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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA GABBIA DORATA di Andrej Koymasky © 2008
scritto l'8 novembre 1993
1 - LA GRADITA VISITA
DEL CUGINO
JOHANN MATHIAS

"Sua Altezza Reale Stefanie Brigitte chiede udienza!" annunciò al guardia alla porta.

Jakobus Stefan alzò lo sguardo dal libro e guardò interrogativamente il tutore: "Potremmo finire più tardi la lezione di greco, barone?" chiese incerto.

Il tutore aggrottò le sopracciglia ma annuì: "Vi potete permettere quindici minuti, Altezza. Fra quindici minuti esatti tornerò e riprenderemo." disse alzandosi e, fatto un breve inchino, uscì dalla stanza.

Jakobus allora disse alla guardia: "Fai entrare." e si alzò felice dal tavolo andando incontro alla sua sorellina: "Stefanie, che piacere rivederti! Avevo davvero bisogno di un'interruzione."

"Quello che è uscito è il tuo tutore di greco?"

"Sì, e di latino."

"Pare che abbia ingoiato una scopa!" disse ridacchiando la ragazzina.

"Sì. E fra un quarto d'ora tornerà. Come stai, Stefanie?"

"Bene, fratellone. Ti piace il mio abito nuovo?"

"Sei splendida come sempre. Sei stata bene dagli zii?"

"Oh sì! Là si respira. E, sai, ho una sorpresa per te..."

"Ah sì? Cosa?"

"Non cosa, ma chi. Mi ha accompagnato nostro cugino Johann Mathias. Si fermerà qui a Palazzo per due settimane, pensa!"

"Questa è davvero una bella sorpresa! Ma non so se... sai che devo studiare quasi tutto il giorno, no?"

"Sì, gliel'ho detto, e ti compiange. Brutta vita quella dell'erede, vero?"

"Vero. Non ho quasi mai tempo per me stesso, lo sai. Devo sempre rubarlo, come questi pochi minuti con te..."

"Oggi fai equitazione, no? Verremo a cavalcare con te."

"Ottimo."

"E poi Johann Mathias ha un'ottima idea..."

"Quale?"

"Mi ha chiesto di non parlartene. Vuole farti una sorpresa."

"Oh! Allora era meglio che tu non mi avessi detto nulla... ora m'hai messo in curiosità."

"Un futuro sovrano deve saper controllare la propria curiosità!" esclamò la fanciulla imitando la voce della loro nonna e scoppiarono a ridere.

"Oh, Stefanie, se non avessi te e Friedrich, credo che morirei di tristezza. Il vostro affetto è l'unica cosa bella della mia vita."

"Siamo i tuoi fratelli, no? Certo che ti vogliamo bene."

"Mi resterete sempre vicini, anche quando sarò re?"

"Certo, Jakobus, che domande!"

"Ma vi sposerete e..."

"E tu sarai sempre il nostro fratellone amato. No, non ti abbandoneremo mai!"

"Mai mai? Qualsiasi cosa succeda?"

"Certo. Lo giuro!" disse seria e solenne la fanciulla. "Sarà così terribile essere re?" chiese poi la piccola con tono quasi intimorito.

"Temo di sì. Guarda nostro padre. Ha pochissimo tempo per passare con noi, per se stesso. È sempre così taciturno, così pieno di preoccupazioni, così triste. Sai che nell'ultima settimana l'ho visto ridere solo una volta e sorridere solo tre?"

"Sì, è vero, povero papà."

"E quella sarà la mia fine... se voi non mi starete vicini." disse sconsolato il principe.

La sorella gli afferrò le mani: "No, Jakobus, noi ti staremo sempre accanto, non dubitarne. E ti aiuteremo a sorridere. Ti vogliamo tanto bene. Anche Friedrich ti ammira molto, lo sai, e farebbe qualsiasi cosa per te..."

"Grazie, Stefanie."

"Oh! Ecco il manico di scopa!" sussurrò la ragazzina all'orecchio del fratello vedendo rientrare il severo tutore.

Dopo aver fatto un cenno di saluto all'uomo, scivolò via lieve e silenziosa.

