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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CRONACHE DI UN DESTINO PARTE QUINTA
1982 - ottobre

1982 - ottobre

Damiano arrivò con i vestiti puliti.

"Giampaolo, adesso ti levo i vestiti sporchi, poi ti lavi, poi ti metto questi puliti..."

"Me li tolgo da solo."

"Come vuoi tu."

"Ci hai provato di nuovo, eh?" disse Giampaolo.

"Sì. Tu mi piaci..." rispose Damiano.

Giampaolo si sfilò i calzoni e le mutande. Poi si sfilò la camicia dal braccio libero. Damiano gli ammanettò il polso libero ed aprì la manetta dell'altro, e gli finì di sfilare la camicia. E lo guardò.

"Sei bello." disse semplicemente. Andò ad aprire la porta. "Vai, lavati."

Fuori, fra la porta e il cancello c'era la tanica, un catino, la spugna e il sapone. Giampaolo, facendo tintinnare la catena che lo legava al letto, andò nel passaggio e si lavò, conscio degli sguardi di Damiano. Quando ebbe finito, Damiano gli tese l'asciugamano. Giampaolo tornò verso il letto dove erano i vestiti puliti.

"Li hai comprati nuovi..."

"Sì, al mercato di un altro paese."

"Credevo che mi portassi i tuoi."

"No. Magari ti dava fastidio metterti la roba di un altro."

"A volte sai essere delicato."

"Non mi diverto a farti star male."

"Tu no, è vero."

"Perché, gli altri sì?"

"Forse no. Non esisto. Non vedono me, ma solo un sacco di soldi... capisci cosa voglio dire?"

"Sì, capisco."

"Tu mi tratti diversamente."

"Anche tu sei un cristiano..."

Tacquero guardandosi.

"Non ti vesti?" chiese Damiano dopo un po'.

"Tra poco. Sto bene così, dopo tanto tempo. Mi pare di respirare, finalmente. Ti da fastidio?"

"No, anzi..."

"Tanto, ormai, m'hai già visto nudo, no?"

"Sì..."

"Ma... a te piacciono i maschi?"

"C'era un ragazzo al mio paese, un ricchione. Gli piaceva farselo mettere da me..."

"E a te?"

"Certo."

"Hai mai avuto una donna, tu?"

"No, mai. Non mi interessa..."

Giampaolo si accorse che si stava eccitando, allora si girò e cominciò a rivestirsi.

"Hai un bel culetto..." disse Damiano prima che lo coprisse.

Giampaolo tacque. Quando fu rivestito, chiese se poteva andarsi a sedere sulla sedia libera vicino al tavolo. Damiano fece di sì con il capo.

"Accendi la radio?" chiese Giampaolo.

Damiano prese la radiolina e la accese a basso volume su una stazione che trasmetteva musica.

"Grazie, Topo."

"Stai meglio, coi vestiti puliti?"

"Molto."

"Parlami della tua vita. Vuoi?"

"Cosa vuoi sapere?"

"Tutto."

Giampaolo iniziò a raccontare: almeno passava il tempo.


1982 - novembre

Giampaolo si asciugò e si avvicinò al letto su cui erano gli abiti puliti.

"Sono nuovi pure questi..." notò.

"Certo. Gli altri li devo distruggere."

"Perché? Basterebbe pulirli, no?"

"Ordini. Potrebbero essere riconosciuti." disse laconico Damiano.

"Li scegli tu, Topo?"

"Certo."

"Hai buon gusto."

"Grazie."

"Quanti mesi dovremo stare ancora chiusi qui?"

"Chi lo sa... Ancora non si sono messi d'accordo."

"Quello più grosso... che t'ha sostituito venerdì... deve odiarmi."

"No. Carattere. C'è solo lui al mondo."

"Mi chiama sempre ricchione."

"Beh... non lo sei?"

"Sì, ma..."

"No, tu non sei ricchione. Tu sei gay, come si dice adesso, no?"

"E che differenza c'è?"

"Un ricchione lo piglia in culo, solo. È una mezza femmina, anche se magari non pare. Tu invece lo pigli e lo metti, no? Così m'hai detto. E quelli come te si chiamano gay, no?"

"Può darsi. E tu, cosa sei?"

"Maschio. Io lo metto solo. Vestiti dai, che a fare 'sti discorsi ti sta venendo duro." ridacchiò Damiano.

Giampaolo si rivestì.

