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una storia originale di Andrej Koymasky


pin MILLE AMORI, UN AMORE CAPITOLO 9
DI NUOVO ASSIEME

Matteo, nel suo giorno libero, andò a vedere una partita di rugby dei ragazzi di Dick contro un altro liceo di Auckland. Dopo la partita s'incontrarono.

"Hai osservato il 28 e il 52 come t'avevo detto?" gli chiese Dick.

"Sì, bei ragazzi, tutti e due."

"Sono i due che ti ho detto. Ho l'impressione che tutti e due mi stiano facendo un filo discreto. Io non li incoraggio di sicuro, ma mi sta diventando sempre più difficile."

"Ma quando lasceranno il liceo e non saranno più tuoi allievi, le cose potrebbero anche cambiare, no? Potreste anche incontrarvi e allora..."

"Sì, ci ho pensato anch'io. Uno uscirà fra un anno, l'altro fra due. Quasi certamente saranno ingaggiati dalla squadra locale, tutti e due. E ci si perderà di vista, temo."

"Tu lancia l'amo. Dì loro che ti vengano a trovare quando saranno usciti. Fagli capire che ti interessa parecchio rivederli..."

"Sì, forse. Magari poco prima che escano... vedrò."

"Quale dei due ti piace di più?"

"Il più grande, il 28. Devi vederlo sotto le docce. È uno splendore. Si chiama Devon ed è il figlio del capo della polizia municipale. E nonostante sia così bello, così maschio, è uno dei pochi a non avere la ragazza. Neil, il 52, invece ha la ragazza. Ma potrebbe anche essere solo un... paravento. Secondo me sono gay tutti e due."

"A te piacciono solo giovani?" chiese Matteo.

"Beh, non giovanissimi. Preferisco ragazzi della tua età. Ma quando sono ben sviluppati... E Devon ha già un corpo da adulto. Anche come carattere è piu adulto che non la sua età."

"Insomma, hai perso la testa per lui..." gli disse Matteo sorridendogli.

"Ho proprio paura di sì. Ma per adesso, niente da fare. Non posso permettermi di perdere di nuovo il mio posto di lavoro per mettermi con un mio allievo. E poi, almeno per ora, ho te. Sto bene con te, Matteo. Mi piace il tuo modo di fare l'amore. Davvero i latini sono caldi come si dice. Anche se so che ti perderò quando finalmente ritroverai il tuo amico."

"Oh, non è detto che riesco a trovarlo. E se lo trovo, non è detto che lui mi voglia ancora. Comunque anch'io sto bene con te. Non siamo amanti, è vero, ma siamo ottimi amici. Non so cosa avrei fatto senza di te. So di doverti molto."

La sera andarono assieme al cinema, poi a cena, quindi tornarono all'YMCA dove ormai raramente usavano tutte e due le loro stanze per dormire. Matteo passava quasi tutte le notti nel letto del suo amico Dick, come anche quella notte. Non facevano l'amore ogni volta, anche se comunque lo facevano spesso. A volte semplicemente si addormentavano assieme, semiabbracciati, quasi a sentirsi meno soli.

Il mattino dopo Matteo andò al lavoro come al solito. Verso le undici il pub cominciò ad affollarsi, quel giorno più del solito. Matteo si trovava bene a fare quel lavoro, e cominciava a riconoscere i clienti abituali. Aveva imparato i piccoli trucchi del mestiere, era svelto ed attento ed il suo bell'aspetto, il suo volto sorridente, lo rendevano gradito ai clienti. Anche il suo inglese era diventato molto più fluente ed aveva imparato i modi di dire locali.

Verso la mezza il locale era veramente affollato e Matteo serviva, rapido ed efficiente, la numerosa clientela. Parecchi lo chiamavano ormai per nome con la consueta familiarità degli abitué. Così, quando si sentì chiamare per l'ennesima volta, rispose tranquillo, senza sollevare lo sguardo "Un momento!" e terminò di riempire i tre boccali di birra alla spina, che consegnò ai clienti. Quindi si girò dicendo "Sì?" e cercando con gli occhi chi l'avesse chiamato.

