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una storia originale di Andrej Koymasky


pin MALGRE TOUT CAPITOLO 13
DA CONTADINI A CITTADINI

Jacques aiutò l'oste e Kurt andò a lavorare per il panettiere. E continuarono a dormire e far l'amore nell'osteria, davanti al grande camino. L'oste aveva procurato loro un pagliericcio più grande e comodo che di giorno piegavano e spostavano nel magazzino.

Chiedendo all'oste, Jacques riuscì a rintracciare quell'Etienne di cui aveva parlato Junot. Ma l'uomo disse che non sapeva nulla dell'ufficiale a parte il fatto che volesse andare a Bruxelles.

Venne la primavera. L'oste chiese ai due ragazzi se ancora intendessero andare a lavorare in una fattoria o se invece non avrebbero preferito continuare a lavorare lì in paese. Jacques e Kurt decisero di continuare a fare i lavori che avevano fatto fino ad allora.

A fine aprile Junot arrivò all'osteria. Fu sorpreso di trovare ancora lì Jacques, ma contento di rivederlo. Il ragazzo, presolo in disparte, gli raccontò della disgrazia capitata all'ufficiale e gli chiese se sapesse come rintracciarne la famiglia "per avvertirla della disgrazia". Non parlò a Junot di tutto l'oro, ma raccontò solo del ritratto che avevano visto. Junot disse che lui non sapeva nulla del parigino e che perciò era impossibile avvertire chicchessia.

Quando la notte Jacques fu solo con Kurt, gli disse della sua chiacchierata con Junot.

"Allora adesso possiamo tenere tutto l'oro per noi, no?" commentò Kurt contento.

"Sì, credo proprio di sì. Abbiamo fatto il possibile per restituirlo."

"Siamo ricchi, vero Jacques?"

"Sì, molto. Ma se adesso di colpo tiriamo fuori tutto quell'oro, credo che la gente qui si insospettirebbe..."

"Beh, dobbiamo solo trasferirci, no?"

"Sì, ma dove? E che ci facciamo con tutto quell'oro?"

"In una città. Ci possiamo comprare una casa, e una bottega tutta nostra."

"Sì, giusto. Che tipo di bottega ti piacerebbe avere, Kurt?"

"Non lo so. Cominciamo ad andare via di qui. Possiamo andare a Bruxelles. È la capitale, no?"

"Sì. Ho sentito dire che è solo a tre giornate di cammino da qui."

"Bene, andiamo allora?"

"Sì. Tu devi avvertire padron Didier e io padron Nazaire, e poi possiamo andare. Possiamo partire anche domani, o dopodomani."

"Sì! Non vedo un'ora!"

"Non vedo l'ora..." lo corresse sorridendo Jacques.

Il giorno seguente avvertirono i loro rispettivi padroni della loro intenzione di tentare la fortuna a Bruxelles. Questi cercarono di convincerli a restare, ma infine si rassegnarono a lasciarli andare. Così, ad inizio maggio, prese un po' di provviste per i giorni di cammino, si caricarono a spalle le loro gerle e partirono alla volta della capitale.

Nessuno dei due ragazzi aveva mai visto una città così grande e così bella, e il primo giorno lo spesero tutto a girarla, guardandosi attorno pieni di stupore, gli occhi sgranati come due ragazzini.

Nella Grande Place videro un lussuoso ristorante.

"Andiamo a mangiare lì, come due signori?" chiese Jacques con gli occhi che gli luccicavano.

"Sì!" rispose entusiasta Kurt.

Ma quando fecero per entrare, un cameriere li bloccò sulla porta.

"Non potete entrare qui vestiti così e con quelle gerle. Qui non entrano contadini!" disse severo, anche se non rude.

Jacques allora gli mostrò una moneta d'oro: "Ma noi possiamo pagare!"

Il cameriere la guardò: "Sì, non c'è dubbio. Ma prima di tutto dovete vestirvi da cittadini. E poi quella moneta dovete cambiarla con denaro di qui. Non accettiamo moneta straniera, noi."

