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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CRONACHE DI UN DESTINO PARTE OTTAVA
1983 - luglio

1983 - luglio

Il processo era finito ed i quattro erano stati riconosciuti colpevoli e condannati, ed avendo tutti precedenti penali erano ora in prigione. Marco e Petruzzo erano anche sotto inchiesta perché la polizia aveva scoperto il loro traffico di auto rubate. Inoltre perquisendo la casa di Saro avevano trovato refurtiva dei suoi precedenti colpi, così anche lui avrebbe avuto un altro processo per le precedenti rapine.

Giampaolo a volte era ancora accostato da giornalisti che volevano fare degli articoli sul "dopo rapimento" e sul reinserimento della vittima nella vita normale, ma gradualmente il clamore diminuiva e così Giampaolo poteva veramente riprendere una vita normale. Il padre aveva voluto che Giampaolo avesse degli incontri periodici con uno psichiatra, finché questi dichiarò che il ragazzo, grazie al suo notevole equilibrio psichico, aveva completamente superato quella brutta esperienza, senza subire traumi psicologici.

Giampaolo sorrideva dentro di sé, pensando che in realtà il suo "notevole equilibrio psichico" si chiamava Damiano. Senza di lui non avrebbe certo superato indenne quegli otto mesi di segregazione.

Così Giampaolo e Damiano cominciarono ad uscire assieme da casa. Una delle prime cose che Giampaolo volle fare fu di portare Damiano in banca perché aprisse un conto a nome suo per metterci tutti i suoi soldi. Damiano volle però che Giampaolo avesse la firma sul suo conto, e questi a sua volta volle la firma di Damiano sul suo.

Andarono in giro per i negozi, facendo qualche acquisto qua e là: una camicia, un paio di libri, un costume da bagno... Ma ciò che più loro piaceva era semplicemente poter girare assieme, commentare le cose che vedevano, confrontare i propri gusti, le proprie preferenze, curiosare qua e là. E questo soprattutto per Damiano, che non era mai uscito prima dal suo paesello, e per cui tutto era perciò nuovo, bello, affascinante.

Comprarono tre CD, poi una linea di acqua di colonia, pre e dopo barba. Si fermarono in un bar a prendere un frappè al caffè.

"Dio quant'è bello andare in giro così, Giampaolo! Quante cose belle, quante cose nuove... La città è piena di cose belle, eccitanti. Quand'ero a Bologna per la naja non giravo mai così. Sai che quasi non l'ho vista, Bologna? Quasi solo la caserma e... e i letti dei clienti! Questa adesso, sì che è vita!"

Giampaolo godeva per il felice stupore del suo amante. E gli piaceva avere al proprio fianco un ragazzo così bello. Spesso si perdeva in contemplazione degli occhi profondi e luminosi di Damiano, delle sue belle labbra ben disegnate e sensuali, ora spesso ravvivate da un lieve sorriso, e si diceva che era fortunato ad essere lì, con lui.

Giampaolo aveva ricevuto una lettera da Sergio, che ora viveva col suo Paolo a Venezia, in cui li invitava ad andare su da loro in agosto a trovarli e proponeva di farsi un paio di settimane di vacanza, tutti e quattro assieme, in Yugoslavia. Ne aveva parlato con Damiano ed avevano accettato l'invito. La famiglia di Giampaolo voleva che passasse anche un paio di settimane con loro, in Egitto, ed accettarono di invitare anche Damiano. Questi si sentiva un po' imbarazzato all'idea di stare con la famiglia del suo amante, ma alla fine accettò. Programmarono così le vacanze.

Ma a volte il destino dispone le cose in modo diverso...

Il padre di Damiano andava ogni tanto al capoluogo per far visita in carcere a Saro. In un'occasione avevano anche parlato della scomparsa di Damiano. Vincenzo era arrivato alla conclusione che il figlio li avesse forse traditi, nonostante la messinscena della colluttazione. Saro invece pensava che il ragazzo si nascondesse solo per la vergogna di essersi fatto fregare dal prigioniero.

"Se Damiano ci avesse traditi, avrebbe fato i nostri nomi e sarebbero venuti a cercarci subito, non ci avrebbero messo tre settimane a beccarci, no?" disse Saro.

