Alain Prevost era un pittore di cinquantasei anni, ma ne dimostrava di meno. Nel mio francese mediocre riuscii a comunicare con lui. I primi tre giorni fui ospite a casa sua a Marsiglia. Ma lui mi consigliò di trasferirmi in un paesino della Camargue, e mi trovò un locale in affitto in un grazioso paesello che si chiama Berze l'Etang. Qui era impossibile trovare dei modelli professionisti, ma ne ero quasi contento. Inizialmente disegnai alcuni paesaggi e nel frattempo mi guardai attorno per cercare qualche ragazzo che si prestasse a posare per me.
Ne trovai tre. Ma fra quei tre, chi subito mi attrasse in modo particolare fu François. Era un ragazzo di ventiquattro anni. La prima volta che lo vidi era seduto al bar che leggeva il giornale e sorbiva una panachée. Qualcosa nel suo volto mi colpì e, seduto poco più in là, non riuscivo a distogliere gli occhi da lui. Ad un tratto sollevò gli occhi dal giornale ed incrociò il mio sguardo.
Mi fece un cenno di saluto con un lieve sorriso, quindi si rimise a leggere. Ne fui stupito, perché m'aveva salutato come si fa con un conoscente: un segno di riconoscimento, tranquillo, quasi casuale. Che m'avesse scambiato per qualcun altro?
I neri capelli lisci gli cadevano sulla fronte, sovrapponendosi giusti alle sopracciglia. Gli occhi scuri erano sottolineati da lunghe ciglia. Il naso era piccolo, perfetto, la bocca dritta e ben disegnata. Le mani dalle dita lunghe ed affusolate. Tirai fuori il mio album e, rapido, gli feci uno schizzo a matita. Lo stavo finendo quando lui mi guardò di nuovo, guardò il mio album, poi di nuovo i miei occhi.
"Mi state disegnando?" chiese con voce calda e bassa che m'inviò un piacevole brivido lungo la schiena.
"Sì. Spero che non vi dispiaccia..." risposi io smettendo di disegnare.
"No... siete straniero, vero? Pittore?"
"Sì, irlandese."
"Siete di passaggio o pensate di fermarvi?"
"Qualche settimana soltanto. Avete mai posato come modello?"
"Modello? Per un pittore? No, mai."
"Vi dispiacerebbe posare per me?"
"Lo sto già facendo..." rispose lui con un sorriso.
"No, intendevo nel mio atelier. Per un quadro."
"Ah, avete un atelier qui a Berze?"
"Sì, dietro al municipio. In affitto per un mese."
"E davvero vorreste farmi un quadro?" chiese il giovane con aria interessata.
"Posso offrirvi qualcosa? Volete sedervi al mio tavolo?" chiesi io.
Lui si alzò e venne a sedere accanto a me. Mi tese la mano.
"Piacere, io mi chiamo François Laval."
"Shaun O'Malley, piacere. Potremmo darci del tu, abbiamo pochi anni di differenza, no?"
"Sì, certo. Perché vorresti farmi un quadro?"
"Perché sei un bel ragazzo. Sto dipingendo una serie di quadri, di bellezze latine, ragazzi. A Londra farò un'esposizione."
François sorrise: "Io dunque sarei una bellezza latina?"
"Direi proprio di sì."
"E se accetto, sarei esposto a Londra?"
"Certamente."
"Divertente. Quanto tempo dovrei posare per te?"
"Beh, dipende... Da poche ore ad alcuni giorni. Hai da fare tu? Lavori?"
"Si, certo. Lavoro con mio padre alla pompa di benzina. Ma posso scegliere il turno. Per te in che orario sarebbe meglio?"
"Mattina, o pomeriggio... preferisco lavorare con la luce del sole."
"Ottimo. Devo parlarne con mio padre per vedere i turni. Come posso fare per darti una risposta?"
Aveva accettato, così, con semplicità. Gli dissi che sarei tornato lì al bar poco prima dell'ora di cena. Fissammo l'appuntamento. Quel ragazzo era seducente. Pensai che non sapevo se mi premeva di più trovare in lui un bel modello o un compagno di letto... François comunque m'attraeva in tutti e due i sensi, ne ero cosciente.
