1976 - agosto
Le pretese del padre nei confronti di Damiano sembrano aumentare. Bastava che fossero soli in casa, anche di giorno, che l'uomo voleva profittare del figlio.
"Vieni qua, Damià. Lasciti calare i calzoncini..."
"No, papà, non adesso. Sto per uscire..."
"Facciamo svelti, dai. Appoggiati al tavolo."
"Papà..."
"Sta zitto, che ti piace pure a te..." disse l'uomo aprendo frenetico i calzoni del figlio. "Ah, che bel culo stretto! Sei meglio di tua madre!" disse l'uomo prendendolo contro il tavolo della cucina.
Poi, toltasi la voglia, gli disse: "Adesso va', corri, che sennò fai tardi all'officina."
Una domenica lo zio Saro li invitò tutti a casa sua per una scampagnata. Era quasi ferragosto. A sera andarono tutti sulla terrazza sul tetto della casa per vedere i fuochi d'artificio.
Zio Saro disse al padre di Damiano: "Vincenzo, vai sotto a prendere un po' di vino per tutti."
"Certo, subito. Vieni a aiutare a papà, Damià!"
"Voglio guardare i fuochi, papà!"
"T'ho detto di venire!" tuonò il padre.
"Non far arrabbiare a papà!" gli disse secca la madre.
Il ragazzo scese con l'uomo. Sapeva già come sarebbe andata a finire.
Infatti appena furono in cantina, l'uomo gli disse: "Dammi il culo, Damià, che stanotte si dorme tutti assieme e non puoi."
"Ma ci aspettano, papà..."
"E che aspettino! Dammi il culo, t'ho detto, non me lo far ripetere!"
"No, papà." disse il ragazzo deciso ad opporsi.
Gli arrivò una gragnuola di colpi, poi il padre lo prese per un braccio: "Giù i calzoni, se non vuoi la seconda razione. Io t'ho dato la vita, io te la levo, ricordati! Giù i calzoni!"
Il ragazzo obbedì e il padre lo prese con foga. E mentre lo fotteva, gli diceva: "Tu sei la mia puttana, Damiano, la mia puttana, ricordati!"
Damiano per la seconda volta pianse. Non era un figlio, dunque, ma solo la puttana di quell'uomo, anzi, di quell'animale.
Quando tornarono su col vino, la zia vedendo il volto del ragazzo, gli chiese: "Che hai fatto, Damiano, hai pianto?"
"Eh, ha sbattuto e s'è fatto male giù in cantina. Sai come sono i ragazzi no?" rispose il padre tranquillo.
"E beh? Sei un uomo ormai, Damià. Un uomo mica piange!" disse lo zio Saro e rise, imitato da tutti.
Tornati a casa Damiano, appena fu solo con la madre, vergognandosi da morire, sentendosi umiliato, ma non potendone più, confidò alla madre quello a cui lo sottoponeva il padre.
La reazione della donna lo sconvolse: iniziò ad insultarlo, a dargli dello svergognato, del bugiardo, dello schifoso! Damiano tremava tutto per lo shock. Invece di difenderlo la madre lo aggrediva, lo insultava atrocemente, tirando fuori tutti i peggiori epiteti che conosceva, urlando contro di lui!
Luca, il fratello maggiore, tornò a casa. Sentendo la madre urlare, chiese che cosa fosse successo. Damiano pensò che almeno Luca lo avrebbe difeso, l'aveva sempre difeso. Così disse tutto a lui pure. Ma questa volta Luca si mise a pestarlo dandogli del vigliacco, dell'impostore.
E quando finalmente smise, gli disse gelido: "E se pure fosse, non si parla di queste cose in giro, capito? Te le risolvi tu da uomo, svergognato! Dire queste cose di nostro padre! S'è mai sentito? Sarà meglio che non lo viene a sapere papà sennò t'ammazza. Mi fai schifo, tu!" e gli sputò addosso.
Damiano uscì sconvolto. E quando il padre, quella stessa notte andò da lui, il ragazzo si lasciò montare senza dire una sola parola.
Quell'estate Giampaolo e Sergio andarono a fare campeggio assieme in Umbria. Tutto il giorno visitavano chiese, castelli, abbazie e monumenti e la notte, in tenda, erano uno nelle braccia dell'altro, felici.
Pareva che non si stancassero mai di fare l'amore. Era un qualcosa a metà fra il giocoso e la fresca passione di due adolescenti. Sperimentavano tutte le posizioni, tutte le possibilità, e di giorno ne parlavano fra di loro, valutandole, immaginandone delle nuove con le loro fantasie scatenate. E di notte in tenda le provavano.
