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una storia originale di Andrej Koymasky


pin I MIEI 10 MODELLI CAPITOLO 11
RITORNO ALLA BASE E HENRY IL FOTOGRAFO

Tornato a casa, appesi tutti i miei quadri nel mio atelier per scegliere quelli che avrei esposto nella progettata mostra. Erano molti, e mi piacevano tutti. Avendo scelto come titolo della mostra "Dei, semidei, eroi e mortali" li scelsi in modo di illustrare quel tema e pensai ai vari titoli da dare ad ogni quadro. Poi invitai Thomas a vederli. Lui pure li apprezzò molto.

"Quel viaggio ti ha davvero giovato!" esclamò compiaciuto.

"Sì e non solo sul piano della mia pittura. Mi ha permesso di conoscermi meglio, di capire chi sono. È stato un viaggio prezioso ed indimenticabile."

"Anche i paesaggi sono molto belli. Secondo me dovresti fare due mostre in contemporanea, in due diverse gallerie: una con i nudi e l'altra con i paesaggi. Sarà l'evento dell'anno, credi a me. Per quella dei nudi mi piace il titolo che hai pensato, e quella dei paesaggi dovresti intitolarla: Sogni Mediterranei."

"Per due mostre in contemporanea bisognerebbe trovare una seconda galleria disposta a farla nelle stesse date..."

"Sì, te la troverò io. Prima però è bene che li fai fotografare tutti. Hai un buon fotografo, tu? Un professionista?"

"No... finora li ho sempre fotografati da solo..."

"Io ne conosco uno, giovane ma molto bravo. Solo che ora sta facendo il servizio militare..."

"Così giovane?"

"Sì, ma è davvero un mago della fotografia d'arte. È non è niente caro, ancora. Posso vedere se mi riesce di rintracciarlo, e se ha tempo."

"Va bene. Grazie, Thomas."

"Di nulla. I quadri sono molto belli. Tieni alti i prezzi..."

Chiamai il mio solito corniciaio e d'accordo con lui scelsi le cornici più adatte per ogni dipinto. Pochi giorni dopo Thomas mi telefonò.

"Ho trovato il ragazzo di cui ti parlavo. Si chiama Henry Haidou. Ti telefonerà fra un paio di giorni."

"Haidou? Che cognome è?"

"Ah, un ragazzo molto interessante. Un latino misto come dovrebbe piacere a te. Pare abbia sangue greco, italiano, portoghese e francese, con un tocco di Scozia..."

Henry telefonò. Aveva una bella voce calda, sensuale, che mi fece provare brividi di emozione. Parlava un inglese perfetto, quasi da manuale, con una bella intonazione. Mi disse che aveva alcune ore di libera uscita il giorno dopo e che sarebbe venuto da me. Arrivò con le borse dell'attrezzatura fotografica. Era in uniforme. E mi sembrò bellissimo! Ma soprattutto molto simpatico.

Guardò a lungo i miei quadri: "Belli! Sarà un vero piacere per me fotografarli." commentò.

Preparammo il cavalletto su cui disporli ad uno ad uno, le lampade e lui misurò accuratamente le luci. Lavorava con competenza e serietà. Mi piaceva.

Ad un tratto gli dissi: "Posso chiamarti Henry?"

"Sì, certo."

"E tu mi chiamerai Shaun, s'intende."

"Sì..."

"Senti, io vorrei... che tu posassi per me. Vorrei aggiungere a questa serie alcuni tuoi ritratti..."

Mi guardò sorpreso: "Io? Con questi? Sfigurerei di sicuro!"

"Oh no, al contrario. Credo che ti metterei fra gli Dei!"

Rise appena, con un atteggiamento schivo.

"Non ti ho ancora visto nudo, ma se il tuo corpo è pari al tuo viso, non ho dubbi che meriti un posto fra gli Dei." gli dissi.

"Non ho mai posato... neppure per fotografie..." disse con modestia.

"Ti prego! Mi piacerebbe molto. Se cominciassimo subito farei in tempo ad inserirti nella la mostra..."

"Mah... se proprio insisti..." disse lui.