Passai il pomeriggio facendo schizzi di scorci del paese. Verso le sette di sera tornai al bar in piazza e sedetti ad un tavolino del dehors. Dopo poco arrivò François, nella sua morbida tuta blu da benzinaio. Da lontano mi fece un cenno di saluto ed un sorriso. Venne a sedere al mio tavolo.
"Bene, è fatta. Mio padre è d'accordo che faccia il turno di pomeriggio-sera. Così da domattina sarei libero. Ti va bene?"
"Ottimo. A che ora puoi venire?"
"A qualsiasi ora dalle sette in poi..."
"Facciamo alle otto, allora?"
"Sì, va bene."
Gli spiegai dove era il mio atelier. Gli offrii un aperitivo. Chiacchierammo. Ed io gli posi la fatidica domanda...
"Hai la ragazza, tu?"
"No. Anche mia madre mi chiede sempre quando me la faccio. Ma, almeno per ora, non mi interessa. Mi piace troppo la libertà."
"Come passi il tuo tempo libero?"
"Gioco a bocce con gli amici. Leggo. Mi piace molto leggere, specialmente romanzi polizieschi. Gioco a carte. Non mi annoio. Comunque, niente ragazze!" concluse con un lieve sorriso. Poi mi chiese, "E tu?"
"Io neppure. Anche io preferisco essere libero."
"Sì, hai ragione." confermò lui portando il bicchiere alle labbra.
Salutò con un cenno degli amici che passavano.
"Non sono mai stato a Londra. È bella?" mi chiese.
"Sì, a me piace molto."
"Io non ho mai viaggiato. A parte qualche volta a Marsiglia, Avignone, Nizza... Marsiglia, soprattutto. Una sola volta a Lione, ma quand'ero piccolo. Non me la ricordo. Deve essere bello viaggiare. Conosci un sacco di gente interessante, no?"
"È vero."
"Tu viaggi molto?"
"No. Questo è il mio primo vero viaggio un po' lungo. Una specie di... pellegrinaggio a cercare, a scoprire i giovani del Mediterraneo. Italia, Spagna ed ora Francia."
"Già, le bellezze latine!" sorrise lui, poi chiese: "Dove hai trovato i ragazzi più belli? In Spagna, in Italia o qui?"
"Dappertutto. Avete un fascino speciale voi latini. Almeno per noi nordici."
"Sì. Qui invece ci sembrano affascinanti i nordici. L'erba del vicino è sempre più verde, no?" concluse sorridendo.
Aveva un'aria calma, pacata, appena contraddetta dalla vivacità dello sguardo.
"Il maschio latino ha un corpo più sensuale del maschio nordico..." lanciai lì.
Lui mi guardò come riflettendo, poi disse: "La sensualità è negli occhi di chi guarda, credo. Non sei d'accordo?"
"Mah, forse."
"Sì, credo di sì. Come la bellezza. Cose, persone che a me sembrano belle, ad un altro possono non interessare, non piacere e viceversa. E per fortuna è così, almeno c'è posto per tutti. Pensa, se avessimo tutti gli stessi gusti, che miseria! Ci sarebbe gente che non piacerebbe a nessuno e non gli resterebbe che suicidarsi."
"Ma tu, per esempio, sei bello. Credo che non puoi non piacere."
"Mica vero. A te sembro bello, ad altri magari no."
"Non credi alla bellezza universale?"
"No. Io non ho cultura, ma... credo che ci sembra bello quello che ci hanno abituato a considerare bello. Un po' come la moda, no? Quand'è di moda pare bello, ma dopo qualche anno pare ridicolo. E poi c'è una bellezza che si scopre a poco a poco. Cose o persone che lì per lì mi sono sembrate brutte, gradualmente possono sembrarmi belle. E viceversa. Quello che ti pareva bello, poco per volta ti interessa sempre meno ed alla fine lo scarteresti senza pensarci due volte."
La profondità di quel ragazzo "senza cultura", come si definiva lui, mi affascinava ed aggiungeva bellezza al suo aspetto fisico, confermando così le sue idee.
Mi sorrise: "Hai un modo speciale di guardare, tu. Forse tutti i pittori hanno un modo speciale di guardare, o non sarebbero pittori. Forse voi pittori vedete al di là delle cose, del loro aspetto esteriore..." mi disse.
"Ma anche tu hai un modo speciale di guardare, François..."
"Ah sì? Beh, forse... io cerco di capire chi ho di fronte. Di capire cosa pensa, in cosa crede, chi è..."
