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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA GABBIA DORATA 9 - JAKOBUS RE - LA REGINA MADRE
APRE LE OSTILITÀ

Venne il giorno dell'incoronazione. Tutti i regnanti e gli altri invitati erano già nella Cattedrale, come pure la famiglia di Jakobus. Questi, indossate sulla bianca uniforme le insegne dell'Ordine di San Martino, cavalcando un cavallo bianco, scortato da tutti i cavalieri dell'Ordine e da due drappelli di cavalleggeri, fra due ali di folla festante, uscì dal Palazzo e si recò fino alla Cattedrale. Qui giunto, fra lo scampanio festoso di tutte le campane, scese da cavallo, affidò il mantello cremisi ed oro al Siniscalco ed entrò a piedi lungo la navata, fra squilli di tromba.

All'altare maggiore lo attendeva l'Arcivescovo, affiancato dal Vescovo zio e da altri prelati, il Primo Ministro, il Cerimoniere maggiore, il Capo di Stato Maggiore ed il Capo della Consulta Araldica.

Questi gli chiese: "Chi sei?"

"Sono Jakobus Stefan Maria Friedrich Augustus, primogenito di Re Heinrich IV."

"Che cosa chiedi?"

"Che mi sia riconosciuto il titolo di re che mi compete."

"Così sia!"

Allora Jakobus salì fino all'inginocchiatoio. L'Arcivescovo eseguì l'unzione del polso destro e fra le spalle, sotto al collo, recitando le formule prescritte. Il Cerimoniere maggiore fece un cenno e due nobili posero sulle spalle di Jakobus il manto di velluto azzurro decorato con piccoli ricami d'oro in forma di una colomba in volo che regge una croce, simbolo araldico del re. Quindi l'Arcivescovo dette inizio alla messa solenne, interrotta dalle varie fasi della cerimonia. Dopo la prima lettura furono consegnate a Jakobus la Spada della Fede e quella della Giustizia, che cinse al fianco. Dopo il vangelo l'Arcivescovo pose la corona in capo a Jakobus ed il Vescovo zio gli consegnò lo scettro.

Terminata la messa solenne con il canto del Te Deum, il nuovo sovrano, Jakobus III, scese lungo la navata e salì sulla carrozza scoperta che lo attendeva per riportarlo a Palazzo. Qui giunto vi fu la cerimonia dell'accessione al trono. Quindi il Primo Ministro, il Capo del Consiglio della Corona ed il Capo della Consulta di Casa Reale presentarono le dimissioni dei rispettivi organismi al nuovo re, che le accettò. Vi fu quindi il rito di obbedienza della nobiltà, a partire dal fratello del re.

Seguirono tre giorni di festeggiamenti durante i quali il re riformò il Gabinetto dei Ministri, ricevendone il giuramento, nominò il nuovo Consiglio della Corona e la nuova Consulta.

Il quarto giorno vi fu la cerimonia delle investiture nobiliari, fra cui quella di Reinhardt a conte, ed il conferimento del collare di San Martino a suo fratello Friedrich. Dopo di che Reinhardt fu nominato attendente privato del re. Jakobus dette incarico a Friedrich e Franz Julius di preparare un piano di riforma dell'etichetta di corte, semplificandola e modernizzandola. Reinhardt, come attendente del re, ebbe una camera comunicante direttamente con quella di Jakobus, così, finalmente, poterono ricominciare a dormire assieme.

La prima notte in cui questo fu possibile, per i due amanti fu una vera festa.

"Come ti senti, come re?"

"E tu come conte?"

"Proprio come prima!"

"Io no, molto più appesantito di prima. La corona pesa, molto, anche quando non la cingo in capo."

"Ma ora, amore, tu non sei re né io conte. Siamo solo io e tu, quelli di prima, quelli di sempre."

"Oh Reinhardt, che farei mai senza di te?"

"Sai che mi piaci più nudo che vestito da re?"

"Sì?"

"Sì. Sei bellissimo anche vestito da re, ma io ti preferisco così, nudo. Almeno posso carezzarti, baciarti, leccarti tutto..."

"E allora fallo, ne ho davvero bisogno..."

"Sì, amore."

"Come io sento il bisogno di farlo a te."

"Sono qui per te, amore mio."

"Mettimi il tuo bel palo in bocca, amore!"

"E tu a me... Ho sete di te."

