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una storia originale di Andrej Koymasky


pin I MIEI 10 MODELLI CAPITOLO 12
L'OROSCOPO AVEVA RAGIONE

Andrew ed io non facemmo l'amore. Ci carezzammo a lungo, ci toccammo, ci scambiammo anche qualche bacio lieve. Lui mi ascoltò, poi mi raccontò di sé. Come due amici che cercano, l'uno nell'altro, più conforto che non godimento.

Era già l'una passata quando gli dissi: "È tardi. Vuoi che ti chiami un taxi, Andrew?"

"Vuoi che me ne vada?"

"No... dicevo per te..."

"Non mi aspetta nessuno a casa. Ti dispiace se resto? Se passo la notte qui con te?"

"No, anzi. Sto bene con te."

"Io pure. Sei diverso dagli altri. Possiamo parlare ancora, dormire. Hai un letto qui?"

"Sì, di là. Vuoi venire?"

"Certo."

Ci stendemmo nel mio letto. Ci abbracciammo. Era bello sentire la sua nudità contro la mia, senza dover per questo scopare... Riprendemmo a parlare, carezzandoci lievi. Gli parlai ancora di Henry. Lui mi faceva qualche domanda ma, soprattutto, mi ascoltava.

Non so a che ora ci addormentammo. Mi svegliai che era già mattina. Andrew dormiva ed il suo volto aveva il dolce abbandono sereno dell'innocenza. Lo carezzai lieve. Aprì gli occhi e mi sorrise.

"Buon giorno, Andrew." gli dissi.

"Giorno, Shaun."

"Hai dormito bene?"

"D'incanto. E tu?"

"Anche."

Lui sentì che ero eccitato.

Allora mi disse: "Ho voglia di fare l'amore con te, Shaun..."

"Anch'io." gli risposi e mi chinai su di lui a baciarlo.

Rispose al mio bacio e a poco a poco cominciammo a fare l'amore, con calma, con dolcezza. Ci succhiammo, ci prendemmo l'un l'altro, senza bisogno di parole, con naturalezza, come se ci conoscessimo da sempre. E dopo giacemmo abbracciati, continuando a carezzarci.

"Hai fame, Andrew?"

"Un po'..."

"Se ti va scendiamo a far colazione."

"Va bene."

Ci vestimmo. Poco prima di uscire gli porsi le cinquanta sterline.

"No, per favore... io non... Non è stata una scopata. Io avevo voglia di fare l'amore con te..."

"Ma hai perso tutta la notte per me. Dovrei darti anche di più."

"Sono stato così bene con te... non pagarmi, per favore. Non guastare tutto. Io e tu non ci vedremo più, credo, ma... ricordiamoci di questo incontro come di un'amicizia."

Sentii che era sincero, perciò non insistetti. Scendemmo e gli offrii la colazione.

Guardò l'orologio alla parete del locale: "Devo andare, purtroppo. Sai, pensavo, se non riesci a parlare con il tuo Henry, se non riesci a dirglielo, perché non provi a scrivergli? Dagli una lettera. E... rischia. Se ti è veramente amico, al massimo ti dice di no, ma non rompe la vostra amicizia. E tutto resta come ora. Lo farai? Gli scriverai?"

"Sì, forse..."

"Auguri, comunque, di cuore."

"Grazie, Andrew."

"Di nulla. Ho passato una delle più belle notti, con te. E un bellissimo risveglio. Grazie, Shaun. Addio."

Lo vidi allontanarsi verso la stazione della metropolitana. Si girò a salutarmi con la mano e scese per la scala.

Tornai a casa. Mi misi subito a scrivere la lettera per Henry. Non so quanti fogli stracciai. Alla fine mi arresi e rinunciai a scrivere. Andai a stendermi sul letto. Su quel letto in cui Andrew era stato il primo e l'unico a fare l'amore con me. Su quel letto in cui avrei voluto avere Henry... il mio Henry...

Guardai l'orologio. Mancavano sei ore circa e sarebbe venuto. Si sarebbe spogliato... avrei dipinto... avremmo parlato, ma non dell'unica cosa che mi stava veramente a cuore. Perché ero così stupido? Perché non riuscivo a parlargli, a dirglielo?