"Ed io, chi sono?" chiesi allora.
Sorrise e scosse il capo: "Dammi un po' di tempo. Per ora so solo che mi piaci, mi interessi. Mi incuriosisci. Ho voglia di conoscerti meglio. Conoscere gli altri è arricchirsi."
"Anch'io vorrei conoscerti. E più ti conoscerò, meglio saprò dipingerti."
"È naturale. Se ti fermi per qualche settimana, avremo modo di conoscerci, no?"
"Senz'altro."
"Anche se a volte, di fronte agli altri, si indossano delle maschere..."
"La tua, comunque, è bella." gli dissi.
Sorrise di nuovo, senza ribattere.
Ci lasciammo. Andai a cenare in una piccola locanda. A sera, tornato nel mio atelier dove avevo fatto piazzare un letto dietro ad una tenda, mi stesi. Non mi addormentai subito. Ripensai al mio incontro con François. Quel ragazzo mi piaceva e m'attraeva enormemente. Aveva mani bellissime ed un volto affascinante. Ed anche una personalità affascinante.
Il mattino seguente, quando François tirò la corda della campanella al cancello, avevo già preparato tutto. Scesi le scale, traversai il cortiletto ed andai ad aprirgli. Indossava un paio di jeans attillati ed una specie di casacca di leggero cotone. Lo feci entrare e lo portai su al mio atelier. Si guardò intorno. Avevo appoggiato alcune tele alle pareti, sia di paesaggi che di nudi. Lui le guardò, poi guardò la tela bianca sul cavalletto, poi di nuovo i nudi.
"Dovrei posare nudo?" chiese tranquillo.
"Solo se te la senti." risposi io.
"Beh... non sono un puritano ma... non sono neanche abituato a farmi vedere nudo. Comunque... si può fare, credo." disse e guardò di nuovo le tele con i nudi. "Dipingi proprio bene. Erano davvero belli così, quei ragazzi, o li hai fatti tu più belli?"
"Li ho dipinti come li vedevo." risposi.
"Li vedevi con occhi sensuali, evidentemente." commentò François.
"Se vuoi, puoi cominciare a posare anche solo a torso nudo. Oppure tenere le mutande indosso." gli dissi prendendo il mio album dei nudi e sedendo.
Lui mi guardò: "Tanto vale. Se devo spogliarmi... è più facile farlo subito, credo." disse tranquillo ed iniziò a togliersi gli abiti.
Man mano che li toglieva li ripiegava con cura e li posava su una panca. Notai che aveva un corpo agile ed elastico, elegante, gambe da ballerino... ed un superbo aggeggio fra le gambe che davvero non mi sarei aspettato. Mi restò davanti nudo, senza scomporsi per il mio sguardo.
"Vuoi metterti lì, François? In piedi o seduto, come preferisci. Per cominciare ti farò una serie di schizzi, in modo di capire bene le tue forme, le tue proporzioni e fissarle."
"Sì, certo. Siedo qui, così. Va bene?"
"Un po' più di tre quarti, per favore. No, un po' meno. Ecco, così..." gli dissi e cominciai rapidamente a disegnarlo. E a desiderarlo.
"Hai un bel corpo..." gli dissi, " e sei anche... ben dotato."
"Questo sì. A militare me lo dicevano, alle docce. Un po' sopra la media." ammise tranquillo, senza né vantarsi né vergognarsi.
Disegnai. Gli feci cambiare posa. Disegnai ancora. Non essendo abituato a posare, dopo ogni disegno la facevo muovere e lui veniva a vedere come l'avevo rappresentato. Sembrava soddisfatto.
"Sì, disegni davvero bene, sono proprio io, quello. E sei veloce. Io non ho mai saputo disegnare bene. Ci vuole molto allenamento, vero?"
"Sì, certo."
"Per quello fai tanti disegni?"
"Anche. Ma anche perché disegnando fisso meglio le forme, o forse le vedo meglio. Quindi, dopo, posso fare dei quadri migliori."
"Tutti questi disegni li vendi, anche?"
"Qualcuno, pochi. Di solito li tengo. Vendo i quadri."
"L'idea che uno possa tenersi in casa il quadro di un uomo nudo che non conosce... mi pare buffa."
"Se il quadro è bello..."