I due si unirono, fra i bianchi veli che scendevano dalla grande corona di stucco a formare il baldacchino che racchiudeva il grande letto. Sulle candide lenzuola i due corpi fusi si muovevano languidi, ognuno proteso a dare piacere all'altro. Presto Jakobus dimenticò tutte le sue preoccupazioni, conscio solo del corpo dell'amato. Si girarono per baciarsi, si rigirarono per unirsi ancora.

"Voglio ubriacarmi di te, Reinhardt. Placa la mia sete."

"Più tardi... ora ti voglio in me... prendimi..."

"Sì, amore, tutto quello che vuoi... Lo sai amore che tu, avendo in mano me, hai in mano tutto il regno?"

"Oh no! Io voglio solo te. Prendimi, dai..."

"Sei un maschio bellissimo. Sei erotico, virile, sensuale. Solo guardarti è già un godimento."

"Fammi tuo..." ansimò Reinhardt offrendoglisi.

Jakobus si tuffò in lui. Il volto dell'amante si illuminò in un ampio sorriso: "Oh, sì, così... dai... fammi sentire la tua forza..."

"Oh, amore... in tutti questi giorni... ho sognato te... così..."

Fecero l'amore dimentichi di tutto, anche del tempo che passava.

Quando giacquero, finalmente appagati, Reinhardt gli disse: "Lo sai che il tuo sapore mi piace sempre di più? Lo riconoscerei fra mille!"

"Ehi, non provarci mica!"

"Sei geloso di me?"

"Se tu lo facessi, sì. Ne morirei."

"Ma io non ti tradirò mai. Sai che il mio aiuto, quando ero in caserma, nei giorni passati, ci ha provato con me?"

"È carino?"

"Sì, molto. Ma io gli ho fatto capire che a me non piacciono gli uomini..."

"Che bugiardo!"

"No che non sono un bugiardo. A me davvero non interessano gli uomini, ma un uomo solo, tu! E tu, mi tradirai mai?"

Jakobus rise e disse: "Non ne avrei nemmeno il tempo. E poi tu mi sorvegli, no?"

"Ma se potessi?"

"Beh, se potessi... c'è un uomo che vorrei far cadere ai miei piedi..."

"Chi? Franz Julius?"

"Ma no, sciocco! Il mio attendente privato!"

"Quello? Ma quello è già ai tuoi piedi."

"A me pare piuttosto che mi stia sopra, in questo momento."

"Ti peso?"

"Mai peso è stato più dolce. Sai, vorrei essere un poeta, invece che un re..."

"Ah sì? E perché?"

"Per scrivere poemi in tuo onore."

"Li stai scrivendo, col tuo corpo sul mio..."

Jakobus gli carezzò il membro nuovamente morbido. "Ti ricordi quando lo feci quella prima volta?"

"Sì, eccome. Ora sono contento che tu l'abbia fatto."

"Ma lì per lì eri arrabbiato con me, vero?"

"No, arrabbiato no... Ma pensavo che tu ti volessi solo divertire con me. Io invece ero già innamorato."

"Sì, in quel momento, è vero, volevo solo divertirmi con te, sfogarmi... Ora me ne vergogno un po'."

"Ti capisco, sai? Eri compresso, sorvegliato, pieno di voglia... E io ero lì, a portata di mano. Meno male che non ci hai provato con un'altra delle guardie..."

"No, mi sentivo già attratto da te. Lo sai che anche Friedrich e Franz Julius mi hanno detto che tu eri il più bello fra le mie guardie nobili?"

"Oh, davvero? Non me ne sono mai accorto. Ce ne sono altri molto belli."

Jakobus amava la modestia e la semplicità del suo amante.

Ma quello di cui ancora non si era reso conto è che il fatto che lui avesse creato conte e suo attendente personale una semplice guardia, aveva suscitato invidie e mormorii, rafforzati dai cambiamenti che stava introducendo nella vita e nell'organizzazione della corte. Lo stesso fatto che lui, ad imitazione della corte inglese, al di fuori delle cerimonie ufficiali vestisse abiti borghesi, suscitava critiche specialmente fra la nobiltà più vecchia e tradizionalista. E fra i suoi segreti oppositori, c'era anche sua madre...

