercitata solo spingendo in avanti il proprio bacino e tirando a sé quello dell'amante.
"Oh... sì..." gemette Kurt compiaciuto, chinandosi un poco e poggiandosi le mani sulle ginocchia per tenere meglio l'equilibrio.
Quando gli fu completamente dentro, Jacques si chinò su di lui, gli passò le braccia sul petto e gli afferrò le spalle, in modo di tenerlo strettamente avvinto a sé. Quindi iniziò a muovere il bacino avanti e dietro in una serie di decisi scatti dei lombi. Kurt sussultava ad ogni colpo e gemeva piano, in preda ad un crescente piacere.
"Così... così..."
Tutti i sensi di Jacques erano in preda al delirio. Sentiva che questa volta sarebbe riuscito a controllarsi e che avrebbe potuto godere a lungo di quella deliziosa cavalcata col suo amante. Ma si sbagliava, perché dopo pochi colpi non riuscì più a trattenersi e si lanciò in un ritmo forte e scomposto che in breve culminò in un fortissimo orgasmo che lo lasciò ansante e tremante.
Lentamente si rizzarono, e Kurt si tolse piano piano. Si girò e furono uno nelle braccia dell'altro, baciandosi con passione. Poi Kurt sospinse Jacques verso il vicino tavolo, spingendolo lievemente sul petto ancora lievemente ansante ve lo fece sdraiare sopra, supino, le gambe penzoloni. Jacques non capiva che cosa il suo amante avesse in mente, ma lo lasciava fare. Kurt gli fece allargare le gambe e vi si infilò in mezzo. Gli fece sollevare le gambe alte in aria, poi gliele spinse contro il petto.
Prese un po' di burro e dopo essersi lubrificato bene il proprio membro turgido, preparò l'ano dell'amico. Jacques a questo punto capì ed attese trepido. E finalmente si sentì impalare. In quella posizione poteva vedere il volto del suo ragazzo, e questo gli piaceva molto. Vide su quel bel volto l'alternarsi di emozioni: desiderio, amore, passione, tenerezza, forza, dolcezza, virilità, offerta, fierezza... e ne fu incantato.
Mentre Kurt danzava dentro di lui, carezzandogli il ventre, titillandogli i capezzoli, carezzandogli il volto, i genitali nuovamente turgidi, Jacques prese a sussurrargli parole dolci ed appassionate, finché il suo amante venne in lui.
"Come sei bello, Kurt! Sei bellissimo! Sei il mio ragazzo, il mio maschio. Quanto mi piace sentirti dentro di me... così forte, così dolce... Sei mio, Kurt, solo mio!"
Finalmente soddisfatti, si rivestirono, si stesero sul saccone, ranicchiati l'uno contro l'altro. In silenzio, godendo della reciproca vicinanza, si rilassarono appagati e contenti, finché senza rendersene conto scivolarono in un sonno profondo e felice.
Le braci si stavano coprendo di cenere, consumandosi lentamente ed il loro rossore si attenuò rendendo quasi invisibili i due giovani amanti stretti l'uno all'altro.
Il rumore del catenaccio li svegliò il mattino seguente.
Mentre si alzavano attendendo l'arrivo dell'oste, Jacques mormorò al compagno: "Buona giornata, amore mio!"