Quando Reinhardt giunse accanto al letto, posò la lanterna ed accolse Jakobus fra le sue braccia.
"Oh, amore mio, finalmente!" sospirò Jakobus accoccolandoglisi contro. Si baciarono e le loro lingue giocarono gioiosamente, intime e calde. Jakobus scese con una mano a carezzare fra le gambe l'amico. "Non ti ho mai più toccato qui, ma adesso posso, vero?" sussurrò.
"Adesso devi, amore. Il mio corpo ti appartiene, ormai!"
"E il mio appartiene a te!"
Jakobus iniziò a sbottonare gli abiti del giovane: "Ma... non hai nulla sotto l'uniforme!"
"No, certo. Per fare prima..." sorrise malizioso Reinhardt.
"Ora finalmente potrò ammirare il tuo corpo nudo, Reinhardt. E goderlo con tutti e cinque i miei sensi!"
"Ma anche io voglio vedere e godere quello che nascondi sotto questo camicione!' gli disse il giovane sfilandoglielo di sopra la testa.
E restarono nudi, uno di fronte all'altro, in ginocchio nel centro del grande letto, e si ammirarono.
"Hai un corpo terribilmente eccitante e virile, Reinhardt!"
"E tu sei desiderabile e bello come un dio greco!"
I loro corpi s'avvicinarono lentamente, aderirono, si strinsero l'uno nelle braccia dell'altro. Si baciarono di nuovo intimamente e scivolarono sul morbido materasso coperto solo dal bianco spolverino. Le loro membra si intrecciarono, si cercarono, si unirono cercando la fusione perfetta.
"Oh dio, Reinhardt, mi sento emozionato come se fosse la prima volta che faccio l'amore..."
"Questa è la prima volta. Anche per me. Non ho mai provato un amore così bello, così forte, prima d'ora."
"È la prima volta, hai ragione. È bello poter dire: ti amo!"
Si esplorarono a lungo, senza fretta, godendo ognuno dei fremiti che sapeva suscitare nell'altro. Jakobus passò lieve una mano sulla ypsilon di peli che adornava il petto dell'amico partendo dalle clavicole, unendosi fra i capezzoli e scendendo in una linea sempre più sottile fino all'ombelico. Di qui ripartiva un esile sentiero di peli che si allargava poi sul pube ad abbracciare il membro ritto e svettante. La mano indugiò sull'asta calda e liscia, la carezzò, l'afferrò gentilmente. Frattanto Reinhardt percorreva pressoché lo stesso percorso sul petto liscio e glabro dell'amante, e giunse nello stesso momento al membro del giovane principe.
Si toccavano, si esploravano, si palpavano teneramente, senza mai stancarsi di ammirarsi l'un l'altro. Era come uno spontaneo massaggio erotico e sensuale che non si sa se desse più piacere a chi lo riceveva o a chi lo eseguiva.
"È come... suonare uno strumento musicale, non è vero?"
"Sì, e stiamo cercando gli accordi per creare una melodia."
"Una sinfonia..." disse Jakobus sorridendogli.
"Quanto mi piace il tuo sorriso."
"Sei tu che me l'hai ridato."
"Spero che non si spenga mai."
"Mai per te, Reinhardt."
Questi si chinò a suggere i rosei capezzoli dell'amante, poi iniziò il suo cammino verso il basso, avvicinandosi gradualmente all'ambita meta. Jakobus tratteneva il respiro, fremente, attendendo che le labbra dell'amante giungessero a suggere il suo turgore palpitante. E quando il dolce contatto avvenne, gemette per il piacere. Si abbandonò alle dolcissime sensazioni che il suo amante gli stava donando.
La campana della torre suonò le due. Reinhardt scese ancora a suggergli un testicolo, poi l'altro, poi riprese il cammino inverso, soffermandosi sull'ombelico, poi sui capezzoli turgidi, infine sul collo per tornare a baciarlo nella bocca.
"Jakobus, mi pare di sognare!"
"E a me di essere in paradiso."
Anche il giovane e bel principe volle percorrere lo stesso cammino. Quando arrivò all'asta fremente dell'amante, se la fece scivolare tutta fra le labbra, fino in gola, premendo il naso fra i folti peli del pube del giovanotto ed aspirandone il lieve aroma muschiato e dolce. Poi, dopo averlo succhiato golosamente per un po', anche lui scese a lavorare di lingua i testicoli, vellicandoli, titillandoli, per poi scendere ancora più giù, facendo spalancare bene le cosce all'amico per accedere al solco ed al foro nascosto. Reinhardt si aperse a quella lingua inquisitrice emettendo flebili gemiti deliziati.
