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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CRONACHE DI UN DESTINO PARTE SESTA
1983 - gennaio

1983 - gennaio

"Hai visto! La tua lettera è arrivata." disse Damiano quando furono soli porgendogli un ritaglio di giornale.

Giampaolo lo lesse quasi avidamente. Poi disse: "Grazie."

"Mi dici grazie, dopo che ti tengo prigioniero?"

"Nessuno t'obbliga a cercare di trattarmi bene."

"Vorrei... poter fare di più."

"Metti la musica?"

"Sì."

"Vorrei conoscerti meglio, Topo..."

"Sai che non è possibile..."

"Lo so. Ma mi dispiace. Di te so così poco... e conosco solo la tua voce, i tuoi occhi, le tue labbra, i tuoi denti, le tue mani..."

"... e il mio cazzo!" aggiunse ridacchiando Damiano.

"Sì, anche quello, di vista." disse ridendo Giampaolo, "e tu invece sai la mia vita, e m'hai visto mille volte nudo..."

"... e sei bello..."

"Topo... tu quando ti fai seghe, pensi a me?"

"Sì, certo. E tu?"

"A te. Vorrei vederti nudo anch'io... ma tu ti lavi a casa..."

Si guardarono in silenzio.

Poi Giampaolo a voce bassa aggiunse: "Vorrei fare l'amore con te..."

"Anch'io... ma sai che non è possibile."

"Perché?"

"Potresti... tentare qualcosa."

"Mi puoi ammanettare tutti e due i polsi alla testiera del letto, e togliermi la catena, e..."

"No, mi sembrerebbe di violentarti, così."

"Ma sono io che te lo chiedo... Non mi desideri? Io sì..."

"Anche io ti desidero Giampaolo, ma... Tu non sei ricchione, ma io sono maschio. A me piace solo metterlo, non prenderlo."

"Si può essere maschio anche a prenderlo, comunque... a me andrebbe bene anche solo prenderlo..."

"No... e poi mi sentirei troppo buffo tutto nudo ma col passamontagna."

"Puoi spegnere la lampada completamente, così non ti vedo."

"No, non posso..."

"M'è venuto duro solo a pensarci e parlarne..."

"A me pure, Giampaolo, a me pure."

"Lasciamelo almeno succhiare, Topo..."

"Mi tenti..."

"Dai... proviamoci... io ne ho proprio voglia..."

Damiano si sentiva sempre più debole. Una voce dentro di lui gli ripeteva: e perché no? e perché no? e alla fine cedette alle insistenze dell'altro che gli si inginocchiò fra le gambe, glielo tirò fuori e glielo succhiò con tutta la propria arte e desiderio, e quando Damiano gemendo venne, bevve tutto con evidente piacere.

Dopo, ancora un po' intontito per l'intensità dell'orgasmo appena avuto, ma soddisfatto, Damiano chiese accorato: "Giampaolo! Perché dobbiamo essere qui? Carceriere e carcerato?"


1983 - febbraio

Il fatto che avessero in qualche modo cominciato a fare l'amore, aveva cambiato, in apparenza impercettibilmente, ma in realtà profondamente, il loro rapporto. Damiano provava sempre più forte il desiderio di fare l'amore "per bene" come diceva lui, ed anche Giampaolo provava lo stesso desiderio. Questi inoltre ora si sentiva più forte, più sicuro, in qualche modo più... protetto.

Quando Giampaolo pensava alla banda che l'aveva rapito, ora pensava in termini di lui e di loro, quasi contrapponendoli. Non sapeva quanto fosse vicino alla realtà. Anche in Damiano infatti era avvenuto una simile trasformazione, nel suo subconscio c'erano loro, cioè gli altri della banda, lui, cioè Giampaolo e Damiano si sentiva in mezzo, fra incudine e martello, ma in fondo si sentiva sempre più vicino a Giampaolo che alla banda.

L'ingiustizia (ora la definiva così dentro di sé) che stavano facendo subire a Giampaolo in fondo la stavano facendo subire anche a lui.

"Se volevano i soldi di tuo padre, dovevano rapire tuo padre, non te!" Damiano disse un giorno convinto a Giampaolo.