"Qui non valgono niente, queste monete?" chiese Jacques allarmato.

"No, dovete solo cambiarle. È oro, certo che valgono. Ma dovete andare in un cambio."

"E dove è un cambio?"

"Qui sulla piazza. Vedete quella casa con la cupola? Ecco, proprio lì sotto, all'angolo c'è un cambiavalute."

"Ah, grazie signore." disse Jacques.

Si allontanarono.

"Cambiamo tre monete, tanto per cominciare?" chiese Jacques.

"Non so... forse anche cinque? Se ci dobbiamo anche comprare degli abiti eleganti..."

"Ma sì, tanto ne abbiamo dieci in saccoccia. Vada per cinque."

Entrarono nella bottega del cambiavalute. Questi, lì per lì, li guardò un po' sospettoso. Ma quando Jacques tirò fuori dalla sua saccoccia le cinque monete d'oro, divenne subito gentile ed ossequioso.

"Vorrei cambiare queste con le monete di qui..." gli disse Jacques.

"Certo, signori, subito. Permettete che le verifichi?"

Le prese. Le fece rimbalzare su un piano di marmo, le pesò, le misurò, le saggiò ad una ad una coi denti...

Quindi disse: "Ottimi napoleoni d'oro. Li volete cambiare tutti e cinque?"

"Sì..."

"Ecco, il cambio adesso è... questo, vedete? Perciò..." scarabocchiò delle cifre su un pezzo di carta, quindi contò diverse monete d'argento e di rame e le sospinse verso i ragazzi. "Questo è l'equivalente in moneta belga, signori. Avete una scarsella?"

"Una che?" chiese Jacques corrugando la fronte.

"Un sacchetto per tenerle..."

"Ah no... le mettiamo in saccoccia..."

"Permettetemi di donarvene una, allora..." disse il cambiavalute dando loro anche un sacchetto di buona tela color vinaccia.

Jacques le contò, quindi le infilò nel sacchetto, lo chiuse e se lo annodò alla cintura. "Potreste farci una cortesia, signore?" chiese poi Jacques.

"A vostro servizio..."

Si fecero indicare dall'uomo una sartoria. Vi andarono e quando videro che i prezzi erano bassi rispetto alle monete che avevano cambiato, si fecero prendere le misure per diversi abiti, facendosi consigliare dal sarto. Poi andarono in un negozio poco lontano, dove comprarono delle scarpe ed una valigia. Infine, chiedendo informazioni, trovarono una pensione in cui affittarono una stanza.

La vita di città li frastornava, ma li incuriosiva molto.

Parlando col proprietario della pensione, questi disse loro che gli conveniva portare il proprio denaro in una banca. Si fecero spiegare dall'uomo che cosa fosse una banca e come funzionava. Quindi, presi tutti i rotoli delle loro monete d'oro, decisero che ognuno di loro avrebbe aperto un conto separato, in diverse banche, per non far vedere che erano così ricchi. A fine mattinata avevano dieci certificati di deposito in cinque banche diverse. E le banche, oltre a prendere le monete in deposito, gli aprirono i conti in valuta locale, così non dovevano ogni volta andare a cambiare.

Non avevano un'idea precisa di quanto fossero ricchi, ma le prime cinque monete d'oro che avevano cambiato il giorno precedente permisero loro di pagarsi tutti gli abiti, le scarpe e la valigia, la camera della pensione per due settimane e ne avanzò ancora.

A fine settimana ebbero i loro abiti nuovi. Alla pensione ordinarono un buon bagno caldo. Gettarono via i vecchi abiti da contadini ed indossarono i nuovi. Poi andarono da un barbiere a farsi tagliare i capelli all'ultima moda. E allora, ripuliti, in ordine e vestiti a nuovo, tornarono al ristorante nella Grande Place dove furono ammessi senza problemi.

"Kurt, ti rendi conto? Siamo terribilmente ricchi!"