Jakobus, inebriato, eccitato, rapito, lappando, lisciando, lambendo, penetrando nel dolce sfintere con la punta della lingua, lo preparò ben bene, insalivandolo, lubrificandolo, finché Reinhardt, in preda ad un desiderio febbrile, ardente, impaziente, lo pregò di penetrarlo.
"Oh, prendimi, amore! Prendimi, ti prego. Ti voglio in me!"
Jakobus allora gli si addossò, gli premette il proprio palo durissimo sul foro, glielo introdusse dentro, si addentrò di più in lui, lo spinse ancor più dentro, lo penetrò, lo invase con calore, ardore, delirio, ebrezza!
"Oh, amore, eccoti, finalmente!"
"Sì, son tutto tuo Reinhardt... E tu sei mio!"
Restando ben incuneato in lui, iniziò a muoverglisi dentro e fuori a ritmo, con tutta la propria giovanile gagliardia. L'amico era in estasi e si beava per i ritmici, vigorosi colpi con cui l'amante gli diceva, gli manifestava, gli rivelava tutta la propria passione e tutto il proprio amore. Reinhardt lo accoglieva in sé, lo tratteneva, dolcemente abbandonato lo incitava con tenere parole, con carezze, con gemiti di piacere.
L'eccitazione di Jakobus divenne frenesia e la frenesia culminò nell'orgasmo. Si scaricò in lui, si svuotò in una serie di scattanti affondo, senza più contenersi. Gli occhi di Reinhardt lo guardavano lucidi di emozione, amorosi, luminosi. Jakobus si afflosciò esausto, sudato, sul forte corpo dell'amante. Questi lo carezzò dolcemente.
"Oh Jakobus, sei un vero puledro. Sei stato meraviglioso. Non mi sono mai sentito così desiderato, bramato come ora. Non sembravi mai sazio di me. È stato bellissimo!"
"Amore..." mormorò il giovane principe fremendo ancora per le ultime contrazioni del dopo-orgasmo.
"È valsa la pena di aspettare tanto?"
"Sì..."
"Sei soddisfatto?"
"No..."
"No?"
"No, amore."
"Vuoi... ricominciare? Per me va bene." disse lievemente stupito il giovane.
"No, mio Reinhardt," ridacchiò contento Jakobus, "non sono soddisfatto perché ora voglio che tu prenda me."
"Oh! Mi desideri in te?"
"Ne dubiti? Certo che sì!"
"Ma è tardi... son suonate le tre..."
"Non l'ho sentito. Ma che importa? Ti voglio in me, ora. Tu non desideri prendermi?"
"Ma sì, certo... certo che ti desidero, e molto!"
"Allora prendimi. Fammi tuo, ora, finalmente. Riempimi con questo tuo meraviglioso arnese..."
Reinhardt lo fece stendere sulla schiena e dopo averlo di nuovo baciato e leccato per tutto il corpo, lo preparò per la penetrazione. Con destrezza lo mise in posizione, facendosi passare le gambe di Jakobus sulle spalle, assecondato volentieri dall'amante, e gli si immerse tutto dentro.
"Oh, Jakobus, è troppo bello!" mugolò in estasi.
"Sì, amore. Dai!" lo incitò il principe godendosi quello scettro poderoso ben affondato in lui. "Se io ero un puledro, fammi sentire che tu sei uno stallone di razza." lo incitò ancora. "Fammi sentire che sono tutto tuo!" insisté.
Reinhardt iniziò a muoversi avanti e dietro e mormorò: "Il fatto è che, anche così, io mi sento tutto tuo!"
"Mi ami, Reinhardt?"
"Sì, certo, con tutto me stesso."
"Ti piaccio?"
"Di più non sarebbe possibile."
"Ti piace prendere il mio culetto?"
"Mi fa morire di piacere!" rispose l'amante e continuando a battergli dentro con il suo sodo maglio, lo sollevò un po' dalle spalle in modo di poterlo anche baciare nella bocca.
Così strettamente uniti, con determinazione, muovendo con agilità ed abilità il bacino, Reinhardt stantuffò a lungo e con crescente vigore ed energia nel suo amato Jakobus. Questi gli pizzicò lieve i capezzoli e quella triplice azione, delle lingue che si cercavano e s'intrecciavano, delle dita che gli stuzzicavano e titillavano i sodi capezzoli, e del suo membro che incessante scivolava avanti e dietro nel foro caldo e stretto del suo amato, portarono velocemente Reinhardt all'orgasmo. Con un ultimo vigoroso colpo gli affondò tutto dentro, stringendolo a sé con forza, ed il suo seme eruppe, sgorgò, zampillò con vigore, e Reinhardt mugolò forte tutto il proprio intensissimo godimento.