Lo feci spogliare e lo guardai affascinato: era davvero bellissimo. Lui, visto il mio sguardo, arrossì appena, deliziosamente. Vidi che era un po' impacciato.

"Ti disturba starmi nudo davanti?"

"No, in caserma si fa sempre la doccia tutti nudi, assieme... ma mai nessuno mi ha guardato... in quel modo." rispose lievemente imbarazzato.

"Come?" gli chiesi.

"Beh... con tanto interesse."

"Sono un pittore..." dissi con aria casuale.

"Beh... non era solo uno sguardo da pittore, quello. Io... ci ho letto altro."

"Altro? Che cosa?"

"Non lo so. Altro. Ammirazione, forse..."

"E ti ha dato fastidio il mio modo di guardarti?"

"No, anzi, mi ha fatto piacere. È sempre bello sentirsi ammirati. Ma anche imbarazzante."

Avevo voglia di toccarlo, di farci l'amore. Per fortuna io ero vestito e lui non poteva vedere l'erezione che aveva provocato in me.

"Ti farò un quadro in piedi, accanto a un cavallo, in riva al mare... Anzi, accanto ad un unicorno..."

"Come farai per il cavallo?"

"Non ci sono problemi. L'importante è che tu sia nella giusta posa." dissi continuando a disegnarlo sul mio album. Aveva un corpo davvero splendido.

Mentre si rivestiva con la sua uniforme, celando al mio sguardo quell'ottava meraviglia che era il suo corpo, ebbi come la sensazione che il sole fosse stato coperto dalle nuvole. Io desideravo quel ragazzo! Il suo corpo era maturo e pieno di vita, erotico, sensuale, maschio.

Quando fu vestito, gli feci la fatidica domanda: "Hai una ragazza, tu?"

Mi guardò quasi sorpreso, poi rispose: "No... perché me lo chiedi?"

"Niente... così..." risposi io incerto.

Lui non commentò. "Ti va bene se torno domani a mezzogiorno?"

"Sì, certo, ti aspetterò. Farai sia le foto che la posa per me?"

"Sì, naturale..." rispose lui.

Non feci che pensare ad Henry. Era bellissimo. Lo volevo talmente che mi sentivo del tutto bloccato!

Henry tornò. Avrei voluto chiedergli se era gay, avrei voluto proporgli di fare l'amore con me, ma non riuscivo, e così si parlava del più e del meno... Mi piaceva parlare con lui. Mi piaceva guardarlo. Mi piaceva ascoltare la sua voce. Mi piaceva anche solo stargli vicino.

Stavo proprio pensando a questo quando lui mi disse: "Mi piace stare qui a parlare con te."

Lo guardai sorpreso ma lui stava controllando l'inquadratura per una foto.

"Anche a me..." riuscii appena a dire, emozionato.

"Non ho molti amici. Amici veri, voglio dire. E solo con loro riesco a parlare bene come con te. Eppure ci conosciamo appena. Curioso, no?" disse lui sempre senza guardarmi.

"Io... vorrei che diventassimo amici." risposi incerto.

"Sì, anch'io." rispose tranquillo. "Abbiamo quasi dieci anni di differenza, eppure... ti sento come coetaneo. Hai un modo di ragionare giovane, fresco. Mi piace."

Non sapevo che dire. Anche tu mi piaci, volevo rispondere ma non so perché, non ci riuscivo.

"Bene," disse Henry guardando l'orologio, "se vuoi che posi un po' per te devo smettere di fotografare." e senza aspettare la mia risposta, si spogliò.

Lo guardai emozionato e presi il mio album cercando di mascherare i miei sentimenti. Si mise in posa e cominciai a disegnare.

"Tu ci credi all'oroscopo?" mi chiese.

"Non so. Non mi sono mai posto il problema." risposi.

"Io ci credo a metà. Una mia amica che lo fa professionalmente, me l'ha fatto. Ha azzeccato molte cose del passato che non poteva sapere. Mi ha stupito. Mi ha stupito, sì. Mi ha detto che vede che avrò una relazione lunga e felice... con una persona nata sotto il segno del toro."

