1982 - luglio
Ormai era tutto pronto. Saro con gli altri tre erano andati, con un'altra macchina, a controllare la zona in cui sarebbe avvenuto il rapimento. Studiarono bene il posto, le diramazioni, le vie d'accesso e di fuga. Prepararono anche la macchina da lasciare sul posto, che sarebbe stata per traverso con due di loro chinati come se cambiassero una ruota. La macchina dell'ostaggio si sarebbe dovuta fermare e l'altra macchina, che li seguiva, li avrebbe bloccati di dietro.
Due uomini davanti, altri due dietro, l'ostaggio sarebbe stato in trappola. Studiarono bene il piano e tutti i possibili imprevisti. Tutto doveva accadere in pochissimi minuti, era essenziale. E una volta bloccato l'ostaggio non doveva avere possibili vie di fuga.
Damiano si sentiva un po' nervoso. Non sapeva ancora chi sarebbe stato l'ostaggio, se uomo o donna, giovane o vecchio... certo doveva essere ricco, questo era l'essenziale.
Saro aveva detto al cognato, cioè al padre di Damiano, che il figlio avrebbe dovuto fare un lavoro per lui e che perciò sarebbe stato parecchio fuori casa. Gli fece capire che era meglio non fare domande né a lui né al figlio e che meno sapeva meglio era. Vincenzo capì subito che doveva trattarsi di qualcosa d'illegale ed annuì.
Damiano aveva studiato molto attentamente tutto il terreno attorno alla grotta, e le eventuali vie di fuga o da cui ci si sarebbe potuto aspettare un pericolo, cioè le ricerche da parte della polizia o dei carabinieri. Studiò la zona sia di giorno che di notte. Ormai conosceva il posto palmo a palmo, radice per radice, ramo per ramo, sasso per sasso. Poteva girarci tranquillo anche in piena notte, cosa che ad ogni buon conto verificò e che gli riuscì benissimo.
Pochi giorni prima del rapimento Saro insegnò a Damiano ad usare una pistola: ne avrebbe avuta una con sé. Questo turbò un po' il giovane... avrebbe preferito usare solo il suo fidato coltello a serramanico. Infine misero a punto un sistema di richiami e di segnali.
E finalmente arrivò l'ordine per telefono, con la data e l'ora. Così, di prima mattina Damiano andò alla grotta e ci si chiuse dentro. Per ingannare il tempo verificò ancora una volta tutte le provviste, poi il cesso da roulotte con le cartucce di ricambio. Poi anche la radiolina a transistor che s'era comprato, le lampade a gas e quelle a batterie elettriche. Ed attese, seduto su una delle due sedie.
Silver aprì la porta della camera di Giampaolo. Il ragazzo lo salutò con un sorriso. Silver richiuse a chiave la porta, andò vicino all'amico e si abbracciarono, e baciarono.
"Puntuale come sempre." disse Giampaolo.
"Certo. E tu bello più di sempre." rispose Silver cominciando a sbottonargli i jeans.
Si spogliarono, si stesero sul lettino e cominciarono a fare l'amore. Silver gli raccontò la sua ultima avventura con un marinaio norvegese con dovizia di particolari eccitanti.
"Prendimi come ti prendeva il marinaio..." gli suggerì Giampaolo, eccitato.
Continuarono a fare l'amore. Giampaolo gli raccontò del suo ultimo incontro con il chirurgo.
"Dai, mettimelo dentro come lo mettevi al tuo dottorino..." lo invitò Silver...
Ma alla fine preferirono venire facendo un succoso sessantanove. Poi si carezzarono ancora un po', si sbaciucchiarono, chiacchierando e scherzando. Quindi si rivestirono. Giampaolo portò il borsone con i ricambi da lavare nell'auto di Silver e partirono. Come al solito si fermarono nel ristorantino a metà strada per cenare assieme. Silver guardò l'orologio.
"Siamo in ritardo?" chiese Giampaolo.
"No, in orario." disse Silver mentre pagava alla cassa.
Ripresero il cammino. Quando furono di nuovo sulla strada in campagna, Giampaolo si chinò a dare un bacio a Silver. Questi glielo rese.
Ma poi disse: "Abbiamo una macchina dietro... mi sa che ci hanno visto."