"Sì, ho proprio l'impressione di sì..."

"Ma io mi chiedo... vedi, noi due non sappiamo né leggere né scrivere né far di conto. E qui in città la vita è complicata. Io ho paura che due contadini come noi... ci possono girare come vogliono e fregare come due allocchi!"

"Dici?"

"Dico."

"E allora?"

"E allora io ho avuto un'idea: paghiamo qualcuno che ci insegna a leggere e scrivere e fare di conto! Credo che sarebbero soldi ben spesi, no?"

"Sì, ma a chi chiediamo?"

"A un prete. I preti sanno sempre un sacco di cose, loro..."

"Sì, mi pare una buona idea."

Andarono alla chiesa vicino alla loro pensione e chiesero del parroco.

Quando il sacerdote li ricevette, Jacques gli disse: "Vede, reverendo, noi siamo due poveri contadini ignoranti. Ma abbiamo dei risparmi che vogliamo usare per aprire una bottega qui in città e metterci in commercio. Però non sappiamo né leggere né scrivere né fare di conto bene. E allora vorremmo sapere se lei che ha studiato, pagando, ci potrebbe insegnare..."

Il prete li guardò con simpatia e sorrise: "Io no. Ho già troppo da fare con la mia parrocchia. Però conosco un bravo giovane, un maestro, che è giusto in cerca di lavoro. È un bravo maestro, lui sì che vi potrebbe insegnare e se gli pagate un piccolo stipendio, lui sarà felice di aiutarvi. È un ragazzo onesto e intelligente. Se volete, posso mandarlo a chiamare e dirgli di venire alla vostra pensione, così vi potete accordare..."

Il giorno dopo, quando tornarono alla loro pensione per il pranzo, trovarono il maestro che li aspettava. Si chiamava Leopold ed aveva ventisei anni. Lo trovarono subito molto simpatico. Parlarono e l'uomo si offrì di dar loro lezione ogni giorno per quattro ore al giorno e quello che chiedeva per un mese era solo l'equivalente di tre monete d'oro. Accettarono subito. Iniziarono le lezioni e presto diventarono amici di Leopold e conobbero anche sua moglie ed i due figlioletti di due e quattro anni: era una famiglia deliziosa.

Gradualmente capirono che si potevano fidare di Leopold. Così gli raccontarono di loro due, senza però dirgli della loro vera relazione, né dell'origine o dell'ammontare della loro fortuna. Così a poco a poco Leopold divenne anche il loro consigliere.

Per prima cosa, disse loro che dovevano procurarsi dei documenti e spiegò loro come fare. Dovevano per forza farsi fare dei documenti falsi, per cominciare, per nascondere il fatto che erano dei disertori. Leopold era un pacifista, perciò si prestò ad aiutarli. Pagando, riuscirono a comprare due lasciapassare del Granducato del Lussemburgo, in cui si fecero mettere come identità i nomi di Jacques e Kurt Mayer, cugini. Grazie a questi documenti falsi, ottennero degli attestati di residenza rilasciati dalla municipalità di Bruxelles.

Con questi documenti, sempre aiutati da Leopold, si cercarono un alloggio. Ne trovarono uno molto grazioso in una vecchia ma elegante casa dell'Anderlecht, al primo piano, che acquistarono già ammobiliato. C'erano due camere da letto, tutte e due con due grandi letti matrimoniali. Logicamente ne usarono uno solo. La prima notte nella loro nuova casa, si accostarono quasi con timore al grande letto dalle bianche e morbide lenzuola, e con cuscini anche bianchi. Si spogliarono nudi e vi salirono...

"Senti... è soffice come una nuvola! Pare di essere in paradiso!" esclamò Jacques stendendovisi e saltandoci su e giù.

"Davvero! Qui sopra sì che sarà bello fare l'amore!" disse Kurt felice rotolandovisi sopra.

"Pensi solo a quello, tu?" gli chiese scherzoso Jacques.