"Del toro?" chiesi io, ma non ebbi il coraggio di dirgli che era il mio segno.

"Tu ci credi all'amore?" mi chiese poi.

"Sì... anche se è difficile forse trovare quello vero."

"Sì? Il problema forse è che tutti vorrebbero trovarlo ma pochi sono disposti a darlo. Amare vuol dire consegnarsi all'altra persona completamente indifesi, disarmati, senza maschera... e può essere pericoloso, se anche l'altra persona non fa altrettanto."

"È vero."

"Hai mai amato. Tu?"

"Veramente? No, credo di no. Infatuato sì, attratto... forse anche qualche cotta... Ma non ho mai né dato né ricevuto il vero amore. Non so neanche se saprei riconoscerlo..."

"Certo, la prima volta può anche essere difficile. Uno può forse aver paura di illudersi..."

"Appunto."

"Ma se uno ha troppa paura,forse, può correre il rischio di perdere l'occasione della vita, no?"

"È vero..."

"Secondo te viene prima l'attrazione fisica o l'amore spirituale?" chiese.

"Dipende. Può venire prima uno dei due e poi completarsi nell'altro, penso."

"Sì, la penso anch'io così. Ma è bello quando ci sono tutti e due, no?"

"Certo, è perfetto."

Il giorno dopo parlammo del senso dell'amicizia, poi dell'erotismo... Poi si parlò di dio, della religiosità. Io avrei voluto parlargli del mio desiderio per lui, ma non riuscivo neppure ad alludervi, neanche quando l'argomento me l'avrebbe facilitato... Mi sentivo completamente in pallone, sempre più attratto da lui e sempre più incapace di farglielo capire.

Finì le fotografie e continuò a venire a posare per il quadro. Dopo quello con l'unicorno ne cominciai un altro. Lui si prestò volentieri. E durante le pose si continuava a parlare, a parlare... Più si parlava, più lo conoscevo, più mi piaceva e non solo fisicamente. E ogni volta che mi si spogliava davanti, io mi eccitavo.

"I tuoi quadri, i nudi voglio dire, non rappresentano solo dei bei corpi, ma anche l'anima. Guardandoli uno capisce chi è quell'uomo, quel ragazzo che hai rappresentato. Come fai a dipingere anche l'anima, tu?"

Sorrisi: "Non lo so. Forse cerco di conoscere chi sto dipingendo, non solo di vederlo..."

"Sì, deve essere così. Per questo i tuoi quadri sono così belli."

"Ti piacciono?"

"Certo, molto. Se fossi ricco te li comprerei tutti"

Sorrisi: "E che te ne faresti?"

"Li ammirerei, no?"

"Ti piace quello che t'ho fatto con l'unicorno?"

"Sì, molto. Anche se mi hai fatto più bello di quel che sono..."

"Io ti vedo così."

"Grazie. È molto bello quello che dici."

"Un mio modello una volta mi ha detto che la bellezza è negli occhi di chi guarda."

"Non ci avevo mai pensato. Dev'essere vero, però. Tu, per vedere tanta bellezza e per rappresentarla così bene, devi avere occhi, e un'anima, pieni di bellezza."

Finii anche il secondo quadro e volli subito iniziarne un terzo: non volevo privarmi della presenza di Henry. Lui accettò di nuovo e gliene fui grato. Feci fare le cornici anche per i primi due quadri di Henry, appena in tempo per il vernissage della mia mostra "Dei, semidei, eroi e mortali".

Al vernissage Henry non poté venire, perché avevano una esercitazione. Venne a vedere la mostra due giorni dopo.

"Sui giornali ci sono state solo critiche positive, hai visto? Tutte e due le tue mostre, ma specialmente questa, sono un vero successo." mi disse Henry, compiaciuto, quando fu nella galleria dove erano esposti i miei nudi.

"Sì, i critici sono stati generosi con me. Credo che sia anche merito di Thomas."

"Merito tuo, direi!' mi corresse con un sorriso, poi mi chiese: "Hai già venduto?"

"Sì, sei quadri. Anche uno dei tuoi."

"Bene. Spero che tu li venda tutti."