Jakobus rivide suo cugino Johann Mathias a tavola. Si salutarono con un abbraccio ed a Jakobus piacque il modo informale di salutarlo del cugino, con pacche sulle spalle ed un ampio, luminoso sorriso. Ma appena s'aprì la porta ed entrarono "Le Loro Maestà" seguite dalla Regina Madre, i ragazzi si misero sull'attenti ognuno accanto al proprio posto. Quando Re Heinrich sedette, tutta la famiglia prese posto. Re Heinrich chiese a Johann notizie della famiglia, in un modo a metà fra il formale e l'affettuoso, mentre i silenziosi valletti iniziavano a servire a tavola.

"E mio cognato, tuo padre, va sempre a caccia?"

"Oh, sì, sempre. Sapete quanto gli piaccia."

"Sì sì, lo so. Fu dopo una battuta di caccia che conobbe mia sorella, tua madre... E fu amore a prima vista."

"Oh, ancora si amano come due sposini!" interloquì Stefanie.

Il re annuì: "Lo credo. Beati loro che non hanno il peso di una corona."

"Onere ed onore!" disse secca la regina madre Bianca Amadea.

"Sì, certo, maman, onore ed onere." rispose con voce stanca il re.

Dopo il pranzo, quando il re si alzò da tavola, i ragazzi poterono sciamare fuori dalla sala da pranzo.

"Oh, Johann, che piacere rivederti!" esclamò Jakobus.

Il fratellino, Friedrich, disse con gli occhi sgranati: "È sempre più grande e più bello il nostro cugino preferito, vero Jakobus?"

"Sì, è vero. Ormai ha diciassette anni ed il prossimo anno farà la presentazione a corte per la maggiore età."

"Sì, e chissà che noia!" esclamò divertito Johann.

I quattro ragazzi chiacchieravano fitto fitto, ridendo e scherzando fra di loro, quando entrò la regina Margaretha Augustina. I ragazzi tacquero e la salutarono, improvvisamente seri.

"Cercate di fare meno chiasso, ragazzi. Si sentono le vostre risate per tutto il Palazzo. Voi, nipote, che siete il più grande, dovreste dare il buon esempio."

"Sì, signora zia. Scusatemi. Potremmo uscire nel parco?"

"Certamente. Ma ricordatevi degli orari dei vostri impegni." disse la regina ed uscì.

"È sempre seria così, la zia?" chiese Johann sottovoce.

"Oh sì. Mica è come la zia Friedericka, purtroppo." rispose Friedrich.

"Sì, la maman è davvero allegra, grazie al cielo. Ed anche il papà."

"Sei fortunato tu..." mormorò Jakobus.

Uscirono nel parco, discretamente scortati da due guardie.

"Non potete mai andare in giro senza i cagnolini?" chiese ammiccando Johann.

"No, misure di sicurezza." rispose Jakobus.

"Ma... anche qui dentro?"

"È l'etichetta." spiegò Jakobus facendo spallucce.

"Sai che non posso neppure fare le capriole sull'erba?" esclamò corrucciato Friedrich.

Più tardi i quattro ragazzi andarono a cavallo assieme. Ma, mentre per gli altri era un piacevole diversivo, Jakobus era affiancato dall'istruttore che gli dava continui consigli. Quando Jakobus incontrava lo sguardo del cugino, alzava gli occhi al cielo in segno di sopportazione e Johann gli strizzava l'occhio come per dirgli che lo capiva.

In un momento in cui erano soli assieme, Johann gli disse: "Ti lasciano sempre meno spazio, sei sempre meno libero, mi pare..."

"Sì. Fra tre anni ci sarà l'investitura a principe ereditario ed allora stanno aumentando sia la preparazione che il controllo. Ormai sto diventando uno studente a tempo pieno. Greco, latino, francese, tedesco ed inglese. Strategia, politica, economia. Letteratura, arte, musica. Equitazione, scherma, nuoto, tennis e cricket. Religione, scienze, etichetta ed elocuzione..."

"Oh dio! Meno male che non si dimenticano di farti mangiare e dormire!" esclamò Johann posando una mano sul braccio del cugino come per confortarlo.

"Oh, ma mi controllano anche in quello! Solo al gabinetto mi lasciano in santa pace. Neanche il bagno posso fare da solo. Il cesso ormai è diventato il mio eremitaggio segreto!" disse Jakobus sorridendo amaro. Poi aggiunse: "La nonna è arcigna. Maman è distaccata. Papà è sempre immerso nei suoi pensieri e occupato nelle sue udienze... Meno male che ho Stefanie e Friedrich che mi danno un po' di sorrisi ed affetto. E tu, Johann. Vorrei vederti più spesso."