E restò come fulminato, immobile, a guardare negli occhi di Giuliano.

"Tu?" mormorò in italiano.

"Sì, sono venuto..." rispose Giuliano.

"Un attimo..." disse Matteo col cuore in gola.

Andò dal proprietario e gli chiese se poteva allontanarsi dal bancone solo per cinque minuti.

"Proprio adesso?" gli chiese contrariato l'uomo.

"Una cosa molto urgente. Solo cinque minuti. Per favore..." insisté Matteo.

"E va bene. Ma sbrigati. Vedi quanto c'è da correre, no?"

Matteo uscì da dietro il bancone e s'avvicinò a Giuliano: "Usciamo un attimo... Ho solo pochi minuti, ora. Hai ricevuto la mia lettera, allora..." gli disse mentre uscivano.

"Sì. Sono venuto subito, ieri. Ma era il tuo giorno libero."

"Non me l'han detto che eri venuto ieri."

"No, non ho chiesto di dirtelo. Ho solo chiesto se c'eri... Da quant'è che sei qui?"

"Ad Auckland? Circa un anno, te l'ho scritto. E ti ho cercato tanto..."

"Alla fine m'hai trovato..."

"Giuliano... adesso ho poco tempo, devo tornare dentro. Possiamo vederci più tardi?"

"A che ora finisci?"

"Alle 16."

"Io alle 18. Adesso devo tornare al lavoro, ho saltato il pranzo per venire... Dove posso trovarti alle 18,30?"

"Qui, se vuoi."

"Va bene."

"Sei ancora... arrabbiato con me?" chiese Matteo.

"No. Ma ne parleremo dopo."

"Grazie per esser venuto a cercarmi."

"A più tardi, Matteo." gli disse Giuliano e se ne andò.

Non si erano neppure sfiorati, neanche dati la mano. Tutti e due avevano provato un lieve imbarazzo nel rivedersi. Ma Matteo si sentiva agitato, felice, incerto ma impaziente di rivederlo. Lo vide salire su una decapottabile nera parcheggiata poco lontano ed allontanarsi. Sperava che Giuliano gli facesse un cenno di saluto, andandosene, ma l'altro non si girò neppure. Matteo tornò nel pub e riprese a servire.

Le 16 arrivarono abbastanza in fretta, ma poi, fino alle 18,30 il tempo sembrò non passare mai. Matteo si sentiva nervoso, teso. E finalmente vide Giuliano entrare nel pub. Si alzò e gli andò incontro.

"Vuoi restare qui o usciamo?" gli chiese Matteo col cuore in gola.

"No, usciamo. Almeno possiamo parlare tranquilli. Vieni, ho l'auto qua, girato l'angolo. Andiamo al parco."

Matteo lo seguì. Per tutto il percorso non parlarono. Matteo spiava l'espressione di Giuliano. Questi era serio e sembrava assorbito dalla guida. Parcheggiò di fianco al parco. Scesero e s'inoltrarono per i vialetti, finché trovarono una panchina vuota e un po' isolata. Sedettero.

"Giuliano... davvero mi hai perdonato?" chiese allora Matteo col cuore in gola.

"Sì, certo. Però... le cose sono cambiate. Io... amo un altro, ora."

"Ah, capisco. Sono venuto per nulla, perciò."

"Non è colpa mia. Credevo che tu avessi fatto le tue scelte."

"Sì, certo. E se vi amate... non c'è certo posto per me."

"Non è che io non provi più nulla per te, Matteo. Se non avessi Scott, credo che mi rimetterei con te, subito. Ma ora c'è Scott, e ne sono innamorato..."

"E lui ti ama, a differenza di me allora..."

"Sì, mi amava."

"Ti amava? Non capisco... ma non hai detto che stai con lui, ora?"