"Beh, tutti sarà difficile. Se ne vendessi la metà mi riterrei già fortunato."

"E l'altra mostra, come va?"

"Va bene anche quella. Ho venduto cinque quadri."

"Molto bene. Senti, stasera posso rientrare in caserma tardi. Posso invitarti a cena?"

"Sì, grazie, ma purché lasci offrire a me... Hai visto il catalogo con le tue foto? È molto bello. Ne ho conservata una copia per te."

"Grazie. Hai messo l'unicorno in copertina!"

"Sì, ho voluto mettere te."

Andammo a cena. Non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso, lo desideravo sempre più.

"Dopo la mostra, verresti a posare di nuovo per me?" gli chiesi.

"Sì, volentieri." rispose con un sorriso luminoso e dolce che mi fece sciogliere tutto.

L'avrei baciato lì, al ristorante, davanti a tutti. Eppure non riuscivo a dirgli, a fargli capire quanto m'attraesse.

Il giorno dopo ebbi una sorpresa. Vidi entrare nella galleria Auguste e Jules. Avevo inviato loro due copie del catalogo. Li accolsi con vero piacere. Chiacchierammo in francese, visitarono la mostra.

Quando videro i due quadri di Henry, gli unici che non avevano visto se non in fotografia sul catalogo, Jules mi chiese :"È il tuo ultimo amore? La tua ultima conquista?"

"No, purtroppo. Ha posato per me ma non c'è stato nulla fra noi."

"E come mai? È molto bello." chiese Auguste.

"Non ho avuto il coraggio di fargli una proposta. Forse non è neppure gay. È il fotografo del mio catalogo, sta facendo il servizio militare..."

"Caspita! Devi provarci! Uno così... al massimo ti dice di no, no?"

"Siamo diventati amici e mi dispiacerebbe rovinare la nostra amicizia..."

"Faccelo conoscere," propose Jules, "e te lo svezziamo noi il pupo."

"No, per favore..." dissi io serio e preoccupato.

"Ehi, mica te lo mangiamo, no?" disse Auguste.

"Forse più tardi viene. Vi prego di non dirgli nulla..." insistei io.

"D'accordo, come vuoi tu. Ma ti piace, no?"

"Da morire. E credo che me ne sto innamorando." confessai io.

"Ahi ahi, allora è più grave di quanto credessi..." commentò Jules.

Quando arrivò Henry, lo presentai a Jules ad Auguste, con un po' di apprensione. Ma tutti e due si comportarono correttamente.

Ad un tratto Jules disse: "Fa piacere conoscere dal vivo un altro dei modelli del nostro Shaun. Sarebbe bello se fossimo tutti qui in carne ed ossa, no?"

"Già." rispose sorridendo Henry.

"Shaun è davvero un pittore eccezionale, vero?" disse Auguste.

"È una persona eccezionale. Non solo come pittore, voglio dire. È molto gradevole parlare con lui..." disse Henry con un certo entusiasmo.

Auguste mi guardò con aria espressiva, poi disse ad Henry: "Sono d'accordo. È una fortuna averlo conosciuto."

"Sì, è proprio così." disse Henry.

"E tu hai anche la fortuna di vivere a Londra, di poter star con lui quando vuoi..." disse Jules.

"È vero..." annuì Henry con espressione tranquilla.

Auguste e Jules mi comprarono una tela a testa. Poi ci invitarono a cena. Io ero un po' incerto, temevo che i due si sbilanciassero troppo con Henry, ma Henry sembrò essere contento per quell'invito. Così andammo. Durante la cena, comunque, i due ragazzi francesi si comportarono bene. Si parlò di molte cose, in un clima di simpatia.

Mentre Henry era in bagno, Jules mi disse: "È delizioso, quel ragazzo. E secondo me anche lui è innamorato di te. Ti guarda in un modo... pende dalle tue labbra."

"No, è solo amicizia. Ammirazione, forse, ma solo come pittore."

"No no," disse Auguste, "io sono d'accordo con Jules. Perché non ti decidi a dirgli quello che provi per lui?"

"No, non posso. E poi lui non s'è mai esposto, non m'ha mai fatto capire di provare per me altro che amicizia."