Ma la trasformazione che stava avvenendo in Damiano era molto più profonda di questo. Lo stava coinvolgendo su un piano molto più personale, molto più intimo. Sentiva, in modo confuso ma sempre più forte, che non poteva accontentarsi di godere e di farlo godere, ma che doveva farlo godere "allo stesso modo". Alla pari. Anzi, forse per un vago senso di rimorso nell'esserne il carceriere, si sentiva quasi in dovere di far di più lui per l'altro che viceversa.

Eppure ancora non si sentiva capace di fare tutto... Prenderlo in bocca... forse. Ma di dietro no. È vero che neppure lui aveva ancora mai penetrato Giampaolo, perciò il problema non si presentava...

Fu una maturazione lenta, combattuta, di cui nulla però traspariva alla superficie. Ogni volta, dopo che Giampaolo lo aveva fatto godere con la bocca, invece di essere semplicemente soddisfatto, Damiano si sentiva sempre più in colpa. La stessa immagine dell'altro in catene, inginocchiato a soddisfarlo, gli dava fastidio. Quasi fosse uno schiavo, un animale... non, non era giusto. Quello era Giampaolo, un ragazzo bello, buono, giusto... che era lì in quelle condizioni senza colpe... Che avrebbe potuto essere un amico e invece...

Sì, è vero, a Giampaolo piaceva quello che faceva, lo voleva lui... ma anche a lui sarebbe piaciuto che Damiano glielo facesse... e invece...

Quello che Damiano non capiva, quello che non riusciva ancora a portare alla superficie, era un qualcosa di semplice e misterioso, a cui non aveva ancora saputo dare un nome: era amore. Damiano si stava innamorando di Giampaolo. Ma anche Giampaolo non era ancora cosciente che anche lui si stava innamorando di Damiano. Le condizioni in cui era avvenuto e maturato il loro incontro erano come una cappa di piombo che non permetteva ai loro sentimenti di affiorare, di rivelarsi.

Il massimo che era riuscito a pensare Damiano di quel loro avvicinamento fisico e psichico era "amicizia" e tutto quello che Giampaolo credeva di poter dire nei riguardi di Damiano era che provava per lui una forte "simpatia".

Ma la tensione sentimentale fra di loro stava aumentando, era come un arco sempre più teso, che si rivelava attraverso piccoli indizi in apparenza banali. Un certo modo di guardarsi negli occhi, certi silenzi, un certo modo di sfiorarsi quasi casuale... La mancanza che sentivano l'uno dell'altro ogni venerdì, giorno di "riposo" di Damiano... Il modo di salutarsi quando Damiano tornava ogni venerdì sera ed erano soli...

Ma se qualcuno avesse detto, ad uno qualsiasi dei due, "guarda che tu sei innamorato di lui" tutti e due avrebbero fatto una grossa risata ed avrebbero risposto "ma non dire cazzate!"


Damiano tornò con due tazze piene di neve, ci versò dentro il caffè che aveva preparato, vi infisse due cucchiaini e tese una delle tazze a Giampaolo.

"Tieni, eccoti servita la granita al caffè!" e tutti e due la mangiarono di gusto.

"Topo, fra tutti tu sei l'unico a cui non mi dispiace che vadano i soldi di mio padre."

"Eh? Beh, sì, mi farebbero un gran comodo. Sai, mi hanno già dato dieci milioni di anticipo. Mai visto tanti soldi così in vita mia."

"Li hai messi in banca?"

"Ci mancherebbe! Mica mi fido. Quelli poi dicono: com'è che questo spiantato all'improvviso ha tanti soldi? Qui gatta ci cova... No, li ho nascosti. Quando andrò al nord, là nessuno mi conosce e è diverso. Ma qui... Ben nascosti insieme al gruzzoletto che mi sono fatto durante la naja."

"Fatto come?"

"Marchette. C'era sempre qualcuno a cui piaceva un bel maschio del sud che lo inculava. E così guadagnavo bene."

"Ti piaceva far marchette?"

"Né sì né no. Era uno sfogo e un guadagno insieme. Ma di quelli non mi fregava niente. Beh, ho fatto la puttana, si può dire. Questo mica che ne vado fiero."

