A Roma mi ospitò Marco Stenati, un pittore anche lui amico di Thomas. Aveva un bellissimo atelier in un attico di un moderno palazzo di dodici piani che dava sul giardino di Villa Borghese. Quando gli avevo telefonato da Firenze, lui aveva preparato un letto per me in una stanzetta adiacente al suo atelier. Mi venne ad aspettare alla stazione Termini e mi portò con la sua auto fino al suo atelier, dove posai le mie cose. Mi disse che in quel periodo non dipingeva, perché aveva da sistemare alcune cose alla sua casa al mare, quindi il suo atelier era tutto per me... Poi mi portò a pranzo a casa sua.
Abitava in un antico palazzo al centro di Roma, dietro al Pantheon. Mi presentò la moglie ed i tre figli, tutti molto simpatici e cordiali. Quindi mi riaccompagnò al suo atelier. Sistemai le mie cose e presi una doccia nel piccolo bagno accluso.
Torno torno all'atelier, di cui tre pareti erano tutte vetrate facendo quasi pensare ad una specie di serra, correva un ampio balcone su tre lati. Due davano sulle vie laterali ed il più lungo dava sui giardini. La vista era talmente bella che quel pomeriggio stesso iniziai uno dei miei paesaggi. Chiesi a Marco se mi poteva trovare un modello che posasse per me. Mi chiese che tipo avessi in mente, poi fece un paio di telefonate.
"Domattina alle dieci si presenterà qui da te un modello. Se non ti va, diglielo senza problemi. Lui è in contatto con altri e ti può mandare qualche suo compagno."
Il giorno seguente, mentre stavo continuando il mio paesaggio, suonarono alla porta. Guardai l'orologio: le dieci in punto. Andai ad aprire.
Era un ragazzo di venti anni, con una folta e morbida capigliatura castano scuro tagliata corta, pettinata indietro e un po' disordinata, e un volto chiaro e pulito, da chierichetto.
"Sono Carlo, il modello... è lei il pittore inglese? Capisce l'italiano?" chiese quasi con timidezza.
"Poco poco. Tu capisci l'inglese?" chiesi io in inglese.
"Sì, abbastanza. Ma mi vergogno a parlarlo, faccio un sacco di errori..." disse lui con un sorriso schivo.
Quel ragazzo mi piaceva. Gli dissi di entrare. Aveva con sé una specie di coloratissimo zainetto e mi chiese dove poteva posarlo.
Gli chiesi quali fossero le sue tariffe e quando avesse tempo libero e ci accordammo per un orario. Sarebbe venuto due mattine e tre pomeriggi alla settimana. Gli dissi di spogliarsi e di sedere su una sedia ed io presi il mio album di schizzi per cominciare, come al mio solito, con una serie di seppie. Si denudò con la naturalezza con cui di solito lo fanno i modelli professionisti. Mentre lo schizzavo gli feci alcune domande.
Carlo aveva venti anni come avevo immaginato e faceva il modello da due anni. Aveva studiato da odontotecnico ma non avendo trovato lavoro nel suo ramo, aveva cominciato a lavorare come modello. Viveva da solo con la madre vedova. Non doveva mantenerla perché la donna aveva la pensione del padre. Ma lui non voleva pesarle e col suo attuale lavoro guadagnava benino.
Era un ragazzo a modo, educato, semplice, forse un po' introverso... Aveva un corpo snello ma veramente gradevole, glabro e liscio. E un bel membro che, ora, attirò chiaramente la mia attenzione. Durante la sosta si infilò le mutande. Mi chiese se poteva mangiare qualcosa. Tirò fuori un panino fatto in casa e me ne offrì la metà. Non lo accettai ma lo ringraziai. Lo guardavo e mi accorsi che di tanto in tanto anche lui mi guardava. Pensai che aveva lo sguardo di un gatto... Guardare quel ragazzo mi stava facendo eccitare.
"Quanti anni ha lei?"
"Ventotto."
"Ah, gliene davo di meno. Da molto che dipinge?"
"Da una dozzina d'anni."
"Fatte molte mostre?"
"Sì, parecchie."
"Ha con se un catalogo?"
"Sì..."
"Mi piacerebbe vederlo. Non è che io sono un esperto, ma... ho visto i lavori di tanti pittori per cui ho posato e così..."
