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una storia originale di Andrej Koymasky


pin I MIEI 10 MODELLI di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 14 novembre 1993
CAPITOLO 1
INIZIO DELLA MIA STORIA

In realtà sono molti di più. Ma se il signor Manzoni, un noto scrittore italiano dell'800, parla dei suoi venti lettori, io per modestia parlerò dei miei... dieci modelli.

La mia produzione pittorica è di paesaggi, o meglio soprattutto paesaggi, della mia verde Irlanda. Giudicare oggi quei dipinti non mi è facile. Sono paesaggi sognati. Li ho venduti bene. Ma non ne sono mai stato veramente fiero.

Ho cominciato a dipingere quando avevo quindici anni e mi insegnò mia madre. A diciassette, fiera della mia produzione pittorica, convinse mio padre a mandarmi a lezione da un pittore. Questi mi fece fare molto disegno dal vero e nudo. Tentai così i miei primi ritratti, i miei primi personaggi. Il mio maestro diceva che anatomicamente erano perfetti ma che mancavano di vita. Specialmente i volti erano fissi, quasi inespressivi. Così ripiegai nuovamente sui paesaggi, benché il mio maestro insistesse a farmi disegnare dei nudi.

Le modelle venivano in studio, si denudavano, si mettevano in posa. Eravamo sei allievi. Il maestro un po' le dipingeva, un po' controllava i nostri lavori dandoci consigli, correggendoci. Jane era paffutella, tutta curve dolci e generose, tutta chiaroscuri. Maggie invece era piu spigolosa ed ossuta, asciutta, e aveva seni piccoli. Liz era abbondante, straripante, sia fisicamente che come carattere: era la più simpatica delle modelle. Ma quella che io preferivo disegnare era Maggie.

Una volta il maestro ci fece trovare un modello maschio. Non ricordo neppure come si chiamasse. In una qualche cartella devo ancora avere quegli schizzi, quei disegni. Mi accorsi che mi riusciva meglio il corpo maschile che non quello femminile. E capii che Maggie, in fondo era quella fra le tre che aveva un corpo più maschile, o per meglio dire meno femminile.

Andai a lezione dal mio maestro fino ai miei ventuno anni.

Ormai vendevo piuttosto bene i miei paesaggi. Guadagnavo abbastanza per mantenermi così decisi di lasciare Dublino e di trasferirmi a Londra. Trovai un minuscolo appartamento ammobiliato a Barking, in Digby Road, a due passi dalla stazione Upney della District Line. Non lontano c'era Mayesbrook Park dove, nei giorni di bel tempo, andavo spesso a passeggiare.

Londra per me significò molto. Innanzitutto la libertà. Poter fare le ore piccole se volevo, dormire fino all'ora di pranzo se mi andava... Saranno cose da nulla, ma uscire da una famiglia irlandese, cattolica e tradizionalista, e trovarsi in un ambiente in cui non dovevi rendere conto a nessuno, era per me una vera liberazione.

Una delle prime conseguenze di questa libertà fu che ebbi le mie prime esperienze sessuali. Da bravo ragazzino cattolico, non m'ero neppure mai masturbato, fino ad allora. Così a ventuno anni ero davvero ancora vergine. Puro di pensieri e di azioni. Forse questo dipendeva, oltre che dall'educazione e dall'ambiente, dal fatto che la mia pubertà avvenne piuttosto tardi: ebbi la mia prima polluzione notturna verso i quindici anni.

Forse veniva anche dal fatto che le mie uniche erezioni erano state quelle notturne, classiche delle 5 del mattino. Per me (sarà stata anche colpa della mia formazione pittorica?) le ragazze erano solo begli oggetti da ritrarre, quand'erano belle. La mia ammirazione cioè era estetica, non erotica.

Adesso, sapendo di essere gay, ho cercato di ricordare e di capire se vi fossero state delle avvisaglie prima che me ne rendessi conto chiaramente. Onestamente direi di no. Cioè, mi spiego, non mi ero mai eccitato, prima, nel vedere un maschio, neppure quella volta che dovevamo ritrarre un modello maschio. Non mi ero mai sentito attratto fisicamente da un maschio. Ma nello stesso tempo le mie amicizie erano esclusivamente maschili e sul piano estetico mi pareva più bello il corpo maschile che non quello femminile.