Giampaolo guardò: "E che t'importa? Ha la targa straniera..."
"Beh, allora dammi un altro bacio."
"Sì, ma tu guarda la strada..."
Presero la deviazione per il paese di Giampaolo. A quell'ora, al solito, non c'era nessuno in quella strada e Silver accelerò.
"Strano, gli stranieri ci seguono." disse Silver guardando nello specchietto retrovisore.
"Saranno stati incuriositi da due maschi che si baciavano... e magari sono gay pure loro..." disse Giampaolo ridendo.
Poi tutto accadde all'improvviso.
Silver si trovò la strada sbarrata dall'auto messa per traverso e frenò. L'auto straniera inchiodò dietro di loro. I due chini sull'auto ferma che pareva stessero cambiando una ruota, si alzarono e si girarono verso di loro: avevano il volto coperto dal passamontagna ed imbracciavano due nere mitragliette.
"Ma che cazzo..." esclamò Silver.
Dall'auto dietro di loro uscirono altri due col passamontagna e le mitragliette in mano.
Dal finestrino aperto sentirono una voce: "Non muovetevi e mani sopra la testa!"
Obbedirono. Giampaolo sussurrò: "Una rapina?"
La voce riprese: "Giampaolo De Penne, fuori dalla macchina!"
"Oh cazzo, un rapimento!" disse Silver sbiancando.
Mentre Giampaolo usciva, aprirono anche l'altra portiera. Due afferrarono Giampaolo e lo legarono, lo imbavagliarono e lo bendarono. Gli altri due legarono Silver al sedile. Caricarono Giampaolo di peso sulla macchina straniera ed i quattro rapitori vi salirono tutti insieme.
La voce gridò: "Ci faremo vivi per il riscatto!" e l'auto straniera con una stretta sterzata ripartì per la direzione da cui era arrivata, veloce.
Giampaolo era steso a terra davanti al sedile posteriore e sentiva le gambe dei suoi rapitori contro il corpo. Il cuore gli batteva all'impazzata ed inutilmente si ripeteva dentro la testa: "Stai calmo, stai calmo, stai calmo..."
Lo trasbordarono due volte. Non aveva la più pallida idea di dove lo stessero portando, non poteva vedere nulla. Ed i rumori che poteva sentire non gli dicevano nulla. Né riuscì a valutare il percorso. Potevano aver fatto chilometri quasi in linea retta o aver girato in tondo attorno ad una rotonda... Era del tutto inutile che lui tentasse di capire dove lo stavano portando. Toccava alla polizia cercarlo... o ai genitori pagare.
Poi lo fecero scendere. Questa volta gli legarono una corda al collo.
"Se provi a fare il furbo, ti strozzi da solo." disse la solita voce.
L'accento non era del suo paese, ma era della regione, comunque.
Lo guidarono tenendolo stretto per le braccia. Uno doveva camminargli davanti e l'altro di dietro... camminarono a lungo. Dovevano essere in un bosco piuttosto scosceso, incespicava spesso e non cadeva solo perché due forti mani lo sorreggevano per le braccia, uno per parte. Non parlava nessuno. Dopo un bel po' si fermarono e quello davanti a lui lanciò una serie di richiami con la voce, imitando un cuculo. Li ripetè più volte, a ritmo. Dopo poco da lontano rispose un simile suono. Ripresero a camminare.
Un secondo richiamo, una seconda risposta. Ora lo teneva solo uno degli uomini. Capì che stavano entrando al chiuso. Si fermarono. Lo sospinsero e lui cadde quasi su un letto. Gli misero una manetta ad un polso e la chiusero con uno scatto secco. Gli tolsero il bavaglio dalla bocca. Poi udì passi, il rumore di una chiave, e poi silenzio.
Giampaolo rimase immobile, zitto, il cuore che gli batteva all'impazzata.
Dopo alcuni minuti, a mezza voce, chiese: "C'è nessuno?"
"Sì." fu la risposta.
Ancora silenzio.
Poi l'altro disse: "Riesci a toglierti la benda dagli occhi?"
Giampaolo se la tolse. Sbatté gli occhi: una forte luce bianca proveniva da una lampada a gas da campeggio.