"Sì... Molto probabilmente dopo la maggiore età farò un qualche servizio qui a corte, e allora ci potremo vedere più spesso."

"Sarebbe bello."

"Sarà bello!" gli rispose con un sorriso incoraggiante il cugino.

A sera Jakobus si ritirò nelle sue stanze. Entrò nella camera da letto salutato dalla guardia alla porta. Dentro c'erano i tre valletti. Uno lo aiutò a spogliarsi e portò via gli abiti. Il secondo lo aiutò a fare il bagno e lo asciugò, poi andò via. Il terzo gli infilò la camicia da notte, gli scostò le coperte e dopo che si fu steso gliele rimboccò, chiuse le tende del baldacchino, quindi andò a stendersi, vestito, sul suo letto nell'annesso stanzino, pronto ad ogni cenno del principe.

Questi, sul suo grande letto, sotto il baldacchino con le cortine chiuse, godeva uno dei rari momenti in cui era, finalmente, relativamente solo. Aveva voluto lui che le cortine fossero chiuse, visto che il valletto doveva dormire con la porta intercomunicante aperta.

"Quando sarò re cambiero queste assurde regole!" pensava Jakobus mentre aspettava che venisse il sonno. "Mi fanno sentire un handicappato. Mi spogliano, mi vestono, mi insaponano, mi asciugano... Meno male che non m'imboccano a tavola..."

Il mattino seguente lo svegliò la voce del valletto da dietro le cortine del letto: "Altezza Reale, è la sveglia! Altezza Reale, è la sveglia! Altezza..."

"Sì sì... ho sentito... grazie." disse Jakobus stirandosi. Si abbassò la camicia da notte che dormendo gli era risalita fin sul ventre, sistemò le coperte, quindi disse: "Potete iniziare..."

Sentì il valletto andare ad aprire la porta, i passi degli altri due valletti che entravano, uno con gli abiti, ed iniziò il rituale del mattino: aprire le tende delle finestre, aprire le tende del baldacchino, inchino e...

"Bene alzato, Altezza Reale." in coro.

E poi uno: "Il tempo è lievemente nuvolo, la temperatura fresca."

E l'altro: "Gli abiti che avete scelto ieri sera, Altezza, vanno ancora bene?"

"Sì, grazie." rispose Jakobus dal letto.

Avrebbe voluto saltar giù, andarsi a lavare, prendere gli abiti e metterseli ma... Il valletto addetto scostò la coperta e Jakobus poté scendere da letto. Il valletto degli abiti gli porse le lunghe mutande di seta, l'unico indumento che doveva mettersi da solo, che infilò sotto la camicia da notte. Il valletto di camera gli sfilò la camicia da notte. Il valletto addetto lo scortò nel bagno e gli aprì il rubinetto dell'acqua...

Jakobus lasciava fare, seguiva il rituale e dentro la testa sognava spazi aperti, infiniti, anzi, rivedeva il lontano ricordo di anni prima quando dalla carrozza aveva visto dei ragazzi nudi guazzare nel lago, felici... e li aveva invidiati.

"Altezza! L'asciugamano per il volto!" lo richiamò il valletto porgendogli un altro asciugamano.

Già, quello piccolo per le mani, quello grande per il corpo, quello medio per il volto...

"Non c'è l'asciugamano per l'orecchia destra?" chiese con tono ironico prendendo l'asciugamano per il volto al valletto.

Il valletto fece un'espressione stupita, poi riassunse subito la sua aria formale: "Chiedo scusa, Altezza, non ho capito il senso della vostra domanda..."

"Oh, lascia perdere, scherzavo!" rispose Jakobus asciugandosi la faccia.

"Oh, molto bene, Altezza." rispose l'altro formale.

"Vado al gabinetto." annunciò Jakobus.

Il valletto subito aprì la porta. Jakobus si chiuse dentro. Lesto salì in piedi sulla tazza e guardò fuori dal finestrino semiaperto. Aspirò profondamente l'aria fresca e guardò le cime degli alberi. E vide il "suo" nido e gioì per un attimo... Quindi scese, si calò i mutandoni, sedette sulla tazza e chiuse gli occhi. Poi si ripulì, tirò l'acqua, si risistemò i mutandoni ed uscì.