Ma, dopo una di queste visite in prigione, mentre Vincenzo tornava alla stazione ferroviaria in autobus, gli sembrò di vedere il figlio. Scese dall'autobus alla prima fermata e tornò svelto verso il punto in cui gli pareva di averlo visto passare. Cercò qua e là, ma non c'era alcuna traccia di Damiano.

Vincenzo però non era il tipo da arrendersi facilmente. Così le volte seguenti, quando tornava a trovare Saro, passava prima in un bar a lasciare un pacchetto e andava in prigione a portare frutta, sigarette e un po' di soldi a Saro. Uscito riprendeva il suo pacchetto, che conteneva il suo coltello a serramanico, se lo metteva in tasca e tornava dove aveva visto una volta Damiano, gironzolando finché era ora di riprendere il treno. E così, un giorno, lo vide arrivare.

In un primo momento pensava solo di affrontarlo per chiedergli come fossero andate realmente le cose e perché si nascondesse. Ma mentre gli andava incontro, riconobbe nel giovanotto che camminava parlando con lui, il rapito.

"Sono d'accordo, i bastardi!" disse l'uomo fra sé e sé, sentendosi il sangue montare alla testa, "Li ha venduti, lo schifoso! Avevo ragione io!"

Si nascose in modo di non essere visto dal figlio, poi li seguì. Quando vide che erano in un punto abbastanza isolato, li raggiunse, tirò fuori il coltello a serramanico e lo fece scattare, e si portò alle spalle di Damiano.

"Damià, vieni a papà!" disse.

Damiano si girò allarmato e l'uomo gli vibrò un gran colpo di coltello in pieno petto, gridandogli: "Crepa, fetente!"

Giampaolo urlò e volò addosso all'uomo, incurante del pericolo, mentre Damiano s'afflosciava in un mare di sangue, gli occhi sbarrati.

Giampaolo e l'uomo iniziarono una furiosa colluttazione. Le grida del giovane attirarono gente. L'uomo fu immobilizzato, e urlava, lo sguardo stravolto e la bava alla bocca.

"Io gli ho dato la vita, io gliela levo! Fetente, fetente!"

Dovettero anche immobilizzare Giampaolo che era furioso, isterico e voleva ammazzare l'uomo. Arrivò prima l'ambulanza, chiamata da qualcuno e subito dopo anche la polizia. Damiano fu immediatamente portato al pronto soccorso, mentre Vincenzo, Giampaolo ed alcuni testimoni venivano portati in questura.

Chiesero a Giampaolo la sua testimonianza. Lui disse che conosceva Damiano da un paio di mesi, che lo ospitava a casa sua perché il ragazzo voleva riprendere gli studi e lui l'aiutava, e che non aveva idea perché il padre avesse accoltellato il figlio.

Vincenzo s'era chiuso in un mutismo ostinato e non riuscirono a cavargli di bocca una sola parola. Fu chiuso in prigione mentre Giampaolo fu rilasciato. Allora il ragazzo telefonò a Silver, poi corse all'ospedale. Damiano era in sala operatoria dove stavano tentando di salvarlo, e la prognosi era riservata. Arrivò in ospedale Silver e Giampaolo gli spiegò l'accaduto.

Silver lo consigliò di rivolgersi subito ad un avvocato per essere sicuri di fare le mosse giuste in modo di evitare che Damiano potesse essere messo in relazione col suo rapimento.

"Se il padre parla, siete nei casini... E anche se interrogano Damiano prima che abbiate potuto concordare una storia su come mai vi conoscete..." disse Silver.


1983 - agosto

Il padre di Damiano non parlò, anche perché l'avvocato, un amico gay di Silver a cui Giampaolo aveva raccontato tutta la storia, andò a parlare in carcere con l'uomo e lo avvertì che se avesse parlato del rapimento, sarebbe stato immediatamente denunciato per violenza carnale continuata su minori ai danni dei figli. E l'avvocato gli fece presente che chi è accusato di questo, in galera ha i giorni contati...