Scesi per pranzare. Non avevo voglia di cucinare. Il tempo sembrava non passare mai. Tornai a casa. Feci una doccia, non tanto perché ne avessi bisogno, quanto per far passare il tempo. Mi rivestii ed andai nell'atelier a guardare il quadro che stavo facendo ad Henry.

Era semisdraiato su un prato, sotto un antico olivo contorto, come se fosse in attesa di qualcosa, di qualcuno...

Suonarono alla porta. Andai ad aprire sentendo il mio cuore che batteva forte forte. Entrò. Aveva con sé le borse con l'attrezzatura fotografica.

"Ciao, Henry, t'aspettavo. Come mai le macchine foto?"

"Un'idea. Te ne parlerò dopo. Stai bene?"

"Sì, certo."

Lo portai nell'atelier.

"Ti andrebbe di farmi un caffè, Shaun?"

"Certo. Vieni di là in cucina, mentre te lo preparo."

Mi seguì. "Sai, Shaun, pensavo che mi piacerebbe tentare di darmi alla fotografia del nudo artistico. Tu dipingi, io fotografo... Che ne dici?"

"Potrebbe essere interessante. Potremmo trovare i modelli assieme, tu potresti attrezzare il mio atelier come teatro di posa..."

"Sì, certo. Però... vorrei prima fare delle prove e... vorrei che fossi tu il mio primo modello."

"Io?"

"Sì, tu, certo. In fondo io poso nudo per te. Tu potresti anche spogliarti per me, no?"

"Sì... sì, certo..." risposi esitante.

"Non t'ho ancora mai visto nudo..."

"Potrei essere una delusione..." gli dissi sorridendo.

"Non credo proprio. Comunque tanto vale provare."

"Come vuoi."

"Ti dispiace spogliarti per me?"

"No... no."

"Così finalmente potrò vederti anche io nudo." disse Henry sorridendomi con gli occhi mentre sorbiva il caffè.

Non dissi nulla. Ci guardammo. Posò la tazza del caffè ed io la mia.

"Andiamo? Cominciamo?" mi disse alzandosi in piedi.

Tornammo nell'atelier. Henry tirò fuori dalle borse la sua attrezzatura.

"Allora, ti spogli tu, questa volta, per cominciare?" mi disse.

"Come vuoi..." gli risposi emozionato ed imbarazzato, ma cominciai a spogliarmi.

Henry mi guardava, ora attraverso l'obiettivo, ora direttamente. Spostava i faretti. Quando fui nudo, lui mi sorrise.

"Che effetto ti fa essere tu per una volta il modello?"

"Un po' imbarazzato."

"Anche io lo ero, all'inizio. Hai un corpo molto bello."

"Trovi?"

"Sì..." disse guardandomi con attenzione da capo a piedi.

E di colpo mi sentii lucido, padrone di me stesso, sicuro.

"Spogliati anche tu, Henry..." gli dissi.

"Ora?" chiese lui lievemente stupito.

"Sì, subito." risposi sempre più sicuro di me.

Posò la macchina fotografica ed iniziò a spogliarsi, guardandomi di tanto in tanto. E come sapevo che sarebbe accaduto, man mano che si spogliava mi eccitai e mi venne la mia consueta erezione.

Quando fu nudo anche lui, gli dissi: "Guardami. Vedi? Vedi che effetto mi fa ogni volta che ti spogli?"

Lui guardò fra le mie gambe, serio, ed annuì. "Credo... che anche la tua nudità, ora, mi sta facendo lo stesso effetto." disse a mezza voce mentre, davvero, anche il suo membro si stava inturgidendo.

"E sai perché?" gli chiesi allora facendo un passo verso di lui.

"Credo di sì, Shaun... credo di sì..." rispose quasi tremante.

Feci un altro passo: "Dimmelo, perché..." gli dissi allora guardandolo negli occhi. "Dimmi perché." ripetei allungando un braccio e prendendogli una mano.

"Perché... perché io ti desidero, Shaun!"

"Tu mi desideri? E io allora?" gli chiesi.

