A Matteo mancava sempre più Giuliano e, gradualmente si rese conto del perché: Giuliano era certamente molto bello, sapeva senza dubbio fare l'amore... ma soprattutto, si rese conto, gli aveva dato amore e di quello lui aveva bisogno: di un uomo che gli desse amore e a cui, soprattutto, dare amore.
Per Matteo fu quasi una rivelazione.
Fiorenzo non gli dava, né gli chiedeva, amore. Fiorenzo voleva solo godere di lui. Gli dava amicizia, forse anche un po' di affetto, questo sì, ma non certo amore. Gli dava sicurezza economica, che d'altra parte lui si guadagnava comunque svolgendo il proprio lavoro di attore.
Lo studentello... In questo caso era Matteo che voleva godere del ragazzo e gli stava bene che anche questi godesse nel darglisi, ma non era quello che, dopo tutto, lo interessava veramente. Il ragazzo era simpatico ed anche di buona compagnia, quando si dava a lui ci metteva certo molto erotismo, ma non affetto e tanto meno amore.
Con Giuliano era stato diverso. Nonostante fossero passati pochi mesi dalla sua partenza, già ne sentiva acuta la mancanza. Ed ora che ne aveva capito il motivo, l'amore di Giuliano gli mancava terribilmente.
Così, appena finito di girare il film, Matteo andò a parlare con Fiorenzo.
"Io mi sono accorto che ho sbagliato a non andare via con Giuliano. Voglio raggiungerlo... Dammi il suo indirizzo, per favore."
"Vuoi lasciare tutto? E se lui non ti volesse più?" chiese l'uomo corrugando la fronte.
"Gli scriverò, e se mi vuole ancora, andrò da lui."
"Attento, Matteo, se mi lasci... non pensare di tornare poi da me. O lui o io. O resti con me o è finita, chiaro?"
"Mi dispiace, Fiorenzo. Con te sono stato bene, ma... è altro quello di cui ho bisogno."
"Giuliano è a Auckland... in capo al mondo. Là parlano inglese e il tuo inglese è appena scolastico. Che farai laggiù, ti farai mantenere da lui? Qui hai una carriera. Nel prossimo film ti darei una parte un po' più importante..."
"No, Fiorenzo, non ci sarà un prossimo film per me. Ho deciso, ormai. Ti prego, dammi l'indirizzo di Giuliano..."
"No, non sarò certo io ad aiutarti in questa pazzia. Hai deciso di andartene? Bene. Da domani lascerai l'appartamento e... arrangiati. Non puoi pretendere da me che sia proprio io ad aiutarti a lasciarmi. Non sono un istituto di beneficenza, io. O resti con me, o..."
"No, Fiorenzo. Domani lascerò l'appartamento, d'accordo. Stammi bene."
"Matteo, non precipitare le cose, rifletti..." insisté il regista, ma il giovane uscì dal suo studio, senza ascoltarlo.
Andò a casa, preparò una valigia con le sue cose essenziali. Raccolse le sue cose di valore e le portò in città a venderle. Vendette anche la Topolino. Passò in banca a ritirare tutti i suoi risparmi e convertì tutto il suo denaro in travelers cheques. Quindi andò all'Ambasciata per richiedere il visto poi andò in un'agenzia a prenotare un volo per la Nuova Zelanda. Infine portò le chiavi dell'appartamento da Fiorenzo e le lasciò in una busta alla sua segretaria, perché non voleva più incontrarlo.
Dovette passare tre notti in un albergo ma finalmente ebbe il visto e poté partire. Aveva lasciato alle spalle tutto, senza rimpianti. Non era più un ragazzino, ormai. Aveva ventiquattro anni compiuti e si sentiva un adulto.
Era la prima volta che volava e si godette il volo. Accanto a lui era seduto un pastore anglicano neo zelandese che tornava in patria dopo aver fatto un giro turistico in Italia. Parlarono del più e del meno. Matteo si informò sulle possibilità di lavoro in Nuova Zelanda.
"Non è un momento molto facile, questo. Se tu fossi un tecnico, forse... ma un maestro ed ex attore..."