"Sì. Il fatto è che circa sette mesi or sono Scott ha avuto un gravissimo incidente d'auto e da allora... è in coma."

"In coma? Vuoi dire che da sette mesi..."

"Sì, non ha mai più ripreso conoscenza. Clinicamente è guarito. Le fratture si sono saldate, le ferite chiuse, la pelle rigenerata. Non ha più nessun segno di quell'orribile incidente. Neanche una cicatrice, pensa... Ma è alimentato con le fleboclisi ed è lì, sul letto, inerte. Non reagisce assolutamente a nessuno stimolo. E a me non resta che attendere..."

"Dio mio, è terribile! Ma i medici, cosa dicono?"

"Potrebbe tornare fra noi da un momento all'altro... come fra mesi... o mai. Non sanno spiegarselo neppure loro. È sano, completamente sano, eppure lui non c'è... È terribile, sì."

"E tu, in questi sette mesi..."

"Vivo con lui. Gli ho messo tre infermieri, in modo che sia vegliato giorno e notte. All'inizio l'ho aspettato... ora... lo aspetto ancora ma... Mi manca. Anche fisicamente mi manca, capisci? Io per un po' ho resistito, ma poi non gliel'ho più fatta. Ogni tanto mi pago una marchetta... Anche la tua vicinanza, ora, mi eccita..."

"Sì, ti capisco. È difficile stare a lungo senza un rapporto fisico, specialmente quando, come noi due, si ha una sessualità piuttosto... vivace. Non credo che tu debba vergognartene."

"All'inizio me ne vergognavo, è vero. Ora... So che lo amo, e perciò lo aspetto sempre, ma... Io non voglio, non posso legarmi ad un altro. Io ti desidero ancora, Matteo, e onestamente mi piacerebbe molto poter fare di nuovo l'amore con te. Ma non posso più dirti che ti amo. Il giorno in cui Scott riaprisse gli occhi, so che tornerei immediatamente con lui."

"Certo... ma anche io ti desidero."

"Anche dopo quello che ti ho appena detto?"

"Sì, Giuliano."

"Anche sapendo che non posso darti nessuna speranza?"

"Non è colpa tua. È colpa mia. Ma mi piacerebbe molto poter stare, almeno finché si può, ancora con te. Sono mesi che ti cerco, che ti desidero."

"Ma ora tu... tu sei innamorato di me."

"Sì, è vero. Ma proprio perché ora ti amo, sono disposto ad accettare le tue condizioni. E anche per te... perché con una marchetta? Noi, almeno, si può essere amici."

"Ma... quando Scott si sveglierà?"

"Spero che si possa restare amici, anche se dovrà cessare ogni rapporto fisico."

"Saresti davvero disposto, Matteo, a stare con me a queste condizioni?"

"Sì, certo. Mi vuoi ancora con te, almeno finché lui non uscirà dal coma?"

"Sì... te l'ho detto, ti desidero. Appena t'ho rivisto, oggi, ho sentito subito il desiderio per te risvegliarsi. Ma... non è giusto, per te."

"Sono io a chiedertelo, Giuliano. Almeno non avrò abbandonato tutto per nulla. Non avrò aspettato e sperato per un anno, per nulla..."

"Potrebbe svegliarsi anche domani, per quello che ne so..."

"Beh... almeno avrò passato ancora una notte con te... Ci sto, mi va bene."

Giuliano lo guardò a lungo negli occhi, in silenzio.

"Allora... vieni con me..."

"A casa sua?"

"Sì. Io dormo in un'altra stanza."

"Io ho una camera all'YMCA."

"Puoi lasciarla, se vuoi. Almeno finché potremo stare assieme."

"Lavoro lì al pub..."

"Ti ci posso portare io ogni mattina. La casa è fuori città. Molto bella, in riva al mare. Se vuoi adesso possiamo passare da te, prendi la tua roba, disdici la camera e ti trasferisci da me..."

"Davvero mi vuoi con te, allora?"

"Sì, certo..."