Il valletto gli aprì la porta verso la camera da letto. Iniziò il rituale della vestizione...

Poi la colazione solo con i fratelli ed il cugino, un breve periodo di distensione e di (moderata!) allegria. Quindi li salutò ed andò nel suo studio dove già lo attendeva il tutore di Storia.

"... e da Heinrich II nacque Baldwin I che regnò solamente per tre mesi. Le cronache lo chiamano Baldwin lo Sfortunato, poiché..."

Jakobus ascoltava. La storia della propria famiglia era una delle cose che più lo affascinava. Quei nomi corrispondevano ai ritratti nella Galleria degli Ambasciatori. Avevano tutti un volto. Piuttosto truce alcuni, specialmente i più antichi, come il capostipite, il conte Ranald I il Superstite. Fatui altri, come il bis-bisnonno Jakobus I il bello. Altero era Otto IV e buffo Walterus II... Ma quello che, sia sul ritratto sia nella storia, gli piaceva di più, era Otto III il Solitario. Forse proprio per quell'appellativo, "Solitario" o per il suo sorriso lieve, lo sguardo dritto, la figura giovane e snella.

Otto III aveva avuto il suo primo figlio a diciotto anni, era rimasto vedovo a ventitré anni e non si era più voluto risposare: di qui l'appellativo. Aveva rinunciato al trono ducale che ancora non aveva quaranta anni, abdicando in favore del suo primogenito, e s'era ritirato a vivere nel piccolo castello della Selva d'Argento, là in riva al lago, con una sua piccola corte. Era morto ad ottantadue anni d'età. Era sepolto nella cappella del suo castello. Jakobus sentiva di amarlo. Era stato un duca pacifico, amante delle arti... Sì, era l'eroe di Jakobus...

"Altezza! State ascoltando? Che cosa fece Friedrich I nel 1760?"

"Eh? Ah, si sposò con la nipote del Re di Francia."

"Sì, esatto. Quelle nozze furono molto importanti per il nostro stato, perché..."

Nozze, nascite, accessioni al trono, morti. Alleanze, patti, intrighi tradimenti. Nozze, nascite...

"Come nascono i bambini, signor Conte?" chiese all'improvviso Jakobus.

In realtà lo sapeva. Ma si divertiva a chiederlo ai suoi vari tutori e, dalle varie risposte, si faceva un quadro sempre più completo...

"I bambini nascono per volontà del Signore che benedice così le nozze."

"Sì, ma come?"

"Per la congiunzione del padre e della madre."

"E come si congiungono?" insisté Jakobus serio, ma intimamente divertito.

"Dio creò il maschio in modo che produca un seme che egli depone nella di lui moglie tramite l'apposito attrezzo che è locato fra le sue gambe... Ma torniamo alla storia, ora!"

L'apposito attrezzo! Il "penis" o "fallum", la verga, le pudenda, l'organo virile, il membro, i "genitalia"... ogni tutore gli dava un diverso nome. E ne parlavano tutti abbassando la voce, pronunciandone il nome in fretta, glissando... Jakobus trovava divertente tutto questo. E il padre confessore che gli chiedeva se si toccasse le pudenda (era suo il termine) al di fuori delle strette necessità di pulizia o di "minzione".

"No, padre."

"Molto bene, Altezza. Ricordate, non si deve giocare con le parti del corpo che il Signore ci ha dato ad mingendum ac ad generandum!"

"Certo padre." rispondeva Jakobus chiedendosi come si potesse giocare con una parte del corpo. Giocare con un piede, ad esempio! Solo i neonati lo facevano, mica i grandi.

Jakobus, per certi aspetti, era ancora un po' ingenuo.

Ad esempio credeva che quando il membro gli diveniva duro, significava semplicemente che doveva orinare, infatti dopo tornava alle sue normali dimensioni. Anche se, da circa un anno o poco più, a volte non orinava o se anche lo faceva, restava teso e ritto a lungo... E toccarlo quando era in quelle condizioni era vagamente gradevole, anche se non ne capiva il perché.