"Ne faresti ancora, marchette?"

"Nooo. Avrei soldi, pure troppi. No, mi piacerebbe avere un amico che sta con me, da farci l'amore. Uno fisso, voglio dire. Cioè, uno che mica solo ci scopi, ma che ci sei amico, che ci parli, che fai le cose insieme. Uno che puoi fidarti di lui e lui di te."

"Un amante?"

"Beh, puoi chiamarlo così."

E Giampaolo, senza riflettere, d'istinto, disse all'altro la frase magica: "Mi sarebbe piaciuto, se fosse stato possibile, essere io quel tuo amico."

Damiano lo guardò dritto negli occhi, stupito, emozionato, e chiese: "Dici davvero?"

"Dico davvero."

"Ma neanche mi conosci..."

"Sono sette mesi che viviamo insieme, giorno e notte. Non so chi sei, è vero, ma ti conosco, Topo."

"E... vivresti con me?"

"Se fosse possibile, sì. Mi piaci. Ma purtroppo non è possibile..."

"Non è possibile..." fece eco Damiano come perso in lontani pensieri. Poi disse: "Uno come te... se anche fosse possibile, potresti aspettarti di meglio dalla vita che uno come me. Tu sei bello, istruito, ricco... io... tutto il contrario."

"Sei brutto?" chiese divertito Giampaolo.

"Questo non lo so. Non ci ho mai pensato. Ma credo di no. Piacevo, quando facevo marchette. Ma ignorante e povero lo sono. Io e te viviamo in due mondi diversi."

"Da sette mesi no..."

"Oh... questo non è il mondo. Questo è un... buco per topi!" concluse amaro, "Usciamo di qui e tutto è come prima. Anzi, peggio di prima. Almeno, prima, ci si poteva pure incontrare..."

"Topo?"

"Che c'è?"

"Se un giorno sarò libero, quando la polizia e i giudici mi interrogheranno, davanti a loro non mi ricorderò di te..."

"Cioè?"

"Descriverò tutto quello che ricordo, ma non parlerò di te. Parlerò sempre e solo di quattro carcerieri che si davano il cambio..."

"E perché?"

"Perché... perché spero che tu possa restare libero, che non ti trovino."

"Perché?"

"Perché tu sei diverso. Perché ti..." disse Giampaolo e si fermò. Stava per dire: perché ti voglio bene. Ma se ne vergognò.

Ma Damiano lo guardò e capì. E si sentì di nuovo emozionato e disse con voce incerta: "Dimmelo... nessuno me l'ha mai detto, prima... dimmelo..."

"Io... ti voglio bene, Topo." disse serio Giampaolo.

E allora Damiano fece un gesto che stupì tutti e due, lui che lo faceva e l'altro che lo guardava. Lentamente si tolse il passamontagna dalla testa.

"Dio, Topo! Che hai fatto?" chiese Giampaolo quasi spaventato dall'enormità di quel gesto.

"E non mi chiamo Topo, mi chiamo..."

"Ssst! Pensaci Topo! Tu ti stai compromettendo. Ti stai fidando troppo di me..."

"Non hai detto che non mi avresti denunciato?" chiese Damiano tranquillo.

"Certo e te lo ripeto."

"E allora... Io mi chiamo... Damiano, Damiano Minni."

"È un bel nome... e sei bello... e sei pazzo..."

"Ma tu sei il primo che mi dice che mi vuoi bene." rispose il ragazzo e sul suo bel volto comparvero insieme un sorriso ed una lacrima.

"E solo per questo, ti stai mettendo nelle mie mani?" chiese Giampaolo profondamente emozionato.

"Adesso, se tu ancora lo vuoi, sarei pronto a fare l'amore con te. A modo tuo e non mio..." disse Damiano a mezza voce, poi continuò, "... ma non lo farò, perché non posso arrivare al punto di toglierti le manette e... non lo voglio fare con te incatenato..."

"Neanche se ti dicessi che puoi fidarti di me?" chiese Giampaolo lieve.

"Non mi fiderei io di me stesso, se fossi al posto tuo." rispose dolce Damiano. "Non ti offendere, perciò."