"Domani te li mostro. Riprendiamo, ora?"
"Sì, certo." rispose e si sfilò le mutande riprendendo il suo posto sulla sedia coperta da un drappo bianco.
"Ti piace posare, Carlo?"
"Beh, sì."
"Sei un bel ragazzo. Devi essere molto richiesto."
"Sì, certo."
"Anche da fotografi?"
"Anche, ma rifiuto."
"Ah, come mai?"
"Perché spesso con la scusa delle foto d'arte quello che poi vogliono fare sono foto pornografiche. O mettermi le mani addosso. E non mi piace."
"Capisco. Ma magari anche qualche pittore avrà cercato di metterti le mani addosso. Sei un bel ragazzo, dopo tutto."
"Sì, certo, ma meno. I veri pittori vogliono soprattutto dipingere, come lei. E se anche hanno intenzioni su di me... al massimo cercano di farmelo capire."
"Ah sì? E come?" chiesi io incuriosito.
Lui fece un sorriso schivo: "Ognuno a modo suo. Chi a parole, chi... in altro modo."
"E ti dà fastidio?"
"No, finché lo fanno in modo rispettoso."
Avevo voglia di quel ragazzo. La mia nuova sensibilità verso il maschio mi rendeva particolarmente attento e sensibile al suo fascino discreto. Ma non avevo la minima esperienza su come abbordare, su come far capire i miei desideri senza espormi troppo e senza mettere in imbarazzo l'altro. In fondo anche le sole tre esperienze che avevo avuto con le donne, erano sempre state loro a fare il primo passo, non io.
Anche il giorno dopo Carlo arrivò puntualissimo e quando andai ad aprirgli ebbi di nuovo l'impressione del chierichetto che m'aveva dato il giorno prima. Quand'era vestito pareva davvero un ragazzo angelico, pulito, mite, ingenuo. Nudo invece, di nuovo mi dava l'impressione di un gatto, sia per il suo corpo elastico e rilassato ma sodo, sia per il suo sguardo attento ed assente al tempo stesso. Quando mi guardava negli occhi pareva fissare un punto al di là di me... Pareva che non gli sfuggisse nulla e al tempo stesso che nulla lo interessasse veramente.
Quando parlavo con lui rispondeva esaurientemente, c'era dialogo. Ma se tacevo, anche lui taceva. Avrei voluto riportare il discorso sulle proposte sessuali che aveva ricevuto, ma mi vergognavo. A differenza di altri modelli, non chiese mai di vedere i disegni che gli avevo fatti, né commentava il dipinto che avevo iniziato.
Durante una sosta gli feci vedere un album con le foto dei miei dipinti.
"Mi piacciono. Lei ha un bello stile, pulito, un po' sognante. E mi piace come usa il colore."
"Grazie." dissi io sorridendogli.
Lui mi rispose con un sorriso timido.
Gli chiesi: "Quale ti piace di più, di tutti i miei quadri?"
Lui sfogliò di nuovo l'album, poi mi indicò l'ultima fotografia, quella del terzo ritratto di Giovanni.
"Questo. È particolarmente vivo e vero..." disse.
"Sì, anche io penso che sia il mio migliore. E non solo perché è l'ultimo che ho fatto."
"Sì, è molto bello."
Riprendemmo. Guardandolo mi sentivo vagamente e piecevolmente eccitato.
"Hai una ragazza, Carlo?" gli chiesi ad un tratto.
Lui mi guardò attento, poi disse: "No, mai avuta. Non ho tempo per le ragazze."
Cosa avrei dovuto dirgli, ora? Strano, un bel ragazzo come te? O un più diretto: non ti piacciono le ragazze? No, non me la sentivo.
Ma lui, per la prima volta, fece una domanda diretta: "Lei non è sposato, vero?"
"No..."
"E... ha avuto qualche ragazza?"
Io mentii spudoratamente: "No."
Mi guardò, ma non disse nulla.
E venne il terzo giorno. Arrivò puntuale come sempre. Era un pomeriggio caldo, un po' afoso.
"Fa caldo, oggi." disse Carlo mentre sedeva sulla solita sedia.
"Sì. Beato te che te ne stai lì nudo." dissi io.
"Se vuole può togliersi qualcosa anche lei. Fra maschi mica ci sono problemi, no?"