Ma Jakobus ancora non conosceva la masturbazione, sia perché nessuno gliel'aveva insegnata, sia perché non c'era arrivato da solo, istintivamente. Aveva già avuto qualche polluzione notturna e la prima volta, allarmato, ne aveva parlato al medico di corte pensando che quello fosse pus!

Il medico gli aveva spiegato che dall'organo virile (questo termine era suo) quando si è in fase di crescita, può uscire quel "bianco liquore" che altro non è che il seme che l'organismo si allena a formare in attesa che venga il momento di deporlo nel "solco muliebre" per concepire la prole. E che quando è in eccesso, l'organismo lo scarica naturalmente durante la notte tramite le polluzioni notturne. Nulla di allarmante, insomma. Jakobus s'era tranquillizzato.

Tanto più che nessuno dei valletti pareva farci caso quando il davanti della sua camicia da notte o le lenzuola recavano tracce evidenti della sua polluzione notturna.

Dalle riproduzioni d'arte sapeva che cosa fosse il "solco muliebre" o "vaginam" o apertura anteriore, o porta del concepimento, insomma dove si doveva inserire il "fallum" e da dove, nove mesi dopo, sarebbe fuoriuscito il figlio. Tutto questo gli era chiaro e né lo stupiva né lo interessava. Un giorno, l'aveva capito, sarebbe toccato anche a lui sposarsi e deporre il suo seme quelle tre o quattro volte in modo di dar nascita agli eredi.

L'unica cosa che lo stupiva un po' era come potesse, da quella fessura non poi così grande, uscire un bambino, per quanto piccolo. Quando aveva provato a chiederlo, l'unica risposta abbastanza soddisfacente che aveva ricevuto fu: "Il Signore, nella sua infinita saggezza, ha creato quella parte della donna sì che sia elastica a sufficienza da adattarsi alla bisogna..." Ma in fondo a Jakobus interessava poco: comunque non sarebbe stato un problema suo, visto che lui era un maschio!

Nel pomeriggio tirò di scherma anche col cugino ed ebbe la soddisfazione di vincerlo, di misura ma di vincerlo.

"Congratulazioni, Jakobus. Si vede che hai i migliori istruttori del regno! E che sei un ottimo allievo. Ma in fondo è una gran perdita di tempo, visto che tu non potrai mai fare un duello..."

"Beh, è un esercizio che rende agili e scattanti." rispose Jakobus deponendo la maschera ed il fioretto.

"Sì, certo." ammise il cugino.

Guardarono Friedrich che si stava allenando più in là nella sala d'armi.

"Cresce bene il mio fratellino, vero?" disse Jakobus con orgoglio.

"Sì, è vero. Ha dodici anni adesso, no?"

"Sì. Comincia ad essere un ometto e cresce in saggezza, grazia, intelligenza e bontà."

"Ehi, che bel quadro ne dipingi! Gli vuoi molto bene, vero?"

"Certo. È il mio fratellino."

"I nostri genitori sono molto diversi. Ma almeno in questo ci somigliamo: fra fratelli, sia nella mia famiglia che nella tua, c'è un grosso affiatamento."

"Sì, Johann. È una delle rare cose che mi dia la gioia di vivere, questa. Come anche la tua amicizia."

Il cugino annuì e mise una mano sulla spalla di Jakobus, sorridendogli.

"Anche quando sarai il mio re, tu resterai sempre il mio cuginetto preferito."

"Lo spero proprio!" rispose grato Jakobus.

Andarono a lavarsi in due tinozze separate da una tenda, ognuno assistito da un valletto, continuando a chiacchierare ad alta voce. Usciti dalla tinozza e subito coperti dal valletto con un telo in modo di non far vedere le proprie nudità, si asciugarono e si rivestirono, aiutati dai rispettivi valletti. Quindi uscirono nel giardino dove Stefanie li aspettava. Passeggiarono, sempre discretamente seguiti dalle loro ombre, e chiacchierarono.

Johann ad un certo punto disse: "Sai, Jakobus, forse ci sono riuscito..."

"A far cosa?"

"Avevo portato a tuo padre una lettera della maman in cui ti invitava a passare un mese da noi. E quasi certamente tuo padre acconsentirà e ti darà il permesso. Così potremo stare un intero mese assieme, senza tutta l'etichetta di corte, in pace nella nostra tenuta. E potremo anche andare a caccia e dormire nel rifugio su nel bosco e farci da mangiare da soli..."