Damiano era restato in stato di incoscienza, e fra la vita e la morte, per dieci giorni, durante i quali Giampaolo lo vegliò. Non volle saperne di andare in vacanza con i suoi, anche se il padre s'era offerto di pagare un'infermiera privata che assistesse in ospedale il ferito.

Quando Damiano riprese coscienza, Giampaolo era lì, accanto a lui.

"Giampaolo..."

"Topo..."

"Sono vivo, allora."

"Sì, certo. Mica volevi andartene senza me, no?"

"No certo... È stato papà... Me l'ha fatta pagare..."

"Quel mostro!"

"È scappato?"

"No, è in galera."

Giampaolo spiegò a Damiano quello che aveva consigliato l'avvocato e che lui aveva detto in questura: "Ti verranno ad interrogare quando sapranno che hai ripreso i sensi. Non devono assolutamente metterti in relazione al rapimento. Ti ricordi quello che devi dire?"

"Sì, amore. Mi sento stanco... Sono contento che sei qui..."

Si riprese. Parlò anche lui con l'avvocato e, alla presenza di questi, fece la sua deposizione alla polizia. Disse che il padre l'aveva sempre maltrattato e che per quello se n'era andato da casa. Ma che non s'aspettava quella reazione dal padre...

Damiano si stava rimettendo lentamente. Aveva perso molto sangue ma nessun organo vitale era stato leso in modo irrimediabile.

Silver si dimostrava sempre più un buon amico: era stato molto vicino a Giampaolo per tutti i giorni in cui Damiano era stato incosciente e la prognosi era rimasta riservata, e l'aveva sostenuto. Il padre di Giampaolo trovava che il figlio esagerasse nel voler vegliare a tutti i costi il compagno.

Così, verso fine agosto, un giorno che era andato a trovare il figlio nel suo appartamento gli disse: "D'accordo che quel ragazzo t'ha liberato. Capisco avere riconoscenza. Ma adesso, tutta questa dedizione, mi pare esagerata. Manco foste sposati o fratelli!"

"È più d'un fratello lui per me, papà. Se non era per lui, sarei impazzito in quegli otto mesi. E forse sarei ancora lì, e con qualche dito in meno, mentre tu ancora cercavi i soldi."

"Vuoi mica dire che io non volevo pagare, che io non ho sofferto, no?"

"No, non l'ho detto e neanche pensato. Voglio solo farti capire quanto Damiano è importante per me. E se suo padre l'ha accoltellato, è proprio perché ha capito che è il figlio che m'ha fatto scappare. Perciò adesso Damiano è lì, in quell'ospedale, per causa mia."

"Sì, sì, lo so, ci arrivo da solo a capirlo. E mi va bene che tu lo vuoi aiutare. Ma perbacco! La sua vita è la sua e la tua è la tua. Cazzo, se non foste due uomini, direi che ne sei innamorato!"

Giampaolo a questo punto guardò il padre dritto negli occhi e prese una risoluzione. Fece un profondo respiro.

Poi disse: "Io ne sono innamorato, papà."

"Che? Gli sei affezionato, vuoi dire..."

"No, innamorato, innamorato. E lui di me. È il suo amore là nella grotta che m'ha tenuto vivo..."

"Amore, amore! Ti rendi conto che stai dicendo?"

"Si, papà. Che io con Damiano ci faccio l'amore."

"Eh? Cosa? Scherzi... Ma che cazzate..."

"Là nella grotta, ho cominciato a fare l'amore con lui..."

"Ti ha violentato!?"

"No, papà, gliel'ho chiesto io."

"Ha approfittato della tua paura, della tua debolezza..."

"No, papà, ci siamo innamorati. E lo siamo ancora, e ci faccio ancora l'amore, vuoi capirlo?"

"Ma tu mica sei..."

"Ricchione, papà? Omosessuale, frocio, gay, finocchio... come li chiami tu? Sì, lo siamo tutti e due."

Il padre lo guardò corrucciato, poi disse: "È stata la prigionia... ma io ti faccio curare..."

"No, papà, lo sono sempre stato. È da quando ho finito le medie che l'ho capito. E ormai sono otto anni che io faccio l'amore con i maschi."