Nei primi mesi tutto sembrò filare liscio. A corte fu data una bella festa in cui si annunciò il fidanzamento di Friedrich con la sua Theresa. Questo, almeno, piacque alla corte. Dopo la festa di fidanzamento, Friedrich e Theresa chiesero udienza al re.

Quando furono soli con lui, nel suo studio privato, la contessina ad un certo punto disse: "Se posso avere l'ardire di parlare a Sua maestà..."

"Certo, dite, contessa..."

"Ecco, io avrei preferito che fosse vostro fratello, il principe Friedrich a dirvelo, ma... Lui afferma che è meglio che ve lo dica io..."

"Sì?"

"Ecco, Vostra Maestà, deve perdonarmi ma... io da tempo so di mio fratello Franz Julius e la cosa non mi ha mai turbato... Vostra Maestà, dimostrandomi una grande fiducia, ha voluto che io fossi messa a conoscenza di... di Vostra Maestà e del conte Reinhardt. Ebbene io... auguro a Vostra Maestà ogni felicità col conte e... e so che... ecco, voglio dire, come potete contare su vostro fratello il principe Friedrich, così voglio sappiate che potete sempre contare anche su di me..." concluse la giovane tesa e confusa.

Jakobus le sorrise: "Vi ringrazio, vi ringrazio di cuore. Visto che sarete mia cognata, mi è sembrato giusto che anche voi sapeste. La vostra reazione mi allarga il cuore. È raro trovare tanta buona disposizione d'animo, purtroppo."

"Sì, lo so, ed è ingiusto. Anche mio fratello Franz Julius ha le sue difficoltà, dovute alla meschinità della gente. Per questo posso capirvi e... simpatizzare con voi di tutto cuore."

"Siete molto buona..." disse Jakobus.

"Sì, per questo la amo, fratello mio!" disse radioso Friedrich.

Ma appunto, non erano tutte rose e fiori. La regina madre Margaretha, memore della "scappatella" del figlio con il valletto, che lei in cuor suo non gli aveva mai perdonata, s'insospettì e fece spiare il figlio. Non riuscì ad avere le "prove" che cercava, ma mettendo assieme vari indizi, si convinse che Jakobus e Reinhardt fossero amanti. Così chiese un colloquio al figlio.

"Ascoltatemi, Jakobus. Voi ora siete il re, ma io sono sempre vostra madre."

"Certo, maman." rispose Jakobus stupito per quell'inizio così battagliero.

La donna continuò: "Ora mi è evidente che voi avete una tresca amorosa con il vostro attendente! Un semplice soldato creato conte. Volete negarlo?"

"Voi, maman, chiedete conto a me delle mie azioni private?"

"Sì, certo, e credo di avere il diritto di pretenderlo!"

"Oh, no, maman, vi sbagliate. La mia vita pubblica appartiene a tutta la nazione, quindi anche a voi. La mia vita familiare appartiene alla mia famiglia, quindi anche a voi. Ma la mia vita privata appartiene solamente a me!"

"Bene. Questa vostra risposta conferma i miei sospetti. Non vi vergognate, dunque?"

"Dovrei?"

"Non siate impertinente! Questa vostra tresca, questo vostro capriccio deve cessare! È la legge che ve lo chiede, la morale, il buon senso, la religione e... e... e vostra madre!"

"Mi pare che qui dentro, se vi è impertinenza, sia la vostra, maman!" rispose gelido Jakobus.

"Io... io ho il diritto di chiedervi di cessare questo rapporto immorale. Voi così offendete Dio, la nazione, la famiglia e me!"

Jakobus si guardò le mani, cercando di mantenere la calma: "Maman..."

"Non sono più vostra madre, finché non cesserete..."

"Bene, Altezza Reale!" disse allora Jakobus scattando in piedi, "da quale pulpito viene la predica, dunque! Voi, che ancor vivo vostro marito, re Heinrich IV, lo tradivate con il signor Comandante della Guardia Nobile!"

"Come osate! È una vile menzogna!"

"Suvvia, Altezza reale! Vi ho visto con questi miei occhi fra le braccia di quell'uomo! Non potete negarlo proprio a me! E voi, dunque, vorreste parlare di morale a me?"

"Ma... ma... ma almeno lui è un uomo!"

Jakobus rise: "Sì, anche il mio attendente è un uomo. Siamo pari, Altezza Reale, abbiamo gli stessi gusti."