"Oh! Dici davvero? Dio, quanto sarebbe bello! L'ultima volta che sono venuto avevo... dodici anni?"

"Sì, esatto. Eri poco più che un moccioso." scherzò Johann.

"Potrà venire anche Friedrich?" chiese Jakobus.

"No, lo sai com'è la regola: gli eredi maschi non possono mai viaggiare assieme." disse Stefanie.

"Già è vero..." annuì Jakobus sconsolato, "dai tempi del duca Otto IV, quando gli morirono il primogenito ed il secondogenito nella stessa carrozza che precipitò in un burrone. E dovette darsi da fare a far nascere il terzo figlio maschio, Friedrich VI."

"Vedo che hai studiato storia!" disse vivace Stefanie.

"Sì, certo. Vuoi anche le date esatte?"

"No, grazie!" rise la sorella lieve.

"Lo sai che si dice che chi fece precipitare la carrozza nel burrone pare sia stato il loro cugino che sperava così di ereditare il trono ducale?" chiese Jakobus alla sorella.

"Oh, ma Johann non farebbe mai una cosa del genere!" disse Stefanie sgranando gli occhi, "vero Johann?"

"Certo che no! Innanzitutto perché vi voglio bene, e poi perché non vorrei essere re per nessuna ragione al mondo!" rispose vivacemente il giovane.

"Neanche io vorrei..." mormorò Jakobus.

"Non farti sentire dalla nonna o da maman!" disse Stefanie.

"Farò il re, comunque, se così Dio vorrà. E spero di essere un buon re." commentò Jakobus serio, stringendo le labbra.

A cena re Heinrich annunciò a Jakobus che sarebbe andato a passare un mese al castello degli zii, con Johann.

"I tuoi tutori sono soddisfatti di te, Jakobus, e pensiamo che quattro settimane di riposo siano utili e meritate. Partirete la settimana prossima. Il conte Stefan vi scorterà."

"Grazie papà. Ma... il conte resterà a castello con me?"

"No, deve procedere a nord per un'ambasciata a nostro cugino re Friedrich IV. Tornerà dopo quattro settimane, passerà a prenderti e ti scorterà di nuovo fino alla capitale."

"Grazie, papà." rispose Jakobus tirando un segreto sospiro di sollievo.

Jakobus non amava il conte Stefan Anthonius, un tipo rigido e formale a cui non andava mai bene nulla. Aveva temuto di doverlo avere alle costole per tutto il tempo, e questo gli avrebbe offuscato la gioia di quella inattesa vacanza.

La regina disse seria: "Assumete una grave responsabilità, caro nipote, nel prendervi cura del principe ereditario. Spero che ve ne rendiate conto e che non lo lascerete solo neppure per un attimo."

"Certo, signora zia! Risponderò con la mia vita del suo benessere." rispose Johann serio e fiero e questo strappò un breve cenno d'approvazione da parte della regina.

"Comunque," interloquì la regina madre, "prima di mettervi in viaggio spero bene che vi confesserete e che prenderete i sacramenti!"

"Maman, vanno a soli centoventi chilometri da qui e nelle nostre terre!" obiettò re Heinrich.

"Prima di ogni viaggio, fosse anche di pochi chilometri, bisogna assicurarsi di essere in grazia di Dio!" ribatté secca la vecchia.

"Certamente, Grande Mère, lo faremo." disse Johann sorridendo conciliante.

Finalmente venne il giorno della partenza. Il corteo era composto di quattro carrozze, cariche di bauli, di lacchè e di valletti, e scortate da un drappello di cavalleggeri.

Stefanie e Friedrich scesero a salutarli nel cortile. Avevano salutato re Heinrich nel suo studio. La regina Margaretha e la regina madre Bianca, ciascuna dietro i vetri della finestra della propria stanza, attendevano la partenza della carovana.

Jakobus e Johann salirono assieme sulla stessa carrozza, quella con le insegne reali. E finalmente partirono.

"Jakobus, comincia la tua parentesi di libertà!"

"Davvero! Potrò lavarmi da solo, vestirmi e spogliarmi da solo?"

"Non potrai, dovrai! E, te l'ho detto, quando andremo al rifugio, ci faremo anche da mangiare da soli."