"Oh, il mio maschio, il mio bel maschio!" gli sussurrò Jakobus felice, poi, serrandolo a sé, aggiunse: "No, restami dentro! Mi piace sentirlo palpitare mentre si ritira da solo..."
"Oh, amore, non vorrei mai staccarmi da te..."
"Ti amo!"
"Anch'io, mio principe!"
"Reinhardt... possibile che tu non riesca a dimen..." cominciò ad insorgere Jakobus.
"Ssst!. Tu sei il mio principe, perché lo sei diventato ora!" gli sussurrò dolce Reinhardt.
"Oh... sei un tesoro! Se io sono il tuo principe, tu sei la mia corona, il mio trono ed il mio scettro!"
"Ti sono corona con la bocca, trono quando mi prendi tu e scettro quando ti prendo io?" chiese scherzoso Reinhardt.
"Sì, anche così..." rispose sorridendo Jakobus.
Quando sentirono suonare le quattro, se pure a malincuore, decisero di separarsi e di rientrare.
"Reinhardt, sei capace di tornare indietro?"
"Non ne sono sicuro..."
"Ti accompagno io. Ma dovrai imparare la strada. E non solo fin qui, ma anche fino al mio studio e a poco a poco imparare tutte le possibilità. Potrebbe farci comodo un giorno scomparire in un corridoio ed apparire in una stanza..."
"Sì, mio amato, imparerò, non dubitare. Farò qualsiasi cosa pur di poter stare con te. Qualsiasi cosa."
Reinhardt s'impratichì presto e bene del sistema dei passaggi segreti.
Anche se il tempo che potevano passare in intimità era poco, troppo poco per tutti e due, passarono mesi felici. Quando facevano l'amore si univano con fantasia, con passione. A volte con estrema dolcezza, a volte con tutto il vigore della loro giovane virilità. Si amavano sempre più e si conoscevano sempre meglio. Quando erano in pubblico, uno era il principe ereditario e l'altro una delle sue guardie nobili. Ma quando erano soli erano semplicemente due amanti, senza più alcuna distinzione.
Jakobus compì i venti anni ed a corte si fece festa. Ricevette molti regali. Il cugino Johann gli regalò un prezioso set di due spadini da parata dalle else incrostate una di bassorilievi di avorio e l'altra di agata.
Quando gli poté parlare senza essere ascoltati, Johann gli chiese: "Allora, hai pensato alla mia proposta?"
"Sì. Ma non ho nessuna intenzione di sposarmi."
"Hai trovato un qualche amante?"
"E come? Mi sorvegliano notte e giorno..." mentì Jakobus che non voleva dirgli di Reinhardt.
"Se tu accettassi di fidanzarti, smetterebbero o rallenterebbero la sorveglianza, penso..."
"No, non cambierebbe nulla."
"Ti stai rovinando con le tue mani, Jakobus, a non seguire i miei consigli. Lo sai che io ti sono amico. Perché non mi permetti di aiutarti?"
"Come mi hai aiutato con Walterus?"
"Il tuo valletto? Non me l'hai ancora perdonata, eh? Ma io, che potevo fare?"
"Che hai tentato di fare? Nulla. Come posso credere alla tua amicizia se, quando ne ho bisogno davvero, tu ti tiri indietro?"
"Mi dispiace, Jakobus. Spero di poterti dimostrare un giorno che io ti sono amico, anche se ora tu mi rifiuti. Ma io non dimentico il nostro mese lassù. E vedo che neppure tu vuoi dimenticarlo: sono passati cinque anni eppure hai sempre il mio ciondolo alla cintura..."
"È stato un mese molto bello, quello. Il Johann di allora... io gli voglio ancora molto bene. Ma non riesco più a vederlo."
"Spero che tu riesca ancora a vederlo, un giorno. Ad accorgerti che sono io..."
Quella notte Reinhardt era di servizio, perciò poterono solo vedersi per pochi minuti nell'anticamera, da soli. Appena Reinhardt lo vide entrare, estrasse dalla giubba un pacchettino.
"Per i tuoi venti anni, amore!" gli sussurrò, "mettilo via ora, lo aprirai a letto..."
"Grazie. Mi sentirò meno solo, così, questa notte."
"Non sei mai solo: io ti penso continuamente, e veglio su di te."
Il rumore di una porta li sorprese. Reinhardt si irrigidì sull'attenti e Jakobus aveva posto la mano sulla maniglia della sua camera quando la porta del corridoio si aprì ed entrò l'attendente del re.