"E che vuoi che penso, con te vicino e per di più nudo!" rispose Kurt abbracciandolo e baciandolo.

Fecero l'amore a lungo, sentendosi tutti e due davvero in paradiso. Il letto, oltre ad essere molto morbido e la biancheria di finissima mussola carezzevole, era anche vasto come mai avevano avuto. Nella stanza che usavano avevano messo parecchi lumi che la rischiaravano sufficientemente per potersi guardare mentre facevano l'amore sul candido letto. E dopo aver fatto l'amore potevano addormentarsi nudi, abbracciati, senza temere d'essere sorpresi da qualcuno la mattina: erano davvero felici.

Leopold ogni giorno andava a casa loro per dar loro lezione. I due, grazie alla loro intelligenza pronta ed alla buona volontà, facevano rapidi progressi.

Verso settembre, Kurt disse a Leopold: "Noi vorremmo comprarci una bottega per metterci in commercio. Tu che cosa ci consigli? Che cosa rende bene qui in città?"

"Mah... molte cose... dipende anche da quanti soldi potete disporre..."

"Molti... sì, molti..." rispose vagamente Jacques.

"Mah, potreste comprare un negozio di alimentari, visto che tutti e due conoscete bene i prodotti della terra. O un caffè, che ora vanno di moda... o un ristorante... ma allora vi ci vorrebbe parecchio personale ed un buon cuoco... Dipende anche se ci volete lavorare voi, o solo comprarlo e darlo in gestione ad altri..."

"No, ci vorremmo lavorare noi." disse Kurt. "A me piacerebbe un negozio come quello che ho visto nella Grande Place, che vende penne e carte e tutto quello che serve per scrivere e disegnare..."

"Sì, una cartoleria... Può essere interessante, e in due potreste mandarlo avanti bene, senza problemi."

Discussero ancora un po' e Leopold si offrì di accompagnarli per vedere quali locali ci fossero in vendita.

Mentre andavano in giro, disse loro: "Se dovete gestire una bottega, avrete bisogno di una persona in casa che ve la tenga in ordine, che vi prepari da mangiare, vi faccia il bucato..."

"Si può trovare una persona così?"

"Certo."

"Ma... senza sposarla?" chiese Kurt.

Leopold rise: "Sicuro! Una donna ad ore solo per le pulizie della casa, o una governante che stia in casa vostra dalla mattina alla sera e vi lasci soli la notte..."

"Oh, sarebbe bello!" disse Kurt.

"Solo che una persona così, dovrebbe essere molto discreta e fidata e... dovreste fare in modo che non si accorga che..." disse Leopold e si fermò imbarazzato.

"Che non si accorga di che?" gli chiese Jacques incuriosito.

"Ecco, spero che non ve ne abbiate a male ma... venendo da voi ogni giorno, senza volerlo ho visto che... ecco... che voi due... usate un solo letto. E qui da noi la legge è molto severa con... con due uomini che..."

A questo punto Kurt arrossì.

Jacques invece annuì: "Tu Leopold hai capito che noi due non siamo solo amici." affermò tranquillo.

"Sì, è così. Lo so che la cosa non mi riguarda. Sono solo affari vostri. Io lo tengo per me, è naturale, non l'ho detto e non lo dirò mai a nessuno. Ma se vi mettete in casa una persona..."

"Allora, cosa si può fare?" chiese Kurt.

"Ecco, non saprei. Forse... forse se fosse un uomo che... uno come voi, voglio dire, sarebbe più semplice. Sarebbe un po' come... un complice."

"Tu ne conosci qualcuno? Che voglia farci da governante, anche?"

"Non so... credo proprio di no."

Kurt intervenne: "Ma tu, Leopold, come ci giudichi?"

"Chi sono io per giudicarvi? Per me siete due persone molto care, due cari amici. Se vi amate... e ve lo dite anche fisicamente... per me va bene. Io sono un libero pensatore, vedete."