"Non siate ignobile e... e... e assurdo! Quello che io faccio, almeno è... è naturale."

"Oh oh! Naturale tradire vostro marito a cui avevate giurato fedeltà davanti a Dio ed agli uomini? Io almeno non tradisco nessuno..."

"Voi... voi... Farò del tutto per separarvi da lui!"

"Ah, bene. Volete guerra? E guerra sia. Ricordatevi solo che io sono il re!" disse Jakobus, poi di colpo si calmò. Con tono normale disse allora: "Perché non cerchiamo di parlare? Perché non cercate di capire? Sto con un uomo, sì. Ma io lo amo e lui ama me..."

"Ah, amore! Fra due uomini! Non siate patetico."

"No. Non più patetico comunque di una donna di cinquantatré anni che ha per amante un ufficiale di trentanove anni!"

"Oh, siete odioso!"

"Mi dispiace. Vorrei davvero che cercaste, tentaste almeno, di capire... se ancora avete un po' di amore, di affetto per me." disse Jakobus accorato.

"Capire! Capire! Non sapete dire altro. Come posso capire la vostra vita di peccato. Ed avete anche il coraggio di fare la santa comunione!"

"Quanto a questo anche la vostra è una vita di peccato, eppure anche voi fate regolarmente la santa comunione..."

"Non sono qui per farmi giudicare da voi!"

"Né io sono qui per farmi giudicare da voi!"

"Bene. Vedo che è inutile continuare questo discorso. Non c'è peggior sordo di chi non vuole ascoltare!"

"Parlate di voi stessa?"

"Non finirà qui..."

"Non ne dubito."

"Vedremo chi è più forte."

"Come volete voi, Altezza Reale." rispose secco Jakobus.

Convocò subito Reinhardt, Friedrich e Franz Julius e li mise al corrente dello scontro con la madre.

"Non avresti dovuto metterti contro la regina..." disse Reinhardt.

"E tradire il nostro amore, forse?" rispose Jakobus.

"No, era inevitabile, povero fratello mio..." disse Friedrich.

Discussero su cosa fare. Franz Julius consigliò di mettere al corrente del problema anche il duca Johann.

"Lui è nel Gabinetto dei Ministri, ora. Ci farà comodo avere un alleato anche lì dentro."

"Sì, è giusto." assentì Friedrich.

Allora Jakobus convocò Johann e gli raccontò tutto.

"Così sei l'amante del tuo attendente da ben due anni, ormai! Sei riuscito a tenere a lungo il tuo segreto. Ma ora... ora inizieranno tempi duri per voi due."

"Mi aiuterai?"

"Farò del mio meglio. Davvero, questa volta."

"Sono stati già due anni duri, Johann, sia per me che per il mio Reinhardt."

"Vi amate davvero?"

"Moltissimo."

"Mi sento un po' responsabile, sia perché sono io che t'ho introdotto a questa inclinazione, sia perché io per primo attirai la tua attenzione su quella guardia... Ma se davvero vi amate... vi aiuterò in tutto quello che posso. Chi altri qui a corte sa di voi due?"

"Mio fratello Friedrich, la sua fidanzata, il conte Franz Julius... e mia madre, ora."

"Già. Tua madre ha delle prove?"

"No, ma non ne ha bisogno."

"Puoi sempre negare."

"A che pro? Le crederanno. Fossero altri a dirlo... ma se è una madre a dirlo del figlio... le crederanno di certo."

"Temo che tu abbia ragione. È guerra con tua madre, perciò."

"Sì. È lei che la vuole."

"Bene. In guerra vince chi attacca di sorpresa, spesso."

"Cioè?"

"Toglile il suo amante."

"Sarebbe un colpo basso..."

"Credi che lei non lo farebbe a te, se potesse? Falle vedere che non le conviene averti contro."

Jakobus era incerto. Ma alla fine accettò quel consiglio. Chiese a Reinhardt chi, fra i suoi ex colleghi, stimasse come la persona piu fidata e degna, più intelligente e preparata. Reinhardt gli fece tre nomi. Jakobus si fece descrivere il carattere dei tre. Alla fine ne scelse uno. Nominò il vecchio comandante, l'Amante della regina, attaché militare presso la loro Ambasciata a Lisbona e nominò il nuovo comandante della guardia nobile. Era il barone Richard Ludwig, un uomo di trentasei anni sposato e padre di tre figli. Adorava la moglie e questa era una garanzia per Jakobus.