"Ah, voi! Che fate qui?" gli chiese Jakobus con freddezza.
"Sua Maestà vostro padre mi incarica di dirvi che domattina alle sette vi attende nel suo studio."
"Bene, grazie. Sapete per quale motivo?"
"Non sono autorizzato a parlarvene, Altezza Reale." rispose l'ufficiale a disagio.
"Questa volta, signor attendente, la vostra presenza qui è per qualcosa di piacevole o di spiacevole? Almeno questo, potete dirmelo?"
L'uomo strinse le mascelle e le labbra in una specie di gesto di stizza ma riprendendo immediatamente il suo atteggiamento formale, con una venatura di sfida nella voce, chiese: "Questa volta? Che intendete dire, Altezza Reale?"
"Già. L'altra volta, ricordate, veniste per portarmi al capezzale della Regina Madre morente..." rispose angelico il principe, "perciò vi chiedo se la vostra presenza qui sia altrettanto spiacevole per me come quella di allora..."
"Penso di potervi dire di no, Altezza."
"Meno male." sospirò Jakobus. Quindi facendo un morbido gesto con la mano, aggiunse: "Potete ritirarvi, ora."
L'ufficiale scattò in un saluto battendo i tacchi, fece dietrofront ed uscì impettito. Quando chiuse la porta e si udirono i suoi passi allontanarsi lungo il corridoio, Jakobus e Reinhardt si guardarono e trattennero a stento una risata. Jakobus lo salutò mandandogli un bacio ed entrò in camera sua.
Avrebbe voluto aprire subito il pacchettino del suo amante, ma questi gli aveva detto: quando sarai a letto. Allora s'avvicinò al letto ed infilò il pacchettino sotto i cuscini. Quindi chiamò il valletto che arrivò subito.
"Vorrei andare a letto, Roberto."
"Certo, vostra Altezza. Suono per il servizio."
"Non si potrebbe farne a meno? Ho compiuto vent'anni, ormai, so anche spogliarmi e lavarmi da solo!" esclamò esasperato il principe.
"L'etichetta, Vostra Altezza! Io devo suonare e..."
"Suona, suona. A quarant'anni dovrò ancora essere trattato come un bambino... gloria alla santa etichetta!" disse rassegnato.
E si sottopose al lungo e noioso rituale.
Quando finalmente, con la ridicola camicia da notte indosso, poté infilarsi a letto, dopo che il valletto ebbe tirato le cortine del baldacchino e si fu ritirato in camera, Jakobus tirò fuori da sotto il cuscino il regalo del suo amante.
Lo scartò con cura. C'era una scatoletta di legno. Ne fece scorrere il coperchio. Conteneva un orologio da tasca. Ne aprì la cassa d'argento: all'interno vi era un bassorilievo rappresentante due puledri rampanti che giocavano. All'interno del coperchio posteriore era inciso JSMFA e 12/5/1885 e sotto vi erano incise, stilizzate, una corona, un trono ed uno scettro. Jakobus sorrise e guardò ancora nella scatoletta di legno.
Il fondo era di velluto azzurro. Lo sollevò e come aveva pensato e sperato, c'era un minuscolo foglio di carta piegato in quattro. Lo aprì. In un'elegante grafia che doveva essere quella di Reinhardt, c'era scritto:
"Due puledri, sai chi sono. JSMFA sei tu, sopra alla tua corona, il tuo trono ed il tuo scettro che sono io... Auguri, amore."
Prudentemente non vi era la firma.
Jakobus baciò l'orologio. Poi ci ripensò. Scese dal letto, andò a piedi nudi fino alla porta dell'anticamera, la socchiuse e vi infilò la testa.
Reinhardt, che s'era alzato subito in piedi e messo sull'attenti, lo guardò e gli sorrise. Jakobus gli fece cenno di avvicinarsi. Quando gli fu vicino dette un'occhiata alle altre porte poi gli fece cenno di avvicinarsi di più e gli diede un rapido bacio.
"Grazie, amore" sussurrò.
"Ma, Altezza!" sussurrò l'altro fingendosi scandalizzato, poi gli diede anche lui un altro lieve bacio e subito tornò al suo posto.
Jakobus gli strizzò l'occhio, richiuse la porta e tornò a letto. Soffiò sulle candele, mise l'orologio accanto all'orecchio sul cuscino, e si accinse a dormire, pensando che quel tic tac erano i loro due cuori che battevano all'unisono. Decise che avrebbe sempre portato quell'orologio su di sé.
Il mattino seguente alle sette in punto, accompagnato dal suo attendente, si presentò allo studio del padre.