"Sì, è vero. Può fare piacere guardarlo. Ma io mi vergognerei a tenere un quadro di un nudo in casa... Di donna o di uomo che sia..."
"Se vai ai musei, ce ne sono molti, di nudi. E prima, erano a casa di qualcuno."
"Io non ci sono mai stato in un museo."
"E ci sono anche statue di nudi. Il corpo nudo è una delle più belle opere d'arte della natura."
"Quand'è bello, sì, hai ragione. È bello un corpo nudo, sì."
"Il tuo per esempio è una vera opera d'arte. È un piacere guardarlo, disegnarlo."
"Come mai, Shaun, disegni solo corpi maschili?"
"All'inizio ho provato a dipingere anche corpi femminili. Ma ho visto che riuscivo meglio in quelli maschili. Li trovavo più interessanti, più belli... e quindi più facili da disegnare, da dipingere, per me."
"Sì, anch'io trovo che il corpo del maschio è più bello di quello della femmina." disse François guardandomi serio.
"È molto più bello," affermai io, "più proporzionato, armonico. Più sensuale, erotico..." aggiunsi.
François continuava a guardarmi, annuendo appena, ma non disse nulla. Volevo capire se avevo qualche speranza, qualche possibilità con lui.
Così aggiunsi: "A volte mi capita di provare persino attrazione per un bel nudo maschile..."
"Attrazione?" chiese lui.
"Sì, voglia di toccarlo, di accarezzarlo."
"Come un'opera d'arte?" chiese François.
"Come un essere vivo. Goderne la bellezza, le forme, non solo con gli occhi..."
"I bambini hanno bisogno di toccare per capire..."
"Sì, i bambini e gli amanti." dissi io quasi sottovoce.
Mi sembrava di essermi spinto abbastanza in là, forse anche troppo. François sembrava però non cogliere il vero senso di quel che stavo cercando di fargli capire.
Ma ad un tratto lui mi chiese: "Hai mai amato un uomo, tu?"
Lo guardai sorpreso, ma lui stava guardando una delle mie tele, girandomi le spalle.
"Amato? Amato forse no, ma desiderato sì..." risposi allora sentendomi avvampare.
Lui non smise di guardare quel nudo. Era un quadro che raffigurava Antonio.
Ma disse: "Anche a me capita, a volte..."
"Di... desiderare un uomo?" chiesi allora io a mezza voce.
"Sì. Di eccitarmi nel guardarlo. Di pensare che vorrei poterci fare l'amore." ammise lui, quasi in un sussurro.
"E..." chiesi io, "hai mai fatto l'amore con un uomo, tu?"
"No mai. È un piccolo paese, questo. Quelli come me sono disprezzati, se si fanno scoprire."
Gli andai alle spalle e gli posai una mano su un fianco. Fremette ma rimase immobile, davanti al quadro di Antonio.
"Ti piace?" gli chiesi.
"Sì, molto. Vorrei che fosse qui in carne ed ossa."
"Si chiama Antonio. È di Napoli. Anche lui non aveva mai fatto l'amore con un uomo, prima?"
"Prima?"
"Prima di farlo con me." spiegai in un sussurro.
François allora si girò e mi guardò negli occhi: "E... faresti l'amore con me, Shaun?" chiese, quasi in tono di preghiera.
"Fin dal primo momento che t'ho visto. Ma temevo che tu mi rifiutassi."
"Io... Io pure, quando t'ho visto là nel bar, ho pensato... ma poi mi pareva impossibile..."
"E invece... siamo qui. Ti desidero, mi desideri... non siamo fortunati?"
"Sì, credo di sì. Ma ora mi sento imbarazzato a starti davanti nudo. Prima no... Ora, io nudo e tu vestito... è imbarazzante."
"Vuoi che mi spogli anche io?"
"Eh? No! No, è meglio che mi rivesta io."
"Ma perché? Se ci desideriamo..."
"Vestito... forse riuscirei a farti la corte..." disse abbassando gli occhi.
Mi commosse. Lui non mi chiedeva di scopare. Voleva farmi la corte. Era tenero, carino, delizioso.
"Vestiti..." gli dissi, "... e... facciamoci la corte."
Si rivestì girandomi le spalle. Poi si girò e mi guardò dritto negli occhi.
"Sono contento di averti conosciuto. Di essere qui con te."