Contrariamente a quanto s'aspettava, la madre non andò a protestare da lui. Temendo il peggio, cercò di spiare, o di far spiare dai passaggi segreti la madre, dal fratello e da Reinhardt. Ma non potevano sorvegliarla in continuazione. Però la contessina Theresa disse a Friedrich che la regina madre stava raccontando, con aria affranta, in gran segreto, ad una ad una a tutte le sue dame di compagnia che il figlio, il re, aveva una relazione sessuale con il suo attendente. E così presto tutta la corte lo venne a sapere.

Se ne accorse Reinhardt, che cominciò a sentirsi guardare con strane occhiate, con sorrisetti, e a volte essere fatto segno a battutine sarcastiche.

"Oh, ecco il signor attendente personale del Re..." dicevano, con una particolare enfasi su quel "personale". Oppure: "Siete stato fatto conte dal Re per i vostri servigi?" e quel "servigi" era detto con tono ambiguo.

Reinhardt, per non angustiare il suo amante, non gli disse nulla e reagiva a quelle battute come se non ne cogliesse il senso. Ma prima Franz Julius, poi Johann le sentirono e, oltre a rispondere a tono al posto di Reinhardt, ne avvertirono Jakobus. Questi allora ne parlò col suo uomo.

"Oh, Jakobus, sono solo sciocchezze... non bisogna dargli peso."

"Stanno cercando di renderti impossibile la vita qui a corte, quegli ipocriti. Perché non provano a farle a me le loro battute velenose?"

"Non riusciranno a rendermi la vita impossibile. Loro non contano, per me. Possono dire quel che vogliono, io resterò sempre al tuo fianco. Si stancheranno prima loro di me, vedrai..."

"Siamo solo agli inizi, Reinhardt..."

"E arriveremo fino alla fine. Nessuno potrà distruggere il nostro amore."

"Sono perfidi."

"Sono sciocchi e meschini. Io ti amo, Jakobus. Solo questo conta, no?"

"Sì, amore. Ma loro ti prendono in giro? Ed io farò di te un duca, un principe!"

"No no, non ti abbassare al loro gioco. E poi, se tu facessi di me un principe, penserebbero subito a chiamarmi principessa..."

"Ci provino!"

"Ci proverebbero. No, lascia perdere. Non mi fanno paura. Pensa a far bene il re, non occuparti di queste sciocchezze."

Friedrich convinse Jakobus a dire alla loro Stefanie della sua relazione con Reinhardt: "Tanto ormai lo verrebbe a sapere, ed è meglio che lo sappia da te, non da voci di corridoio. Diglielo tu ed avremo un'alleata in più."

Così Jakobus parlò con Stefanie. La ragazza si schierò immediatamente dalla parte del fratello, senza la minima esitazione. E anzi, avendo ormai compiuto diciotto anni, disse a Reinhardt che si aspettava di essere invitata da lui nei balli di corte.

"Voglio vedere se maman avrà qualcosa da ridire!" esclamò la ragazza.

Ma a corte si respirava una strana tensione. Jakobus, su consiglio di Franz Julius, fece un nuovo passo. Le "spie" della regina madre erano soprattutto valletti e guardie nobili. Infatti Franz Julius aveva notato che l'ex attendente del defunto re li incontrava spesso per strani colloqui. Decisero di cominciare dalla guardia nobile.

"Reinhardt, tu mi avevi detto che alcuni dei tuoi ex colleghi hanno delle relazioni fra di loro o con i loro aiuti, vero?" gli chiese Franz Julius.

"Sì, perché?"

"Vogliamo costituire un gruppo fidato. Che non riporti dei vostri incontri. Così si è pensato di sostituire tutte le guardie agli appartamenti del re con questi elementi. Potresti farmi dei nomi?"

"Sì, alcuni..."

Così fecero. E Franz Julius li contattò con discrezione, ebbe da loro altri nomi, si fece giurare che avrebbero protetto l'intimità del re, e la guardia nobile agli appartamenti reali fu completamente sostituita con elementi fidati. Per i valletti, ci pensò Johann. Tramite i suoi amici, la famosa congrega degli otto, sapeva che anche alcuni valletti erano amanti dei maschi. Attraverso questi Johann ebbe altri nomi ed anche i valletti dell'appartamento reale furono sostituiti. Poiché a corte era un periodo di cambiamenti, questi passarono inosservati alla regina ed all'ex attendente, se non per il fatto che le informazioni sui movimenti del re e di Reinhardt cessarono completamente.