"Bene, figlio mio. Ti ho fatto venire ora perché poi ho la giornata piena. Oggi devo iniziare una serie di incontri con alcuni Ambasciatori. Per questo ti volevo parlare prima. Ormai sei grande. Credo che sarebbe bene per la tua formazione che tu vada a fare un giro nelle varie corti europee. Diciamo una corte ogni sei mesi circa. Ma prima di prendere accordi tramite gli Ambasciatori, volevo sentire il tuo parere."
"Sei mesi per ogni corte? Questo vuol dire che dovrò restare assente, lontano da qui, per anni..."
"Andrai e verrai. Sarai tre o quattro mesi ospite dei nostri vari cugini o alleati, poi un paio di mesi qui..."
"E dovrei andare da solo? Senza nessuno che mi accompagni?"
"Beh, no, il tuo attendente, un valletto, una guardia, un lacchè... il minimo. Non è opportuno andare più numerosi... vorresti altri?"
"Beh... forse un nobile di questa corte, più o meno mio coetaneo..."
"Hai in mente qualcuno?"
"Mio cugino Johann Mattia, per esempio."
"No, ho dei compiti per lui. Qualcuno che non abbia incarichi a corte."
"Allora dovrei pensarci. E... è proprio necessario che venga anche il mio attendente?"
"Perché, hai lamentele sul suo conto? Mi pare che sia un ottimo ufficiale."
"Molto formale e noioso, ma sì, un buon ufficiale, efficiente. Se però potessi avere un attendente più giovane, almeno durante i miei viaggi all'estero..."
"Non ne vedo la necessità."
"Come credete voi, padre. Riguardo al valletto, potrei avere Petrus?"
"Sì, certamente."
"E come guardia nobile... Reinhardt Martinus." disse e il cuore prese a battergli forte.
"A dire il vero è l'unico non nobile, ma... va bene. Per lo meno fa bella figura. Allora siamo d'accordo. Mi farai sapere da chi fra i giovani nobili intenderesti fatti accompagnare, purché non abbia incarichi a corte, come ti ho detto. Comincerò a prendere i necessari accordi..."
"Grazie. Posso andare, ora?"
"Sì, certo. Ah... i tuoi tutori sono contenti di te, ed ho buoni rapporti da ogni parte... Spero che tu stia finalmente mettendo la testa a posto, figlio mio."
"Sto facendo del mio meglio, padre."
"Bene. Ti farò sapere, dunque. Ti farà bene visitare le altre corti. Aprirà i tuoi orizzonti e ti permetterà di stringere interessanti ed utili relazioni. Prima di ogni viaggio ti parlerò delle varie corti e dei personaggi di cui diffidare e quelli di cui fidarti... Puoi andare."
"Grazie."
Jakobus uscì da quel colloquio piuttosto felice. Era riuscito ad avere con sé Reinhardt, e questa era l'unica cosa che veramente gli stesse a cuore. Disse al proprio attendente che voleva andare a parlare col cugino, il duca Johann. Quando fu solo con questi, gli disse del progetto dei suoi viaggi.
"Ascolta, Johann, ora puoi dimostrarmi la tua amicizia..."
"Dimmi." rispose l'altro illuminandosi.
"Durante questi viaggi vorrei potermi divertire. Capisci che cosa intendo, no?"
"Sì, certo."
"Ma avrò fra i piedi il mio attendente..."
"Già."
"Allora ho chiesto a mio padre di avere anche un altro accompagnatore, un nobile più o meno della mia età. Mi ha detto di scegliere chi voglio, purché non abbia incarichi a corte. Io infatti gli avevo proposto te, ma appunto ha posto questa condizione. Ora io ho bisogno di un... complice. Perciò vorrei che tu mi trovassi questo accompagnatore, la persona adatta."
"Uno sui venti anni e che come noi ami i maschi, cioè."
"Esatto."
"Forse conosco la persona adatta. Oltretutto è anche un bel ragazzo. Simpatico e soprattutto insospettabile."
"Chi è? Lo conosco?"
"Sì, certo. È il conte Franz Julius."
"Chi, il cadetto dell'Ammiraglio?"
"Sì, proprio lui."
"Non credevo che fosse uno dei nostri. È sempre circondato da donne..."
"Un'abile mascheratura."
"Che può farmi comodo."
"Sì, vuoi che gliene parli?"
"Sì. E se accetta, fammi incontrare con lui al più presto."
"Dovrò dirgli che anche tu..."
"Certo. Sei sicuro che sappia tenere il segreto?"