Andarono all'YMCA. Matteo andò a salutare Dick e gli raccontò brevemente quello che era successo. Gli promise che gli avrebbe telefonato, che sarebbe restato in contatto con lui. Prese tutte le sue cose in camera, fece i bagagli e li portò all'auto di Giuliano. Andò a disdire la camera ed a pagare le ultime spese. Quindi salì in macchina con Giuliano e partirono.

Si fermarono a metà strada per far cena. Poi andarono nella casa di Scott e Giuliano. Matteo sistemò le proprie cose.

"Andiamo a letto?" propose Giuliano.

"Vorrei... vorrei vedere il tuo amico, prima."

"Sì, come vuoi. Vieni, allora."

Giuliano portò Matteo nella camera di Scott. Fece un cenno di saluto all'infermiere e gli chiese se ci fosse nulla di nuovo.

Frattanto Matteo si accostò al letto e guardò il povero giovane. Lo contemplò a lungo. Era coperto da un lenzuolo e solo il volto pallido, sereno, poggiato sul bianco cuscino era visibile. Il lenzuolo, ben steso, disegnava appena le forme del corpo. Sembrava che dormisse e d'un sonno lieve. Il respiro era regolare e sollevava ritmicamente, appena appena, il bianco lenzuolo. Il volto era bello, d'una bellezza pura e dolce. Le lunghe ciglia chiuse, le fattezze regolari, colpirono il ragazzo. Dopo pochi istanti Giuliano toccò un braccio di Matteo.

"Andiamo, ora." disse.

"Ma non sente proprio nulla?" chiese Matteo quasi incredulo.

"No, è del tutto incosciente. Vieni via, su..."

"Povero ragazzo... è così bello..."

"Sì... ma d'una bellezza... lontana, ormai. Andiamo..."

Tornarono in camera di Giuliano. Si spogliarono in silenzio, si stesero sul letto. Matteo abbracciò Giuliano.

"Devi soffrire molto, vero?" gli chiese dolce.

"Mi sto adattando. Ci si abitua a tutto, nella vita."

"Povero Scott... Ma almeno lui non pare che soffra."

"Chissà dov'è! Chissà se tornerà mai."

Matteo carezzò il corpo dell'amico cercando di dargli un po' di conforto. Ma a poco a poco le sue carezze si fecero, involontariamente, più intime ed i loro corpi si risvegliarono al desiderio. Giuliano iniziò a sua volta a carezzare Matteo. La loro eccitazioni si rafforzarono a poco a poco. Si cercarono, in silenzio. Giuliano si aggrappò quasi a Matteo. Questi lo baciò in bocca, in modo dolce e intimo, a lungo. Le loro lingue si cercavano incessantemente, i loro respiri si mescolarono.

I loro membri turgidi premettero l'uno contro l'altro. Si erano ritrovati, si stavano riconoscendo, si desideravano tutti e due.

Cominciarono a baciarsi per tutto il corpo, assetati l'uno dell'altro, assetati dell'antico piacere che erano usi darsi. Giunsero quasi contemporaneamente a congiungere i loro membri sodi con le loro bocche vogliose. Si davano e ricevevano piacere come in un cerchio senza fine, formato dai loro due corpi uniti.

Poi Giuliano iniziò a frugare con le dita frementi e delicate, insistenti e sicure, nel foro dell'amico, esprimendogli anche così l'intensità del proprio desiderio.

Matteo allora si staccò da lui e si girò su un fianco, offrendoglisi. Giuliano, anche lui su un fianco dietro all'amico ritrovato, infilò le proprie gambe fra quelle di Matteo e gli si addossò, fece scivolare il proprio membro fra le natiche di Matteo e ne cercò alla cieca il caldo ingresso. Matteo si mosse appena per assecondare quella fremente ricerca e si spinse verso di lui. Lo sentì affacciarsi, timido ma forte, lo sentì premere sempre più deciso e si rilassò per accoglierlo. Lo sentì penetrare, affondargli nel caldo canale fremente, immergerglisi tutto dentro.

