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una storia originale di Andrej Koymasky


pin I MIEI 10 MODELLI CAPITOLO 2
GIOVANNI DI FIRENZE

Salii con Giovanni nel mio monolocale. Chiusi la grande porta a vetri che dava sul terrazzo ed accesi le luci. Giovanni si guardò attorno. Vide in un angolo, a terra, il grande materasso coperto solo da un lenzuolo, su cui dormivo.

"Devo spogliarmi e stendermi lì?"

"No. Per stasera siedi su quello sgabello. Farò solo degli schizzi preparatori, degli studi."

"Vestito o nudo?"

"Come vuoi. Anche nudo va bene."

Per la prima volta vidi un lieve sorriso balenare sul suo bel volto. Si spogliò lentamente mentre io sedevo su un altro sgabello ed aprivo sulle mie gambe il blocco degli schizzi prendendo in mano il pastello color seppia.

Aveva un corpo maturo, molto ben fatto. Lo guardai da capo a piedi con attenzione per coglierne bene le forme e le proporzioni.

"Ti piace quello che vedi?" chiese lui tranquillo esponendosi al mio sguardo in completa nudità, senza il minimo imbarazzo.

"Sì, sei ben proporzionato e virile." risposi io tranquillo.

"Di solito piaccio proprio perché sono virile..." notò lui, poi chiese, "Come devo sedermi?"

"Come vuoi tu, per questa volta. Ma devi restare immobile più a lungo che puoi. Pensi di riuscirci?"

Di nuovo quel breve lampo di sorriso: "Certo. Riesco sempre in tutto quello che voglio, io." disse con tono sicuro, sedendo.

Iniziai a schizzarlo. La mia mano correva veloce sul foglio catturando le sue forme. Sì, era davvero bello. Il suo membro riposava morbido fra le cosce semiaperte e ricordo che pensai che non era molto grosso rispetto al corpo solido e muscoloso. Non aveva muscoli da body builder, ma di un corpo sano e maschio. Il petto aveva una peluria fine e leggera. Dall'ombelico scendeva una linea di peli quasi biondi che s'apriva e s'infoltiva a contornare il suo membro poggiato sui sodi testicoli. Anche le gambe erano coperte da una lieve peluria castano chiarissimo che si scuriva e s'infoltiva sotto le ginocchia per poi scomparire all'altezza delle caviglie. I piedi erano belli, perfetti come le forti mani che poggiavano lievi sulle cosce.

Mi guardò dritto negli occhi per tutto il tempo della posa. Dopo aver fatto diversi schizzi posai l'album e mi alzai. Allora si alzò anche Giovanni.

"Non disegni più, ora?"

"No, per stasera basta."

"Che facciamo, ora?"

"Nulla. Puoi rivestirti, grazie."

"Rivestirmi? Non ti va di stare un po' con me?" chiese quasi stupito.

"Se ti vuoi fermare un po' a parlare, per me va bene." risposi io senza capire.

"Volevi davvero solo disegnare?" mi chiese.

"Certo, che altro?"

"Mah... da come mi guardavi, m'ero fatto l'idea che tu volessi portarmi anche su quel letto..." insinuò con aria tranquilla.

"Eh? No no. Ti guardavo come qualsiasi pittore guarda una modella, o un modello. Nient'altro..."

"Beh, io ci sarei anche venuto..."

"No, davvero."

"Quando gli uomini mi guardano così, di solito vogliono altro. E io sono contento di darglielo, specialmente se sono dei bei tipi come te."

"No, grazie, non erano queste le mie intenzioni..." dissi io lievemente imbarazzato e un po' sulla difensiva.

Giovanni fece spallucce, un altro dei suoi fugaci sorrisi e cominciò a rivestirsi.

"Posso vedere quello che hai disegnato?" mi chiese quando fu rivestito.

"Certo, tieni." dissi porgendogli l'album.

Lo sfogliò: "Belli! Sei davvero bravo. Ma disegni solo o fai proprio quadri?"

"I disegni sono solo preparatori, per studiare il tuo corpo. La prossima volta o quella dopo, se vorrai ancora venire, inizierò una tela ad olio."