"Posso muovermi?" chiese.
"Piano. E senza calare dal letto." rispose la voce neutra.
Giampaolo s'alzò a sedere. E lo vide. Passamontagna in testa, seduto su una sedia vicino ad un tavolo pieghevole da campeggio, una pistola nella mano poggiata sul tavolo. Vedeva gli occhi del carceriere brillare. Si guardò attorno. Era in una grotta. Vide le cassette di cibo.
"Come ti chiami?" chiese il carceriere.
"Non lo sai?"
"No."
Giampaolo non rispose.
"Tanto lo saprò. È solo per non dire: ehi tu!"
"Giampaolo."
"A me chiamami Topo."
"... di fogna." disse il prigioniero.
"Se vuoi." disse l'altro, calmo. "Quanti anni hai?"
"Ma non sai niente?"
"No."
"Ventidue. Ma tu pure sei giovane." disse Giampaolo.
L'altro non rispose.
Giampaolo ora si sentiva stranamente calmo. Guardò le manette, la catena. Poi chiese: "Posso levarmi la corda dal collo?"
"Certo. Gettala vicino a me."
Giampaolo eseguì. Lunghi silenzi. Poche parole. Nuovi lunghi silenzi.
La prigionia di Giampaolo era cominciata.
1982 - agosto
Nella grotta c'era un caldo umido. Giampaolo era seduto sul letto in silenzio. Damiano semisdraiato sul suo, stava fumando una sigaretta ed aveva l'auricolare della radiolina all'orecchio.
Era passato un mese. I due avevano parlato pochissimo. Giampaolo aveva protestato quando aveva scoperto che doveva andare di corpo davanti all'altro. Damiano aveva detto laconico: "Io pure." e tutto era finito lì.
Damiano l'aveva guardato mentre si calava i calzoni. Ma anche Giampaolo aveva guardato Damiano. Mangiavano uno alla volta. Quando Damiano dormiva, gli accorciava la catena con le manette e gli ammanettava anche una caviglia, in modo che non potesse scendere dal letto. Ma di solito gli lasciava la catena lunga.
Ma Giampaolo, prima di muoversi, doveva sempre dirlo. Le regole di comportamento erano venute fuori a poco a poco. Giampaolo le aveva assimilate in fretta. Gli altri si vedevano a turno, uno ogni tre o quattro giorni, sempre coperti col passamontagna come Damiano. Parlavano poco. Portavano cibo fresco e portavano via le cartucce del cesso ed i rifiuti. E giornali per Damiano, che poi li passava al prigioniero. Ma ai giornali mancava spesso una pagina. Giampaolo capì che era dove si parlava del suo rapimento.
Per tutto il primo mese Giampaolo s'era sentito calmo e freddo.
"Che fanno i miei?"
"Trattano."
"Spero che non paghino."
"Peggio per te."
"Quanto gli avete chiesto?"
Nessuna risposta.
Damiano abbassò al minimo la luce della lampada e Giampaolo capì che l'altro aveva voglia di dormire. Ma stranamente non gli aveva accorciato la catena. E questa volta il prigioniero sentì il letto del suo carceriere emettere lievi cigolii ritmici. Cercò di guardare nella fitta penombra ma non riusciva a distinguere nulla. Però capì.
"Ti stai facendo una sega." disse.
"Sì, certo." rispose Damiano, ma smise.
Poi s'alzò dal letto, s'avvicinò a quello del prigioniero. Questi vide che dalla patta sbottonata del suo carceriere sporgeva il membro, dritto e duro.
"Ti piace?" chiese Damiano.
"Ma che cazzo vuoi?"
"Sei ricchione,no?"
"No."
"Palle. Me l'hanno detto. Ti baciavi con quell'altro... e non era una femmina."
"Cazzi miei."
"Lo vuoi in culo?"
"No."
"Dai, lo so che ti piace."
"Sei un porco."
Damiano per tutta risposta allungò una mano e sentì che Giampaolo, malgrado se stesso, aveva un'erezione.
"Vedi che t'è venuto duro solo a vedermelo?"
"Ma va a fa'n culo!"
"Lasciati fottere, dai..."
"Sei tu che hai il coltello per il manico, no? Violentami..."
"No."