"Potrei fare il cameriere in un ristorante o in un albergo..."
"In un ristorante italiano, forse. Dovresti parlare più fluentemente l'inglese per lavorare in contatto con il pubblico."
"Lo migliorerò in fretta, stando sul posto."
"Sì, ma nel frattempo?"
"Ho dei risparmi con me. Devo solo trovare un posto in cui dormire senza spendere troppo..."
"Cerca la YMCA, ad Auckland. Se hanno posto, lì spenderesti molto poco."
Parlando con quel pastore di mezza età, cortese, affabile e prodigo di consigli, il tempo passò più veloce.
Arrivato a Wellington, Matteo prese subito il treno per Auckland. Qui giunto chiese dove fosse l'YMCA locale, vi arrivò e fu fortunato. Gli assegnarono una cameretta. Pagò ed andò subito a dormire: si sentiva molto stanco. La cameretta era graziosa e funzionale, ma aveva solo un lavandino. I gabinetti erano nel corridoio e le docce a pianterreno. Aveva bisogno di una doccia ma decise che l'avrebbe fatta la mattina seguente dopo una buona dormita. E dormì come un sasso.
Quando si svegliò scese a fare la doccia. Restò stupito nel vedere che non c'erano cabine individuali ma solo docce collettive. In quel momento non c'era nessuno, così Matteo si spogliò e si lavò. Tornato in camera si vestì ed uscì. Iniziò a cercare Giuliano. Per prima cosa, nella hall della YMCA consultò la guida telefonica, sia di Auckland che della zona circostante: nessun Romanesi. Cercò se ci fosse un Consolato d'Italia, ma non c'era. Allora chiese la guida di Wellington. Per prima cosa, per sicurezza, cercò anche qui se ci fosse un Romanesi, senza risultato. Poi trovò il numero dell'Ambasciata. Parlò con un funzionario che dopo una breve ricerca gli disse che sì, il dottor Romanesi risultava residente in Auckland e gli diede l'indirizzo di un albergo.
Contento, Matteo si chiese se telefonare o se andare direttamente all'albergo. Optò per andarci di persona, preferiva incontrarlo che non parlargli per telefono. Trovò l'albergo e chiese del dottor Romanesi. Il receptionist gli disse che non c'era nessuno con quel nome fra i loro clienti. Matteo insisté ed il capo-turno, avvicinatosi per capire quale fosse il problema, gli disse che in effetti era stato loro ospite il dottor Romanesi, per circa un mese, ma che ora s'era trasferito senza lasciare il nuovo indirizzo.
Matteo uscì dall'albergo, deluso ma deciso a proseguire le sue ricerche. Si fece indicare dove ci fossero ristoranti italiani e li girò, uno dopo l'altro, facendo vedere la foto di Giuliano e chiedendo se l'avessero visto. Nessuno lo riconosceva né aveva mai sentito quel nome. Matteo ne approfittò anche per chiedere se vi fosse lavoro per lui, ma tutti sembravano essere al completo riguardo al personale.
Matteo girò per alcune settimane, cominciò a girare anche gli uffici di varie industrie dove Giuliano poteva forse aver trovato lavoro, ma molte segretarie gli rispondevano che non potevano dare informazioni sul loro personale ad estranei.
Matteo era ormai ad Auckland da un paio di mesi e cominciava a sentirsi un po' depresso. Non trovava Giuliano, non trovava lavoro ed i suoi risparmi si stavano assottigliando per quanto cercasse di spendere il meno possibile.
Una sera dopo cena era andato alle docce comuni e si stava lavando. C'erano già altri tre ragazzi. Matteo, dopo le prime esitazioni, s'era ormai abituato a star nudo di fronte agli altri, ed anzi gli piaceva poter vedere quei corpi nudi, specialmente quando erano di bei ragazzi. Due uscirono ed entrò un altro. Matteo ne fu subito colpito: aveva un corpo scultoreo, completamente glabro a parte i due ciuffi sotto le ascelle e quello, a tre punte, sul pube. Il membro del nuovo arrivato pendeva morbido fra le sue cosce, bello, circonciso come tutti quelli che aveva visto lì fino ad allora.