Annuii e mi tolsi la camicia restando a petto nudo, quindi mi misi a dipingere. Notai che il suo sguardo indugiava sui miei pettorali e sul mio ventre ed il suo sguardo mi fece piacere. Parlammo un po' del più e del meno, come al solito. Quando facemmo la consueta sosta io, quasi facendo fatica a dirlo, lanciai lì, cercando di suonare casuale: "Puoi anche non rimettere le mutande, se vuoi... siamo fra maschi, no?"
Lui mi guardò con aria interrogativa ma posò le mutande senza metterle.
"È solo l'abitudine. In Accademia si fa così." disse, ed andò a prendere il suo solito panino dallo zainetto.
Iniziò a mangiarlo stando ritto davanti alla vetrata e guardando fuori, verso il parco. "C'è una bella vista, da qui." disse.
Io guardai il suo sedere liscio e sodo, piccolo, e risposi con tono lievemente divertito: "Sì, è davvero una gran bella vista."
Lui si girò, vide il mio sguardo e sorrise complice: "Le piace?"
"Molto."
"Ma lei, chissà quante ne ha già viste..."
"Non ci si stanca mai..." risposi io conscio di quello scambio di battute condotte sul filo del rasoio.
Carlo aveva finito il suo panino. Si portò le mani ai fianchi, girato verso di me, e chiese: "E di questa vista che ne dice? Non le piace anche questa?"
Aveva assunto improvvisamente un'aria quasi sfrontata, scanzonata, che mi sorprese. Non pareva più assolutamente il chierichetto che suonava alla porta, ora, né il gatto languidamente seduto sulla sedia. Ora mi dava più l'idea di un soldataccio, o di una tigre forte e sicura, che non ha neppure bisogno di essere aggressiva.
Rimasi in silenzio a guardare il suo corpo, i suoi genitali quasi offerti alla mia considerazione.
Lui se li carezzò con una mano e sorrise da bravaccio: "Non le piacciono questi?"
"Sì, certo. Sei tutto molto ben fatto."
"Non sia timido. Lei mi piace. Se vuole toccarmi... non mi darebbe fastidio."
"Davvero?" chiesi io sentendomi un piacevole calore addosso.
"Davvero." rispose lui venendo verso di me e mi carezzò i pettorali.
Quindi, mentre io lo sfioravo sul ventre con le dita, iniziò sicuro di sé a sbottonarmi i calzoni. Mentre me li spingeva giù assieme alle mutande sulle anche, sulle ginocchia, attorno alle caviglie in un solo fluido, lento gesto, si inginocchiò davanti a me e con le labbra afferrò il mio membro che si stava rapidamente indurendo e rizzando. Me lo leccò. Io chiusi gli occhi godendo di quelle sue attenzioni e spinsi in avanti il bacino. Lui allora lo prese tutto in bocca e cominciò a succhiarmelo, lavorandolo con la lingua in modo esperto ed abile.
Fremendo gli posi le mani ai lati della testa testa, tenendola ferma, e facendo ondeggiare il bacino avanti e dietro, iniziai a fotterlo gentilmente nella bocca calda ed accogliente. Carlo per un po' mi lasciò fare.
Poi si alzò e chiese: "Non c'è un posto per sdraiarci?"
"Sì, di là." risposi io uscendo dai calzoni ammucchiati a terra e lo guidai verso la stanzetta in cui dormivo.
Lui mi fece sdraiare, le gambe divaricate, s'inginocchiò fra le mie gambe e si chinò ad ingolfare di nuovo il mio palo dritto e palpitante. Me lo lavorò a lungo, poi si staccò da me e mi si sdraiò di fianco.
Tracciando ghirigori con i polpastrelli sui miei capezzoli, mi disse: "Posso leccarti tutto il corpo? Mi piaci..."
"Sì, Carlo. Anche tu mi piaci. Cosa ti piace fare?"
"Fammi quello che vuoi, a me piace tutto..."
"Mi piacerebbe provare a prenderti... Non l'ho ancora mai fatto..."
"Hai la crema e il preservativo?"
"No..."
"Allora non oggi, la prossima volta. Procurateli." disse Carlo tranquillo.
Così quella prima volta ci limitammo a leccarci e carezzarci e venimmo senza penetrazione. Carlo aveva, giustamente, timore di infezioni e voleva prendere le sue precauzioni.