"Oh via, non ti riconosco!" disse ridendo Auguste.

"Più mi sento innamorato di lui, più mi sento timido nei suoi confronti." ammisi.

"E magari anche lui è così." suggerì Jules.

"Non posso farci nulla..." dissi io.

"Potremmo metterci una parolina buona noi..." suggerì Auguste.

"No, vi prego!" dissi io allarmato.

Henry tornò e si riprese a parlare del più e del meno. Poi Jules ed Auguste fecero chiamare un taxi per tornare in albergo.

"Siete nello stesso albergo?" chiese Henry.

"Sì, certo, abbiamo preso una camera assieme. Siamo amici intimi, Jules ed io." disse Auguste.

Io gli feci gli occhiacci ma lui aveva dipinta in volto un'aria innocente ed angelica.

Jules disse :"Ci si può vedere di nuovo domani? Noi ci si ferma tre giorni qui a Londra..."

"Sì, certo. Passate in galleria? Io sarò lì."

"D'accordo. E tu, Henry, sarai di nuovo dei nostri?"

"Domani no, non ho libera uscita. Ma dopodomani, se siete ancora qui..."

"Con piacere. Allora a presto, amici." dissero i due e ci lasciarono.

Io accompagnai Henry fino alla caserma.

Per via lui mi disse: "Sono simpatici Jules e Auguste. Specialmente Auguste. Fanno una bella coppia!"

Lo guardai stupito, poi dissi: "Sono amici. Auguste abita a Nizza e Jules a Parigi."

"Ah, credevo che abitassero assieme. Sembrano molto affiatati."

"Sono tutti e due figli di papà, si assomigliano un po'."

"Sì, un po'. Ma Auguste mi pare più semplice e spontaneo."

"È vero."

"Anche a te piace di più Auguste, vero?"

"Quando l'ho conosciuto credevo fosse un ragazzo di strada... Non avrei mai fatto lo stesso errore con Jules."

"Un ragazzo di strada? Vuoi dire un teppista o... una marchetta?"

"No, un teppista no. Ha uno sguardo troppo sincero e pulito."

"Allora una marchetta? Cosa te l'ha fatto pensare?"

"Il suo modo di guardarmi un po' provocante, un po' sfrontato."

"Sei mai stato con una marchetta, tu?"

Lo guardai stupito, senza rispondere.

"Io no, finora. Ma a volte ho pensato che mi piacerebbe provarci..." disse Henry, casuale.

Era un messaggio? Voleva dirmi che anche lui era gay? O era solo così, una specie di curiosità senza implicazioni?

Allora gli dissi: "Alcuni dei miei modelli erano marchette."

"Ah. Che tipi sono?"

"Come tutti gli altri. Forse un po' più disinibiti a posare nudi, è tutto."

"Logico. Io all'inizio ero un po' inibito a starti nudo davanti, anche se cercavo di non darlo a vedere. Ma ora non mi fa più effetto, non mi vergogno più."

Sentivo che avrei dovuto dirgli qualcosa, ma cosa? Mi vennero in mente dieci diverse frasi, ma nessuna affiorò fino alle labbra.

Il giorno seguente incontrai di nuovo Jules ed Auguste. I due insistettero che secondo loro Henry ci sarebbe stato, se solo io ci avessi provato, ma io non volevo convincermi. Nel pomeriggio mi lasciarono per girare un po' Londra, ma cenammo assieme e passammo assieme la serata.

Poi di nuovo il giorno dopo, e venne anche Henry. Mentre parlavo con un cliente vidi, con la coda dell'occhio, che i miei tre amici stavano parlando e ridendo fra loro. Sperai che Jules ed Auguste non dicessero nulla di compromettente ad Henry. Me l'avevano promesso, ma...

Quando li raggiunsi sembrava tutto normale. Anche quella sera andammo a cena assieme, poi in un pub. Auguste e Jules ci salutarono per andare in albergo: sarebbero ripartiti per la Francia la mattina dopo.

Jules mi disse: "Ah, dimenticavo, tanti cari saluti da Jacques. Mi ha pregato di dirti che non dimentica le belle ore passate con te..."