"E allora lasciami in pace."
"Se ti lasci fottere... ti faccio godere a te pure."
"Piuttosto mi faccio una sega."
"Fattela..." rispose Damiano e tornò al proprio letto.
Dopo poco il ragazzo riprese a masturbarsi. Giampaolo aveva ancora gli occhi pieni di quel bel membro turgido e bello ed era eccitato. Avrebbe voluto prenderlo in mano, in bocca, anche in culo... ma non dal suo carceriere... che ora se lo stava smanettando là sul suo letto. Lo sentì ansimare forte. Poi il silenzio.
Quando ne sentì il respiro profondo e regolare Giampaolo, ancora eccitato, se lo tirò fuori e prese a masturbarsi lentamente. Non vide gli occhi di Damiano, che si fingeva addormentato, spiarlo.
1982 - settembre
"Non ne posso più!" urlò Giampaolo.
"Se fai così è peggio." gli disse Damiano.
"Ma non ne posso più..." gemette l'altro con voce querula.
"Credevo che finisse prima..." mormorò Damiano, quasi come se volesse scusarsi.
"Non gliene frega niente a nessuno, di me."
"Non è vero."
"Sì. Ai miei interessano più i soldi che me."
"No... non dire questo."
"È la verità, Topo!"
"Non dovrei dirtelo, ma... e poi che male c'è se lo sai... ma i giudici hanno bloccato tutti i beni di tuo padre. E lui ora sta cercando i soldi in giro..."
"Quanto gli avete chiesto?"
"Due miliardi..."
"E dove li trova, se è tutto bloccato?"
"Non ha i soldi in Svizzera?"
"Che ne so io."
"Patteggeranno... si metteranno d'accordo..."
"Se no? M'ammazzate?"
"Non dire cazzate. Morto non servi a nessuno. E non siamo assassini, noi."
"No, siete dei buoni cristiani!" disse Giampaolo con sarcasmo.
Damiano non lo colse e rispose: "Sì, certo."
"E perché mi fate violenza, allora?"
"Violenza? E chi ti fa violenza? Ti trattiamo bene, no?"
"Bene? Mi avete rapito, non è violenza questa? Mi tenete in catene come un cane, non è violenza questa?"
"No, sei solo prigioniero. Come in guerra, o in galera..."
"Ma in galera ci stanno i criminali. E stanno meglio di me, hanno tutto. Io sono un criminale? No. Ma devo lavarmi là fuori, incatenato, con una spugna... e ho questi abiti addosso da più di due mesi, e puzzano... Non è violenza, questa? E devo fare i miei bisogni davanti a te..."
"Che ne sai tu della vera violenza. Tu che sei abituato a vivere come un principe? Che ne sai tu? Violenza! E questa ti pare violenza. Ma che ne sai tu?" disse agitato Damiano.
"Perché, tu ne sai qualcosa? Tu che fai il carceriere, Topo?" disse in tono di sfida Giampaolo.
"Io? Vuoi sapere che cosa ne so io di violenza? Allora ascoltami bene, signorino, apri bene le orecchie. A te è mai capitato quando avevi cinque anni di rubare una fetta di pane secco in casa per la fame e di prenderti tante cinghiate da non poter stare né seduto né sdraiato per una settimana? Eh? Di' un po'? E che tuo padre arriva a casa ubriaco e ti piglia a calci perché stai seduto sulla sua sedia, quando ce ne sono mille libere?
"A te è mai capitato di dover andare a scuola la mattina, e poi faticare dall'una alle otto, e poi studiare fino alle quattro di notte, per tutte le elementari e le medie? E dopo, dover smettere anche se ti piaceva da matti studiare e volevi continuare?"
"Tutto qui?" chiese scontroso Giampaolo.
"No. No, non è tutto qui. A te è mai capitato, a tredici anni, di essere violentato da tuo padre e di dovertelo prendere in culo quasi tutti i giorni per tre anni anche se non volevi? E quando lo dicevi a tua madre e al tuo fratello maggiore, di essere preso a legnate da tutti e due e di essere trattato da porco tu, di essere... di essere... di aver solo voglia di morire ogni volta che tuo padre ti fotteva? Eh? Dimmelo!" urlò quasi Damiano, interrompendosi con un singhiozzo.