Gli presi una mano fra le mie e gliela strinsi, gliela carezzai.
"Mi piaci molto, François. E non solo fisicamente. Ho voglia di abbracciarti, di baciarti."
Lui annuì: "Dammi tempo di abituarmi a te, di abituarmi all'idea..." mi disse e mi carezzò una guancia.
I suoi occhi mi guardavano con un'intensità incredibile, che mi procurò brividi di emozione. Mi passò un dito lieve sulle labbra.
"È la prima volta che posso toccare un uomo così, sai?" mi disse con voce sognante, "Lo desidero da anni... da anni..."
"Quando ti sei accorto di desiderare l'uomo, tu?"
"Oh, non lo so di preciso. Ma l'ho capito chiaramente prima di partire soldato, cinque anni fa."
"E in cinque anni non hai mai avuto occasione di..."
"No mai. Ne ero forse un po' spaventato. Tutti parlavano sempre di donne... Due o tre volte ho capito che l'altro era come me, ma ogni volta era gente squallida, che non m'attraeva, anzi, mi faceva fuggire. Tu sei il primo. E se non fossero stati i quadri, se non fossi venuto qui da te..."
"Ma ora sei qui." dissi sorridendogli e carezzandogli lieve un braccio.
Lui allora mi pose una mano sul petto e lo carezzò attraverso la camicia.
"Mi pare ancora di sognare..." disse.
"No. Sono reale, io. Toccami..."
"Sì."
Gli posi le mani sui fianchi e lo trassi lievemente a me. Non resistette. I nostri occhi parevano calamitati. Avvicinai il mio volto al suo e sfregai lieve le mie labbra sulle sue.
"Ti desidero, François."
"Anch'io ti desidero, ma..."
"Ma?"
"Mi prometti di non ridere di me?"
"Certo."
"Non ho mai fatto l'amore, io. Né con uomini né con donne. In camera mia c'è un armadio con un grande specchio. Mi mettevo nudo lì davanti e mi carezzavo, e mi masturbavo, sognando che fosse un altro uomo a farlo a me. Io non so come si fa l'amore..."
"Ci sono io, ora, davanti a te. Puoi farlo con me, ora, se vuoi. Tutto ciò che hai sognato, e di piu..." gli mormorai e lo presi fra le mie braccia, lieve.
Anche lui mi abbracciò, allora, e le sue labbra si posarono sulle mie, e chiuse gli occhi. Allora lo baciai in modo intimo. Dapprima lieve. Si strinse a me. Lo strinsi a me. Le nostre erezioni si incontrarono, forti, si riconobbero attraverso la tela dei nostri calzoni. Fremette. Lo baciai più a fondo. Rispose al mio bacio e spinse la sua lingua nella mia bocca. Poi si staccò da me e lo lasciai andare. Tremava.
"È bello... troppo bello..." mi disse guardandomi con occhi luminosi.
Lo presi per mano e lo condussi dietro la tenda. Sedetti sul letto e lo feci sedere fra le mie gambe, la schiena poggiata contro il mio petto, un po' di lato, e lui mi si abbandonò contro. Lo abbracciai da dietro e gli carezzai il petto. Lui carezzava le mie mani. Attraverso l'ampio collo della casacca gli infilai una mano e gli accarezzai il petto nudo. Fremette e si accucciò di più contro di me. Mi chinai su di lui e le nostre bocche si incontrarono ancora.
Lui mi sbottonò la camicia e le sue mani toccarono il mio petto. Gli sfilai la casacca e lui mi aiutò. Gli carezzai il torso. Lui mi finì di slacciare la camicia e me la tolse. Lo feci stendere e mi misi sopra di lui, il mio petto nudo sul suo. Ci baciammo ancora. Le nostre erezioni di nuovo si sfregarono l'una sull'altra. Le mie mani scesero ai suoi calzoni ed iniziarono ad aprirgli la fibbia della cintura, poi a sbottonargli la patta. Allora anche lui armeggiò sui miei calzoni. Così, gradualmente, ci spogliammo l'un l'altro. I nostri corpi si cercavano, si sfregavano l'uno sull'altro. Le nostre mani esploravano lievi ed insistenti il corpo dell'altro.
Poi François mi spinse facendomi mettere sulla schiena e mi venne sopra.
"Ti voglio guardare, vedere nudo, toccare..." mi disse.