"No, non mi offendo. Ma a questo punto, dopo, potremo anche vederci, no?"

"Chissà... comincio a sperarlo anch'io..."


1983 - marzo

Il padre di Giampaolo diceva che non riusciva a mettere assieme la somma. Allora "il ragioniere" fece sapere ai genitori che avrebbe mandato loro un dito del figlio, il prossimo mese, ed un altro ogni mese finché non pagavano.

Damiano lesse questo sul giornale e capì che quelli non scherzavano. Inorridì. Certo, mica avrebbero ammazzato la gallina dalle uova d'oro: l'avrebbero mutilata. Passò una giornata terribile. Era sconvolto, agitato.

Non poteva succedere una cosa del genere. Non poteva permetterlo. E giunse ad una conclusione: doveva far fuggire Giampaolo. Ma come? Certo non a piedi... e lui non aveva un'auto. Ma aveva una rivoltella. Poteva rubare un'auto. L'avrebbero riconosciuto... il passamontagna.

Quando il venerdì sera dovette tornare alla grotta a dare il cambio a Petruzzo, cercò di dissimulare la propria agitazione. Entrò nella grotta. Salutò l'altro e gli dette il cambio. Chiuse il cancello, chiuse la porta, si tolse il passamontagna, poi il giaccone. Giampaolo vide l'espressione del suo volto.

Gli chiese: "Che c'è, Topo?"

Continuava a chiamarlo così anche ora che ne sapeva il nome, ma ora quello era diventato un nomignolo affettuoso. Damiano gli disse tutto e gli disse che intendeva liberarlo.

"Davvero, Topo? Hai pensato alle conseguenze?"

"Che conseguenze? Se non ti faccio scappare ti tagliano un dito!"

"Ma te la faranno pagare! Sarai tu in pericolo."

"Scapperò anch'io. Tu devi solo arrivare ad una stazione di carabinieri. Io... scomparirò."

"Dove? Hai chi ti protegge? Chi t'aiuta?"

"No. Ma non ho paura. E poi, non posso fare altro."

"Allora... dobbiamo progettarla bene, la fuga. Per me e per te. Quanto tempo abbiamo?"

"Un paio di settimane, credo. Han parlato del prossimo mese..."

"Bene. Cominciamo a pensare. Dovrai dirmi tutto a questo punto. Anche dove siamo."

"Beh... certo. Ma non chiedermi i nomi di quelli della banda. Che poi non sono loro ad averlo deciso. C'è qualcuno alle spalle. Uno della Sacra Corona che chiamano il ragioniere."

"Va bene, niente nomi di quelli della banda. Ma comincia a spiegarmi..."

"Un momento. A questo punto..." disse Damiano e, avvicinatosi a Giampaolo lo liberò dalle manette. "Ecco! Vieni a sedere al tavolo." gli disse.

"Topo... ancora una cosa. Tu per salvare un mio dito stai rischiando forse la tua vita. Sei ancora a tempo a ripensarci..."

"No, ho deciso."

"Vale di più un mio dito della tua vita?"

"Il dito è certo che lo perdi. La mia vita no."

"Tu sei pazzo, topolino mio!"

"No, è che io... ti voglio bene." Disse quasi precipitosamente Damiano ed arrossì. Poi, riprendendosi, disse: "Cominciamo a parlare di cose serie..."

Parlarono a lungo. Giampaolo fu stupito nello scoprire che erano così vicini a casa sua e al capoluogo. Discussero. Poi a notte decisero di riposare un po'. Damiano abbassò la luce. Stava per andare nel suo letto, quando Giampaolo, già steso sul proprio, lo chiamò.

"Topo? Non ho più le manette, ora... perché non vieni qui, con me?"

"Mi... vuoi?"

"Sempre di più... vieni."

Damiano s'avvicinò al letto di Giampaolo.

"Alza la stufa, così ci possiamo spogliare nudi..." suggerì questi.

Damiano gli sorrise e la alzò. Si spogliarono in fretta. Poi Damiano salì sul letto dell'altro e finalmente i loro corpi nudi si incontrarono. Si toccarono, si strinsero. Giampaolo cercò di baciarlo in bocca. Damiano resistette.