"Tu... pure?" chiese lui incerto.

"Non ti pare evidente?" gli dissi sorridendo e tirandolo lievemente a me.

"Shaun, io..." mormorò lui ma io lo abbracciai e lo baciai sulla bocca.

Lo sentii fremere. Fremetti con lui.

E finalmente gli sussurrai: "Io sono innamorato di te, Henry. Sono pazzamente innamorato di te..."

"Oh, Shaun... mi pare impossibile... Anch'io ti amo! Dal primo giorno in cui sono entrato qui e m'hai sorriso... Dio! ti amo Shaun!"

Mi strinse a sé, ci baciammo ancora. Restammo alcuni minuti lì, ritti al centro dell'atelier, stretti l'uno all'altro, quasi cullandoci, e baciandoci emozionati.

"Vieni di là, Henry... sul mio letto..."

"Sì..."

Dovevamo essere goffi, semiabbracciati, camminando quasi di sbieco, col rischio d'inciampare l'uno sui piedi dell'altro, pieni di fretta. Ma non volevamo staccarci. Arrivammo al letto e vi salimmo sopra ancora allacciati, e ci stendemmo, stringendoci fra le braccia l'uno dell'altro, intrecciando le nostre gambe, sentendo con piacere e gratitudine l'uno l'erezione dell'altro.

"Oh dio! Tu mi ami!" ansimò Henry.

"Sì, amore. E tu ami me... e ci abbiamo messo tanto a capirlo, a dircelo!" dissi commosso e felice.

"Parli di amore, vero? Non solo di desiderio..." mi chiese Henry sottovoce.

"Certo. Desiderio anche, ma amore."

"Sì... anch'io ti desidero, Shaun, e ti amo. Dio, quant'è bello! Quanto mi sento felice! Allora tu... tu vuoi essere il mio uomo!"

"Certo. E tu il mio..."

"Sicuro!"

Restavamo lì, stretti stretti l'uno all'altro, quasi avessimo paura, ora che c'eravamo finalmente incontrati, di perderci; ora che eravamo a contatto, di separarci.

"Shaun?"

"Sì, amore?"

"Niente... solo che ora dire il tuo nome ha un sapore nuovo."

"Ti amo, Henry."

"Sì... ripetilo."

"Ti amo, ti amo, ti amo..."

"Shaun, il mio uomo..."

"Sì, amore."

Potrà sembrare strano, ma restammo allacciati, stretti, a baciarci, a sentirci, a dirci parole senza senso ma piene di felicità, per un tempo lunghissimo. Anzi, eravamo fuori dal tempo.

Poi a poco a poco il nostro abbraccio si fece meno stretto, perché cominciammo a carezzarci, ad esplorarci per tutto il corpo, a baciarci per tutto il corpo. Il nostro reciproco desiderio si rafforzava, ed il suo desiderio alimentava il mio ed il mio nutriva il suo. Eravamo affamati, assetati l'uno dell'altro, l'uno dell'amore dell'altro, l'uno del corpo dell'altro.

"Ti amo, Shaun!"

"Ti amo, Henry!"

Non ci stancavamo mai di ripetercelo, e di leggere negli occhi dell'altro felicità, desiderio, passione.

"Mi pare un sogno averti qui, Henry..."

"Sì, è vero... temevo che non sarebbe mai accaduto."

"Sei così bello, Henry!"

"Tu sei bello! Sei tutto bello!" mi disse scendendo a mordicchiarmi un capezzolo.

"Oh Henry, voglio essere tuo! Tutto tuo... solo tuo!"

"Sì, amore, e anche io."

Le nostre carezze, i nostri baci si facevano sempre più intimi.

"Prendimi, Shaun, fammi tuo!"

"Sì, amore, e tu prenderai me, vero? Anche tu mi farai tuo, vero?"

"Certo, ti desidero."

"E io desidero te. Nulla e nessuno ci separerà mai, vero?"

"Vero!"

E finalmente ci unimmo. Gesti fatti altre volte, con altri, ora sembravano nuovi, diversi. Sembrava quasi che stesse accadendo per la prima volta nella vita, perché non erano più solo gesti dettati dal desiderio, dalla passione, che pure c'erano, ma ispirati dall'amore reciproco che per la prima volta si poteva manifestare, che per la prima volta stavamo sperimentando.