Ne fui un po' imbarazzato ma risposi: "Ringrazialo. Anzi, ti manderò un catalogo anche per lui. Non ci avevo pensato prima."

"Ne sarà molto contento, e fiero."

Ci salutammo e se ne andarono. Io di nuovo, accompagnai Henry in caserma.

"Jules e Auguste non sono una coppia, avevi ragione tu. Ma a volte fanno l'amore assieme..." disse Henry.

"Te l'hanno detto loro?" chiesi un po' agitato.

"Sì."

"E che altro ti hanno detto?" chiesi ora allarmato.

"Su cosa? Su loro due?"

"Sì..." dissi incerto.

"Poco."

"E su me?"

"Che ti ammirano molto."

"Niente altro?"

"No, perché?" chiese lui stupito, forse più per il mio tono che non per la domanda in sé.

"Niente, così, curiosità. Che effetto ti fa sapere che sono gay?"

"Che effetto? Nessuno, perché? Hai qualcosa tu contro i gay?"

"No no, affatto. Più d'uno dei miei modelli era gay ed erano tutti ragazzi deliziosi. E Jules ed Auguste sono due cari amici..." mi affrettai a dire.

"Sì, è vero. Gay non è mica sinonimo di effeminato, né significa insidiatore di ragazzini, no?"

"È vero, certo." assentii vigorosamente.

Mi dicevo che quello era il momento di svelarmi, di dirgli di me, di dirgli... Ma eravamo già giunti davanti alla sua caserma e lui mi salutò con la solita forte stretta di mano.

Per tre giorni non ci incontrammo. Io mi sottoposi ad una specie di autolavaggio del cervello: devi rischiare, devi trovare il coraggio di dirglielo, devi fare tu il primo passo...

Credevo di essermi finalmente deciso, di essermi autoconvinto. Ma quando lo rividi, quando entrò nella sua uniforme perfettamente stirata nella galleria e mi venne incontro sorridendo e mi salutò, non riuscii a dirgli che banalità. Mi davo mentalmente dello stupido, del vile, ma non riuscii assolutamente a fare il primo passo.

Finirono le due mostre. Avevo venduto in tutte e due ben quattro quadri su cinque ed era stato un vero successo sia di critica che finanziario. Avevo raccolto in un album tutti i ritagli di giornale e di riviste che parlavano delle due mostre, ed erano tutti positivi. Festeggiai con Thomas, Henry, i proprietari delle due gallerie e pochi altri amici.

Henry mi chiese se volevo che riprendesse a venire nel mio atelier per posare per altri quadri. Logicamente gli dissi subito di sì.

Venne di nuovo ed averlo davanti nudo, fu una vera croce e delizia. Sul mobiletto su cui c'era il telefono avevo messo anche la scatola che mi aveva regalato François con dentro la sua rosa ed il biglietto. Non l'avevo dimenticato, anzi spesso ripensavo al dolce ragazzo ed al suo innamoramento. E a volte pensavo che qualcosa di simile poteva essere un modo carino per dichiararmi ad Henry.

Così un giorno uscii per cercare un regalo simbolico da fare al mio soldatino. Andai da Harrod's, lì c'è di tutto, ma lo girai in largo ed in lungo e non trovai nulla che mi paresse adatto: o era banale, o troppo esplicito, o troppo sdolcinato, o troppo ermetico... Uscii di lì deluso. Cosa mai avrei potuto regalare ad Henry per fargli intuire quel che provavo per lui? Andai allora al Gay's the World ma neanche lì trovai qualcosa che mi soddisfacesse. Passai per Portobello Road, ma invano. Tornai all'atelier appena in tempo per l'appuntamento con Henry.

Parlammo, dipinsi, andò via.

Quella sera decisi di uscire. Non sapevo neanche io esattamente dove andare. Mi recai a Piccadilly Circus. La statua dell'Eros era in restauro, tutta la fontana era coperta da un'armatura e da tabelloni. Gente seduta sui gradini o appoggiata alle ringhiere, soprattutto giovani, molti punk. Un campionario di umanità varia.