"Sì, certo che vengo. È la prima volta che mi spoglio per fare il modello. Di solito... vogliono toccare, non solo guardare."

"E tu... ti lasci toccare?"

"Certo, mi piace. E non solo toccare, si scopa anche, di solito. Mai fatto con un tuo modello?"

"No, mai. Preferisco le donne."

"Modelle?"

"Anche."

"Ti secca che ti ho fatto questa domanda?"

"No no. Ma... posso farti una domanda io?"

"Sì..."

"Tu hai un buon lavoro. Perché lo fai?"

"Con gli uomini? Perché mi piace, te l'ho detto. E se qualche volta ci guadagno anche qualcosa, serve per arrotondare. Ma se il tipo mi piace davvero, ci vado anche gratis."

"Capisco." risposi io lievemente stupito.

Chiacchierammo un po'. Era simpatico. Parlammo di varie cose. Verso le undici mi salutò e se ne andò, dopo che gli ebbi pagato le sue trentamila lire e dato appuntamento per il pomeriggio seguente nell'intervallo del suo lavoro.

Tornò due o tre volte ed iniziai la tela ad olio. Riusciva a stare abbastanza immobile per tempi lunghi così potevo procedere spedito nel mio lavoro. Durante le soste veniva a vedere a che punto ero, ciondolandomi attorno nudo, senza alcun problema. Quasi sempre i modelli, durante le pause, si rimettono le mutande. Non Giovanni.

Avevo da poco iniziato la tela ad olio quando Giovanni cambiò lavoro. L'avevano assunto come portiere in un albergo di lusso, dove prendeva una paga migliore. Così ora, dovendo fare uno dei due turni del mattino o della sera, dovemmo cambiare gli orari delle pose. Cambiando lavoro dovette lasciare la stanza dove dormiva con altri camerieri, perciò mi chiese se poteva dormire da me finché non avesse trovato una camera non troppo cara.

"Non ho un altro letto. Ho solo questo materasso..." risposi io incerto.

"Un mio amico mi presta il suo materassino e sacco a pelo da campeggio. Solo per pochi giorni, ti prego. Io in cambio poso per te gratis..." insisté Giovanni.

Così accettai. Per dargli maggiore libertà di movimento feci fare una copia delle chiavi. Venne col materassino, il sacco a pelo e la sua valigia. Ora passava più ore lì da me, perciò il dipinto procedeva più rapidamente ed iniziai la seconda tela.

Il mio monolocale non aveva il bagno ma solo il cesso. Per lavarsi si doveva andare sulla terrazza sui tetti in cui c'era un basso lavandino di coccio che lui chiamava la fontanella. Giovanni ci andava spesso, nudo, a lavarsi tutto il corpo con una spugna, facendo scorrere l'acqua sul terrazzo fino alla grondaia. Quando s'era lavato e sciacquato, con una canna di plastica lavava il pavimento del terrazzo. S'era a fine mese ed il clima era notevolmente caldo.

La notte si dormiva, io sul mio materasso a terra, lui sopra al suo sacco a pelo, indossando solo mutande e canottiera. La coabitazione con lui non mi disturbava, anzi era piacevole, perché era simpatico pur nella sua essenzialità a volte un po' rude. Iniziai la terza tela. Mancavano pochi giorni alla mia partenza per la mia seconda tappa, Roma. Tornando a casa mi comprai una bottiglia di whisky: avevo un po' di mal di testa e pensai che se ne bevevo un buon bicchiere mi sarei addormentato più facilmente.

Giovanni sarebbe tornato verso l'una di notte, perché faceva il turno serale. Sedetti sul materasso, le luci spente. Non avevo voglia di alzarmi per prendere un bicchiere così aprii la bottiglia e, attaccandomici, ne ingollai alcuni sorsi. Faceva molto caldo. Vidi che la porta verso il balcone era chiusa. Così mi rassegnai ad alzarmi ed andai a spalancarla. La luna piena inondava la terrazza e si rifletteva nella stanza. Al buio tornai sul mio materasso. Bevvi altri due o tre sorsi di whisky. Il caldo mi pareva infernale.