"Ma... ma... oh dio che schifo! Mio figlio un degenerato... non ci posso credere... Ma... sei mai stato con una donna, tu?"

"No, papà."

"Ecco. È solo quello. Senti, ti pago una puttana e vedrai che cambierai idea..."

"No, papà, per favore! Non è lì il problema. Io sono fatto così..."

"No! No, Giampaolo. Io t'ho allevato bene, t'ho insegnato bene. Non puoi... non è possibile..."

Discussero ma fu un dialogo fra sordi.

"Se lo sa la tua povera madre, ne muore di crepacuore!"

"Non è colpa mia se sono così."

"No che non sei così. Devi cambiare. Senti, ti trovo una bella ragazza e ti sposi..."

"No papà. A parte che semmai me la troverei io da solo una bella ragazza. Ma non la voglio. Non mi voglio sposare. Io sono innamorato di Damiano e voglio vivere con lui."

"Dio che schifo... che schifo mi fai."

"Grazie, papà."

"Perché vuoi buttare via la tua vita così, eh, dimmi?"

"Buttare via? Ma io sono felice, papà. Vuoi capirlo che io sono così, e ci sto bene, e sono felice?"

"Io no! E tu alla mia felicità non ci pensi?"

"Papà, la tua felicità è cosa tua, non mia. Tu ti sei fatto la tua vita, adesso non puoi decidere della mia. Papà, è come se ti dicessi: senti, per farmi felice, trovati un amante maschio! Tu lo faresti?"

"Ma non dire cazzate, non dire mostruosità. Un uomo deve stare con una donna, mica con un altro uomo!"

"No, papà, un uomo deve stare con la persona che ama..."

"Senti, tu sei mio figlio. Per quanto questo che m'hai detto mi sconvolge, io posso anche far finta di niente. Ma non voglio più sentirne parlare, capito? Né di questa cosa né di quel tizio. Non parliamone più."

"Eh no, papà. O accetti me come sono e quindi anche lui, o perdi anche me."

"No, Giampaolo, qui le condizioni non le metti tu, le metto io. O lasci quel tizio o non ti fai più vedere a casa."

"Papà, a parte che io non ho nessuna intenzione di lasciare Damiano, ma anche se lo lasciassi non risolverei niente. Al posto suo ne troverei un altro..."

"Allora addio, tu per la tua strada e io per la mia."

"Che dirai in casa che non ci si vede più?"

"La verità, è logico."

"Bene. Se casa tua è chiusa per me... casa mia è sempre aperta per voi..."

"Ah, Giampaolo... Io sono un uomo di parola. Ho promesso a te che t'avrei mantenuto agli studi, e a quello che gli davo un mensile. Vi manderò due assegni per farvi avere tutto quello che vi avevo promesso. Ma poi, non vi aspettate una lira in più, sia ben chiaro."

"Fai come credi, papà. Avrei però preferito la tua comprensione ai tuoi soldi, davvero."

"Costano di meno i soldi che capire una cosa così... così... schifosa!"

"Sì, è vero papà, è più facile dare soldi che dare amore."


1983 - settembre

La madre aveva pianto per telefono, ma s'era schierata dalla parte del marito: o cambi, o non farti vedere. Il fratello aveva detto che erano cazzi suoi, anche se non gli piaceva l'idea che fosse gay, lui non se la sentiva di giudicare Giampaolo. La sorella non s'era fatta sentire.

Giampaolo durante questa sua crisi familiare non aveva detto niente a Damiano, per non turbarlo. Quando erano arrivati i due assegni del padre, generosi, bisogna dirlo, di ben 100 milioni ciascuno, era andato a depositarli suoi loro due conti. Anche in questa occasione l'unico con cui poté sfogarsi, confidarsi, fu Silver.

Quando Damiano fu dimesso dall'ospedale e tornò a casa, Giampaolo si decise a raccontargli del suo duro confronto col padre.

"Oh, povero amore mio! Per colpa mia..."

"Ssst! Non è per colpa tua. È stata una mia scelta e sono fiero di averla fatta. Solo che credevo... mi illudevo che i miei genitori mi volessero bene, che avrebbero capito, accettato. Che sarebbero stati felici per la mia felicità. E invece..."