Sedetti sui gradini. Alcuni ragazzi e ragazze poco più in là avevano uno stereo portabile ed ascoltavano musica degli Europe. Riconobbi la canzone: "Love Chaser". Già, io ero un cacciatore d'amore... ma così maldestro.

Un ragazzo si fermò davanti a me: "Hai una sigaretta?"

"No, non fumo." risposi guardandolo distratto.

"Sai che or'è?" chiese allora quello.

"Le 22,17." risposi.

"Aspetti qualcuno?"

"Eh? No..."

Il ragazzo sedette sui gradini accanto a me.

"Sei solo anche tu?" mi chiese.

"Sì, solo." risposi automaticamente.

"Tutti siamo soli in questa giungla di strade. Ma ci si potrebbe tenere compagnia io e tu, se si vuole."

Lo guardai con più attenzione. Mi sorrideva invitante, con un'aria a metà fra il timido e lo sfrontato.

"Quanti anni hai?"

"Venti." rispose.

Aveva un aspetto gradevole. Era vestito abbastanza bene.

"Hai tempo?" gli chiesi e pensai che forse era una marchetta.

"Sì, abbastanza..."

"Io sono un pittore. Verresti nel mio atelier a posare per me?" proposi.

Sorrise malizioso: "Se poso per te, mi dai cinquanta sterline?"

"Sì, certo. Vieni?"

"Andiamo."

Mi seguì. Prendemmo la metropolitana. Salimmo nel mio Atelier. Quando entrò guardò stupito i nudi alle pareti.

"Ma tu sei davvero un pittore!"

"Certo, te l'avevo detto."

"Io credevo... che era solo una scusa per scopare con me."

"Una cosa non esclude l'altra."

"Preferisci prima scopare o prima disegnare?" chiese lui tranquillo continuando a guardare i miei quadri.

"E tu?"

"Scopare. Così dopo poso più rilassato."

"Spogliamoci."

"Li hai scopati tutti?" mi chiese indicando i quadri mentre cominciava a sfilarsi la giacca di piumino.

"No, non tutti, purtroppo." risposi io iniziando a mia volta a spogliarmi.

Il suo corpo, non bello, era pero gradevole.

"Ti piace fottere o essere fottuto?" mi chiese il ragazzo.

"Come ti chiami?" gli chiesi io.

Sembrò sorpreso ma rispose: "Chiamami John, va bene."

Né lui né io, notai, eravamo eccitati.

"Ma... hai voglia di scopare?" mi chiese il ragazzo guardandomi negli occhi.

"Sì..."

"Vuoi che te lo succhio un po, prima?"

"Va bene." risposi sedendo sul sofà.

Si inginocchiò fra le mie gambe e cominciò a lavorarmelo. Era bravo, me lo fece rizzare subito.

"Comincia ad andare meglio, eh?" mi disse soddisfatto.

Annuii.

Lui mi chiese di nuovo: "Vuoi fottermi, o vuoi che ti fotto io?"

Non lo sapevo. Mi era indifferente. "Voglio godere... non m'importa come." risposi con voce piatta.

Lui mi guardò: "Sei strano. I clienti sanno sempre quello che vogliono da me... Che hai?"

"Niente..."

Il ragazzo venne a sedere accanto a me e mi carezzò il petto, il ventre ed il membro che già accennava ad ammosciarsi.

"Hai voglia di parlare, allora?" mi chiese con espressione dolce. "A volte abbiamo solo bisogno di parlare e non abbiamo nessuno che ci ascolta... se vuoi, io so ascoltare..." disse continuando a carezzarmi lieve.

Lo abbracciai e lui si appoggiò con la schiena contro il mio fianco, continuando a carezzarmi lieve. Anche io lo carezzai e sentii in lui una strana tenerezza. Ora eravamo tutti e due semieccitati.

"Non mi chiamo John. Mi chiamo Andrew. E ho diciotto anni..." disse lui a voce bassa.

"OK, Andrew. Io mi chiamo Shaun. E sono innamorato di un ragazzo poco più grande ti te, e non riesco a dirglielo..." e gli raccontai tutto quello che mi stava accadendo.


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