Mormorò: "Io a tante cose non ci sono abituato. Voglio imparare, impararle da te, ma... mi ci vorra un po' di tempo..."

"Nessuna fretta..." disse Giampaolo e lo baciò lieve sulle labbra.

Si esplorarono a lungo, portando le loro eccitazioni al massimo. E per quella notte vennero così, solo toccandosi, perché Giampaolo non voleva forzare l'altro e Damiano non voleva fare ciò che non era pronto a fare.

"Posso restare qui con te?" chiese Damiano alla fine.

"Certo, ma abbassa la stufa o consuma troppa aria. E porta qui anche le tue coperte, cosi possiamo dormire nudi."

"Abbracciati?"

"Certo."

"È bello..." mormorò Damiano quando fu tornato nel letto dell'amico e fra le sue braccia.

Dormirono tranquilli. Tanto gli altri non sarebbero tornati fino al giovedì sera seguente e comunque era Damiano che aveva le chiavi dell'ingresso.

Il mattino dopo si rivestirono. Damiano aprì la porta per cambiare l'aria. Poi preparò la colazione e ripresero a discutere il piano di fuga.

Ad un tratto Giampaolo disse: "Topo, quando facciamo di nuovo l'amore lascia accesa la lampada: voglio guardare bene il tuo corpo."

Damiano sorrise compiaciuto ma disse, scherzoso: "Pensi solo a quello, tu?"

"Perché, tu no?" ribatté malizioso Giampaolo.

"Sì, anch'io, è vero." gli rispose dolce Damiano.

A sera si misero di nuovo a letto, lasciando la lampada a gas accesa. Si erano spogliati a vicenda, su suggerimento di Giampaolo. Questa volta fu Damiano a cercare le labbra dell'amico, sollecitando il bacio.

"Sei veramente bello, topolino mio." gli sussurrò Giampaolo ammirandone la nudità.

"Anche tu..."

Si carezzarono a lungo, baciandosi di tanto in tanto. Poi Giampaolo scese a suggergli i capezzoli. Damiano fremette tutto. E volle farlo anche lui all'altro. Vennero di nuovo così, senza unirsi, ma con molta dolcezza.

"Tu sì che fai davvero l'amore... io fottevo solo..." disse Damiano dopo.

"Ti piace?"

"Sì, molto. Credi che riusciremo davvero a stare assieme?"

"Lo spero tantissimo."

"Anch'io, sai?" poi dopo un po' soggiunse, "Non avrei mai creduto di arrivare a desiderare di vivere con un uomo. Ma dopo... mi vorrai ancora?"

"Non devi dubitarne."

"Anche se sono ignorante e povero?"

"Ti andrebbe di riprendere a studiare?"

"Dici che ci riuscirei? Dopo tanti anni che non tocco più un libro..."

"Quanti anni hai?"

"La settimana scorsa ne ho compiuti ventuno."

"Non me l'hai detto che era il tuo compleanno!"

"No. Non è mai interessato a nessuno."

"Ma a me sì. Beh, in ritardo, buon compleanno, Topo."

"Grazie. Il tuo quand'è?"

"Il 12 giugno. Ventitré anni."

"Dovrai studiare tanto, per recuperare, quando sarai libero..."

"Sì certo. Studieremo insieme."

"Che bella parola!"

"Quale?"

"Insieme!"

Il giorno dopo discussero ancora tanti particolari della fuga, che stava prendendo forma: quel lavoro a due stava rendendo bene. Giampaolo ammirava l'intelligenza pronta e vivace del compagno.

A sera, facendo l'amore, fu Damiano che per primo scese a succhiare il membro dell'amico. Era un po' maldestro, ma Giampaolo fu commosso dalla sua buona volontà e gli dette alcuni consigli, dimostrandoglieli dal vivo, sì che di fatto fecero il loro primo sessantanove. E poiché le altre volte, quando Giuliano glielo aveva succhiato nelle settimane precedenti, aveva bevuto tutto, volle provarci anche lui. Ci riuscì malamente, tossì e gli si riempirono di lacrime gli occhi.