"Quello che stava in macchina con te quando t'hanno preso... quello che vi davate i baci... è il tuo amante?"

"No, solo un amico. Come tu col tuo ragazzo..."

"È gay lui pure?"

"Sì, certo..."

"Non ti manca?"

"E a te il tuo ragazzo?"

"Un po' sì, mi manca..."

"È così."

"Ti piaceva studiare architettura?"

"Sì, molto. A te cosa sarebbe piaciuto studiare, se potevi?"

"Non lo so. Studiare mi piace. Cosa, è secondario."

"Andavi bene, a scuola?"

"Nonostante tutto, sì."

"Quando prendi i soldi del... mio riscatto, ti rimetti a studiare?"

"Mi piacerebbe, sì. Andrò lontano, al nord, o magari all'estero. Fuori da tutta questa merda."

"Ti auguro di riuscire."

Damiano lo guardò in silenzio. Poi chiese: "Non mi disprezzi?"

"All'inizio. Adesso... a volte sì, a volte no."

"Piu sì o più no?"

"Più no..."

"È strano stare qua, sotto terra, senza poterci fidare l'uno dell'altro... Non ho mai passato tanto tempo con uno, io. Non ho mai parlato tanto..."

"Se non si parla, che si può fare? Impazzire tutti e due..."

"Saprei io cosa si può fare..." disse Damiano guardandolo.

Giampaolo capì ma non rispose.

"Ho chiesto che ci portino una stufa a gas. Tra poco comincerà a fare freddo."

"Staremo ancora molto qui?"

"Spero di no, ma... meglio essere preparati..."

"Mancherà l'aria, con la stufa a gas."

"Aprirò la porta ogni tanto. Se nevica potranno venire più di rado."

"Per via delle orme?"

"Esatto."

"Chissà che stanno facendo i miei?"

"Cercano di liberarti."

"Sicuro?"

"Sicuro."

"A volte penso che mi hanno dimenticato tutti..."

"Cazzate."

"Sono già quattro mesi...'

"Eh... ma tu sei forte di carattere."

"Ci provo."

"Ci riesci. Sei un tipo in gamba, per essere un figlio di papà."

"Preferirei essere figlio di un poveraccio. Almeno non sarei qui."

"Guarda me, allora." ribatté Damiano.

"È vero, Topo. Forse allora una via di mezzo, né troppo ricco né troppo povero..."

"Eh, forse..."

"A te non piacerebbe essere ricchissimo?"

"E magari adesso stare al posto tuo?" disse Damiano.

Giampaolo sorrise.

Damiano aggiunse: "Ognuno è quello che è, sta dove può stare, segue il suo destino."

"Ma il destino, almeno in parte, ce lo possiamo fare noi."

"Poco, molto poco."

"Topo?"

"Che c'è?"

"Perché ti sei fatto chiamare topo, da me?"

"Un nome vale un altro. Forse perché siamo chiusi in questa tana come due topi, non lo so. Mica potevo dirti il mio vero nome, no?"

"No, certo. Ma potevi dire Mario, o Carlo, o Giuseppe..."

"No, a me piace il nome mio vero. Perciò ti ho detto un nome che non è un nome. A te piace il tuo nome?"

"Non ci ho mai pensato... beh, sì, comunque. Io t'ho raccontato la mia vita, tu poco o niente..."

"Non posso. Ti darei indizi... Mi hanno detto di stare attento. Quando sarai libero racconterai tutto ai carabinieri. Più indizi hanno, più possono fregarci."

"Mi piacerebbe conoscerti meglio, però. Anche se piano piano credo che ti sto conoscendo..."


1982 - dicembre

Damiano entrò.

"Piove?" chiese l'altro.

"Come dio la manda. Piglia tu la mantella. Ti aspettano." disse il giovane posando a terra un grosso sacco della spazzatura di nylon nero, poi chiese: "Tutto bene?"

"Certo." disse l'uomo indossando la mantella impermeabile di Damiano. "Statti accorto." disse poi, uscendo.

Damiano andò a chiudere il cancello, poi chiuse la porta.

"Ciao, Giampaolo."

"Ciao. Piove molto?"

"Sì, e fa freddo." disse Damiano togliendosi gli stivali e riscaldandosi i piedi davanti alla stufa a gas.

Poi si infilò le scarpe da tennis. Prese il grosso sacco nero e ne tirò fuori una scatola di cartone.