Sarà stato per il fatto che mi era più facile disegnare un corpo maschile che non un corpo femminile? O sarà stato il mio subconscio che stava tentando di rivelarsi? Chissà, forse gli psicologi avrebbero da ricamarci sopra non poco... ma in fondo non mi interessa.

Comunque la mia educazione e l'ambiente mi spingevano verso le donne, e, almeno per tutta la mia adolescenza, per me la donna era soprattutto la futura moglie e madre dei miei figli. Ero, cioè, molto "ortodosso".

Fu proprio Londra ad iniziare a produrre in me i primi cambiamenti. Era poco meno di un anno che vivevo per conto mio e a volte, essendomi inserito in un giro di giovani pittori un po' bohemien, mi portavo a casa (nel mio "atelier") una modella da dipingere.

Fu una di queste modelle professioniste che si prese una cotta per me e che cominciò a corteggiarmi. Si chiamava Shirley, aveva diciannove anni, cioè circa due meno di me. Aveva un corpo asciutto, quasi efebico, con seni piccoli. Mi piaceva abbastanza disegnarla, dipingerla. Era anche piuttosto simpatica, intelligente, di media cultura. Così Shirley fu la mia prima donna, anche se io chiaramente non ero né il suo primo uomo né tanto meno l'unico.

Io all'inizio mi sentivo molto insicuro, imbarazzato, inadeguato e fu lei a guidarmi nell'esplorazione della sessualità. Credo che abbia avuto una grande pazienza con me, ma credo anche che dopo tutto il fatto di iniziare un ragazzo di quasi ventidue anni, ancora vergine, nelle vie del sesso la divertisse e la gratificasse. Nel nostro rapporto non ci fu amore, ma piuttosto complicità ed amicizia. L'iniziativa comunque partiva sempre da lei, io infatti mi eccitavo solo quando lei cominciava a toccarmi. Una volta eccitato ero tutt'altro che passivo e mi piaceva stare con lei. Non si viveva assieme, non interessava né a me né a lei.

Sono quasi certo che nei cinque mesi che durò la nostra relazione lei facesse l'amore anche con altri. Io le pagavo le ore che posava per me e lei non conteggiò mai quelle in cui invece si faceva l'amore: era molto scrupolosa su questo punto. Ed è logico, era una modella, non una prostituta. Shirley un giorno smise di venire a posare per me, così cessarono anche i nostri rapporti sessuali, con la stessa semplicità e naturalezza con cui erano cominciati.

Per diversi mesi non ebbi più rapporti sessuali ma, onestamente, non ne sentivo la mancanza.

Quando avevo ventitré anni conobbi la mia seconda donna. Si chiamava Susan ed aveva venticinque anni. Faceva l'indossatrice. La conobbi ad un vernissage. Era esile, molto elegante, anzi sofisticata. Fra i miei quadri esposti, oltre ai soliti paesaggi e qualche ritratto, c'erano anche tre tele che raffiguravano Shirley. Susan era davanti ad una di quelle tele.

Quando mi fermai accanto a lei, mi disse: "Ha del talento questo pittore, vero? Lo sguardo di questa ragazza, così enigmatico, così distaccato, dà una strana sensazione... Mi piacerebbe conoscerlo. Sai mica se è qui in sala, ora?"

Sorrisi e le risposi: "Sì, c'è."

"Lo conosci?"

"Sì, piuttosto bene..."

"Ah, ti va di presentarmelo?"

"Certo, vieni con me."

Lei mi seguì. La portai davanti ad uno specchio che c'era all'ingresso della galleria e, indicando la mia immagine lì riflessa, le dissi: "Ecco, è lui: Shaun O'Malley."

Lei mi guardò nello specchio e scoppiò a ridere. Aveva una risata argentina, squillante: "Bene, Piacere di far la sua conoscenza, signor O'Malley!"

Io, timidamente, le dissi: "Puoi chiamarmi Shaun..."

"OK Shaun. Io sono Susan."