"Oh dio, ma io non sono capace... tra le tante cose che devo studiare... non c'è cucina!"

"Ti insegnerò io."

"Sei capace? T'ha insegnato la zia?"

"No, mio padre."

"Ma non avete i cuochi, a castello?"

"Sì, certo. Ma quando si va a caccia con papà, ci facciamo tutto da soli. Anche cucire gli strappi alla camicia o ai calzoni."

"Dio, che cosa meravigliosa deve essere!" sospirò Jakobus felice.

"Mio padre, fin da piccolo, m'ha insegnato che un vero uomo deve essere in grado di fare tutto da solo. Anche suo padre l'aveva allevato così."

"A corte invece pare che un re sia più re meno cose fa da solo. Lo sai che mi infilano e mi sfilano persino le calze? Mi insaponano e mi asciugano!"

"Ma i denti, almeno, te li lavi da solo?"

"Sì, quelli sì. Ma mi pettinano, capisci? Mi sento come... una bambola."

"Mio povero Jakobus! Ma questo mese ti sfogherai, vedrai. Specialmente quando saremo io e te su al rifugio."

"Soli?" chiese Jakobus sgranando gli occhi.

"In pratica sì. Cioè, ci saranno i guardiacaccia, il personale, ma loro abiteranno in un'altra parte del rifugio. E comunque ci dovremo fare il letto da soli e spazzare il pavimento..."

"È fantastico! E potremo anche svegliarci da soli?"

"Certo, quando ci sveglierà il sole."

"E potremo dormire senza valletti o guardie?"

"Ma certo!"

"E potremo..."

"Potremo fare tutto ciò che ci piacerà fare."

"È un sogno, Johann. Ma... lo sa la mia famiglia?"

"No certo. Pensano che sia tutto più o meno come a corte, o almeno come al castello. Non sanno nulla del rifugio."

"Ma sanno che andremo a caccia, no?"

"Credono che useremo la palazzina di caccia giù a valle..."

"E allora... lasciamo che lo credano, vero Johann?"

"Certo, Jakobus, certo."

A Jakobus brillavano gli occhi e già pregustava quel periodo di completa libertà.

Fecero una sosta a metà cammino, ospiti nella villa del visconte Massimo Andreas, preavvertito dalla staffetta. Lì pranzarono, poi ripartirono.

A metà pomeriggio giunsero al castello dei genitori di Johann. Sulla corte c'era tutta la sua famiglia ad accoglierli. L'abbraccio affettuoso degli zii e dei cugini furono la prima prova della differenza nello stile di vita, e Jakobus sorrise allo sguardo accigliato del conte Stefan. Questi si sarebbe fermato solo per la cena e per la notte, poi sarebbe ripartito.

Johann accompagnò Jakobus nella stanza che gli era stata riservata e dove i lacchè già stavano trasportando i bauli che i valletti aprivano e ne sistemavano il contenuto.

"Te la ricordi questa stanza? Dice papà che avevi già dormito qui, tre anni fa..."

"Sì, vagamente. È bella..."

"È molto più piccola della tua camera a Palazzo..."

"Per questo è bella. E la tua camera? Non è qui a fianco?"

"Sì, esatto. Vieni, te la mostro." disse Johann. Uscirono nel corridoio ed entrarono nella porta accanto. "Vedi, è ricavata nella torre. Mi piace proprio perché è circolare. Diversa dalle altre."

"È bella! L'hai costruito tu quel veliero?" chiese Jakobus con gli occhi spalancati.

"Sì, certo. Ti piace?"

"È bellissimo!"

"Ci ho messo tre mesi a costruirlo. Avevo la tua età, anzi, no, un anno di più."

"Oh, Johann, quanto farei a cambio volentieri... quanto vorrei vivere qui, così, come te..."

"Eh, ma io non farei mai a cambio, caro cugino!" rispose ridendo Johann dando un lieve pugno scherzoso sul petto dell'altro.

Jakobus andò a cambiarsi per cena e per la prima volta provò l'ebrezza di spogliarsi e di rivestirsi da solo. La cena fu semi-formale, anche e soprattutto per la presenza del conte Stefan, ma fu comunque allegra ed animata. Dopo la cena si radunarono tutti davanti al grande camino del salone, dove ardeva un piccolo fuoco. Poi la zia mandò a letto i piccoli e rimasero solo gli zii, il conte, Johann e Jakobus. Dopo poco anche il conte sui scusò e si ritirò nelle sue stanze. Poi andarono a dormire anche gli zii.