"È una sua virtù. Non sono riuscito a sapere da lui un solo pettegolezzo. Nonostante sia così estroverso, tiene la bocca cucita su ciò che viene a sapere dagli altri o sugli altri. Per questo ho pensato a lui."
"Molto bene. Ha la mia stessa età, vero?"
"Sì, esatto, un paio di mesi più di te. C'è altro che posso fare per te?"
"No, grazie. Resto in attesa."
Quella notte, quando fu con Reinhardt, gli disse dei viaggi.
"Oh dio! E per tre, quattro mesi non potremo vederci?" gemette l'amante.
"Macché. Tu verrai sempre con me!"
"Davvero?"
"Certo. Questo non vuol dire che ci sarà facile fare l'amore, però."
"Ma almeno ti vedrò..."
"Sto cercando di fare in modo di riuscirci, comunque, a fare l'amore con te."
"Sarebbe splendido."
"Lo sai che ti amo tanto?"
"Sì, lo so."
"Allora che aspetti a metterti a fare l'amore con me?" concluse allegro il principe.
Tre giorni dopo Johann accompagnò il conte Franz nello studio di Jakobus e li lasciò soli.
"Accomodatevi, conte."
"Grazie, Altezza."
"Il duca vi ha accennato?"
"Sì, e la cosa sembra molto interessante."
"Vi piacerebbe accompagnarmi?"
"Di molto!"
"Vi ha detto il vero scopo per cui ho chiesto la vostra compagnia?"
"Certamente. E vi ringrazio per la fiducia dimostratami nel farmi sapere delle vostre... inclinazioni."
"Beh, io so delle vostre..." disse sorridendo Jakobus.
Anche l'altro sorrise: "È naturale."
"Ed inoltre mio cugino il duca Johann garantisce che voi sapete tenere i segreti."
"Senza dubbio."
"Ora, se io vi svelo un altro segreto, vi impegnate a tenere anche questo?"
"Vi do la mia parola, Altezza Reale."
"Bene. Quanto sto per dirvi non lo sa nessuno qui a corte, neppure mio cugino il duca Johann. Ma se mi dovete accompagnare, voi dovete esserne a conoscenza."
"Potete fidarvi di me."
"Ecco, io in realtà non ho bisogno della vostra complicità e del vostro aiuto per cercare delle avventure all'estero..."
"Ah no?"
"No. Perché il fatto è che io ho già un amante qui a corte."
"Non capisco... e avete scelto me come vostro accompagnatore? Non poteva accompagnarvi il vostro amante?"
"Sì, lui mi accompagnerà. Ma c'è un problema. Lui è... una delle mie guardie."
"Una delle... quale delle due qua fuori?"
"Nessuna delle due. Un altro. Come vi ho detto, siete il primo a saperlo. E saprete anche di chi si tratta, è logico. Ma mi accompagneranno anche un mio valletto, il mio attendente ed un lacchè. Ed i primi due mi sorveglieranno. Voi dovrete aiutarmi a... neutralizzarli."
"In modo che voi possiate appartarvi tranquillamente con il vostro amante..."
"Esatto. Mi aiuterete?"
"Certamente! Farò del mio meglio. Ma, scusate la mia domanda... è il vostro amichetto o... o lo amate?"
"Ci amiamo. Lo amo enormemente."
"Oh, povero amico mio!"
"Perché?"
"Perché è duro dover amare fra mille ostacoli e difficoltà."
"Sì, ma come vi ho detto, anche lui mi ama, con tutto se stesso. Perciò mi ritengo fortunato."
"Se amaste un vostro pari sarebbe tutto molto più semplice. Ma all'amore non si comanda, non è vero?"
"Verissimo. E comunque l'amore ci rende pari."
"Sì, io lo capisco. Ma la società no. E la società sa essere crudele, specialmente con quelli come noi. Deve essere una persona eccezionale questa guardia, per aver conquistato il cuore dell'erede al trono."
"Lo è. Ve ne renderete conto anche voi, penso."
"Non vedo l'ora di conoscere il vostro fortunato amante."
"Posso quindi fare il vostro nome al re mio padre?"
"Ve ne sarei grato. Anche per me questa serie di viaggi sarà un'esperienza istruttiva e preziosa."
"E... conte, spero che diventeremo amici."
"Ne sarei veramente onorato, Altezza Reale." rispose il conte ed i due giovani si strinsero la mano.
Jakobus poi raccontò tutto a Friedrich.
Il fratello gli chiese: "Perché fra i valletti hai scelto Petrus?"
"Per due motivi: è quello che mi conosce da piccolo e quindi è il più affezionato a me. E inoltre è quello che dorme più sodo la notte... Sentissi come russa! Perciò è quello che mi creerà meno problemi."