Kurt allora disse: "E che ne dici se prendessimo la bottega in tre, con anche te come socio? Così tu Leopold potresti stare sempre in bottega e io e Jacques ci veniamo a turno e l'altro cura casa. Tutto sarebbe risolto, no?"

"Ma io non ho il capitale per essere vostro socio..."

"Il capitale l'abbiamo noi. E ci piacerebbe averti come nostro socio, vero Jacques?"

"Sì, certo, è un'ottima idea. Tu puoi anche continuare ad insegnarci, e farci diventare più istruiti... A te che bottega piacerebbe avere, Leopold?"

"Io... io non ci ho mai pensato, ma... Credo che mi piacerebbe avere una libreria."

"Bello! Sì, bello! Così noi due possiamo anche leggere quello che ci piace ed imparare un sacco di cose sia dai libri che da te... Accetta, Leopold, ti prego!" disse Kurt entusiasta.

"Mio dio... mi prendete alla sprovvista..."

"Hai detto che ti piacerebbe, no?"

"Sì, ma non è giusto che voi ci mettiate tutto il capitale e io..."

"Tu, tanto per cominciare, ci starai tutti i giorni e tutto il giorno e noi due solo la metà del tempo. E poi continuerai ad insegnarci nei momenti in cui non ci sono clienti. E poi tu te ne intendi di libri e noi no... E poi, tu hai una famiglia da mantenere e noi no... Accetta, Leopold!"

Il giovane maestro alla fine accettò. Trovarono una bella bottega ad un solo isolato dalla Grande Place. Andarono da un notaio a stendere l'atto. Leopold ordinò i primi stock di libri. Avevano deciso di chiamare la libreria "Le Petit Louxembourg". Jacques e Kurt, per aprirla, avevano speso solo la metà del loro capitale. Erano contenti della loro nuova attività.

Quando la sera si ritiravano nel loro bell'appartamento stavano in tenera intimità, e si sentivano sempre più innamorati l'uno dell'altro.

"L'avresti mai detto, Kurt, che la vita ci avrebbe trattato così bene?"

"No, amore."

"Siamo ricchi, abbiamo una bella casa ed una bella libreria, stiamo imparando un sacco di cose nuove..."

"Ma soprattutto io ho te e tu hai me. Questa è la nostra vera ricchezza."

"Sì è vero. E poi Leopold e la sua famiglia... Mi piace quando i piccoli ci chiamano zio... Abbiamo di nuovo una famiglia, così, no?"

"Sì, è vero."

"E a me piace tanto stare così con te fra le mie braccia, qui davanti al caminetto..."

"Certo... e fare l'amore di là nel nostro magnifico letto..."

"Ed essere diventati eleganti... ah, se ci vedessero le nostre famiglie..."

"Ti manca la tua famiglia?

"Sì, un po'. E a te la tua?"

"Anche. Ma non possiamo rivederle. Sicuramente ci credono morti... forse eroi di guerra... O sanno che siamo disertori e si vergognano di noi."

"Sì, Kurt, è così. Ma la nostra nuova famiglia è Leopold con sua moglie ed i piccoli."

"Sì, è vero. Ma soprattutto sei tu la mia vera famiglia. Tu, il mio bellissimo amante."

"Bellissimo io? Tu sei bellissimo!"

"Beh, non mettiamoci a litigare per questo, adesso, Jacques. Jacques Mayer..." disse Kurt ridendo e si girò a baciare l'amico. "Perché non facciamo l'amore qui davanti al caminetto?"

"Come là all'osteria?" lo celiò Jacques.

"Sì... a letto è anche bello, ma... io adesso ho voglia di farlo qui... e anche tu, lo sento..." disse Kurt maliziosamente, carezzandolo sulla patta rigonfia.

Gli slacciò gli eleganti pantaloni e glielo tirò fuori, prendendo subito a baciarlo, leccarlo e succhiarlo.

"Jacques, voglio sedermi qui, in braccio a te, e farmi prendere così... ci proviamo?" mormorò Kurt, continuando a leccarglielo.