Mi spogliai restando, al solito, in mutande e canottiera. E mi attaccai di nuovo alla bottiglia. Non sono un gran bevitore, ma quella sera non sapevo neppure io cosa m'avesse preso. La testa mi girava. Mi sembrava di soffocare per il caldo. Allora mi liberai anche di canottiera e di mutande e bevvi altri sorsi di whisky. Mi accorsi che la bottiglia era vuota a metà e in un barlume di buon senso, la chiusi e la appoggiai sul pavimento dicendomi che dovevo smettere di bere. E quasi crollai, supino, sul materasso.

Ora mi sentivo la testa leggera ma il corpo terribilmente pesante. E lievemente di malumore. Ma il mal di testa era scomparso. Mi addormentai, mi svegliai, mi addormentai di nuovo. Ero mezzo sveglio quando sentii che Giovanni metteva la chiave nella serratura ed apriva la porta. Il rumore mi sembrò assordante.

Non accese la luce, entrando, ma il chiarore della luna ne illuminava il corpo. Nonostante non riuscissi a mettere a fuoco la sua immagine, vidi che Giovanni si sfilava il T-shirt di sopra la testa, rivelando il suo bel petto nudo. Quindi lo vidi calarsi e sfilarsi i calzoni che ripiegò e depose su uno sgabello. Poi mi vide e sembrò sorpreso. Venne accanto a me. Si accoccolò appoggiando i gomiti sulle ginocchia e mi guardò con attenzione da capo a piedi. Sapevo di essere nudo ma non me ne importava nulla. Lo guardai e notai fra le sue gambe semiaperte, il rigonfio nelle sue mutande aumentare di volume.

"Sei bello, così nudo..." disse tranquillo, allungò un braccio e posò la sua mano sul mio petto.

La fece scivolare sul mio ventre fino a sopra i genitali dove la fermò, a coppa, calda e piacevole.

"Sì, sei molto bello... desiderabile!" insisté.

Mi prese con le due mani su un fianco e mi fece rotolare sul materasso in modo di farmi mettere sul ventre. Sentii una sua mano carezzarmi il sedere.

"Sei davvero desiderabile..." ripeté sicuro.

Poi vide la bottiglia di whisky accanto al materasso, semivuota. La sollevò, la guardò controluce e rise forte. La sua risata mi rimbombò nel cervello col fragore di una cascata.

"Te ne sei scolata la metà, eh? Ma bene!" disse con tono malizioso, poi aggiunse, quasi parlando a se stesso: "Bene bene. Così sarà tutto più facile..."

Io, il capo girato di fianco, lo vidi alzarsi in piedi e sfilarsi le mutande. Torreggiava su di me come la statua di un dio greco. Salì sul materasso, a cavalcioni delle mie caviglie, quindi calò giù in ginocchio con le ginocchia a fianco delle mie e sentii le sue mani che prendevano ad impastarmi le natiche.

Cercai di sottrarmi a quelle ruvide attenzioni, ma ero ubriaco e senza forze, mentre lui era forte e determinato. Le sue mani robuste divaricarono le mie natiche, sentii il suo alito caldo sul mio solco, poi saliva scendermi dritta sull'ano e colarmi sui testicoli. Il freddo del liquido sul mio foro caldo era uno strano, piacevole contrasto. Tutte le sensazioni parevano ingigantite. Sentii i suoi pollici forzarmi l'ano, divaricarmelo, e non riuscivo ad oppormi.

"No, Giovanni, non voglio..." mormorai con voce impastata e cercai di sfuggirgli, ma pareva che non fossi più padrone di uno solo dei miei muscoli.

"Sì che lo vuoi. Sei proprio tu a volerlo! So leggere il desiderio negli occhi di un uomo, io!" mi corresse con voce sicura, bassa e calda.