Ci girammo uno verso l'altra e lei mi tese la mano.

Quella sera stessa ero nel suo appartamento, anzi, nel suo letto. Viveva nel lusso, era piena di soldi. Volle che le facessi un grande ritratto e volle pagarmelo e fu generosa.

Quando finii il ritratto lei lo guardò a lungo, poi disse: "Mi piace. Anche a me hai fatto quello sguardo distaccato ed enigmatico, quasi ambiguo. È il tuo modo di vedere, dunque. Ma mi piace. Mi rende anche più seducente di quel che sono. E questi veli che lasciano indovinare il mio corpo... sei davvero un artista, tu."

Grazie alle sue conoscenze ebbi un periodo di intenso lavoro. Vendetti sia i miei paesaggi che diversi ritratti. Uno dei più bei ritratti di quel periodo fu quello che eseguii ai tre figli di Lord M. Erano tre ragazzi di diciotto, ventuno e ventitré anni. Li rappresentai molto vicini, in modo che formassero quasi un triangolo. Riuscii a cogliere abbastanza bene le espressioni dei tre ragazzi, specialmente quelle del minore e del più grande.

Nei miei dipinti ero un perfezionista. Ogni minimo particolare era rappresentato con cura, quasi con la tecnica della miniatura, anche i singoli peli delle ciglia e delle sopracciglia. Era un lavoro lungo. Ma il prezzo giustificava tutta quella cura o forse tutta quella cura giustificava il prezzo... non so.

Neanche con Susan abitammo insieme. Lei era spesso assente da Londra per il suo lavoro, le sue sfilate. Ma quando era a casa mi cercava e spesso passavo anche la notte da lei. Lei mi chiamava scherzosamente "my toy-boy". In effetti ero davvero un po' il suo ragazzo-giocattolo. Ma mi piaceva come giocava col mio corpo.

Quando compii venticinque anni conobbi la mia terza donna. Era Tina. Aveva ventuno anni e lavorava in un'agenzia di viaggi. Ci incontrammo in metropolitana. Aveva un bel volto e non potevo fare a meno di guardarla. Scese ad Upney con me. Fuori dalla stazione si guardò attorno con aria indecisa, così mi accostai e le chiesi se avesse bisogno di aiuto. Doveva andare a trovare un'amica a Oulton Crescent. Mi offrii di accompagnarla. Accettò. Ci presentammo e per la strada chiacchierammo. Prima di lasciarla le dissi che mi sarebbe piaciuto farle un ritratto e le lasciai il mio indirizzo. Mi sembrò che l'accettasse per pura cortesia, lei infatti non mi lasciò il suo.

Circa dieci giorni dopo, invece, mi telefonò. L'invitai a venirmi a trovare e, con mia sorpresa, accettò subito. Andai ad attenderla fuori dalla stazione la portai su da me.

Il mio appartamento era composto di tre soli ambienti: la cucina, in cui c'era la porta d'ingresso, a destra della cucina c'era il bagno e a sinistra il mio atelier, pieno di tele, cavalletti, un letto coperto di cuscini, una sedia alta due sgabelli, una scala a forbice aperta... Una confusione gradevole, almeno per me. La stanza aveva un'intera parete coperta da un'unica ampia finestra davanti alla quale scorrevano due tende, una di velo bianco e l'altra di pesante tela color panna foderata di nero con cui, volendo, potevo eliminare completamente la luce esterna. Al soffitto avevo attaccato diversi faretti regolabili.

Tina si guardò attorno piuttosto a lungo, poi disse: "È bello, qui, così inusuale... dormi lì, tu?"

"Sì..."

"Ma tutti quei cuscini?"

"Sono per quando dipingo, per le modelle. Quando dormo li tolgo."

"Vengono molte modelle qui da te?"

"Professioniste, poche. Di solito persone che vogliono ritratti, solo il volto, mezzi busti o interi..."

"Nudi anche?"

"Anche..."

Girò intorno a guardare le tele appese alle pareti: "Sei molto bravo." disse alla fine guardandomi. Poi disse: "A me farai solo un ritratto del volto, no?"

"Sì, va bene." risposi io.

"Vuoi cominciare subito?"