"Ma magari loro, a modo loro, ti vogliono bene. Non è colpa loro se non sono capaci di capire. Sono stati allevati così, loro..." disse Damiano dolce, carezzandolo.

"Sarà... Ma quando finiremo di soffrire?"

"E chi lo sa... Ma almeno tu hai me e io ho te. Perciò siamo forti, no?"

"Sì, amore, siamo forti. Tu mi rendi forte, Damiano."

Damiano s'era iscritto in un istituto privato per geometri in modo di fare il primo ed il secondo anno assieme e recuperare così un po' del suo ritardo. Giampaolo infatti era sicuro che il suo ragazzo avrebbe potuto riuscire bene.

S'erano comprati un 126 di seconda mano e Giampaolo lo accompagnava ogni giorno a scuola, andava all'Università, poi passava a riprenderlo per tornare a casa. Ora che tutti e due andavano a scuola, si dividevano i lavori di casa. Poi si mettevano a studiare, su due tavoli vicini, in soggiorno. Ogni tanto si guardavano, si sorridevano, felici anche solo che l'altro fosse lì. A volte invece i loro occhi si coloravano di desiderio. Senza bisogno di dirsi nulla, si capivano.

Allora uno dei due s'alzava e s'avvicinava all'altro che, stando seduto gli abbracciava il bacino stringendolo a sé e sfregava il volto sulla patta già gonfia dell'altro. Poi gli apriva i calzoni, ne liberava il membro e lo accoglieva facendoselo scivolare dolcemente in bocca.

Allora dimenticavano per un po' gli studi e si dedicavano l'uno all'altro, cercandosi, frugandosi, finché il reciproco desiderio era così grande da non poter più fare a mano di unirsi in un appassionato atto d'amore. Dimenticavano le brutture della vita, le difficoltà, i pericoli. Esistevano loro due e soltanto loro due. Si donavano l'uno all'altro con trasporto finché la loro passione non era consumata, bruciata nel reciproco piacere.


1983 - ottobre

Stavano studiano, un pomeriggio, vicini al solito, sereni. Suonarono alla porta. Giampaolo s'alzò ed ando ad aprire.

Un ragazzo sui diciotto anni, riccio, moro, snello, lo squadrò serio, poi disse: "Abita qui Minni Damiano, vero?"

"Chi sei tu?" chiese Giampaolo teso e diffidente.

"Minni Pietro, suo fratello."

"Entra." disse Giampaolo e lo guidò in soggiorno.

Damiano, quando vide suo fratello, s'alzò in piedi, incerto, accigliato e gli chiese: "Pietro, che ci fai qui?"

"Ti devo parlare. Da solo."

"No, Pietro. Se mi devi dire qualcosa, lui può sentire."

"Lui è quello della grotta, no?"

"Sì."

"E state insieme, ora?"

"Sì."

"E dici che può sentire tutto?"

"Certo, tutto."

Erano ancora tutti e tre in piedi. Giampaolo guardava i due fratelli ed ora notava una certa somiglianza, un'aria di famiglia.

"Ci possiamo sedere..." disse.

Damiano andò al sofà e sedette. Pietro gli sedette di fianco, allora Gianfranco sedette sulla poltrona di fronte a loro.

"Allora. Pietro, come hai fatto a trovarmi?"

"Lo sanno anche loro..."

"Loro, chi?"

"Luca e nostro cugino Tano. Sanno che sei qui. E vogliono fartela pagare perché nostro padre e lo zio Saro stanno in galera. Li ho sentiti io. E allora sono venuto ad avvertirti. Tu devi nasconderti, devi andartene, non puoi restare qui..."

"Perché me la vogliono far pagare? Mica li ho denunciati io. Mica è colpa mia se stanno in galera. Specialmente papà. È lui che ha assalito me..."

"Damiano, io ti credo e ti capisco. Lo sai che ti voglio bene, specialmente per quello che hai fatto tu per me. Per questo quando ho sentito Luca e Tano parlare io li ho spiati e sono venuto da te."

"Ma come hanno fatto a sapere che vivo qui?"