Semisdraiato accanto a me, mi guardò, mi carezzò, e finalmente le sue mani si posarono calde e lievi sui miei genitali.
"Sei bello..." mormorò, "Sei un bel maschio... e hai un bel... un bel cazzo... posso baciarlo?"
"Certo, fai tutto quello che vuoi, François..."
"I compagni al militare, quando parlavano dei froci, dicevano che se lo succhiano e che se lo mettono nel culo... Vorrò provarci anch'io ma... ma non oggi."
"Come e quando ti senti, François..." gli dissi carezzandolo lieve sul corpo e sui suoi bei genitali.
Poi mi sollevai un po' e gli succhiai prima un capezzolo poi l'altro.
Gemette con forza: "Shaun! Oh Shaun! Ancora, ti prego..." implorò inarcando la schiena
Glieli succhiai ancora, manipolandogli gentilmente il bel membro ed i sodi e tondi testicoli.
"Oh mio dio! È troppo bello! Troppo bello!" ansimò rovesciando la testa indietro e brancicandomi il corpo.
Allora scesi al leccargli il petto, il ventre... e infine il suo glorioso palo che scappellai e leccai sul bel glande liscio e gonfio.
"Oh... oh... Shaun, che mi fai! Così mi fai venire! No... no ti prego... È troppo bello... oh Shaun!"
Si alzò a sedere, allontanò la mia testa dal suo palo fremente, e la guidò verso la sua e ci baciammo.
"Io... io volevo corteggiarti, Shaun e invece... invece stiamo già facendo l'amore..."
"Hai aspettato cinque anni questo momento, no?" gli dissi dolce.
"Sì, è vero, ma..."
"Allora lasciati andare. Voglio portarti in paradiso... e farti avere il tuo primo orgasmo con un uomo."
"Oh, Shaun... non ancora, ti prego. Se tu mi fai... quelle cose, mi fai impazzire! Andiamoci piano, ti prego. Ti prego!"
Lo carezzai, lo coccolai, lo feci rilassare.
"Ecco, così..." mormorò lui.
Volle riprendere ad esplorare il mio corpo con le mani, le labbra, la lingua, con tutto il suo corpo. E non volle venire, quel primo giorno. Fu la campana di mezzogiorno che ci separò. Quando ci fummo rivestiti mi abbracciò e mi baciò.
"Ti sognerò tutto il pomeriggio, e tutta la sera, e tutta la notte, fino a domattina... quando saremo di nuovo assieme. Ti dispiace che non siamo venuti?"
"No ma, non so se resisterò ancora, domani..." gli dissi sorridente.
"Neanche io lo so... Vorrei non dover andare via, ora... Vorrei ricominciare... subito."
"Resta..."
"Non posso. Domattina... alle otto?"
"Anche prima, se vuoi..."
"Anche prima, sì..." disse lui e dopo un ultimo bacio, mi lasciò.
Non fu solo lui a pensare a me in quelle ore che ci separavano. Quando suonò la campanella del cancello, io ero già sveglio. Erano le sette appena suonate. Scesi ad aprirgli coi soli calzoni della tuta indosso, già pienamente eccitato. Lui se ne accorse, e appena fummo nell'atelier mi ci mise una mano sopra, mentre ci baciavamo. Si denudò svelto, senza ripiegare i suoi abiti, e salì sul letto.
"Non te li togli?" mi chiese indicandomi i calzoni.
"Toglimeli tu..." proposi io accostandomi a lui.
Lo fece e subito s'impadronì del mio palo dritto e si chinò a leccarlo. Cercai di raggiungere il suo ma lui mi bloccò e mi baciò in bocca. Le nostre membra si intrecciarono e salito anch'io sul letto ci mettemmo a fare l'amore. Dopo varie acrobazie, finalmente ci trovammo uniti in un appassionato sessantanove. Trascorremmo tutta la mattinata sul mio letto. François pareva non essere mai pago. E bevemmo l'uno il dolce tributo dell'altro per ben tre volte, durante quell'infocata mattinata di amore.
E la mattina seguente, per la prima volta, ci penetrammo. Lui mi offrì la sua verginità con trepida aspettativa, con occhi luminosi, ed era così desideroso di avermi finalmente in sé, che quando lo presi dopo averlo a lungo preparato con il gel, era completamente rilassato e mi accolse senza fatica, senza dolore. Mentre finalmente lo prendevo, il suo volto era radioso, d'una bellezza commovente!