"Se per te va bene..."

"Dove mi metto? E come?"

La feci sedere sulla sedia alta, il busto di tre quarti ma il volto girato verso di me.

"Cerca di stare immobile ora, Tina..." le dissi ed iniziai a fare sul mio album una serie di schizzi preparatori.

Tornò quattro o cinque volte. Finché un giorno mi disse: "Se vuoi, Shaun, posso anche posare nuda..."

Capii che cosa mi stesse proponendo. Le dissi di spogliarsi e di stendersi sul mio letto. Mentre le stavo accanto che le sistemavo i cuscini e le toccavo il corpo per metterla nella posa che volevo, lei mi cinse il collo, mi tirò a sé e mi baciò. Dopo pochi istanti ero nudo come lei, sul letto, che ci facevo l'amore. Lei fu la prima che me lo succhiò. Dopo neanche un mese che si scopava assieme, si trasferì da me. Vivemmo assieme per due anni. Mi piaceva Tina: era molto calda.

Conobbi suo fratello Georges, un bel ragazzo di ventitré anni. Diventammo amici. Lo convinsi a posare per me, ma non volle mai posare nudo: si vergognava. Il massimo che ottenni da Georges fu di farlo posare coi soli slip indosso. Aveva un corpo discreto, da nuotatore, ed un bellissimo sorriso. Il più bel ritratto che gli feci fu con i soli jeans indosso, semiaperti in modo che si vedeva un ciuffo dei peli pubici, ed un grappolo d'uva in mano, tenuto alto, il viso e le labbra protese a suggerne un chicco.

Lo vendetti subito. Avevo notato che i miei ritratti maschili erano quelli che vendevo più facilmente, poi venivano i miei paesaggi, ed infine i miei ritratti femminili... che fosse anche questo un preannuncio della mia vera sessualità? Ma anche per Georges non provai mai una vera ed esplicita attrazione sessuale. Mi piaceva, ne ero cosciente, mi piaceva ritrarlo il meno coperto possibile e ci riuscivo bene, era evidente. Ma non mi capitò mai di eccitarmi nel vederlo seminudo lì davanti a me. Adesso, ripensandolo o guardando i suoi schizzi e le foto delle tele che ho venduto, mi capita di eccitarmi, ma non allora.

Dicevo che vissi con Tina. Si andava d'amore e d'accordo, anche perché io facevo abbastanza quello che lei voleva. Fu lei ad esempio che, essendosi resa conto che vendevo meglio le mie tele rappresentanti ragazzi, mi spinse a cercare modelli maschi. Forse, penso ora, perché era un po' gelosa delle mie modelle.

Fra i miei modelli maschi c'era anche Julien, un ragazzo francese di venti anni che faceva il cameriere in un ristorante. Il suo più bel ritratto, che vendei molto bene, lo rappresentava nudo, una sigaretta fra le labbra, seduto sul bordo di una fontana, una gamba sollevata, il piede poggiato sul bordo di granito mentre si slacciava la fibbia di un sandalo. Lo sguardo intenso, diretto verso chi guardava il quadro, quasi a chiedere "che hai da guardarmi in quel modo?"...

Il suo corpo era veramente bello. Julien nel suo tempo libero faceva ginnastica. I capelli ricci e castani, le sopracciglia folte contrastavano piacevolmente col suo corpo glabro. Forse quel ritratto, di cui mi restano solamente le fotografie, era uno dei più sensuali del mio primo periodo. Inconsciamente sensuale.

Tina stava con me da due anni. Non volevamo rischiare una gravidanza, quindi avevamo sempre preso le nostre precauzioni. Ma lei cominciò a parlare di matrimonio, ad insistere, poi a dire che voleva figli da me... Discutemmo. Io le dissi che non mi sentivo pronto per metter su famiglia. Iniziammo a litigare... Non litigi violenti ma lunghi musi ed accese discussioni. Georges non s'intromise ma ebbi la sensazione che mi capisse.