E subito sentii il suo palo ritto e duro abbattersi contro il mio foro come un ariete che tenti di sfondare il portale di un castello preso d'assedio. M'infilò una mano sotto il ventre e mi forzò a sollevare il bacino fino a mettermi nella giusta posizione ed al giusto angolo per la penetrazione. Ero stupito di come il mio corpo si lasciasse piegare docile come quello di un manichino di legno da pittore. La sua mazza riprese a spingere con determinazione sul mio sfintere, finché i miei muscoli cedettero e lui mi penetrò a fondo in un sola vigorosa spinta.

Gemetti.

"Non far finta che non ti piace! Tu non aspettavi altro, vero?" disse e si rilassò sul mio corpo infilandomelo dentro meglio.

Mugolai e gemetti più forte. Lo sentivo in me, enorme, turgido, vigoroso. Ma quell'invasione non mi aveva provocato dolore, perché tutti i miei muscoli, anche quelli dello sfintere, erano totalmente rilassati, ed ora stava risvegliando in me incredibili fremiti di piacere, di un piacere così inatteso che me ne sentii stupito. Giovanni si mosse e cominciò a sondare il mio canale col suo palo infocato, assaporando le sensazioni che ne ricavava. Fremetti.

"Ti piace," disse divertito, "ti piace e lo vuoi. Dimmi che lo vuoi, che ti piace essere fottuto."

Mi sentii troppo umiliato per rispondergli. Ma mi piaceva.

"Prima che io ti lasci andare, scommetti che me lo dirai che lo volevi in culo? Che ti piace?" chiese agitandosi dentro di me. "È da un po' che avevo voglia di farlo con te," disse allegro iniziando a fottermi con forza, "ma sapevo che mi avresti detto di no e che non avresti più voluto vedermi... Così mi sono fatto ospitare da te e... e ora mi stai ospitando davvero!" concluse ridacchiando per la sua battuta di spirito.

Lo sentii eccitarsi ed il suo ritmo si fece più duro e deciso.

"Dai, amico, dimmi che ti piace, adesso! Ammettilo!"

Non risposi. Allora lui si sfilò lentamente da me per poi riimmegersi vibrando un gran colpo con tutte le sue forze. Gemetti. Di nuovo si sfilò pian piano lasciandomi dentro solamente il glande.

"Dimmi che ti piace!" e di nuovo mi affondò dentro con un altro colpo forsennato. "Su, confessa che ti piace prenderlo in culo!" disse sfilandosi ed al mio silenzio si tuffò nuovamente in me con vigore.

Continuò così finché io, in preda ad un piacere tremendo che mi pareva dovesse farmi impazzire, ansimai: "Sì, mi piace!" e ad ogni suo colpo di reni con cui lo spingeva in me ripetei: "Mi piace... mi piace..."

E infine, dopo non so quanti colpi, lo sentii scaricarsi dentro di me e quasi subito anche il mio membro, che ad ogni suo colpo aveva sfregato contro il lenzuolo, eruttò tutto il suo seme. Giovanni allora giacque su di me, ancora saldamente infisso nel mio culo.

"Cristo Santo, che bella goduta!" ansimò.

Ci addormentammo così. Il suo peso su di me, il suo turgore ancora dentro di me, persino il sudore che incollava i nostri due corpi, mi sembrarono bellissimi mentre scivolavo nel sonno.

Il mattino seguente mi svegliai presto. Un po' intorpidito ed intontito mi alzai dal letto, ancora tutto nudo. Uscii sulla terrazza e mi lavai alla fontanella, godendo i raggi del sole che carezzavano la mia pelle.

Di colpo fu come se il cervello mi si schiarisse e ricordai quanto era successo la notte precedente. Un ricordo netto, acuto, dettagliato. E ne fui completamente sbalordito, non sapendo se esserne più vergognato o deliziato. Mi ricordai nitidamente che m'era piaciuto da impazzire. E capii quindi di essere gay. Di esserlo sempre stato. Questo pensiero sorse semplice, logico, spontaneo. E come tale lo accettai in pieno, con tutte le sue implicazioni.