I peli del pube erano di un castano rossiccio, mentre i capelli del giovanotto erano castano-scuri quasi neri, corti e leggermente mossi. Le labbra sottili, perfette, il naso piccolo, gli occhi di un nocciola chiaro, luminosi. Il nuovo arrivato salutò gli altri due con un sorriso ed iniziò a lavarsi.
Dopo poco l'altro uscì e Matteo si trovò solo con il bel fusto. Non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. I loro occhi si incontrarono e Matteo distolse lo sguardo, imbarazzato. Dopo poco lo guardò di nuovo e vide che lo sguardo dell'altro era fisso su di lui. Stava per abbassare di nuovo gli occhi quando l'altro gli sorrise.
"Salve!" gli disse con voce calda.
"Ciao..." rispose Matteo abbozzando a sua volta un sorriso incerto.
L'altro gli si avvicinò e, indicando il membro di Matteo, disse: "Sei il primo che vedo non circonciso. Sei europeo, tu?"
"Italiano." rispose Matteo.
"Io americano, di Detroit. Sei in vacanza?"
"No, sono venuto per cercare un amico."
"Ah. Io invece lavoro qui. Faccio l'allenatore di rugby in un liceo."
"Hai... un bel corpo, infatti..." gli disse Matteo, guardandolo ora apertamente.
"Anche tu... Si dice che gli italiani a letto sono molto caldi... è vero?"
"Non so... può darsi..." disse Matteo e si accorse che gli stava venendo un'erezione.
L'altro lo guardò fra le gambe, sorrise e disse: "Vedo che ti sta andando in forma. Sei anche più bello, eccitato..." e allungò una mano a sfiorargli il membro, tenendogli gli occhi fissi in volto.
Matteo fremette e lo lasciò fare.
L'altro gli disse, prendendogli ora il palo ritto a piena mano: "È bello sodo... mi piaci..."
"Anche tu..." ansimò Matteo restando immobile sotto lo scroscio della doccia.
"Non ne ho mai succhiato uno non circonciso... mi piacerebbe provare..."
"Sì, anche a me..." rispose Matteo sempre più emozionato.
L'altro gli guidò la mano a sentire la propria erezione. Matteo finalmente lo toccò e lo sentì grosso, sodo, caldo. Lo palpò con piacere.
"Finiamo di lavarci, poi andiamo in camera mia. Vuoi?" chiese l'americano.
"Sì, certo."
Asciugatisi, l'americano indossò una vestaglia e Matteo il suo pigiama, tenendo l'asciugamano davanti a sé per nascondere l'erezione che non lo abbandonava. Mentre salivano le scale, si presentarono. L'altro si chiamava Dick Gibson. Appena entrati nella camera di Dick, il giovanotto sospinse Matteo contro la porta e gli si accoccolò davanti. Gli calò i calzoni del pigiama fino alle ginocchia e prese delicatamente con una mano il palo ritto di Matteo. Mentre ne faceva scivolar giù la pelle del prepuzio, cominciò a leccarlo. Matteo spinse in avanti il bacino e si sbottonò la giacca del pigiama. Dick gli carezzò il ventre ed il petto e si fece scivolare tutto il membro del bell'italiano fino in gola. Poi tornò indietro con la testa, stringendolo fra le labbra.
"Mmhh, è davvero gustoso! Sei molto sexy, Matteo, mi piaci... Hai una bella mazza da baseball... e due belle palle..."
"Ma non insegni rugby, tu?" chiese scherzoso Matteo.
"Oh, ma adoro il baseball, in questi casi!" rispose sorridendo Dick lasciandosi scivolar via dalle spalle la vestaglia mentre si alzava in piedi.
Infilò il proprio membro massiccio sotto i testicoli dell'italiano, fra le sue cosce serrate, ed iniziò a muoversi avanti e dietro mentre faceva scivolar via dalle spalle di Matteo la giacca del pigiama. Chinò il capo a mordicchiargli un capezzolo, mentre con le mani gli impastava i glutei. Matteo fremette, sospirò. Sì, aveva davvero bisogno di un po' di sano sesso, dopo tanto tempo che non ne faceva più con nessuno.