"Questo non lo so. Ma deve averglielo detto qualcuno. Forse ha saputo da papà che tu stai con lui, non lo so. Anche io, per trovarti, ho cercato sulla guida del telefono il nome suo, che avevo sentito da Luca..."

"Allora è in pericolo anche Giampaolo."

"Questo non lo so. So solo che la vogliono far pagare a te, Damiano. Mettiti in salvo, ti scongiuro. Parti, vai via..."

"Ne parlerò con Giampaolo, decideremo insieme." rispose Damiano.

Pietro allora guardò Giampaolo: "Convincilo tu... Ci ha provato nostro padre, adesso loro... Anche se gli va male, poi chi ci proverà? Io non voglio che fanno male a Damiano!" disse il ragazzo accorato.

"Grazie, Pietro. Ne parlerò con tuo fratello e decideremo che cosa fare. Anch'io non voglio che gli facciano altro male."

"Fallo andare lontano. Al nord, magari. O all'estero. In qualche posto dove non lo conosce nessuno, una grande città..." insisté il ragazzo.

"Ci penseremo, Pietro. Grazie." disse Damiano.

"Te lo dovevo, dopo quello che hai fatto per me. Ma tu, Damiano, ti fidi di me, vero?"

"Certo."

"Lo sai che io non ti tradirò mai, vero?"

"Certo."

"È vero che l'hai fatto fuggire tu?"

"Sì, è vero."

"Se l'hai fatto, devi aver avuto un motivo serio, no?"

"Volevano tagliargli le dita, per convincere suo padre a pagare."

"Capisco. E adesso stai con lui."

"Certo."

"Perché?"

"Perché sto bene con lui."

"Sì, ma... lui cos'è per te?"

"Secondo te cosa può essere?"

"Non lo so, non lo capisco. Per questo te lo chiedo a te."

"E perché lo vuoi sapere, Pietro?"

"Perché... non lo so."

"No, Pietro. Io mi fido di te e allora tu devi fidarti di me."

"Ma c'è lui, qui..."

"Te l'ho detto, Giampaolo ha il diritto di sentire qualsiasi cosa. Parla."

"Ecco, Luca dice che... che voi due siete due... due ricchioni. È vero?"

"E che ne sa, Luca?"

"Dice che gliel'ha detto papà."

"E se fosse vero?"

"Allora è vero." affermò Pietro con voce neutra.

"E questo ti fa strano?"

"No... sì... no. Ma è per questo che l'hai liberato?"

"Anche."

"Anche?"

"Sì, anche. Che ne sai tu, Pietro, dei ricchioni?"

"Io? Che gli piace... farsi fottere dai maschi."

"E poi?"

"E poi? E poi basta."

"Ma tu che ne pensi?"

"E che ne devo pensare, io? Ognuno è fatto a modo suo."

"E di me, che ne pensi?"

"Che sei mio fratello, il mio fratello preferito. Che ti voglio bene. E che quello che fai con lui sono cazzi tuoi. Ma... chi fa il maschio?"

Damiano sorrise: "Tutti e due."

"Come tutt'e due?"

"Pietro, il problema non è chi fa il maschio. Il problema è se due si fottono e basta, o se due si amano."

"Vuoi dire che voi due..." chiese Pietro corrugando la fronte.

"Noi due ci amiamo, siamo innamorati, io di lui e lui di me."

"Ma due maschi... possono anche amarsi?"

"Pare di sì. Noi due, per esempio."

"Ah."

"Ti fa strano, Pietro?"

"Non lo so, adesso. Ci devo pensare. Ma tu, Damiano, sei contento?"

"Contento? Felice!"

"Avete una bella casa... e tu studi di nuovo che ti piaceva tanto..."

"Mica è questo, Pietro. Anche se stavamo in un buco e dovevamo faticare come bestie... io e Giampaolo ci si ama lostesso. Riesci a capirlo, questo?"

"Sì, immagino di sì. Beh, Giampaolo, tanto più se è vero che tu gli vuoi bene, portalo lontano da qui. Fai in modo che non gli succede niente, a mio fratello, per favore!" concluse Pietro.


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