Jakobus frattanto era preoccupato per le mire annessionistiche di Bismark e dell'imperatore di Germania, ed era quindi impegnato in una vasta rete di relazioni diplomatiche e politiche. Il loro piccolo regno, senza alleati, non avrebbe potuto opporsi, infatti, a quelle mire.

Quando la sera Jakobus si ritirava in camera, trovava Reinhardt ad attenderlo. Solo questi aveva il potere di farlo distendere, rilassare, di ridargli il sorriso.

"Oh, mio Reinhardt, come stai?"

"Io bene... se tu stai bene."

"Sono molto stanco..."

"Vieni qui fra le mie braccia. Vedrai che ti farò passare la stanchezza..." gli disse l'amante tendendogli le braccia.

"Vuoi spogliarmi tu, per favore?"

"Ma come? Da ragazzo ti lamentavi che la sera ti spogliavano gli altri, e ora..."

"Ma tu non sei gli altri. Sei il mio amante. E io spoglio te..."

"Mmhh, mi vuoi far eccitare?"

"Certo... e poi svelare quel bel rigonfio nei tuoi calzoni..."

"E poi?" insisté in tono malizioso Reinhardt sbottonando gli abiti dell'amante.

"E poi lo voglio in me... prima in bocca, poi di dietro..."

"Oh oh! Ma ad un patto..."

"Sarebbe?"

"Che prima devi insegnarmi come si fa."

"Come, ancora non lo sai?"

"Eh no! sono solo un povero ragazzino ignorante, di campagna. Tu, bel signore di città, non vorresti insegnarmi?" disse giocoso Reinhardt.

Jakobus, divertito, stette al gioco: "Allora, ragazzino, sai cos'è questo?"

"È un dito!"

"Non proprio. Si chiama pene. Sai perché si chiama pene?"

"No, signore, non lo so. Io non sono andato a scuola."

"Si chiama pene perché è fatto apposta per pene-trare."

"Penetrare, signore? E dove?"

"Dove tu hai un foro..."

"Nel naso?"

"No no."

"Nell'orecchio allora?"

"No no."

"Allora nella bocca."

"Bravo! Per premio, se apri la bocca e chiudi gli occhi, ti ci metto una cosa buona..."

"Oh, sì, signore, per favore. Ecco... oh sì... mmhh... mmhh..."

"Senti quant'è buono? Succhialo bene, mio bel maschietto... Bravo, così... Ma anche tu hai una cosa buona, molto buona, da far assaggiare a me, vero?"

Così, giocando, iniziarono a fare l'amore. Ma il gioco da ragazzini cedette presto spazio alla reciproca passione, una passione adulta, virile. Ormai conoscevano bene l'uno il corpo dell'altro e sapevano come donarsi piacere, graduando ad arte vigore e dolcezza. Si unirono con vivo desiderio, con passione, con grande amore. Le loro movenze erano armoniose, belle, consonanti, perché erano dettate dal reciproco desiderio di donarsi, dal reciproco affetto.

Il loro sguardo era amorevole, malizioso, dolce, sereno, malandrino, tenero, appassionato, languido, luminoso, ridente. Ogni loro gesto era naturale, genuino, schietto, semplice. Un dolce struggimento, una smania, una frenesia crescente li colse man mano che si approssimavano all'acme del piacere. Ognuno di loro spiava negli occhi e sul volto dell'altro le prime avvisaglie del godimento, per giungervi assieme. E l'orgasmo li colse in un tripudio, in un'esultanza, in una gioia profonda che zampillò, sgorgò, eruppe in una vibrazione intensa dei loro corpi.

"Ah, Jakobus, quant'è bello amarti. Credi che tutti gli amanti possano provare queste emozioni?"

"Lo spero, per loro."

"Siamo fortunati ad esserci trovati, vero?"

"Verissimo. Tu hai dato gusto e sapore a tutta la mia vita. Tu sei il gusto ed il sapore della mia vita!"

"A volte mi chiedo se non staremmo meglio se fossimo due semplici pastori..."

"Ti pesa questa vita a corte?"