Alla fine Tina mi lasciò. Ora è sposata ed ha tre marmocchi. È felice e sono contento per lei. Siamo tornati ad essere amici. Lei ora sa di me, cioè che sono gay, e credo che abbia acceso un cero alla madonna per scampato pericolo. Ma mi è veramente amica e mi accetta anche così. Georges invece non l'ho più visto, perché ora lavora in Australia. Anche lui si è sposato.

Dopo che Tina mi lasciò, conobbi Thomas Banshawe, il famoso pittore americano. Quando, dopo un po' che ci si conosceva, venne da me gli mostrai le mie tele, i miei schizzi e le foto delle tele che avevo venduto.

Lui allora mi disse: "Hai molto talento, Shaun. Ma dovresti dedicarti esclusivamente, o quasi, ai ritratti maschili, nudi e non. Sono le tue opere più belle, in cui mostri una sensibilità notevole. Ed avresti anche un buon mercato, infatti sono pochi i pittori con questo talento. Ma, se posso darti un consiglio, dovresti farti un bel viaggio nel Mediterraneo. I maschi mediterranei sono particolarmente belli, pieni di vita e di virilità, ma anche di sensuale languore... credo che dipingere una serie di modelli di quelle parti potrebbe insegnarti molto. Ed io potrei aprirti il mercato americano, che è ghiotto di quel genere di quadri. Se ti interessa, posso darti alcuni indirizzi di miei amici pittori che potrebbero aiutarti a trovare delle sistemazioni non troppo care. Che ne dici?"

Lì per lì, forse più per pigrizia che per altro, gli dissi che era una buona idea, ma non ci pensai seriamente.

Ma nel giugno del 1991, appena compiuti 28 anni, decisi che forse valeva la pena di fare un giro per i paesi latini. Mi feci dare da Thomas gli indirizzi dei suoi amici. Lui mi scrisse anche, per ognuno, una lettera di presentazione. Preparai e pianificai il mio viaggio. Avevo abbastanza risparmi di cui, usando la mia American Card, potevo fruire durante il mio lungo viaggio. Chiusi il mio appartamento, pagai anticipata una annualità di affitto e partii. Sentivo che per me stava iniziando una nuova vita, ma non immaginavo certo fino a qual punto questo fosse vero, né quanto sarei tornato cambiato e maturato da questo viaggio.

La mia prima tappa era Firenze. Giunsi in aereo fino a Pisa e ne approfittai per visitare quella curiosa città con i suoi monumenti di bianco merletto di marmo e la sua inverosimile torre inclinata. Quello che comunque mi colpì in modo particolare fu la luminosità dell'aria. Il giugno era caldo e l'estate che era alle porte si annunciava con i suoi ricchi colori e profumi.

Dopo tre giorni finalmente andai a Firenze. L'amico di Thomas era un pittore francese di quaranta anni. Questi, letta la lettera di Thomas, mi accolse con molta gentilezza. Viveva in una viuzza dietro Santa Maria del Fiore. Mi chiese quanto tempo intendessi trattenermi a Firenze. Dissi che pensavo di passarci un mese circa. Mi trovò un locale in cui potevo vivere e dipingere in quel mese, quasi di fronte ad Orsammichele.

I primi giorni visitai Firenze: una città splendida, piena di opere d'arte in ogni angolo della città vecchia. Forse un po' troppo piena di turisti, ma davvero gradevole. Il francese mi presentò il mio primo modello, ma lui non è uno dei dieci di cui voglio parlare. Era un ragazzo di venti anni, ben fatto. Ma quello che mi colpi in lui furono i suoi occhi luminosi e brillanti quali non avevo mai visto prima. Era un modello professionista e sapeva stare in posa, veramente immobile, per tempi lunghissimi.

Posava anche per l'Accademia delle Belle Arti, e non era molto caro. Col suo lavoro si pagava l'università: studiava architettura ed era al suo primo anno. Parlava un inglese quasi perfetto.

Ero a Firenze da una decina di giorni quando conobbi Giovanni. Aveva venticinque anni e faceva il cameriere in uno dei ristoranti più eleganti di Firenze. Parlava un inglese discreto.