Se quella lontana notte in cui Giovanni, a Firenze, m'aveva penetrato io avevo scoperto la mia dimensione gay e la bellezza del rapporto fisico fra due maschi, ora grazie ad Henry stavo scoprendo la dimensione dell'amore e la bellezza del rapporto d'amore fra due maschi.

Senza Giovanni forse non ci sarebbe stato Henry, ma senza Henry non ci sarebbe stata la pienezza della mia vita. Se penetrare o essere penetrato da uno dei ragazzi era stato sperimentare la piacevole esperienza ed il godimento del contatto fisico intimo, ora penetrare o essere penetrato da Henry era sperimentare il senso vero e profondo dell'unione che di due esseri fa una carne ed un'anima sola.

Ero letteralmente al settimo cielo. E dopo aver sperimentato l'estasi reciproca, stare sul letto ancora intrecciati era un'esperienza di una bellezza sublime.

"Shaun, mi sento felice!"

"Anch'io, amore."

"Dio, è tardi... devo andare."

"Di già? Mi sentirò solo..."

"A chi lo dici." sospirò Henry.

"Ti vorrei sempre qui, ormai, sempre con me."

"Anch'io, Shaun. Ero contento di fare il militare, prima. Ma ora..."

"Quanto tempo, ancora?"

"Il militare? Ancora dieci mesi."

"Oh dio! Dieci eterni mesi? Non passeranno mai..."

Ci dovemmo separare. Presi l'auto e lo accompagnai fino in caserma. Potemmo solo stringerci furtivamente una mano prima di lasciarci.

"Vorrei baciarti, Shaun..."

"Sì. Possiamo solo farlo col pensiero, purtroppo..."

"Dio che pena! E per due giorni non avrò libera uscita..."

"Oh, dio! Neanche telefonarmi?"

"Sì, telefonarti sì."

"Lo farai?"

"Certo."

"A che ora?"

"Alle 12,40."

"Puntuale?"

"Certo."

"Guarda che un solo minuto di ritardo sarebbe sofferenza,ormai..."

"Lo so, amore. Sarò puntuale."

Lo vidi fare il saluto al piantone e sparire dentro il portone. Rimisi in moto e tornai a casa. Sentivo dentro di me felicità e tristezza. Tornai a letto: ancora conservava l'impronta del suo corpo e, tenue, il suo odore...

Il giorno dopo, alle 12,40 in punto, squillò il telefono. Anzi, iniziò appena a trillare che già avevo la cornetta in mano.

"Ciao!"

"Ciao amore!"

"Sono puntuale?"

"Sì, amore mio, Grazie."

"Come stai?"

"Bene, perché sento la tua voce. Male, perché non sei qui con me."

"Anch'io..."

"Non puoi parlare liberamente, vero?"

"Esatto. Ma sai cosa penso, no?"

"Che mi ami?"

"Proprio così. E molto."

"Ti manco?"

"Terribilmente."

Parlammo così. Ma mi batteva il cuore per la felicità di sentire la sua voce.

"Mi richiami domani alla stessa ora?"

"Puoi giurarlo."

"Dio, quanto ti amo!"

"Anch'io. A domani."

"A domani amore mio caro. Sarai sempre nei miei pensieri, nel mio cuore..."

"Sì, anche per me è lostesso."

"Ti bacio."

"Forte, anch'io. Ciao..."

"Ciao... Poso io il telefono..."

"Sì, grazie... ciao."

Entrai nell'atelier e guardai il quadro che stavo dipingendo.

Il mio amante! pensai con orgoglio, con fierezza, con gioia.

Fu un periodo strano. Avevamo bisogno l'uno dell'altro, ormai. Il poco tempo che potevamo passare assieme era splendido, intenso, ma ci pareva brevissimo, Non si faceva l'amore tutto il tempo anche se in fondo ne avevamo voglia tutti e due, perché sentivamo che non potevamo condividere solo il letto. Lo dipingevo e mi fotografava, andavamo a passeggio o a fare la spesa. Cercavamo, nel limite del possibile, di vivere una vita vera, normale. Ma il tempo era tiranno.