Ma avevano anche momenti di dolcezza, di tenerezza reciproca, in cui si coccolavano, si scambiavano tutto il loro affetto. A Giampaolo piaceva moltissimo il modo di baciarlo di Sergio, intimo, fresco, appassionato.
In quel mese di esplorazione, sia turistica che amatoria, Giampaolo imparò da Sergio anche qualcosa di importante: che si può essere gay (e non "ricchioni") pur essendo virili tutti e due. Che non importa chi lo mette e chi lo prende. Che la sessualità liberamente scambiata è gioia, qualunque sia il sesso dei due partner.
Giampaolo in quello splendido mese imparò ad accettare di essere gay, con totale serenità. Svanirono i suoi ultimi dubbi, le sue ultime incertezze.
1977 - luglio
Damiano aveva finito la terza media ed aveva passato l'esame con buoni risultati, andando bene in tutte le materie ed ottenendo la qualifica di "buono".
Quando aveva provato a chiedere al padre se gli permetteva di continuare gli studi, l'uomo si mise a ridere.
"E chi ce l'ha i soldi? Costa."
"Ma io lavoro."
"Servono a casa. Devi toglierti certi grilli dal capo, tu!"
Provò ad insistere. Quello che ne ricavò fu una scarica di legnate. Così quell'anno non studiò. I suoi ex compagni finirono la prima superiore e Damiano li invidiava. A febbraio, in un accesso di rabbia, il ragazzo bruciò nel camino tutti i suoi libri. Dopo se ne pentì, ma ormai era fatta.
Lavorava a tempo pieno nell'officina del cugino di Saro. Aveva capito che molte delle auto su cui lavoravano erano rubate. Alcune le smontavano per usarne i pezzi. Altre le riverniciavano e le rivendevano, e se ne occupava Petruzzo, l'altro cugino, il fratello di Marco.
Le visite notturne del padre erano cessate, perché Damiano, non studiando più, era tornato a dormire con i fratelli. A volte la notte si svegliava e poteva intravedere Luca o Cosimo masturbarsi, così cominciò a farlo anche lui.
Ma se erano cessate le visite notturne del padre, questo non significava che l'uomo avesse smesso di prenderlo: ogni volta che lo trovava da solo in casa gli faceva calare i calzoni e lo fotteva. Damiano perciò cercava di trovarsi da solo col padre il meno possibile e così a poco a poco quella violenza da parte del padre si diradò e verso maggio finì del tutto.
Damiano ne fu felice. Gli sembrava di aver riconquistato la libertà. Per paura di essere visto dai fratelli come lui aveva visto loro, prese l'abitudine di masturbarsi al gabinetto. Non aveva fantasie erotiche mentre lo faceva: chiudeva gli occhi, si sfogava e basta. Ma gli piaceva molto.
Nonostante i suoi quindici anni e mezzo, Damiano non si sentiva attratto dalle ragazze, ma neppure dai ragazzi. L'autoerotismo lo soddisfaceva e non si creava problemi.
Quasi contemporaneamente, quell'anno, sia Luca che Cosimo si fidanzarono e cominciarono a rientrare tardi la sera. A volte li sentiva, a letto, che si raccontavano le loro avventure erotiche ridacchiando. Damiano pensava che dopo tutto erano due scemi e che proprio non riusciva a capire che cosa i suoi fratelli ci provavano ad andare con quelle ragazze: prima o poi quelle li avrebbero inguaiati coi figli e una famiglia da mantenere. Non si sta meglio da soli?
Giampaolo e Sergio avevano finito la prima liceo. L'anno scolastico era andato bene, nonostante Sergio avesse perso un mese per malattia. Ma Giampaolo era andato a trovarlo tutti i giorni per portarli i compiti.
Era pesato a tutti e due quel mese, specialmente all'inizio quando Sergio era troppo debole e febbricitante per fare l'amore. Ma appena l'amico s'era sentito meglio, avevano recuperato il tempo perduto.
Così ora facevano i progetti per le vacanze e più oltre. Avevano deciso che, una volta finito il liceo, si sarebbero iscritti tutti e due ad architettura. Sarebbero andati a studiare nel capoluogo. Si sarebbero presa una stanza in affitto assieme, là nel capoluogo.
"Così possiamo studiarci." disse Giampaolo.