Giuliano lo afferrò per le anche ed iniziò a muoverglisi dentro in un ritmo calmo e sicuro.

"Sì, lo riconosco..." pensò Matteo compiaciuto ed eccitato.

Riconosceva il modo di prenderlo del suo antico amante, ed era contento. Ancora fra le sue braccia, ancora unito a lui, anche se forse non per sempre. Lo avrebbe goduto finché fosse stato possibile, poco o tanto che fosse.

Giuliano lo limò a lungo, senza fretta, godendo di quel corpo che aveva amato e che gli era comunque tutt'altro che indifferente. Anzi, gli era grato in cuor suo d'essersi ancora voluto dare a lui, alle sue condizioni. E pensò che Matteo era molto migliore della migliore delle marchette, perché oltre che sesso e godimento, gli dava calore umano ed affetto.

Giuliano cominciò a perdere la sua calma, man mano che il piacere aumentava. Iniziò a dare colpi più decisi, vigorosi, senza però diventare violento: per Matteo provava ancor sempre tenerezza, come l'aveva provata per Scott...

E quando si scaricò nell'amico, tremante e fremente, le immagini luminose di Matteo e di Scott si fusero in una nella mente abbacinata di Giuliano.

Quando ebbe ritrovato la calma, Giuliano si spostò in modo di poter riprendere fra le labbra il membro ancora turgido dell'amico e lo lavorò finché sentì che era teso di nuovo allo spasimo, duro come lui sapeva che poteva diventare il bel palo di Matteo. Allora gli si offrì a sua volta, mettendosi a quattro zampe.

L'amico gli si inginocchiò dietro, fra le ginocchia un po' divaricate, e lo prese con tenera determinazione.

Quindi lo abbracciò premendogli il petto contro la schiena, le mani a stuzzicargli i capezzoli già sodi, la guancia sulla schiena, fra le scapole, ed iniziò a roteare il bacino in modo di fargli scivolare il palo duro come acciaio dentro e fuori dall'accogliente tunnel dell'amore.

Giuliano faceva palpitare il proprio sfintere, accompagnando ed esaltando così i movimenti dell'amico ed il suo godimento. Al giovane piaceva molto essere preso in quel modo. No, in realtà gli piaceva esser preso in qualsiasi posizione, da Matteo, come pure gli era piaciuto con Scott. Non s'era mai reso conto, prima, di quanto i due ragazzi avessero lo stesso modo di fare l'amore con lui.

Matteo lo strinse a sé con più forza ed accelerò il ritmo e Giuliano sentì che l'amico era quasi pronto a riempirlo del proprio seme. Attese con piacere il momento magico, sentì l'amico fremere con sempre maggiore intensità, dare colpi disordinati e, finalmente, vuotarsi in lui con una rapida serie di spinte vigorose.

Restarono fermi a lungo, Matteo ben infisso nell'amico, finché il cuore riprese a battergli a ritmo normale ed il respiro gli si fu quetato. Si stesero sul letto. Il membro di Matteo fuoriuscì dal canale che aveva appena riconquistato, ma restarono abbracciati.

"Grazie..." mormorò Giuliano.

"Grazie a te, per avermi ancora accettato." rispose dolce Matteo.

"È dall'ultima volta con Scott che non provo più tanto piacere."

"Ti manca molto?"

"Ora che ci sei tu, molto meno, credo. Ma mi manca, sì... Però tu e lui avete un modo così simile di fare l'amore..."

"Forse... forse perché tutti e due ti amiamo..." mormorò Matteo carezzandolo.

"Ma io, ora, amo Scott..."

"Sì, lo so. Lui non ti ha abbandonato come ho fatto io..."

"A modo suo... anche lui mi ha abbandonato..."

"È diverso. La mia è stata una stupida scelta, la sua no."

"Non sei geloso di Scott? Del mio amore per lui?"