"Fra quattro giorni è Natale... ho portato questo..." l'aprì e ne tirò fuori un piccolo presepio di plastica. Lo sistemò sul tavolo. "Natale senza presepio non sarebbe Natale." commentò Damiano.

"Tu lo passi qui?"

"Per forza. Gli altri... non possono."

"Il presepio... anche lui era in una grotta."

"Hai ragione. Ma noi non abbiamo l'asino e il bue."

"Forse siamo noi, l'asino e il bue..." scherzò Giampaolo, poi, diventando serio, disse: "Speravo di passarlo a casa, Natale."

"Io no... sarebbe stato un giorno come gli altri..." disse Damiano, poi aggiunse: "So che per te non è così... ma io preferisco passarlo con te."

"Addirittura, Topo? Non con i tuoi amici?"

"Non ho amici, io. Mai avuti."

"Neanche uno?"

"Neanche uno... Beh, a naja uno. Ma qui al paese..."

"Il tuo ragazzo, quello che si faceva fare da te?"

"Non c'è più... e non si era veramente amici. Si scopava, solo."

"Ma gli altri della... banda?"

"Amici quelli? Macché! Magari ti metti a ridere ma... tu sei quanto di più somigliante ad un amico ci sia per me, pensa un po'! Almeno con te... parlo. Eppure, neanche con te posso essere amico..."

"Io non ti odio più."

"Neanche un poco?"

"No."

"Perché?"

"Perché siamo due sfortunati... prigionieri tutti e due. Ma perché ti sei fatto tirare dentro a questo affare?"

"Il rapimento? Te l'ho detto, bisogno di soldi, per uscire dalla fogna. Il topo vuole uscire dalla fogna. Ecco, forse per questo mi son fatto chiamare Topo."

"Non sei un topo di fogna, tu. Tu sei un topolino... spaventato dal gatto, come me ora..."

"Sei spaventato?"

"A volte penso che finirà che mi ammazzeranno."

"No. No, questo no. Non sono assassini..."

"Che ne sai tu."

"Li conosco. No, non devi avere paura, Giampaolo, davvero. Solo devi avere pazienza..."

"Quanta ancora?"

"E chi lo sa. Viviamo giorno per giorno."

"Ma se arriva l'ordine di ammazzarmi?"

"Cazzate."

"Se io cercassi di liberarmi, di assalirti, non mi ammazzeresti?"

"Faccio in modo che non succede. Sono prudente."

"Ma se ci riuscissi? A che ti serve la pistola?"

"Han voluto che la tenessi."

"Per me, no?"

"Anche."

"Per farmi paura."

"Sì."

"Ma se so che tu non m'ammazzeresti, io non avrei più paura, no?"

"È vero."

"Perciò potrei cercare di assalirti, di strozzarti con la catena."

"Le chiavi sono fuori portata, anche se tu mi ammazzi."

"Ma potrei costringerti a liberarmi: o mi liberi o ti ammazzo."

"Non ho paura di morire. Non ci riusciresti. E dopo ammazzano a te."

"Quando uno è disperato, rischia tutto."

"Sei disperato, tu?"

"A volte. In certi momenti... ho pensato davvero di strozzarti con la catena..."

"E me lo dici così? Adesso starò più attento..."

"Forse è proprio per questo che te lo dico. Se mi prendesse la disperazione... almeno tu starai più attento. Non vorrei farti del male, io..."

"Io neppure. E invece te ne sto facendo, vero?"

"Carceriere e carcerato... tutti e due prigionieri."

"È vero... Che schifo la vita, però!" disse Damiano.

Venne la vigilia di Natale. Damiano preparò da mangiare ed apparecchiò per due.

"Com'è che prepari per due? Non devi mangiare tu mentre sono legato, poi io?"

"È Natale... rischio." disse Damiano.

Tirò fuori dal sacco nero due candele e le accese di fianco al presepio. Poi due tovagliolini di carta con decorazioni natalizie. Mise il cibo nei piatti.

"Vieni, Giampaolo..."

Sedettero a tavola. Mangiarono in silenzio, guardandosi di sottecchi di tanto in tanto. Poi Damiano tirò fuori un'altra scatola dal sacco nero e ne tirò fuori un piccolo dolce.

"Buon Natale, Giampaolo..." disse incerto Damiano, spingendo metà del dolce verso l'altro.