"Mi sa che lì, più che architettura, ci studieremo anatomia!" disse ridendo Sergio.
"Beh, la mettiamo come materia facoltativa..."
"Facoltativa? Scherzi? Obbligatoria!" esclamò Sergio tirando a sé l'amico e baciandolo.
Erano felici, tutto stava andando bene. Erano stati promossi bene...
Ma arrivò la doccia fredda: il padre di Sergio era stato nominato direttore della filiale di Trieste e vi si trasferiva con tutta la famiglia. Sergio aveva provato a chiedere di restare lì, con la nonna, ma non ci fu niente da fare. I due ragazzi dovevano separarsi.
L'unica loro consolazione fu che il padre di Giampaolo offrì loro di usare il cabinato per fare una vacanza lungo le coste. A bordo ci sarebbero stati con loro anche Lena e Gianfranco, e perciò loro due avrebbero dovuto dormire nella cabina matrimoniale!
I due ragazzi si consolarono pensando che, almeno, avrebbero finito in bellezza.
1978 - agosto
Damiano aveva passato un periodo né bello né brutto. Il padre ormai lo lasciava in pace. Luca s'era sposato in maggio. Cosimo aveva cambiato fidanzata e ora anche Carmelina aveva lo spasimante.
In quel mese Damiano stava lavorando al solito in officina, quando arrivò Annibale, il cognato di Saro, che faceva il barista. Aveva avuto una soffiata: i carabinieri stavano per fare un sopralluogo nell'officina di Marco.
Caricarono veloci tutto ciò che c'era di compromettente su un camion che partì subito: erano già allenati a farlo. Poi Damiano, che lavorava in nero, fu mandato a casa con l'ordine di rimanerci finché non lo mandavano a chiamare. Così Damiano si avviò verso casa.
Erano le cinque del pomeriggio. Quando arrivò in vista del casolare ai confini del paese, vide il padre uscire ed andar via in bicicletta, verso il paese. Lo incrociò. Non si salutarono. Damiano entrò in casa. Si stava per spogliare, per lavarsi, quando sentì uno strano rumore provenire dalla camera dei maschi. Pensando che in casa non avrebbe dovuto esserci nessuno, insospettito, prese un coltello in cucina e salì a vedere.
Aprì la porta e vide suo fratello Pietro, quello di tredici anni, raggomitolato sul suo letto, con la sola camicia indosso, che piangeva. Posò il coltello, andò a sedersi sul bordo del letto, e lo toccò.
Gli chiese: "Che c'è, Pietro. Che è successo?"
"Niente..."
Ma Damiano ebbe come una visione terribile: "Dimmi che è successo!"
"Niente, niente, lasciami..."
"No, Pietro... Io lo so cosa t'è successo... Ma adesso devi dirmelo tu." gli disse con dolcezza Damiano carezzandogli i capelli.
"Non posso..."
"È stato papà, vero?"
"Sì..."
"T'ha levato lui i calzoni?"
"Sì..."
"E... t'ha fatto... quelle cose." disse Damiano sentendo di nuovo in sé tutta a pena e il dolore che aveva provato quando era capitato a lui.
"Io non volevo!"
"Lo so... lo so... vieni qui..." gli disse e lo abbracciò quasi cullandolo, "Lo so, povero Pietro mio, lo so." e pianse con lui. Poi, sempre con dolcezza, gli chiese: "È la prima volta che lo fa a te?"
"No..."
"Quand'è che ha cominciato?"
"Il giorno del matrimonio di Luca..."
"Perché non me l'hai detto subito, Pietro?"
"Mi vergognavo..."
"Lui si dovrebbe vergognare, quella bestia! Tu no, tu no, Pietro."
"Se sa che te l'ho detto, m'ammazza."
"No, Pietro, non ti tocca. E non ti toccherà mai più, te lo giuro."
"Oh Damiano! Mi sento tutto sporco, io..."
"No, no... Ascolta, ora: tu devi fare in modo di non trovarti mai solo con lui, m'hai capito?"
"Ma lui mi cerca e mi dice di venire a casa quando non c'è nessuno, e se non obbedisco sono botte! Tu non sai cos'è..."
"Lo so, Pietro, lo so io pure. Per tre anni ho dovuto sopportarlo, quel porco. Tre anni."
"Tre anni?" chiese con gli occhi sbarrati il ragazzino, "e come hai fatto a non morire? Io... volevo ammazzarmi..."
"No, Pietro! Non dirlo nemmeno per scherzo! Ma vedrai che smetterà, ora."