"Chissà quanti dei tuoi giocatori ti scopi, tu..." mormorò Matteo, sempre più eccitato.
"Oh no, qui no. Ho dovuto lasciare gli Stati Uniti proprio perché facevo sesso con uno dei miei giocatori lì al liceo dove insegnavo, e ci hanno scoperti. Ora sono molto più prudente. Anche se credo che un paio di ragazzi, qui al liceo, ci starebbero volentieri con me... Vieni sul letto, dai, così facciamo un bel sessantanove, per cominciare." lo invitò Dick e, cintagli la vita con un braccio, lo sospinse fino al letto.
Matteo lasciò i suoi pantaloni a terra, lo seguì e si stesero.
"Per questa prima volta ti va di venire facendo un sessantanove? Non ho mai gustato il sapore di un italiano. Voglio ubriacarmi del tuo vino, Matteo."
"Sì, certo, anch'io ho voglia di bere il tuo, Dick..."
Dopo quella prima volta i due giovani si ritrovarono ancora, piuttosto spesso. A Matteo piaceva Dick, ma continuava a cercare Giuliano. Anche con il bell'americano, in fondo, era solo sesso.
Matteo stava finendo i propri soldi e non trovava né Giuliano né lavoro nonostante fosse ormai ad Auckland da diversi mesi. Ne aveva parlato con Dick. Questi un giorno gli propose di presentarsi in un pub misto, dove spesso si trovavano i gay del posto.
"Ho letto proprio ieri sera che cercano un cameriere. Potresti provarci, no?"
"Dov'è? Come si chiama?"
"Se vuoi stasera dopo cena ti ci porto. Chiudono alle 23.45 quindi abbiamo tutto il tempo. E conosco il proprietario, ti posso presentare..."
Andarono. Il locale era al centro della città e si chiamava King's Arms... Il proprietario valutò Matteo, ci parlò ed alla fine decise di assumerlo. Per i primi mesi decise di fargli fare il primo turno, dalle 8 alle 16.
"Se sei amico di Dick, sei gay anche tu, no?" gli chiese il padrone.
"Beh, sì..." rispose Matteo che non s'aspettava una domanda così diretta.
"Per me è OK. Qui viene parecchia clientela gay, ma non solo gay. Ma ricordati, niente da fare qui nel locale. Se qualcuno ti fa delle proposte, non devi assolutamente dargli corda, chiaro? Se proprio è uno che ti piace, dagli appuntamento altrove e fuori dall'orario di lavoro."
"Sì, certo, non dubiti. Non ci saranno problemi." rispose Matteo.
Nel turno del mattino non c'erano molti gay nel locale, comunque Matteo cominciò presto a ricevere proposte, più o meno esplicite. Lui le lasciava sempre cadere. In fondo gli bastava Dick, la sera. Alle 16, quando usciva dal pub, riprendeva a cercare Giuliano. Non sapeva più neanche lui dove rivolgersi, a chi chiedere. A volte qualcuno gli diceva di aver visto l'uomo della fotografia che lui mostrava in giro, Ma o erano falsi allarmi o, quando credeva di averne trovato le tracce, immancabilmente le perdeva di nuovo.
Dick gli suggerì di mettere inserzioni sul giornale locale: un messaggio in italiano con su scritto: "Giuliano, sono Matteo. Sono all'YMCA di Auckland. Vienimi a cercare, ti prego." Matteo fece mettere l'inserzione più volte, ma non accadeva nulla.
Aveva raccontato a Dick, l'unico amico che avesse lì, tutta la sua storia, dalla sua scoperta di essere gay, al periodo della vita militare quando faceva marchette, al lavoro nell'albergo e alle sue prestazioni extra, poi l'incontro col regista e quindi con Giuliano. Ed infine della loro separazione.
"E ora magari lui non è più nemmeno qui ad Auckland... Non lo ritroverò mai più, temo..."
"E dire che hai lasciato tutto per lui, mio povero Matteo!"