Per quasi una settimana facemmo l'amore ogni mattina, per ore ed ore, alternando momenti di passione con momenti di dolce abbandono, parlando, ammirandoci, amandoci. Facevamo letteralmente a gara a donarci l'uno all'altro, e credo che tutti e due eravamo certi di aver trovato il paradiso, l'uno nelle braccia dell'altro. E non trovammo mai il tempo per riprendere le pose ed i disegni.
Poi François, a poco a poco, si calmò così ripresi a disegnarlo ed a dipingerlo, pur trovando sempre abbastanza tempo per fare con calma l'amore. Non mancò mai una mattina, a parte la domenica quando, essendo il distributore chiuso, veniva di pomeriggio, così la mattina si poteva andare a messa.
Erano trascorse tre settimane, poco più dal nostro primo incontro in quel bar sulla piazza del paese, quando François, una mattina arrivò nel mio atelier con un pacchetto ed una busta in mano. Appena entrato, me li porse.
"Per me?" chiesi io.
"Sì, per te. Ma non aprirli, ora. Prima ti devo parlare..." mi rispose con un sorriso schivo.
"Dimmi..."
"Io... ecco, è difficile... Tu tra poco te ne andrai, vero?"
"Sì, purtroppo."
"Ecco io... io credo che mi sto innamorando di te. No, lasciami dire, ti prego. So bene che... io non sarei disposto a lasciare tutto per seguirti... ammesso che tu me lo chieda. Né tanto meno ti posso chiedere di fermarti qui. Ci ho pensato tutta questa notte quando, ieri sera, mi sono accorto di quello che provo per te. Tu staresti qui forse una settimana in più... giusto il tempo perché io mi innamori per davvero di te. E allora, almeno per me, lasciarti sarebbe molto più duro di adesso. Così... ho pensato che... da oggi è bene che non ci vediamo più. Quando avrai lasciato Berze... non prima... aprirai quel pacchetto e quella busta."
"François!" esclamai io senza trovare le parole.
Lui mi sorrise mesto: "È meglio così, non credi?"
"Io... mi mancherai terribilmente, François..."
"Mi dispiace che non poserò più per quel quadro... spero che tu possa finirlo ugualmente..."
"Credo di sì, ma... non è quello il problema. Anche io mi stavo affezionando a te..."
"Lo so, me ne sono accorto. Ma... che potremmo fare? Se ci conoscessimo meglio, forse, potremmo rischiare, io e tu, pur di tentare di rimanere assieme. Ma non abbiamo il tempo per conoscerci meglio. Non in una o due settimane in più... Così, Shaun... è bene che ci salutiamo ora."
"È triste..."
"Sì, è vero. Eppure io sono felice di averti conosciuto, di aver fatto l'amore con te. Sono felice che tu sia stato il mio primo uomo. E questa felicità non me la potrà più togliere nessuno. E quelli, "disse indicando il pacchetto e la busta nelle mie mani, "sono per dirti la mia felicità. Perché tu non mi dimentichi."
"Oh... io ho i tuoi disegni, i tuoi quadri..."
"Li venderai. E hai i disegni di altri."
"E io, che posso lasciarti per ricordo di me, di questi giorni così belli?"
"Non serve. Non ti dimenticherò mai."
"Vuoi uno dei miei disegni? Uno dei miei quadri?"
"Un tuo quadro? Me ne regaleresti davvero uno?"
"Sì, certo, quello che vuoi."
"Ecco, allora, questo piccolo, questo qui..." mi disse sollevandone uno da terra.
Era una vista della piazza di Berze, col bar in cui c'eravamo incontrati. Ed a un tavolinetto c'erano due persone sedute, ed io avevo detto a François che eravamo noi due.
"Va bene?" mi chiese.
"Certo, sì..."
Lo guardò sorridendo: "C'è la tua firma, c'è la data. È perfetto." mormorò.
Poi, posatolo sullo sgabello, si girò verso di me, mi abbracciò stretto e mi disse: "Addio, Shaun. E grazie! Non ci dimenticheremo mai, vero?"
"Mai!" promisi io.
Uscì in fretta, la mia tela fra le mani, senza girarsi.
E piansi.