Certo è, comunque, che a letto perdeva quella sua aria innocente da chierichetto e diventava un altro: disinibito, pieno di libidine, disposto a tutto.
Dopo aver fatto l'amore tornammo nell'atelier ed io ripresi a dipingerlo. Avevo rimesso indosso solo i jeans.
Carlo mi chiese con un sorriso malizioso: "Perché non resti nudo? Tanto ormai..."
"Perché il padrone di questo atelier ha le chiavi e sarebbe imbarazzante se entrasse e mi vedesse nudo."
"È gay anche lui?"
"No, è sposato con figli..."
"Beh, questo vuol dire poco..." sentenziò Carlo con un'alzata di spalle, "sapessi quanti uomini sposati, se solo ne hanno l'occasione, non rifiutano certo di passare un'ora a letto con un maschio. E basta che non si sappia, sono loro a voler essere fottuti. Non ti è mai capitato, a te?"
"Tu sei il secondo maschio con cui faccio sesso..."
"Il secondo? Davvero?"
"Sì. Ho scoperto solo un mese fa che mi piace."
"Vuol dire che prima non hai mai scopato?"
"Sì, ma solo con donne. Mi pareva che mi interessasse farlo solo con loro..."
"Avevi detto che non avevi mai avuto una ragazza..."
"Era una bugia. L'avevo detto solo nella speranza di farti capire che mi interessavi tu..."
Carlo ridacchiò ma annuì.
Poi ad un tratto disse: "Ehi, non credere che io scopi con tutti i pittori per cui poso! O con chiunque. Tu mi piaci, e per questo ci sto con te."
"Sì, certo. Ma perché ti piaccio?"
"Boh? Forse perché sei così... inglese. Hai un bel corpo e una faccia simpatica. E poi perché non mi sei saltato addosso."
"Io non sono inglese, sono irlandese..."
"Beh, per noi siete tutti uguali. Anche noi italiani per voi stranieri siamo tutti uguali, no?"
"Sì e no. Ma capisco che cosa vuoi dire. Sono il tuo primo straniero ,io?"
"No. Il mio primo uomo era un ragazzo straniero. Io avevo sedici anni e lui era un danese di ventiquattro anni, turista qui a Roma. Parlava un po' di italiano. Mi ha fermato per la strada, nella Salita del Grillo, vicino ai Mercati Traianei e mi ha detto: sei molto bello, ti va di scopare con me?"
"Ah! Così diretto? E tu cosa gli hai detto?"
"Beh, io ancora non avevo avuto esperienze ma era un paio d'anni che ci pensavo e ne avevo voglia... E quel ragazzo oltre a piacermi mi ispirava fiducia... Così gli ho detto di sì. Allora abbiamo preso l'autobus e m'ha portato al campeggio, nella sua tenda. Ci siamo chiusi dentro e lì abbiamo fatto l'amore."
"E t'è piaciuto."
"Sì, ci sapeva fare. E quando gli ho detto che era il mio primo uomo ce l'ha messa tutta per farmelo piacere. Era un gran bel ragazzo, avrebbe potuto benissimo fare il modello o l'indossatore. Mi ha sverginato già quella prima volta, però senza farmi male. Per fortuna non aveva un uccello troppo grosso e sapeva usarlo bene. A lui piacevano gli italiani e quella era la quinta estate che veniva a cercare delle avventure qui in Italia."
"Hai un ragazzo fisso, tu?"
"No, non ancora. Ma spero di trovarlo, un giorno. Se l'avessi avuto non ci avrei provato con te..."
"Com'è il tuo tipo?"
"Non lo so. Beh, quel tuo modello di Firenze, per esempio, mi piace. Un tipo così, uomo, maschio. Non effeminato, cioè. Come sei anche tu. Senza essere un mister muscolo, però. E non peloso o mi dà l'idea di uno scimmione. E intelligente, ma che non faccia l'intellettuale. E senza complessi, specialmente a letto. Beh... il principe azzurro forse." concluse Carlo sorridendo.
Mi piaceva ascoltarlo parlare, vederlo sorridere. La mia prima impressione che fosse un po' introverso era del tutto errata. Era un ragazzo vivo e vivace, disinibito ma sensibile.