"Spogliati allora. Io frattanto vado a prendere l'unguento..."

"L'ho già qui..." gli disse Kurt tendendogli la scatoletta d'argento.

"Ah, birichino, era tutto premeditato, allora!" scherzò Jacques aprendola mentre Kurt si denudava rapido.

"Sì, certo. Ti ricordi quando usavamo il burro?"

"Sì... funzionava anche bene, ma ungeva tutto... Questa crema è straordinaria, ed è anche profumata. Non mi hai mai detto come hai fatto a trovarla..."

"Grazie a una cliente..."

"Una cliente? Donna?"

"Sì, certo."

"La conosco?"

"Non so. È madame Marguerite. Fa la tenutaria di un bordello."

"E... come lo sai tu?"

"Parlando."

"Ma... sa di noi due?"

"Oh, ne parliamo poi, eh? Adesso voglio sedermi sul tuo bel palo..."

"Sì, amore, vieni... sono pronto..."

Kurt gli si mise cavalcioni sulle gambe, lo abbracciò attorno al collo e si issò in grembo a Jacques, impalandosi sulla sua asta ritta che questi guidava con la mano.

"Ah, è bello! Non mi stancherei mai di averti in me!" ansimò Kurt abbandonandosi con tutto il peso su quello splendido palo dritto.

"Eh, no, non sarebbe giusto. Anche io ti voglio in me!"

"Certo... dopo... ma adesso baciami..." mormorò Kurt stringendosi all'amante ed iniziando a molleggiarsi su e giù.

"Oh, Kurt, mio Kurt! Mi piace prenderti così da davanti, poterti guardare negli occhi, baciarti..."

"A me pure. Ma in qualsiasi posizione pur di sentirti dentro di me o di entrare in te." rispose dolce il ragazzo.

Dopo aver cavalcato in quella posizione fino ad aver fatto godere il suo uomo, Kurt eccitatissimo disse: "Ora voglio prenderti io, Jacques!"

"Sì, certo, amore. Come vuoi prendermi tu, questa volta?"

"Come piace a te..."

"Steso sul letto, sulla pancia, e tu sopra. Mi piace sentire tutto il tuo corpo sopra al mio, e..."

"Andiamo, allora."

Andarono subito fino alla camera e Jacques finì di spogliarsi. Si stese e Kurt gli si stese sopra. Lo preparò e gli si presentò al foro, fremente.

"Dimmi che mi vuoi..."

"Sì, Kurt, prendimi!"

"Dimmelo..."

"Ti voglio, mettimelo dentro..." implorò Jacques eccitatissimo.

"Cosa vuoi dentro?" chiese Kurt tenendosi sollevato sulle braccia e sulle ginocchia.

"Il tuo bel cazzo duro!"

"E dove lo vuoi, amore?"

"Nel mio culetto morbido!"

"Sì... eccotelo, amore!" disse Kurt lasciandosi andar giù di colpo ed infilandoglielo, ritto e duro, fino in fondo.

I due gemettero all'unisono per il piacere. Jacques sollevò il torso arcuandosi indietro e Kurt ne approfittò per infilargli sotto le mani e titillargli i capezzoli. Quindi, puntati i gomiti e le ginocchia, iniziò a muoversi con vigore su e giù facendo sobbalzare tutto il letto.

"Oh, sì, così, amore! Forte, Kurt, più forte..." ansimò Jacques godendosi quell'assalto virile ed appassionato.

Kurt gli leccò il collo e le spalle, continuando ad agitarsi su e giù con forza. Si dicevano parole d'amore, di passione, di desiderio. Parole che potevano ripetersi uguali per anni e che ogni volta sarebbero suonate nuove, belle, straordinarie. Parole che in un altro contesto sarebbero potute sembrare senza pudore né poesia, ma che fra loro erano l'espressione dell'amore più puro e vero.

Il grande specchio dell'armadio di fronte al letto rifletteva la più bella immagine del mondo: quella di due persone che si amano.


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