"Oh, lo rifarei. Sono stato uno sciocco a non farlo subito, quando lui me l'ha chiesto..." disse Matteo triste.
"Ma tu hai detto che ha avuto un contratto qui come ingegnere, no? Hai provato ad andare alle varie ditte? Per assumerlo dall'estero, deve essere una ditta piuttosto grande, importante..."
"Sì, ho provato. Quasi tutte le maggiori m'hanno risposto che non possono darmi informazioni sul loro personale, neanche solo dirmi se lavora da loro o no..."
"Ma tu hai un sistema per saperlo."
"E quale?"
"Tu scrivi una lettera indirizzata al tuo amico, presso le varie industrie, col mittente dietro. Se non lavora lì, la ditta la rispedisce certamente al mittente. Se invece è lì, gliela consegnano, no?"
"Oh, cavolo, non ci avevo pensato. E dire che è così semplice! Devo solo scrivere un po' di lettere, nemmeno poi tante... Ma se lui, vedendo il mittente, la rispedisse indietro senza neppure aprirla?"
"Beh, metti il mio nome come mittente. Così scoprirebbe chi gliela manda solo dopo averla aperta, e una lettera aperta non si può più rispedire al mittente. Così se anche non ti risponde, se una non torna indietro quasi certamente è perché lui lavora lì."
"Ma se non mi risponde, vuol dire che non ne vuole più sapere di me..."
"Beh, è vero, potrebbe ancora essere arrabbiato con te. Ma tu potresti andare ad aspettarlo fuori dagli uffici e parlargli, comunque. E poi, cerca di fare una bella lettera, convincente. Nella lettera spiegagli bene quello che senti, quello che hai fatto per trovarlo. Chiedigli almeno un solo appuntamento. Scrivigli che lavori al King's Arms e chiedigli di fare almeno un salto lì per vederti... Non credo che ti rifiuterà un incontro, dopo che hai lasciato tutto e speso tutti i tuoi soldi per cercarlo..."
Matteo si convinse. Scrisse una lunga lettera, ricominciandola più volte finché fu soddisfatto. La riscrisse in più copie e la inviò alle varie industrie dove pensava che Giuliano potesse lavorare.
Dopo pochi giorni cominciarono a tornare indietro le prime buste, con su stampigliato in rosso "Sconosciuto a questo indirizzo". Matteo le depennava dall'elenco che s'era fatto.
Il giovane non immaginava che già da un paio di mesi Giuliano frequentava il King's Arms, ma che vi andava solo di sera, dopo cena, per incontrarci il ragazzo mezzo orientale che faceva marchette e portarselo a casa. Né a Matteo era mai passato per la mente di far vedere di nuovo al proprietario la foto di Giuliano. Infatti gliel'aveva già fatta vedere circa sei mesi prima, cioè quando Giuliano ancora non frequentava quel pub, ed il proprietario non ricordava neanche più che Matteo fosse passato da lui mesi prima a mostrargli la fotografia.
Nell'elenco erano rimasti solo tre indirizzi. Matteo non sapeva più neppure se sperare o no.
Ormai era passato quasi un anno da quando Matteo aveva lasciato l'Italia. Continuava a vivere all'YMCA, a fare l'amore con Dick, a lavorare al King's Arms... e a rimpiangere di non aver seguito Giuliano quando questi glielo aveva offerto.
Dick era un buon amico. Lo incoraggiava a sperare e di tanto in tanto gli dava una nuova idea, come quella di andarsi a sfogliare tutti i numeri arretrati del giornale locale negli archivi dello stesso, dalla data dell'arrivo di Giuliano in poi, nella speranza che, per qualche motivo, il suo nome apparisse negli articoli di attualità locale.
Se non altro questo occupava il tempo e la mente di Matteo e gli teneva viva la speranza, facendogli pesare di meno il passare di giorni senza alcun risultato pratico.
Giuliano sembrava scomparso nel nulla, sembrava che non ci fosse alcuna traccia del giovanotto. A volte Dick doveva consolarlo, infondergli coraggio e lo faceva sia con i loro piacevoli rapporti fisici, sia cercando di farlo divagare. Era davvero un buon amico.