"E chi lo ferma?"
"Io! Perché se non lo fermo, poi toccherà pure a Cesarino. Lo fermo io."
"E come fai, Damiano?"
"Ci penso io, fidati di me. Adesso va a lavarti e vestiti. E stagli alla larga a tutti i costi. Non t'ammazzerà, sta' tranquillo. Se prova di nuovo a toccarti, vieni a dirlo a me, capito?"
"Sì... grazie, Damiano..."
"E non devi vergognarti, e manco sentirti sporco, tu. Hai capito?"
Damiano riprese il coltello e se lo mise nella tasca della tuta. Quindi scese e sedette ad aspettare il padre. Lo attese, paziente, determinato. Aveva mandato via Pietro da casa e gli aveva detto di tornare solo per cena, quando ci fossero stati anche tutti gli altri.
Il padre tornò: "Damià, che ci fai qui?"
"T'aspettavo."
"Ah, e per cosa?"
"Tiratelo fuori, papà..."
L'uomo lo guardò stupito, vide il sorrisetto del figlio e scoppiò a ridere: "Ah, ce n'hai voglia, eh, mariuolo! E va be', t'accontento subito. Tu apriti la tuta e calatela giù, dai..."
"Sì, papà, e tu tiratelo fuori, che ci divertiamo..."
L'uomo rise di nuovo e s'aprì la patta tirandoselo fuori, già ritto e duro. Allora Damiano tirò fuori il coltello.
"Che fai, Damià... che fai?"
"Fermo papà, non ti muovere o questo te lo caccio tutto in pancia."
"Ma che, sei ammattito? Metti via quel coltello..."
"Fermo t'ho detto!" gridò il ragazzo brandendo il coltello.
L'uomo si immobilizzò e il suo membro cominciò a calare.
"Ah, ti s'ammoscia adesso, porco?!" disse con un sorriso di scherno il ragazzo.
"Damià, basta co' gli scherzi..."
"Non sto scherzando, papà. Lo vedi questo? Se t'azzardi a toccare Pietro, o chiunque altro qui dentro a questa casa, io te lo taglio quel tuo arnese e te lo ficco in bocca, capito?"
"Ma..."
"Zitto. Zitto e non fiatare. Tu sei grande e grosso e forte. Ma io questo te lo pianto tutto dentro al cuore e lo giro così se t'azzardi a toccarci, è chiaro?"
"Ma ti piaceva, no?"
"No, ti odiavo. E questo coltello lo dovevo usare prima. E sta attento, perché mi sono informato e quello che ci hai fatto, a me e a Pietro, è punito dalla legge, articolo 519... Ma prima della legge, te la faccio pagare io, chiaro?"
"Ma..."
"Zitto! Sta zitto. Hai finito di fare il porco qua dentro, a inculare i tuoi figli, è chiaro?"
"Ma Luca, e Cosimo, e tu pure l'avete preso senza tante storie..."
"Ah, pure loro! Adesso capisco..."
"Tua madre non mi vuole più perché dice che non vuole più figli... e m'ha detto che se toccavo le ragazze mi scannava. Che potevo fare io? Sono un uomo!"
"Adesso capisco. Hai smesso con mamma e hai cominciato con Luca, eh?"
"E che potevo fare? Sono un uomo."
"E mamma lo sapeva, l'ha sempre saputo..."
"Voi maschi mica potete diventare gravidi..."
"Che schifo mi fate, tutti e due!"
"Ma che potevo fare?"
"Potevi farti una sega, papà. Che, non t'hanno mai insegnato? Dai, fatti una sega, adesso, fammi vedere che sei capace..."
"Dai, metti via quel coltello..."
"No, fatti una sega, adesso. Guarda che non me ne frega niente di andare in galera, a me... Fatti una sega, o mi fai innervosire. Subito!"
L'uomo obbedì.
Quando si fu scaricato, il figlio gli disse: "Bravo. T'è piaciuto? D'ora in poi se ti tira, è così che devi fare, è chiaro? Ma se t'azzardi a toccare solo uno dei tuoi figli, io t'ammazzo. Ti sgozzo come il porco che sei. Hai capito? E zitto, hai capito? Attento, che non scherzo..."
In quell'agosto Sergio tornò al paese. Quando Giampaolo lo rivide, fu felice. Nonostante si scrivessero abbastanza spesso, il suo amico gli era mancato. Appena poterono star soli, fecero l'amore. Non era più un gioco da ragazzini, ormai stavano crescendo. Fu un rapporto pieno di passione.