Andai in farmacia a comprare un gel spermicida ed una scorta di preservativi, pregustando il prossimo incontro con Carlo. Non so se fossi più attratto dalla novità dell'esperienza sessuale o proprio da Carlo in quanto tale. Forse un po' tutti e due. Certo è che fino ad allora le mie esperienze con uomini erano state solo essere penetrato ed essere succhiato. Sapevo che c'era molto altro da imparare, da fare...
Carlo, con la sua aria da bravo ragazzino, che pareva trasformarsi appena si era in intimità, mi affascinava.
Quando suonò alla porta dell'atelier, puntualissimo come sempre, io ero già dietro la porta e gli aprii subito. Eccolo lì, con la sua aria da chierichetto, i suoi occhi apparentemente ingenui, il suo sorriso quasi timido ma, ora, compiaciuto.
"M'aspettavi?"
"Certo, vieni..."
"Mi sa che oggi non cominciamo con la posa, vero?"
"Comunque... spogliati." dissi io allusivo.
Carlo si diresse subito alla camera da letto. Lo seguii.
"No, spogliami tu, allora..." disse e cominciò a spogliare me.
Spogliandomi mi toccava, mi carezzava, posava le labbra sulla mia pelle nuda ed io lo imitavo. Ci trovammo presto nudi, uno di fronte all'altro, eccitati.
"Hai proprio un bell'uccello!" disse palpandomelo. Poi vide i preservativi ed il gel accanto al letto e sorrise: "Ti sei attrezzato, vedo. Bene, bravo..." disse e li prese.
Si chinò a leccarmelo, poi strappò una bustina e mi applicò il preservativo sull'asta dura, con le labbra. Si rialzò e si spalmò il gel sul buco e, in piedi, si girò e mi si offrì.
"Così?" chiesi io addossandomigli di dietro e cingendogli con le braccia il petto.
"Sì, certo." disse lui disse lui spingendo le mani indietro per guidare il mio palo fra le sue piccole natiche protese. Mi incuneai in lui, spinsi appena e lo penetrai stringendolo a me. Con una mano gli carezzavo ventre e petto, con l'altra i bei genitali turgidi. Gli affondai dentro come una lama calda nel burro e sentii che era bello! Capii che cosa avesse provato Giovanni con me e mi eccitai moltissimo. Cominciai a fotterlo pian piano, assaporando quelle sensazioni nuove e piacevolissime. Lui ad ogni mio affondo si spingeva indietro contro di me, facendomi così sentire il suo piacere ed il suo desiderio.
"Ti piace il mio culetto, Shaun?" chiese mentre mi agitavo in lui con crescente entusiasmo.
"Sì, da matti!" risposi io cominciando a muovermi più veloce e con più energia.
"Dai, Shaun, più forte!" m'incitò lui.
I nostri corpi, ritti accanto al letto, ondeggiavano a ritmo, quasi come canne scosse dal vento della lussuria.
"Per essere la prima volta che inculi, sei bravo..." ansimò ad un certo punto.
"È... bello!" mugolai io in risposta, stringendo il suo corpo contro il mio e lavorandolo ora solo di anche, con un istintivo lavoro di lombi.
"Oh sì... sbattimi Shaun! Fammi sentire quanto sei maschio!" m'incitò Carlo di nuovo con voce piena di passione.
Scesi a mordicchiargli una spalla, il collo, un'orecchia e lo sentii fremere fra le mie braccia, contro il mio corpo, attorno al mio palo, moltiplicando il mio piacere. Continuando a masturbarlo, gli sfregai un capezzolo, poi l'altro e lui mugolò con voce calda e bassa. Sentendo arrivare l'orgasmo, gli battevo dentro con crescente vigore.
E mi scaricai in lui con forti guizzi, in preda ad un piacere indescrivibile, e lui subito venne nella mia mano, abbandonandosi tutto contro di me, quasi a non voler perdere l'intima connessione fra i nostri corpi. Rovesciò indietro la testa finché riuscimmo ad unirci in un caldo ed intimo bacio.
"Era da quando ho fatto la naja che nessuno mi prendeva più così, in piedi. Un mio compagno friulano, nelle docce... Mi piaceva... È stato molto bello, Shaun..." ansimò contento.
Sì, fu bello, per quel mese che passai a Roma. Ebbi altri modelli, dopo Carlo, ma continuai a fare l'amore solo con lui: ci piacevamo molto entrambi. Quando lasciai Roma per Napoli dispiacque a tutti e due doverci separare...