Lo incontrai una sera a Ponte Vecchio. Stava appoggiato al parapetto, sotto l'arco centrale, con una sigaretta non ancora accesa all'angolo della bocca, e guardava la gente passare. Aveva un folto ciuffo di capelli castano scuri sulla fronte, uno sguardo intenso, labbra morbide e sensuali. Indossava una camicia color salmone con un gilè nero ed attillati calzoni anche neri che lasciavano intravedere una struttura muscolare potente. Tutto il suo corpo, il suo atteggiamento, trasudavano sicurezza, sensualità quasi animale, forza.

Mi appoggiai dall'altra parte del ponte, quasi di fronte a lui, e lo studiai. Con lo sguardo lui seguiva i passanti, quasi studiandoli. Aveva un che di piacevolmente sfrontato. Dopo un po' che lo osservavo, i nostri sguardi si incrociarono per un attimo, poi lui riprese ad osservare i passanti. Aveva un naso piccolo, la mascella forte, squadrata, orecchie piccole e ben fatte. Le mani poggiate sul parapetto ai lati del suo corpo erano forti e grandi, lunghe, belle.

Pensai subito che mi sarebbe piaciuto averlo come modello. Sembrava che stesse attendendo qualcuno e mi dissi che se dovevo abbordarlo per fargli la mia proposta dovevo sbrigarmi prima che se ne andasse. Ma non so perché, non riuscivo a staccarmi dalla mia posizione per andare verso di lui e continuavo invece a guardarlo da capo a piedi, a studiarlo.

I nostri sguardi si incontrarono di nuovo per un attimo e vidi i suoi occhi penetranti fissarsi sui miei, poi distolse lo sguardo e riprese a studiare i passanti. A parte i suoi occhi, tutto il suo corpo era perfettamente immobile, lievemente inclinato indietro a poggiare col sedere sul parapetto, ma il suo corpo non era rilassato. Dava piuttosto l'impressione che fosse teso, come pronto a spiccare un balzo su una preda. Mi fece pensare ad un ghepardo...

Il cielo si stava oscurando e si accesero le luci su ponte Vecchio. Il gioco di luci ed ombre sul corpo di Giovanni cambiò e questo cambiamento mi affascinò. Anche il suo volto, ora, sembrava quasi più duro. No, forse non più duro ma più serio. Quella sigaretta non ancora accesa, immobile all'angolo della sua bocca, mi fece pensare al personaggio di un film americano, anche se il suo aspetto era chiaramente latino.

Era passata una mezz'ora da quando m'ero fermato a guardarlo, anzi a contemplarlo, quando per la terza volta il suo sguardo si fissò sul mio. Ed il ghepardo scattò. Si rizzò con movenze elastiche, sicure, senza distogliere il suo sguardo dal mio, e venne verso di me. Traversò la carreggiata del ponte e mi arrivò davanti. Si fermò. Non parlò immediatamente. Quando parlò disse qualcosa in italiano. Non capii. Era una domanda, fatta con voce bassa e calda.

"Parli inglese?" gli chiesi allora.

"Sì, abbastanza. Di dove sei?"

"Irlandese. Ma abito a Londra. E tu?"

"Di qui. Fiorentino. Hai da accendere?"

"No, non fumo."

"Ah, poco male. Sei un turista?"

"Non proprio. Un pittore. Stavo pensando, guardandoti, che mi piacerebbe che tu posassi per me."

"Posare? Per un quadro?"

"Sì, certo. Ti pagherei."

"Quanto?"

"Beh... trentamila per seduta."

"E quante sedute ci vogliono per fare un quadro?"

"Cinque... dieci..."

Lui sembrò pensarci, poi chiese: "Dovrei posare nudo, naturalmente."

"Beh... perché no."

"Nel tuo studio."

"Sì."

"Da solo."

"Sì."

"Quando vuoi cominciare?"

"Quando vuoi tu. Io penso di fermarmi ancora per tre settimane."

"Anche subito, allora."

"Sei libero? Ora?"

"Sì... fino a domattina. Poi devo essere al lavoro per le dieci."

"Che lavoro fai?"

"Il cameriere."

"Bene. Io mi chiamo Shaun. E tu?"

"Giovanni. Piacere." mi disse stringendomi la mano.

Fu una stretta forte, decisa, ma senza esagerare. Una stretta virile.



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