Quando giacquero, appagati, Giampaolo gli disse: "È un anno che t'aspetto, che ti sogno. Sai, mi sono sempre fatto seghe pensando a te..."
"Non sei mai stato con nessuno, Giampaolo?"
"No, e con chi? Aspettavo te..."
"Io... ecco, io... ti devo confessare una cosa..."
"E cosa?"
"Vedi, io, Giampaolo, ho conosciuto un ragazzo su a Trieste. Uno di lì e... e facciamo l'amore assieme."
"Non hai resistito? Eh, dicono che l'occasione fa l'uomo ladro. Ma hai pensato a me, no?"
"Sì, certo. Tu sei sempre il mio più caro amico, ma..."
"Ma?"
"Ecco, io e lui, Paolo si chiama... ecco... ci siamo innamorati e..."
"Innamorati? Perché non me l'hai detto subito? Perché sei venuto a letto con me, allora? Che ci faccio io qui con te?"
"Giampaolo, io ti voglio bene, ma... che senso ha poterci vedere una sola volta l'anno? Ormai starò lassù, anni, forse per sempre..."
"E io che t'ho aspettato quasi un anno..."
"Mi dispiace..."
"Potevi scrivermelo, no?"
"No, certe cose non si possono dire per lettera, non me la sentivo. E ho voluto fare l'amore con te, prima di dirtelo, per farti capire che se ti ho lasciato non è per te, ma solo per la lontananza. Io ti desidero sempre, per me sei sempre il mio Giampaolo..."
"E che vorresti, Sergio, avere lui quando sei là e me quando sei qua? No, Sergio, non ci sto. Se fra te e me è finita... è finita."
"Adesso sei incazzato con me? Mi odii?"
"Odiarti? No. Spero che restiamo amici, anzi. Ma... ma non mi va di dividerti con un altro."
"Mi dispiace..."
"No, va bene. Ti capisco. In fondo hai ragione tu, sono io che mi sono illuso. E comunque... è stata bella, quest'ultima volta."
Restarono amici, anche se per Giampaolo fu un brutto colpo quel... tradimento.
1979 - novembre
Giampaolo, dopo aver preso la maturità classica, si iscrisse al primo anno della facoltà di Architettura, nel capoluogo.
Durante quell'anno non aveva più avuto rapporti sessuali con nessuno. Come i compagni del liceo, man mano che s'avvicinava la fine dell'anno scolastico, facevano progetti per l'università, e fra questi progetti c'era anche la possibilità di divertirsi con le ragazze, lontano da casa e da ogni controllo, nell'anonimità della grande città, così anche Giampaolo sperava di poter incontrare a sua volta qualcuno, qualche ragazzo gay come lui, per avere finalmente qualche avventura o magari di nuovo una storia.
Il padre gli aveva trovato una stanzetta in un pensionato universitario, e certo non avrebbe potuto portare lì le sue eventuali conquiste. Ma non si creava troppi problemi. Si installò nella sua cameretta, poi scese nella sala giochi, dove c'erano due ping-pong, un televisore e tavoli per giocare a carte, a dama e a scacchi. C'erano altri ragazzi e cominciarono a fare conoscenza.
Giampaolo si accorse di un curioso cambiamento avvenuto in lui ora che non aveva più un ragazzo, e che era lontano da casa. Non valutava più i ragazzi dividendoli solo in simpatici e non, ma anche in "boni" e non. Li guardava cioè chiedendosi se gli sarebbe piaciuto farci l'amore o no. E ce n'era più di uno con cui gli sarebbe andato a genio farlo.
Il solo problema era capire se fra quelli che gli piacevano ce n'era uno gay o no. Come fare a capirlo? Ormai sapeva che gay non è sinonimo di effeminato, e comunque gli effeminati non gli piacevano.
"Tutto s'impara." si disse saggiamente e pensò che avrebbe anche imparato a riconoscere quelli come lui.
No, non doveva preoccuparsi.
Il padre di Damiano aveva smesso di importunare i figli, e anzi ora trattava Damiano con maggiore rispetto. Il ragazzo si rammaricò di non aver avuto prima la giusta reazione. Ma ciò che non aveva saputo fare per difendere se stesso, aveva trovato la forza di farlo per difendere il fratello minore.
Non aveva mai più parlato con Pietro delle loro disavventure. Ma ora Pietro stravedeva per lui, lo adorava. E Damiano si sentiva forte e fiero.