Quando si faceva l'amore, ogni volta sembrava più bella della precedente, perché stavamo imparando a conoscerci sempre meglio, sempre più intimamente. Le separazioni erano come parentesi vuote, passate nell'attesa reciproca.

Mi telefonò Auguste e gli comunicai che, finalmente, Henry ed io eravamo diventati amanti. Ne fu contento, mi fece le congratulazioni, mi promise che sarebbe venuto a trovarci.

Mi aveva fatto bene poter parlare con Auguste e a quel punto mi resi conto che in fondo non avevo amici a cui poter comunicare la gioia di aver trovato un amante. In realtà non avevo molti amici, ma quei pochi che avevo quasi certamente non avrebbero capito, accettato che io fossi gay e tanto meno che io fossi un gay innamorato e ricambiato. Ne ero sicuro, soprattutto perché ricordavo bene il loro atteggiamento nei confronti dei gay, prima che facessi il mio viaggio nel Mediterraneo. Allora non ci avevo fatto molto caso, ma ora mi tornavano in mente le loro battute, battutine, battutacce. Quando rividi Henry gliene parlai.

Lui mi sorrise e mi disse: "E che te ne importa. Io ho un paio di veri amici gay ed anche un paio di non gay che sanno di me. Riguardo agli altri, non è necessario né dirlo ai quattro venti né cercare di nasconderlo. Chi capirà e ci accetterà, bene, vuol dire che è un vero amico. Gli altri, li perderemo, ma non sarà una gran perdita. Non crearti problemi, Shaun. Il problema non è nostro, è loro."

"È anche nostro, amore. Il fatto di non poterti baciare quando ti riaccompagno in caserma, per esempio. Se fossimo ragazzo e ragazza potremmo farlo, così no."

"È vero. Forse a me pesa meno perché ci sono abituato da sempre, ho sempre saputo di essere gay, fin da ragazzino, e perciò sono abituato a queste cose, a queste differenze. A te pesa perché è poco più di un anno che hai scoperto di esserlo e perciò noti di più la differenza fra prima e ora. Ma se anche la società, in generale, non ci accetta, troveremo chi ci accetta all'atto pratico. D'altronde non è molto diverso per gli uomini di colore, per gli zingari, per gli immigrati. Neanche loro hanno scelto di nascere così, e neanche loro sono accettati. La gente è meschina, bisogna imparare a convivere con la meschinità, purtroppo."

"Ma non si può semplicemente accettarla, non si può non lottare contro tutto questo."

"Lottare, sì, a volte anche lottare. Ma soprattutto non permettere che sia calpestata la nostra dignità, non stare al loro gioco, non lasciarci colpevolizzare, vittimizzare. Chi non mi accetta come gay, comunque, non mi fa sentire diverso, inferiore. Dimostra solo di essere lui diverso, di poco valore, disumano."

"Tu sei fiero di essere gay?"

"No, come non sono fiero di essere alto così o di essere nato inglese o... lo sono e basta. Né fiero né dispiaciuto. E chi mi odia perché sono inglese, per esempio... peggio per lui, è lui lo stupido. È la stessa cosa."

"Sai, Henry, ho deciso che cambierò il soggetto dei miei dipinti... almeno in parte."

"Cioè? Non farai più i tuoi bellissimi nudi?"

"Sì, certo. Ma farò anche ritratti di coppie di amanti gay. Per far vedere quanto sono belle, per far leggere a tutti nei loro occhi l'amore, l'affetto, la tenerezza, la passione, il desiderio e far sentire che è bello. Sarà la mia crociata..."

"Bene, mi piace. Anche se questo forse potrà... diminuire le tue vendite. A parte i gay, chi credi che comprerà un quadro di quel genere?"

"Non è detto. Se è vero, come dicono, che sono un bravo pittore, così come ho avuto successo con i miei nudi maschili, e non li han comprati solo clienti gay, così avrò successo anche con le mie coppie. Comunque... sento che devo farlo."