"Non dovevi farlo, topolino mio!" gli disse dolce Giampaolo, carezzandolo sulla guancia ed asciugandogli le lacrime.

"Certo che dovevo. Se ci riesci tu, ci posso riuscire anch'io..."

"Ma non è necessario."

"Sì, che è necessario."

"Ma perché?"

"Perché... sento che è così."

"Topo? Ti voglio bene."

"Anch'io ti voglio bene. Tanto bene."

"Se non mi avessero rapito, non ci saremmo mai incontrati..."

"Mica dirai che sei contento, adesso!"

"Del rapimento no, certo. Ma di aver incontrato te, sì, moltissimo. Sei il ragazzo più delizioso che io abbai mai conosciuto."

"Dici davvero? Eppure ne hai conosciuti tanti, no?"

"Sì, appunto. Tu sei il migliore di tutti."

La sera seguente il sessantanove andò molto meglio e Damiano riuscì a bere tutto senza problemi, ed era contento come una pasqua.

La sera dopo ancora, Damiano chiese a Giampaolo di provare a penetrarlo. L'amico lesse nei suoi occhi desiderio ed apprensione. Lo preparò a lungo, leccandogli prima ben bene il foro, saggiandolo con un dito, leccandolo ancora, facendo in modo che Damiano a poco a poco si rilassasse, si eccitasse. Lo carezzava, ne spiava l'espressione del volto, finché lo sentì pronto.

Allora gli si sedette fra le gambe ben divaricate, infilando le sue sotto quelle dell'amico e facendogliele passare ai fianchi, a forbice. Avanzò col bacino fino a puntargli il suo membro duro sul foro.

"Adesso comincio a spingere, topolino mio... appena vuoi, smetto, capito?"

"Sì..." disse l'altro fremendo.

"Mi vuoi dentro di te?"

"Sì..."

Giampaolo avanzò di pochi millimetri e premette: "Ne sei proprio sicuro?" gli chiese carezzandogli il ventre ed i bei genitali gonfi e frementi.

"Sì..."

Si spinse più avanti. Damiano istintivamente si portò le mani sulle natiche e se le divaricò per facilitargli l'ingresso.

"Ti faccio male?"

"No... spingi..."

Pian piano, millimetro dopo millimetro, Giampaolo lo penetrò fino in fondo, continuando a palpargli il membro ed a sfregargli i capezzoli turgidi.

"Come va?" chiese con apprensione.

"Bene... è caldo, vivo... piacevole..."

Allora Giampaolo iniziò a muoversi dolcemente avanti e dietro.

"È forte, gagliardo..." mormorò Damiano con un sorriso.

"Ti senti meno maschio, adesso?"

"Eh? No, no... la tua forza è mia, il tuo vigore è mio, la tua virilità è mia... è... è bello davvero." mormorò Damiano stupito, contento, grato.

"Ti piace, amore?" chiese Giampaolo aumentando il ritmo.

"Si, oh sì... mi hai chiamato... amore!"

"Sì."

"Mi... ami?"

"Sì, ti amo, Damiano!" disse Giampaolo aumentando ancora il suo ritmo.

"Oh dio... così è bello... così è bello..." gemette Damiano.

E Giampaolo straripò in lui, ondata dopo ondata, sentendosi rapito, ebbro, stordito. Si fermò, gli occhi sorridenti in quelli luminosi dell'amico, ed il suo ansimare cominciò a calmarsi. Il suo membro iniziò a ritrarsi.

Allora Damiano gli disse, sottovoce: "Ripetimelo adesso..."

"Che ti amo?"

"Allora è vero?"

"Certo."

"Non l'hai detto solo perché... eri eccitato?"

"No, te lo giuro."

Damiano si aprì in un luminoso sorriso: "Allora... te lo posso dire anche io, adesso, che sono innamorato di te..."

Giampaolo si stese su di lui, si strinsero, si baciarono.

Poi fu Giampaolo a pregare l'amico di penetrarlo. Si scambiarono le posizioni.

Damiano, un attimo prima di entrare in lui, gli disse: "Ma io non ti voglio fottere."

"Ah no?"

"No. Io voglio fare per davvero l'amore con te!"


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