"No, pesa a te, e di riflesso anche a me. Ti vorrei vedere sempre felice e invece ti vedo sempre più stanco, preoccupato..."

"Ma qui con te mi sento rinascere..."

"Sì, è vero... almeno ti servo a qualcosa..."

"Ne dubitavi, forse?"

"A volte. Mi sento così inadeguato a te..."

"Non dire sciocchezze. Io semmai sono inadeguato a te! Non riesco ad offrirti una vita... normale. Forse hai ragione tu, sarebbe meglio se fossimo due semplici pastori..."

"Chissà... magari proprio adesso, due pastori sulla montagna, abbracciati come noi dopo aver fatto l'amore, stanno sognando di poter vivere a corte..."

Jakobus sorrise: "Mi sa che fra noi due sia tu il più saggio..."

"Ti è piaciuto il gioco del ragazzino di campagna e del signore di città?"

"Visto com'è andata a finire, direi proprio di sì."

"Sì. Vuol dire che faremo altri giochi simili..." ridacchiò Reinhardt.

"Certo, purché finiscano bene come questo."

"Mi ami?"

"Certo."

"Anche io, sai?"

"È bello sentirselo dire."

"E poterlo dire..."

Un giorno Franz Julius arrivò negli appartamenti reali, sprizzando felicità da tutti i pori.

"Reinhardt, c'è Jakobus?"

"È occupato..."

"Non sto più nella pelle... sono felice."

"Bene."

"Non mi chiedi perché?"

"Perché... ti sei innamorato."

"Si vede?"

"Si vede. Lo conosco?"

"Non lo so, non credo. Manca dalla corte da più di quattro anni. È il marchese Anthon Joseph, il figlio del nostro Ambasciatore a Roma. Ha ventisette anni..."

"E lui è innamorato di te?"

"Dice di sì. Vuole restare qui, per me. Perciò vorrei chiedere a Jakobus se gli può dare un incarico, anche insignificante, ma che gli permetta di restare."

"Vi volete mettere assieme?"

"Sicuro!"

"Avete già fatto l'amore?"

"Sicuro!"

"Congratulazioni. Penso che Jakobus ti dirà di sì... Ce lo farai conoscere?"

"Certamente, se a voi fa piacere."

"Gli hai già parlato di noi?"

"No certo, senza il vostro permesso."

"Oh beh, lo verrebbe comunque a sapere, grazie alle chiacchiere qui a corte. Comunque il mio permesso ce l'hai, se anche Jakobus ti da il suo."

"Grazie, Reinhardt. Sei un caro amico."

Jakobus dette il suo assenso e nominò il marchese terzo archivista di corte. Lo conobbero. Era un uomo non bello ma dal volto estremamente simpatico, occhi intelligenti e portamento elegante. Dimostrava più dei suoi ventisette anni.

Raccontò loro dell'Italia in termini talmente entusiastici da far venire a tutti la voglia di visitarla. Poi raccontò loro anche delle sue avventure galanti italiane.

"Ti rendi conto, Anthon, che sei il più vecchio di noi, qui, e che sei anche il più birichino?" chiese ad un certo punto Franz Julius.

"È il vantaggio dell'età. Ma ormai, con te, ho messo la testa a posto."

"Era ora, dopo che te la sei spassata per ventisette anni, e con i maschi di mezzo mondo!"

"Ventisette? Mica ho cominciato le mie avventure galanti nella culla, no? Anzi, le ho cominciate piuttosto tardi. Mio padre allora era Ambasciatore a Costantinopoli ed io avevo diciassette anni. Avevo avuto due storie di letto, proprio quell'anno, una con una dama di trentacinque anni e la seconda con una ragazza di diciotto. Esperienze né belle né brutte. Avevo diciassette anni, dunque, ed ero a Costantinopoli. Un nobile ottomano aveva invitato tutta la mia famiglia a passare una settimana nella sua bella villa sul Bosforo. Una villa da mille e una notte, credetemi. Silenziosi schiavi, le donne dell'harem, profumi, musiche, zampilli d'acqua...

"Questo nobile aveva tre figli maschi, di cui il più giovane di un anno maggiore di me. Il primogenito, Omar, aveva ventitré anni, il secondo, Ali ne aveva ventuno ed il minore, Abdul aveva appunto diciotto anni. Una sera i tre figli mi invitarono ad una festa solo fra noi ragazzi che si sarebbe tenuta in una costruzione distaccata che sorgeva in fondo al giardino della villa, a picco sul mare. Mio padre non ebbe obbiezioni.