Tornato nella stanzetta lo vidi nudo, steso sul suo materassino. Allora mi avvicinai a lui, mi stesi al suo fianco ed avvolsi il suo corpo con le mie braccia e le mie gambe, e lo svegliai baciandolo.

Quando aprì gli occhi, gli dissi: "Prendimi di nuovo, Giovanni!"

Lui, mezzo addormentato, fece un sorriso strano. Ma si scostò facendomi stendere sulla schiena in centro al suo materassino doppio. Senza dire nulla, mi fece allargare le gambe inginocchiandovisi in mezzo, mi sollevò le gambe e se le fece passare sulle spalle. Con una mano prese della saliva e mi lubrificò fra le natiche, insistendo appena con un dito. Quando mi sentì fremere sorrise di nuovo, puntò la sua asta già turgida sul mio foro, mi afferrò per la vita con le sue grandi mani forti e si tuffò in me dandomi quanto gli avevo chiesto. E cominciò a stantuffarmi dentro con vigore e piacere. Il suo corpo si coprì di minuscole goccioline di sudore che brillarono ai raggi del sole che irrompeva dalla porta spalancata della terrazza. Giovanni mi sembrò bello come non mai, di una bellezza nuova e diversa, maschio come non mai.

Mi pompava in culo con un vigoroso ritmo ed io mi sentii... libero e rilassato. Ora sapevo, ora accettavo di desiderare il maschio. Ed ora l'avevo in me. Gli ero grato, perché aveva liberato quel mio vero io che per anni era stato sopito in me, che io inconsciamente non avevo voluto o saputo riconoscere. Mi aveva restituito a me stesso.

"Ti piace, eh, porcello!" disse lui guardando la mia espressione beata e sorridendomi malizioso.

"Sì, mi piace moltissimo..." mormorai io sentendomi felice di poterlo dire.

"Lo sapevo io. Ma tu facevi così il prezioso... Volevi essere fottuto, per quello t'eri spogliato nudo no? E t'eri ubriacato."

"No, non è per quello ma... mi piace."

"Comunque tu sei finocchio quanto me, no?"

"Sì, e tu mi piaci." dissi io in preda ad una gioia profonda.

"Anche tu a me piaci. Hai un bel culo stretto... e sei simpatico." disse Giovanni continuando a martellarmi dentro con determinazione.

"Sei il primo a fottermi."

"Ma tu volevi essere fottuto da me, no?"

"Questa volta sì."

"Bene." disse lui tranquillo facendomi sobbalzare ad ogni affondo, "bene..." ripeté con voce roca accelerando il ritmo, "bene..." mugolò irrigidendomisi dentro e premendo a fondo con tutta la propria energia. E di colpo, restando immobile, teso allo spasimo, si scarico dentro di me.

Il suo volto era di una radiosa, animale bellezza.

Dopo l'ultimo getto si sfilò da me quasi bruscamente. Uscì sulla terrazza a lavarsi. Io restai lì, sentendomi languido e felice. Giovanni non sarebbe mai stato un amante, il mio amante, pensai sereno, ma un meraviglioso animale da monta.

Tornò nella stanza e restò in piedi accanto a me a guardarmi. Era molto piacevole guardare il suo corpo nudo torreggiare su di me.

Con espressione seria mi disse: "Così io sarei il tuo primo uomo."

"Sì, certo."

"Alla tua età."

"Meglio tardi che mai, no?" scherzai io, sorridendogli.

"Proprio mai fatto niente con i maschi, prima?"

"No mai. E neanche ci pensavo."

"Sembra impossibile. E adesso, di colpo, ti piace."

"Esatto."

Scosse la testa, poi cominciò a rivestirsi. Io mi misi a sedere sul suo materassino e lo guardai.

Quando si girò a guardarmi, gli chiesi: "Ma a te è piaciuto, no?"

"Sì. A me piace fottere."

"Lo sai far bene."

"Grazie." rispose asciutto.

Mi alzai in piedi. Lui mi si avvicinò e mi palpò lieve i genitali guardandomi negli occhi.

"Quando torno... ti va di rifarlo, no?"

"Sì, credo proprio di sì."

"Bene." rispose con un mezzo sorriso ed uscì.