"No. Io me lo sono voluto. Devo solo rimproverare me stesso."

"Sì, devi solo rimproverare te stesso." disse Giuliano, ma senza durezza né rimprovero nella voce.

Matteo si comprò una moto per poter tornare a casa dal lavoro senza dover aspettare ogni volta due ore e mezza Giuliano.

Quando tornava a casa, andava a sedere accanto al letto di Scott. Parlava un po' con l'infermiere per capire di che cure avesse bisogno il ragazzo, ed a volte lo aiutava.

Dopo circa un mese che viveva nella casa di Scott, Matteo ebbe un'idea e ne parlò con Giuliano.

"Senti, tu paghi tre infermieri per accudire Scott. Io ho pensato che potrei sostituirne due, dalle sei di mattina alla dieci di sera. E tu potresti darmi solo lo stipendio di uno, che è di più di quello che guadagno ora lavorando nel pub..."

"Lo faresti? Perché? tutti i giorni inchiodato qui per sedici ore... non è troppo pesante? E poi tu non sei un infermiere..."

"Ho visto quello che hanno da fare. Ne sarei capace anch'io. C'è ben poco da fare durante il giorno. Cambiargli la bottiglia della flebo, spostarlo ogni tanto, lavarlo... Potrei davvero farlo io e oltretutto tu così risparmieresti i soldi di uno stipendio... Lo farei molto volentieri, povero Scott. Davvero."

Ne parlarono. Alla fine decisero che Giuliano avrebbe fatto venire due infermieri per sei ore ciascuno, e che Matteo avrebbe vegliato Scott per le restanti dodici ore, dalle sette del mattino alle sette del pomeriggio. E comunque Giuliano volle pagargli tutte e dodici le ore. Così Matteo si licenziò dal King's Arms ed iniziò a vegliare e ad occuparsi di Scott.

Il primo giorno si limitò a contemplarlo. Specialmente quando, dovendogli far cambiare posizione, gli toglieva di dosso il lenzuolo e lo vedeva nudo, e quando doveva massaggiargli la pelle del corpo con la speciale lozione per farla rimanere soda ed elastica.

Si allontanava dal letto il minimo possibile, per andare al gabinetto, per farsi da mangiare, per rispondere al telefono quando Giuliano, una volta al giorno, o qualcuno della famiglia di Scott di tanto in tanto telefonavano per avere notizie.

Mentre sedeva accanto al letto, un po' lo guardava, lo contemplava, un po' leggeva. Poiché la stanza era ben riscaldata, lo teneva quasi sempre scoperto sia per ammirarne il bel corpo, sia per spiare se avesse un qualche minimo movimento.

Ma già il secondo giorno iniziò a parlargli...

"Dio, quanto sei bello, Scott! Sembra che tu stia dormendo. Ma quando ti sveglierai? Spero presto, anche se questo vorrà dire per me perdere di nuovo, definitivamente, Giuliano. Lui ti ama. Io non ho saputo meritare il suo amore, sai?"

Gli parlava dicendogli quello che pensava, o raccontandogli brani della propria vita quando per qualche associazione di idee gli venivano in mente. E gli parlava sempre in italiano, perché tanto sapeva che Scott non poteva ascoltarlo.

Prese a parlargli sempre più spesso, sempre più a lungo. Non sapeva neppure lui perché lo facesse, semplicemente gli veniva istintivo.

"Peccato che non puoi sentirmi, Scott. Mi piacerebbe poterti dire tutte queste cose ed averne una reazione, una risposta da te. Sento che tu mi potresti capire... anche se non so perché. Il tuo volto è così dolce, così puro... Devi essere un ragazzo eccezionale, tu. Capisco che Giuliano sia innamorato di te. Non solo per la bellezza del tuo corpo... Mi piacerebbe poter vedere i tuoi occhi, devono essere limpidi come sorgenti di montagna."