"Mangiammo, bevemmo, ci furono musiche, danze... poi mi fecero fumare una specie di pipa ad acqua... e mi cominciò a girare la testa. Un po' come quando uno comincia ad essere un po' brillo, ma più piacevole... e tutto girava, girava, girava...

"Le danzatrici furono mandate via e venero dei danzatori. I suonatori erano invisibili. I danzatori erano quattro bellissimi ragazzi vestiti solo con ampie braghe di veli, un turbante, ed erano a torso e piedi nudi. Volteggiavano, ondeggiavano, sorridevano... avevano movenze più sensuali che non le danzatrici di prima. Anche la musica, che dapprima era scatenata, si fece sempre più sensuale. E ad uno ad uno, i quattro danzatori iniziarono a togliersi l'un l'altro i veli delle loro braghe, sempre danzando, e presto furono tutti nudi come mamma li aveva fatti.

"La loro danza era sempre più erotica, li guardavo affascinato. Sembrava quasi che danzassero tutti e quattro per me, solo per me. I loro membri morbidi mi ondeggiavano davanti agli occhi... Cominciarono a sfiorarmi, a toccarmi... e presto fui eccitato. Le bevande, il fumo, la musica, quei corpi... tutto congiurò a farmi perdere ogni ritegno. Quando mi fecero alzare in piedi, mi alzai. Mi fecero danzare con loro, e danzai. Cominciarono a spogliarmi, e li aiutai. Mi toccarono e li toccai. Sempre danzando mi si sfregavano addosso e li godei...

"Toccai i loro membri ora ritti, carezzai i loro culetti vellutati. Mi spinsero sul tappeto e mi massaggiarono, mi baciarono, mi leccarono, mi succhiarono ed io, perso ogni ritegno, li baciai, li leccai, li succhiai. Mi spalmarono un unguento sul membro e anche fra le natiche di uno dei quattro danzatori, e gli altri tre mi guidarono finché lo penetrai. La musica proseguiva. Mi insegnarono a muovermi a ritmo nel ragazzo sotto di me... Erano sensazioni acutissime e bellissime...

"Non mi ero accorto che i tre fratelli si erano denudati. Ma quando uno di loro, non ricordo quale, mi presentò il suo membro ritto davanti alla bocca, lo accolsi e lo succhiai. Gli altri tre ragazzi frattanto mi carezzavano lascivamente ed uno di loro mi spalmò quell'unguento fra le natiche, ed un altro dei tre fratelli penetrò me! Fu come uno shock, per me, ma mi sentivo inerte, incapace di oppormi. A turno li presi tutti e tre, sia con la bocca che di dietro.

"Quando i tre fratelli si furono soddisfatti in me, si rivestirono e se ne andarono. Mi lasciarono con i quattro ragazzi nudi e continuai a fare l'amore con loro finché, non so, o persi i sensi o mi addormentai...

"Il mattino dopo mi svegliai in un morbido letto, fra veli. Abdul era lì accanto, ritto, vestito, sorridente. Mi chiese se ricordavo la notte precedente. Un po' vergognoso, gli dissi di sì. Mi chiese allora se mi fosse piaciuta. Risposi che a parte il fatto che mi faceva un po' male di dietro, mi era piaciuta. Mi disse che io ero il primo europeo che avessero mai penetrato e che io ero piaciuto a loro. Mi chiese se mi fossero piaciuti i ballerini e dissi di sì. Mi disse che se volevo potevo averli a letto con me, uno o tutti. Così, uno diverso per notte li provai tutti e quattro.

"Così scoprii che mi piaceva infinitamente di più farlo con i maschi che con le donne e da quel giorno non ebbi e non cercai mai più una donna. Finché restammo a Costantinopoli, ogni volta che accettavo l'invito di uno di quei tre fratelli, potevo anche avere uno dei ballerini nel mio letto.

"Sono curiosi, gli orientali: il più vecchio poteva penetrare il più giovane ma non viceversa. Così i tre fratelli penetravano me ed io penetravo i ballerini, tutti più giovani di me... Questa fu la mia iniziazione, un po' dolorosa inizialmente, ma... da Notti Arabe!"


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