Friedrich rise, poi aggiunse: "Se solo non ci fosse il tuo attendente..."
"Spero di riuscire a neutralizzare anche lui."
"Con l'aiuto del conte?"
"Appunto."
"Che tipo è il conte?"
"Molto simpatico. E soprattutto fidato."
"Mi piacerebbe poter venire con te..."
"Anche io ne sarei felice. Ma sai come sono le regole qui a corte. Io e te non potremo mai viaggiare assieme, purtroppo."
"Va tutto bene con il tuo Reinhardt?"
"Meravigliosamente. Sono l'uomo più fortunato della terra, ad essere amato da lui."
"Da quando sei con lui, sei rifiorito. Gli sono grato e gli voglio bene anche solo per questo."
"Gli vuoi bene?"
"Sì, certo. Perché tu gli vuoi bene e perché lui vuole bene a te."
"Grazie..."
"Io e te sempre uniti, non ricordi?"
"Sì, certo. Sono anche fortunato ad avere un fratello come te."
I preparativi per i viaggi procedevano alacremente. Il primo "invito" venne dalla corte di Berlino. Poi da quella di Londra, poi da quella di Vienna quindi dalla corte di Roma.
Reinhardt fu avvertito che per ogni viaggio avrebbe ricevuto il soldo doppio e questo lo divertì. Petrus era eccitato e felice di poter viaggiare. Il conte Franz Julius per l'occasione fu nominato Cavaliere dell'Ordine di San Martino, così nelle corti straniere avrebbe potuto sfoggiarne il bel collare. E Friedrich, spiando dai corridoi del passaggio segreto, sorprese un colloquio del padre con l'attendente del fratello. Il re diceva all'ufficiale che aveva ragione di credere che suo figlio avesse messo la testa a posto e che, tanto più all'estero, si poteva rallentare la sorveglianza e che comunque poteva alternarsi con il conte Franz... Friedrich corse a dare la buona notizia al fratello.
Si avvicinava la data della partenza per Berlino. Si rinnovò il guardaroba di Jakobus, ma anche dei suoi accompagnatori. Petrus ebbe delle livree nuove e Reinhardt fu nominato capo-manipolo, così poteva indossare uniformi più eleganti e più gallonate. Insomma, si cercava anche con questi mezzi di dare lustro alla piccola comitiva del principe ereditario.
Poco prima della partenza il re, assieme al Primo Ministro, al Ministro degli Esteri e all'Ambasciatore a Berlino, illustrarono a Jakobus la situazione della corte di Berlino. Gli furono consegnate alcune lettere, sia ufficiali che private quindi, accompagnati dall'Ambasciatore che tornava a Berlino, partirono. Il corteo era composto di sei carrozze scortate fino al confine da cavalleggeri. Reinhardt dovette viaggiare in una carrozza con Petrus e con il lacchè. In una c'era la moglie dell'Ambasciatore ed i suoi figli, in una Jakobus con Franz, in una l'attendente con l'Ambasciatore, e due trasportavano solamente bagagli.
"Vostra Altezza mi permette di dire una cosa?"
"Certo, conte."
"Il vostro amante è molto bello, ha un volto simpatico, occhi intelligenti, ed è... sensuale..."
Jakobus sorrise e disse: "Ma soprattutto è buono, onesto, sincero, forte, tenero... e tante altre cose."
"Non ne dubito, ma io per ora ho potuto notarne solamente l'aspetto esteriore e già solo questo è notevole. Ma, mi chiedo, voi ne siete innamorato e dite che lui lo è di voi..."
"Infatti." rispose con occhi luminosi Jakobus.
"Perciò, logicamente, la vostra non sarà una relazione passeggera."
"Certamente no."
"Per quanto tempo riuscirete a tenere il vostro segreto? E quando non fosse più tale, come reagirà la corte? Vi aspetteranno momenti, anzi, più che solo momenti, molto duri. E se anche riusciste a vivere a lungo, diciamo per sempre, in segreto questa vostra relazione, non potrete essere voi stessi che nei momenti di intimità... cioè di rado. Anche ora, lui deve viaggiare con i servi e voi con me, quando sarebbe così bello, e giusto, che qui con voi ci fosse lui..."
"Sappiamo tutti e due che sarà dura e difficile. Siamo disposti entrambi a lottare, a tener duro per il nostro amore. E io ho un vantaggio, ho mio fratello Friedrich e voi, che sapete e mi aiutate, e mio cugino il duca Johann che pure mi può dare una mano, tre persone con cui posso sfogarmi, a cui posso chiedere consiglio, sostegno, con cui confidarmi. Lui invece non ha nessuno, ha solo me."