Aveva anche preso l'abitudine di leggergli articoli del giornale e di commentarli. Glieli leggeva in inglese, logicamente, ma glieli commentava in italiano. Così prese a parlargli a volte in italiano a volte in inglese, come gli veniva. Era un lungo soliloquio. Ma Matteo si rese conto, pian piano, che doveva farlo e ne capì anche il perché: il ragazzo sul letto, per quanto incosciente, era una persona.

"Hai una pelle bellissima. Quando ti tocco per cambiarti posizione, o quando ti devo massaggiare, mi verrebbe voglia di carezzarti, invece. Se non lo faccio è solo perché mi sembrerebbe di approfittare di te... Sì, è vero, il corpo non è tutto... è vero, lo so. Ma è la forma visibile della nostra essenza, della nostra anima, no? E la tua anima è qua, da qualche parte. Dorme? Come si può fare a risvegliarla? Se sei così bello devi anche avere un'anima bella... Sì, lo so, ci sono anche bei corpi che racchiudono anime meno belle, o corpi brutti che racchiudono anime bellissime. E questo per me è un mistero. Ma sento che per te deve essere così: anche la tua anima deve essere bellissima. E vorrei essere capace di carezzare anche la tua anima, assieme al tuo corpo... Oh, dio! È quasi una dichiarazione d'amore, questa... Ma... come si fa a non innamorarsi di te?"

Matteo parlava a ruota libera, esprimeva i propri pensieri con una libertà che sicuramente non avrebbe avuto con una persona in grado di ascoltarlo. Parlava di cose serie o di cose futili, come gli capitava.

Poco prima delle 19 arrivavano sia l'infermiere che gli dava il cambio sia Giuliano che tornava dal lavoro.

Una volta, mentre Giuliano era già nella stanza di Scott, quando arrivò anche l'infermiere Matteo, uscendo, disse a Scott: "Ciao. Adesso ti lascio. Ci vediamo domani."

Sia l'infermiere che Giuliano lo guardarono sorpresi e quest'ultimo gli disse: "Ma che fai, lo saluti? Che senso ha? Mica può sentirti, lui."

"Che c'entra. È una persona, no? È per ricordarlo a me stesso, forse, non so... Ma non si può, non si deve trattarlo come un oggetto."

"È un corpo inerte." disse l'infermiere.

"Purtroppo è così, è solo un corpo..." disse Giuliano con un senso di profonda tristezza nella voce.

"No. È un uomo. Ha un'anima che forse dorme, o che forse solo non riesce a comunicare con noi... e forse ne soffre anche..."

"Sei un romantico." gli disse Giuliano mentre uscivano dalla stanza.

Mentre Matteo preparava la cena per tutti e tre, riprese il discorso con Giuliano.

"Credo che sia importante, invece, sentire che è un uomo, un uomo completo, voglio dire. È troppo facile pensare a lui solo come a un corpo incosciente, una bella bambola inanimata."

"Ma la realta è questa. Chissà se riprenderà mai coscienza, purtroppo. O se un giorno lo troveremo morto..."

"Ma non è ancora morto! Questo è l'importante. È ancora fra di noi."

"O è metà di qua e metà di là?"

"Ma non vuoi tirarlo tutto di qua, in questo caso?"

"Certo che vorrei, se solo sapessi come fare. Ma non lo sanno neppure gli esperti... Non è certo parlandogli che lo guarirai... Non ti sente."

"Non pretendo di guarirlo. Te l'ho detto, ho bisogno di parlargli, per me, per non perdere il senso dell'umanità. Un po' come a un neonato: certamente non capisce, ma la madre gli parla come se capisse tutto, no?"

"Ma un neonato reagisce. Riconosce, se non altro, il suono della voce della madre. Gira gli occhi. sorride. Muove le manine, sgambetta... Lui invece niente. Non un segno, non un solo, minimo, impercettibile segno! Niente! A volte mi chiedo se non sarebbe meglio che morisse, piuttosto che rimanere così per sempre."

"Meglio per lui, o per te?" gli chiese severo Matteo.


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