Ma a parte il problema di poter dire o no che noi due si era una coppia, innamorati, il vero problema era il poco tempo che la sua vita in caserma ci lasciava da passare insieme. Pesava moltissimo a tutti e due. I mesi passavano ma sembravano non passare mai. Venne a trovarci Auguste che ci invitò, quando Henry avesse finito il servizio militare, a passare un periodo suoi ospiti (la vostra luna di miele, disse), in Costa Azzurra. Henry era eccitato all'idea, così accettammo.

Chiesi ad Henry, quando Auguste ci lasciò, se non fosse geloso delle mie passate avventure, specialmente di Auguste con cui s'erano conservati i contatti.

"Geloso? No, per nulla. Tu hai avuto le tue avventure, come le ho avute io. Anzi, credo di averne avute più io di te. So che ora ami me e solo me. Ho fiducia in te, nel tuo amore. Perché dovrei essere geloso?"

"Auguste è un ragazzo bello e simpatico..."

"Certo. Se tu non fossi il mio amante forse ci sarebbe ancora qualcosa fra voi due, così come, se non fossimo amanti, ci potrebbe forse essere qualcosa fra me ed Auguste, visto che mi piace. Ma la realtà è che tu ami me ed io amo te. E perciò Auguste può solo essere un amico, no?"

"Certo, è vero."

"E allora?" concluse Henry baciandomi.

Mi piaceva molto la sua sicurezza riguardo al nostro amore. Anch'io mi sentivo sempre più sicuro al suo fianco. E ci si conosceva sempre meglio e sempre più intimamente, sempre più a fondo.

Henry mi raccontò della sua vita. La sua prima volta accadde quando aveva quattordici anni. Faceva l'autostop per andare in Scozia. Lo caricò un giovanotto belloccio. Henry non pensava a niente del genere, ma quando il giovanotto gli fece capire le sue intenzioni, provò curiosità e pensò: perché no. Come tutti gli adolescenti aveva voglia di sesso, sia pure in modo ancora confuso. Così il giovanotto deviò per uno stradello di campagna, si fermò fra i cespugli e cominciò a toccarlo ed a farsi toccare. Henry, essendo la sua prima volta, si sentiva goffo ed impacciato. Ma l'altro, benché avesse già venticinque anni, si dimostrò altrettanto imbranato di lui se non di più.

Benché il giovanotto cercasse di penetrare Henry, e lui lo desiderasse, non riuscì neppure ad infilarglielo un po'... Fu un vero disastro ed Henry non vedeva l'ora che tutto finisse in fretta. Ma comunque, quei maldestri tentativi gli avevano lasciato addosso la voglia di rifarlo, la voglia di maschio, chiara, evidente come prima non era mai stata.

Quella stessa estate in Scozia, mentre prendeva il sole in riva ad un lago, conobbe un giovane contadino del posto, un ragazzo sui diciassette anni, che invece era già un esperto. E così Henry fece per la prima volta veramente l'amore, e con piena soddisfazione, per tutto il periodo delle vacanze. Tornato a casa trovò un compagno nei boy scouts, poi un vicino di casa di trenta anni e questo gli insegnò come fare veramente bene l'amore. E in seguito molti altri, sia coetanei che più vecchi di lui. Ma non s'era mai innamorato di nessuno, finché aveva incontrato me.

Gli chiesi con chi, fra i suoi passati amici, avesse avuto la relazione sessualmente più appagante.

"Avevo diciassette anni. Per guadagnarmi qualcosa facevo il baby sitter. Una giovane coppia mi chiamava spesso per guardare il loro figlioletto di un anno, quando la sera avevano voglia di uscire. Lui aveva ventitré anni ed era bello da mozzare il fiato, e molto simpatico. Ogni volta che andavo a casa loro lo divoravo con gli occhi.

"Una sera andai da loro. Lei mi aveva chiesto per telefono se potevo fermarmi tutta la notte, fino al mattino seguente, perché lei andava a trovare la madre ed avrebbe dormito fuori mentre lui doveva fermarsi al lavoro fino alle sei di mattina per un'improvvisa emergenza.