"Sì, capisco. Non so se invidiarvi per il vostro bell'amore, o se compiangervi per le difficoltà e gli ostacoli in cui lo dovete vivere. Avete comunque tutta la mia simpatia, Altezza."
"Vi ringrazio. Ma voi, conte, non avete un amante?"
"No, per ora no. Qualche avventura, o le feste con i ragazzi..."
"Quei ragazzi che sono pagati per... compiacere, vero?"
"Sì. Per lo più sono militari, ma anche qualche lavoratore, o qualche rampollo di famiglie piccolo borghesi."
"E lo fanno per danaro."
"Di solito lo fanno perché a loro piace e se per giunta possono anche ricavarci qualche guadagno... non lo rifiutano certo."
"Ma... quando fate queste... feste, la servitù non... capisce?"
"Oh, ma anche la servitù è... dei nostri, per così dire. Chi di noi ha servi così, li porta alla villa per il servizio."
"E fate l'amore tutti assieme?"
"Sì e no. Se si desidera, ci si ritira in una stanza con il ragazzo che si è scelto, ma se si vuole ci si trova anche a gruppetti... o si passa da un gruppo all'altro, in massima libertà. Sembrate sorpreso, Altezza..."
"Sì, non avrei mai immaginato che potesse esistere una cosa del genere..."
"Non vi piacerebbe parteciparvi?"
"No. Non ora che sono innamorato..." rispose sorridendo Jakobus.
"Ah, l'amour, l'amour!" esclamò il conte rispondendo al sorriso, poi abbandonandosi sullo schienale, disse: "Sapete, Altezza Reale, che alla festa di presentazione m'ero quasi infatuato di voi?"
"Davvero?"
"Sì, specialmente quando dopo la cerimonia siete venuto a parlare con ognuno di noi... Eravate così affabile, cortese, brillante... Così bello nella vostra alta uniforme con le vostre insegne... Eravate, se mi permettete, il vero Principe Azzurro delle fiabe."
"Credete ancora alle fiabe, signor conte?" chiese sorridendo Jakobus.
"Sì, in parte. D'altronde non è forse una bella fiaba che una semplice guardia nobile sia amata dal principe ereditario?"
"Grazie al cielo no, non è una fiaba, è una bella realtà." rispose ridendo Jakobus, poi aggiunse, "Ma è strano che un sognatore quale voi mi sembrate, non abbia avuto una storia d'amore."
"Oh no, non l'ho ora, ma l'ho avuta. Purtroppo però è finita. O forse non era mai cominciata. Non per lui, per lo meno. Ero io che mi illudevo e che lo amavo perdutamente..."
"Vi fa ancora male?"
"Non più. Avevo sedici anni, lui ne aveva trentuno. Era un amico di mio padre. Ospiti a casa sua, quell'estate, mi sorprese una volta nel giardino del suo Palazzo che spiavo una coppia di suoi servi che stava amoreggiando. La servetta l'aveva estratto dai calzoni al servo e glielo stava baciando. Io li spiavo, affascinato... quando mi sentii una mano su una spalla. Mi sentii gelare. Era lui. Mi fece allontanare senza disturbare i suoi servi... E mi chiese se non avessi mai visto quelle cose. E di parola in parola, mi chiese se volevo provare a fare con lui ciò che la servetta stava facendo al garzone... Io avevo già avuto qualche esperienza con ragazzi della mia età, amici, parenti... Accettai subito.
"Adoravo quell'uomo. Divenni il suo amante, e lo fui per quasi due anni. Facevo qualsiasi cosa mi chiedesse, per compiacerlo. Ma lui, oltre ad essere sposato, aveva anche un amante, un uomo di ventinove anni. Così, dopo diversi mesi che faceva l'amore con me, mi parlò di lui e mi chiese di soddisfare anche il suo amante... e si iniziò a fare l'amore in tre. E gradualmente mi accorsi che io ero solo un di più, fra di loro. Loro due si amavano, credo. Quanto a me, mi usavano per il loro piacere. Un giorno mi portarono ad una di quelle feste... Fu lì che decisi di lasciarli. E mi ubriacai di sesso. Da allora passai di letto in letto, di avventura in avventura. Mai due volte di seguito con lo stesso uomo, con lo stesso ragazzo. O meglio, se capita di farlo di nuovo con lo stesso uomo, è solo a distanza di tempo, dopo molte altre avventure. Perché non voglio legarmi più a nessuno..."
"Finché non troverete il vero amore..."
"Sì, ammesso che esista. Ma non ho ancora compiuto ventuno anni, c'è tempo."