"Dobbiamo andare anche noi?" chiese allora Jakobus.

"No, noi andremo quando ci verrà voglia." rispose Johann.

"Ma non avete un orario?"

"Non in vacanza. E non io che sono ormai grande."

"Possiamo restare qui tutto il tempo che vogliamo?"

"Anche fino a domattina, se ne hai voglia."

"No, fino a domattina no. Credo che crollerei prima. Però è bello se possiamo restare ancora un po'..."

"Certo, Jakobus."

Silenzioso un valletto entrò ed attizzò il fuoco.

"Andate pure a dormire, David. Al fuoco ci penserò io." gli disse Johann.

"Va bene, vostra signoria. Buona notte." rispose l'uomo con un inchino ed uscì.

"Conosci per nome tutti quelli che lavorano qui nella casa?" chiese Jakobus.

"Certo. Tu no?"

"Solo qualcuno, pochi. Sai, ce ne sono tanti... e non sono sempre gli stessi."

"E allora, come fai per chiamarli?"

"Mah... ehi tu! Oppure, valletto! O..."

"Dio, ma è brutto così!"

"Già, hai ragione tu."

"Il personale della casa, in qualche modo, fa parte della famiglia. E papà vuole che diamo a tutti del voi, e che li chiamiamo per nome, e che li rispettiamo. Se mai ci azzardassimo a dire ad uno di loro: ehi tu! credo che ci arriverebbe un ceffone dal papà o dalla maman. Sono persone, non oggetti o schiavi."

"È giusto. Non ci avevo mai pensato." disse Jakobus riflessivo.

Più tardi, quando cominciarono a sentire gli occhi pesanti, salirono al secondo piano per andare a dormire. Si dettero la buona notte sulla porta delle loro camere e Johann dette una forte stretta di mano, piena di calore e di amicizia, al cugino, salutandolo con un ampio sorriso.

Jakobus si mise a letto "da solo" sentendosi lieve e felice. Si addormentò quasi subito, guardando le ombre dei rami degli alberi muoversi fuori dalle finestre, di cui non aveva chiuso le tende.

Dormì d'incanto, facendo tutto un sonno profondo e ristoratore. E il mattino seguente furono davvero i raggi del sole che gli carezzavano il viso a svegliarlo. Si sentiva fresco e riposato, felice e pieno di energie. Saltò giù dal letto "a piedi nudi" e andò alla finestra. La spalancò e respirò a pieni polmoni l'aria fresca e frizzante.

Sentì bussare alla porta e gridò allegro: "Avanti!"

Entrò Johann già vestito. "Ancora in camicia da notte, poltrone?" lo apostrofò sorridendogli.

"Sì, mi sono svegliato da poco."

"Ho sentito che aprivi la finestra, vedi, quella è la mia camera, così ho capito che t'eri alzato e sono venuto."

"È molto che sei sveglio?"

"Un'ora circa."

"Che or'è, ora?"

"Le otto. Hai lì la pendola... oh, è ferma. Dovevi caricarla ieri sera. Ognuno di noi carica la pendola nella propria stanza, la sera. Mi sono dimenticato di dirtelo."

"Devo rifarmi il letto?"

"No, qui a castello no. Solo su al rifugio. Vestiti, dai, che andiamo a fare colazione." gli disse Johann e sedette su una sedia.

Jakobus andò a prendere le proprie mutande e le infilò sotto la camicia da notte.

"Ehi, ma non ti lavi, prima?"

"Sì, certo..."

"E allora perché ti sei messo le mutande?"

"Beh... ci sei tu... non ci si fa mai vedere nudi, no?"

"E chi l'ha detto? Mica sei a Palazzo, qui! E siamo cugini, quasi coetanei. Mica ti vergognerai di me, no?"

"Beh... sì. Non ci sono abituato..."

"Oh, allora se vuoi esco."

"No, non importa. A Roma comportati come i romani, dice il mio tutore. Mi abituerò alle vostre regole. Guarda!" disse Jakobus e si sfilò le mutande, poi la camicia da notte e, completamente nudo, andò a lavarsi.

E provò davvero un grande e magnifico senso di libertà.



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