"Così io m'ero portato il sacco a pelo per dormire sul divano. Uscita lei, controllai che il piccolo dormisse bene, lasciai la porta aperta in modo di vedere il suo lettino e sentirlo se piangeva, mi spogliai restando in mutande e m'infilai nel sacco a pelo sul divano. Faceva un po' caldo, così lasciai completamente aperta la cerniera lampo.

"Mi ero addormentato da poco, erano da poco passate le dieci di sera, quando lui tornò a casa. Mi svegliai quando lui sedette di fianco a me sul divano. Insonnolito e un po' intontito gli chiesi se erano già le sei del mattino. No sono le dieci e un quarto di notte. Disse lui. Come mai sei già qui? Non dovevi passare la notte al lavoro? Allora posso tornare a casa? chiesi io alzandomi a sedere. Lui mi disse: no, ormai ti abbiamo pagato la notte e non è vero che io dovevo lavorare fino alle sei, ma solo fino alle nove e tre quarti. Era solo una scusa per farti fermare, perché volevo passare la notte con te. Con me? Perché? gli chiesi io ancora un po' intontito dal sonno. Lui mi carezzò il petto e io mi eccitai e lui mi disse: ho visto sai come mi guardavi. Voglio fare l'amore con te. Sei gay? Gli chiesi io ora ben sveglio e pieno di voglia. No, sono bisex. E tu mi piaci e anche io ti piaccio no? Si da morire, gli dissi io sempre più eccitato.

"Vieni di là con me sul letto matrimoniale, allora. Mi disse lui e io lo seguii, Si spogliò e era veramente bello. Facemmo l'amore, era caldo, appassionato e molto bravo. Scopammo per quasi tutta la notte. Sto bene con mia moglie, le voglio bene, ma ogni tanto ho bisogno di un bel cazzo, mi disse. E infatti gran parte della sua attenzione era proprio per il mio cazzo che volle assaggiare sia davanti che di dietro, oltre a fottermi... Era davvero in gamba, comunque, e mi sapeva far godere in un modo incredibile. Dopo quella volta trovammo altre occasioni e scuse per stare insieme e scopare.

"Ma una volta sua moglie ci trovò a letto... Non fece scenate, gli disse solo: scegli, o lui o me. E logicamente scelse lei, perché ne era innamorato. Così non mi chiamarono più, non lo vidi mai più."

"Era più bravo di me a fare l'amore?" gli chiesi.

"Non dire sciocchezze. Con lui erano bellissime scopate, con te è amore. C'è un abisso."

"Ma lui scopava meglio di me?" insistei.

"Non lo so. Non mi importa. Ma credo di no. Lui voleva solo godere, e farmi godere per avermi lì. Tu invece vuoi farmi felice. Questo ti dà una diversa sensibilità che lui non poteva avere. Perché ti crei tanti problemi, comunque?"

"Ho sempre un po' paura di non essere abbastanza per te, non essere adeguato, non saperti dare ciò che desideri, di cui hai bisogno..."

"Sciocco! Mi dai il tuo amore. Che altro puoi darmi di piu? Che altro posso desiderare di più?"

Il mio straordinario Henry! Come non amarlo?

Facemmo la nostra luna di miele in costa Azzurra. Tornati a londra ci cercammo un nuovo alloggio per avere spazio anche per il suo laboratorio foto, ed iniziò a fare le sue foto di nudi maschili d'arte. Erano molto belle, sensuali, erotiche.

Ora sono cinque anni che siamo assieme. Lui si è affermato come fotografo ed ha già pubblicato tre bellissimi album, che hanno avuto successo. Anche i miei quadri continuano a vendere bene, comprese le mie coppie di amanti gay. Grazie a Thomas vendo anche in America, e grazie a Jules ed Auguste vendo anche in Francia.

Auguste si è messo con Jacques, l'ex autista di Jules.

Non so cosa ci riserverà la vita domani, l'anno prossimo, il futuro. Ma fino ad ora la nostra vita è stata splendida ed io ed Henry ce la godiamo davvero. Molti sanno, hanno capito o immaginano che Henry ed io siamo amanti, e pare che ci accettino, infatti ci invitano sempre insieme...

Siamo felici. La vita ci sorride.


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