Il terzo ed ultimo ritratto che feci a Giovanni fu senz'altro il più bello e ne capii chiaramente il motivo: ora lo vedevo con occhi diversi, ora lo "conoscevo" intimamente. Non era più solo un bel corpo per me, ma era Giovanni... non so se riesco a spiegarmi.

Prima di lasciarlo gli feci parecchi altri schizzi sul mio album di seppie. Lui posava volentieri, era davvero un buon modello. Volle che gli lasciassi uno dei miei schizzi.

Dopo quella prima volta, dormimmo sempre insieme. Gli altri accoppiamenti furono meno rudi del primo, ma non meno piacevoli. Giovanni era incuriosito dalla mia "improvvisa conversione" come la chiamava lui. Cercare di spiegargliela fu anche un buon esercizio per me per capirmi un po' meglio. Fu un po' un reincollare insieme tanti frammenti della mia vita passata che, vissuti ad uno ad uno, non m'avevano mai permesso di far affiorare la mia componente gay ma che ora, visti in uno sguardo d'assieme, mi dimostravano come in realtà la mia non era affatto una conversione sulla via di Damasco, ma un semplice affiorare, liberarsi della mia coscienza.

"Se avessi saputo che t'eri sbronzato solo per il mal di testa, e che t'eri spogliato solo per il troppo caldo, mica sarei venuto a fotterti, sai?"

"Beh, meno male che non l'avevi capito, allora." risposi io, poi aggiunsi: "Ma tu, comunque, avevi voglia di farlo, no?"

"Certo, dal nostro primo incontro là al Ponte Vecchio. Ma non t'avrei mai forzato se... se sapevo che a te non interessava."

"Il fatto è che non lo sapevo neppure io che... mi interessava."

"Beh, siamo stati fortunati in due!"

"Giovanni, hai mai avuto un ragazzo fisso, tu? Un innamorato?"

"Innamorato? No, mai. Non lo so neanche se capiterà mai. L'amore... mi pare solo una stupida romanticheria. A me piace andare subito al sodo."

"Me ne sono accorto..." dissi io ridacchiando, "ma non bisogna aver paura dell'amore."

"Paura? Paura no, io. Se mi innamorerò... mi innamorerò. Solo che ci credo poco. E poi mi piace essere libero. Oggi uno, domani un altro. Tu tra poco te ne vai. Così mi troverò uno o dieci altri, che importa. Comunque con te sono stato bene. Forse anche perché non abbiamo solo scopato."

Quando lasciai Firenze volle accompagnarmi alla stazione. Arrivò a salutarmi anche il pittore francese amico di Thomas. Giovanni ne sembrò contrariato. Quando il treno stava per partire, Giovanni salì rapidamente nello scompartimento e posò un pacchettino sul mio sedile.

"Per te. Addio." disse e scese in fretta prima che il treno partisse e che io potessi reagire.

Mi affacciai al finestrino del corridoio. Stavano chiudendo le porte. Il treno si avviò. Giovanni non rispose al mio gesto di saluto ma rimase sul marciapiede a guardarmi finché ci perdemmo di vista.

Tornato nello scompartimento aprii il pacchettino. C'era un portachiavi di bronzo con una medaglia su una faccia della quale erano riprodotti, a tutto tondo, i genitali del Davide di Michelangelo. E nella scatoletta c'era un bigliettino ripiegato in due con su scritto: "Per ricordo. Non dimenticarmi. Giovanni (il mio però è più grosso...)" e nulla altro.

Agganciai il portachiavi al passante della cintura e riposi il bigliettino nel portafogli, sorridendo.

No, non avrei mai dimenticato Giovanni, il mio "scopritore". Il mio nero ghepardo pronto a ghermirmi, a prendermi, che presto sarebbe stato in agguato sul Ponte Vecchio per la prossima, fortunata preda.

Lasciavo Firenze sereno, arricchito. Thomas aveva avuto ragione a spingermi a questo viaggio, anche se forse non ne immaginava questo aspetto. E già ne pregustavo le prossime tappe.


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