Giampaolo lo guardava a bocca aperta, gli occhi spalancati: "Dici davvero, Topo?"
Damiano annuì vigorosamente con la testa, più volte.
"Tuo padre?" chiese ancora Giampaolo.
"Sì, lui, e prima di me i miei fratelli. E dopo, quando chissà perché aveva smesso con me e io cominciavo a tirare il fiato, era perché lo faceva a mio fratello più piccolo... Ma io allora gli ho fatto vedere il coltello e gli ho detto che se toccava ancora uno di noi l'avrei sgozzato... Dovevo farlo prima... Ma avevo tredici anni, ero spaventato, mi vergognavo, mi sentivo sporco... Che ne sai tu di violenza?"
Tacquero.
Giampaolo dopo un po' disse: "Sì, hai ragione. Ma che c'entro io in tutto questo? A te han fatto violenza, ma che c'entro io?"
"Tu... mica sei tu, Giampaolo. Sono i soldi. Se ho i soldi posso andare via, lontano, all'altro capo del mondo... e rifarmi una vita."
"La mia vita contro i soldi, contro la tua vita?"
"Ci sei capitato tu in mezzo. Mica niente di personale."
"Ma a me pare di impazzire, qui, Topo."
"E sono solo due mesi, manco tre. Io ho creduto di impazzire per anni. E non poter parlare con nessuno, sfogarmi con nessuno. Eppure l'ho superato. Lo supererai anche tu... Almeno tu... puoi parlare con me."
"È la prima volta che io e tu parliamo davvero."
"Io sono di poche parole. E tu sei scontroso."
"Perché la vita ci ha fatto nemici. Tu il carceriere, io il carcerato. Nemici, Topo."
Tacquero.
Poi Damiano disse: "Quando vado a casa ti cerco dei vestiti puliti. Tanto sei più o meno come me."
"Quando vai a casa... Non mi piacciono quelli che ti danno il cambio."
"Perché? che ti fanno?"
"Niente."
"Ci hanno provato con te?"
"No no. Solo tu ci hai provato..." disse con un mezzo sorriso Giampaolo.
"Credevo che hai voglia... come ho voglia io. Ti vedo che ti fai seghe, quando credi che dormo."
"Anche io ti vedo... anzi no, ti sento."
Silenzio.
Poi Damiano gli disse: "Vuoi qualche volta sentire la radio? Musica? Se vuoi qualche volta te la presto... Un po' per uno..."
"Forse. Il tempo non passa mai."
"Neanche a me passa mai. Un po' sono prigioniero anche io."
"Davvero mi porti vestiti puliti?"
"Certo, te l'ho detto."
"Ho bisogno di muovermi, di prendere un po' d'aria..." disse Giampaolo.
Damiano guardò l'orologio: "Più tardi. C'è ancora luce, fuori."
"Mi piacerebbe vedere il sole. Tu almeno, una volta alla settimana puoi uscire..."
"È vero. Ma di giorno potrebbe passare qualcuno, vederti. Anche se è difficile. Ma non possiamo rischiare."
"Neanche se ti giurassi che..."
"Se fossi io prigioniero, giurerei il falso, per tentare di scappare..." lo interruppe Damiano.
"È vero, anch'io." ammise Giampaolo con un sorriso.
"Sei bello, quando sorridi." disse Damiano.
"Di te non posso dirlo. Sei sempre mascherato."
"Mica mi posso far riconoscere, no? Certo che è una scocciatura. All'inizio mi faceva prudere tutta la testa. Ma mi ci sto abituando."
"Ci si abitua a tutto, vero, Topo?"
"Quasi a tutto. A essere violentati da tuo padre, no."
"Ti brucia ancora tanto?"
"Meno."
"Io l'avrei ammazzato, credo."
"Anch'io, adesso. Ma è un poveraccio pure lui."
"Lo giustifichi?"
"No. Lo perdono."
"Sei così buono, tu?" chiese con sottile ironia Giampaolo.
"No. ma mi rendo conto che a volte la vita ci fa fare cose strane... come io che ti faccio da carceriere. E invece magari se ero di un'altra famiglia, potevamo essere compagni di scuola... amici..."