Anche Carmelina, e poi Cosimo, si sposarono e Concetta si fidanzò. Il fidanzato della sorella si chiamava Salvatore ed aveva ventidue anni. Salvatore aveva sorelle e fratelli, e fra questi c'era Pasquale, chiamato Lino, un ragazzo di diciotto anni, cioè di un anno più vecchio di Damiano. Così Damiano fece la conoscenza anche con Lino ed a poco a poco si fece l'idea che Lino dovesse essere un ricchione. Era infatti un ragazzo delicato, gentile pure troppo, non effeminato ma neppure troppo virile. Damiano si sentì incuriosito da Lino.
Una volta che si incontrarono in piazza, davanti al bar, Lino gli offrì una coca-cola. Sedettero ad un tavolino. Damiano era di poche parole, perciò parlava quasi sempre l'altro, e lo guardava, lo guardava.
Ad un certo punto Damiano lo fissò negli occhi e gli chiese: "Che hai da guardarmi tanto, Lino?"
L'altro sembrò imbarazzato, ma rispose: "Sei un bel ragazzo."
"Ah. E allora mi guardi."
"Sì, è così. Che, ti da fastidio?"
"No."
"Anche se hai un anno meno di me, pari più grande. Sei già maturo, tu."
"Maturo?"
"Sì, fisicamente, voglio dire. Sei ben sviluppato... per quel che si vede."
"Anche quello che non si vede. Garantito!" disse Damiano con aria furba.
Al che l'altro disse: "Ah si? Davvero?"
"E che, non mi credi?"
"Beh... che ne so, io. Mica l'ho mai visto, no? E tutti si vantano, ma poi..."
"Vieni, allora." disse semplicemente Damiano.
L'altro, senza fiatare, lo seguì. Damiano lo portò in chiesa, la traversarono, e lo fece entrare nella porticina del campanile.
"Dove mi porti?"
"Vieni." insisté deciso Damiano e salì la scala fino al secondo piano.
Qui giunto si fermò. Guardò solo un attimo il compagno negli occhi, poi si aprì la patta e se lo tirò fuori.
"Ecco, vedi? E adesso è moscio."
Lino deglutì, gli occhi magnetizzati sul membro del compagno.
"Toccare per credere, si dice, no? Toccalo!" disse Damiano protendendo in avanti il bacino, sfrontato.
Lino, in silenzio, allungò una mano a sfiorarlo. Il membro di Damiano subito si rizzò. Lino allora lo prese a piena mano, lo palpò e inghiottì di nuovo.
"Calati i calzoni, Lino, dai." gli disse Damiano deciso.
"Ma..."
"Dai, che ne hai voglia." insisté Damiano, sicuro.
Lino era titubante. Damiano interpretò correttamente quella esitazione.
Gli disse: "Resta un segreto, solo fra te e me. Calati i calzoni, dai."
"Lo giuri?" disse l'altro guardandolo negli occhi.
"Lo giuro, che possa morire!" rispose Damiano impaziente, ma serio.
Lino allora si aprì i calzoni, se li calò con gli slip, si insalivò l'ano e si offrì al compagno. Damiano gli si addossò di dietro e, guidato dal ragazzo, lo penetrò lì in piedi. Gli entrò tutto dentro senza problemi ed iniziò a fotterlo mentre Lino si masturbava. Damiano provò un piacere fortissimo e dopo pochi colpi raggiunse l'orgasmo.
"Sei già venuto?!" disse Lino un po' deluso.
"Minchia, sì!"
"T'è piaciuto?"
"Sì."
"Lo faremo ancora?"
"Certo."
E Damiano si trovò a pensare divertito: "Salvatore si fotte a mia sorella, e io mi fotto a suo fratello!" e pensò che era molto più piacevole fottere un ragazzo che farsi seghe da soli.
Così cominciò la storia fra Damiano e Lino. Quando a Damiano veniva voglia, cercava Lino e gli diceva semplicemente: "Andiamo?" al che l'altro capiva ed accettava subito. Se era Lino ad avere voglia, a volte Damiano diceva di sì, a volte di no. Ma più spesso di sì.
Si incontravano tre o quattro volte alla settimana. Non più nel campanile, che la gente avrebbe trovata sospetta quella loro improvvisa "religiosità", ma al Circolo Ricreativo delle ACLI dove avevano scovato un sottoscala molto comodo e sicuro a cui si accedeva dai gabinetti.