"Buon Natale, Topo!" disse Giampaolo sentendosi strano.

Mangiarono il dolce. Poi di nuovo Damiano frugò nel sacco nero e ne tirò fuori un pacchettino. Lo porse a Giampaolo.

"È per te."

"Cos'è?"

"Un... regalo di Natale. A me non l'ha mai fatto nessuno... Ma tu mi raccontavi che a te lo facevano sempre e che ti piaceva aprire i pacchetti e allora..."

Giampaolo aprì il pacchetto e s'accorse che gli tremavano le mani. Era sinceramente emozionato. Svolse la carta. C'era un paio di calze di lana, un foglio, una busta affrancata e una biro, un braccialetto fatto con due peli di elefante intrecciati.

"Spiegami..." disse Giampaolo indicando gli oggetti.

"Ecco io... ho pensato... sta facendo freddo e non hai le calze di lana. Queste mi sembravano belle. Ho preso le più care... Poi, la lettera. Ho chiesto al capo e dice di sì. Però devi solo metterci gli auguri di Natale per la tua famiglia. Non devi parlare di noi, di qui. È meglio se prima mi dici cosa ci scrivi. Poi la imbuco io... E il braccialetto... M'avevi raccontato che ne avevi uno così da bambino, ma che l'avevi perso ed avevi pianto... E adesso so che sei triste, e allora..."

Giampaolo era commosso. Per un attimo dimenticò di essere di fronte al suo carceriere.

"Mettimelo tu..." gli disse porgendogli il braccialetto ed un polso.

Damiano glielo mise, poi gli carezzò una mano ma subito ritrasse la sua.

"Non posso dirti che sia un bel Natale, Topo... Ma neanche brutto, grazie a te. Davvero è un peccato che abbiamo dovuto conoscerci... così."

"Sì, è un peccato."

"E dopo... se ci sarà un dopo... non potremo mai più rivederci, mai più stare assieme."

"Esatto."

Le fiammelle delle due candele accanto al piccolo presepio si riflettevano nei loro occhi. Si guardarono a lungo, in silenzio. Immersi in chissà quali pensieri.

Poi Giampaolo prese la biro, il foglio di carta e disse: "Dimmi tu cosa ci devo scrivere."

"No, deve essere una lettera tua..."

"No, voglio che me lo dica tu. Così andrà sicuramente bene. Immagina di essere tu al posto mio..."

Damiano lo guardò, poi, a voce bassa, iniziò:

"Carissimi genitori e... il nome di tuo fratello e tua sorella, è la vigilia di Natale e se pure stiamo separati, il mio cuore è con voi come so che il vostro cuore è con me pure se non sapete dove sto. Io sto bene nonostante la prigionia e non state troppo in pena per me. Certo che mi mancate ma spero che ci vedremo presto e che tutto cancellerà questo brutto sogno sia nel vostro cuore che nel mio.

"Sono fortunato ad avere una famiglia come voi, magari tutti ce l'avessero. Sto perdendo dei mesi di studio ma poi studierò e tutto andrà bene. Tutto questo adesso sembra molto brutto ma chissà che un giorno potremo raccontarlo senza starci più male. La vita è bella anche se certe volte pare di no.

"Salutatemi tanto tutti i miei amici che mi pensano come li penso io. Non state in pena per me che io sono forte, non sono più un bambino. Mangio e non ho freddo e sto in salute. Vi abbraccio forte forte e vorrei che lo sentite questo abbraccio che è vero e sincero perché voi ve lo meritate. Vostro Giampaolo."

Damiano tacque. Aveva le dita intrecciate con forza, tanto da avere le nocche bianche.

"È bella. Io non avrei saputo scrivere meglio. Grazie, Topo." disse Giampaolo posando la biro.

"Metti l'indirizzo sulla busta. E chiudila."

"Non la leggi per vedere se ho scritto quello che dicevi tu?"

"No, non è necessario."

"Comunque... l'ho scritto." disse Giampaolo.

Mise la lettera dentro la busta, la chiuse, la porse a Damiano.

"Non potrò spedirla di qui, vedrebbero il timbro..." disse Damiano, "ma so come fare per farla spedire da un altro posto."

"Sei sicuro che arriverà?"

"Se le poste funzionano, sì. Ci metterà un po'... Io la spedisco dentro un'altra busta a nord ad uno zio. Lui spedirà questa tua. Ma arriverà."


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