Erano in letto assieme. Quando Zanko aveva detto di mettersi a dormire, aveva fatto per stendersi vestito.
"Non ti spogli?" gli chiese Patrizio.
"No. Perché?"
"Perché così sia i tuoi vestiti che il tuo corpo respirano meglio. È più sano e ti pigli anche meno malattie."
"Tu ti spogli, per dormire?"
"Certo, sempre."
"Nudo?"
"Sì, nudo."
"Ma sei solo tu, quando dormi?"
"Sì certo."
"Beh, adesso non siamo soli, no?"
"E che fa? M'hai già visto nudo, no?"
"Eccome! Ma se ci mettiamo a letto nudi..."
"Cerca di controllarti, di resistere."
"Ti fa ancora male?"
"Sì."
Erano a letto assieme, al buio, nudi. Patrizio aveva cinto il corpo di Zanko in un mezzo abbraccio.
"Non è bello sentire i corpi, così, pelle contro pelle?"
"Sì, Patri, è bello, ma io sono eccitato."
"Anche io. Ma è bello anche essere eccitati, no?"
"Sì, ma... se sono eccitato, mi viene da scoparti..." ridacchiò Zanko.
Il ragazzo sorrise: "Beh, resisti per stanotte, per favore."
"Te l'ho promesso. Ma mi costa caro." si lamentò lo zingaro.
"È bellissimo quando suoni la musica. Sembri un angelo."
"Del cielo?"
"Già. Non come quando mi fottevi."
"Mica potevi vedermi mentre ti fottevo, però, ti stavo dietro. Magari sembravo anche più angelo, che ne sai?"
"Ti sentivo, però. Non finivi più di martellarmi dentro."
"No, ho durato poco. Perché era un pezzo che non lo facevo più e la voglia era forte, troppo forte."
"Non l'hai mai preso in culo, tu, a parte quella volta?"
"Oh sì, quando avevo quindici anni."
"Ah. E t'era piaciuto?"
"No. M'hanno violentato di nuovo."
"Di nuovo? E chi, stavolta?"
"Tre stronzi. Sai quelli, come si chiamano, i naziskin, credo. Ero a Vicenza."
"Cazzo, ma tutti a te ti capitano? E com'è successo, questa volta? Ti va di raccontarmelo?"
"Bah... in fondo, forse, questa volta qui me l'ero cercata, per così dire. Quei fetenti... Io stavo tornando con mio cugino Cajo da un pranzo di matrimonio di gagé, dove eravamo andati a suonare. Quando passiamo davanti a un posto da dove venivano risate, musica, casino. Pensiamo che deve essere una festa. Sai a volte si può andare a suonare in una festa e guadagnare. Ma poi escono due uomini e cominciano a darci fastidio e dicono che aveva ragione Hitler che ci ammazzava tutti nei campi di concentramento a noi zingari. Cajo mi dice di andare via, di lasciare perdere, ma io rispondo per le rime.
"Quelli allora chiamano da quella porta altri camerati. Allora sì che scappiamo. Ma io ero nero dalla rabbia. Così ho convinto Cajo a tornare là di notte, con me. Riusciamo a entrare da una finestra. È un posto strano, con bandiere naziste e simboli e scritte allucinanti. Il mio piano è rubare qualcosa di prezioso e distruggere tutte quelle cazzate simboliche. In una cornice trovo una croce nazista, d'oro. La prendo e la do a Cajo.
"Sto cercando dove tengono i soldi quando sentiamo rumore alla porta. Cajo fa appena a tempo a salire alla finestra e scappare. Io sto salendo sulla sedia per uscire anch'io, ma quelli sono già dentro e mi saltano addosso. Pensano che ero lì da solo, per rubare, mi perquisiscono ma non trovano niente. Non si accorgono della croce che manca. Sono convinti di essere arrivati in tempo.
"Ma uno di quelli per perquisirmi mi tocca un po' troppo fra le gambe e allora io gli chiedo se per caso è frocio. Quello s'incazza nero e dice: adesso ti faccio vedere io! Tira fuori da una cassetta una rivoltella e mi ordina di calarmi i calzoni. Poi mi fa piegare a novanta gradi su un tavolo e se lo tira fuori dai calzoni e me lo mette in culo. Per fortuna non ce l'aveva grosso e mi dà fastidio ma non fa veramente male. Io gli dico che allora è proprio vero che è frocio. L'altro mi dice di stare zitto ma io sghignazzo.
"Quell'altro allora, anche lui con una pistola in mano, me la punta sulla fronte e mi ordina di tirarglielo fuori e di succhiarglielo. E di non fargli sentire i denti o mi fa un buco nel cervello. Mentre mi stanno fottendo uno davanti e l'altro di dietro, ai due lati del tavolo, arriva il terzo che dice: ma che cavolo fate? Quelli dicono: stiamo dando una lezione a questo zingaro che era entrato per rubare. Allora il terzo dice che va bene, e che in questo caso anche lui vuole farmi il culo, così imparo. E così tutti e tre, uno davanti e uno di dietro, mi passano e mi ripassano.
"Quello arrivato per ultimo ce l'aveva più grosso di tutti, ma era comunque più piccolo del tuo. E sono venuti godendo come maiali e si vedeva che gli piaceva, altro che punizione. Poi mi hanno sbattuto fuori coi calzoni ancora calati, che per fortuna era notte, prendendomi a calci e a botte. Ma io mi sono alzato, mi son tirato su i calzoni alla meglio e ho corso fino al campo.
"Cajo m'aspettava, preoccupato. M'ha chiesto cosa m'avevano fatto e io gli ho detto che m'avevano torturato, un po' per farmi grande, un po' perché non potevo dire quello che m'avevano fatto per davvero."
"E perché non potevi dirglielo?"
"Mica ero più un bambino. E per gli zingari un uomo che lo prende nel culo o in bocca non è più un uomo."
"E tu ti senti meno uomo?"
"Io? No. E tu?"
"No. Mi sento solo un uomo inculato." disse ridendo Patrizio, poi chiese: "Ma tu l'hai mai preso in culo perché avevi voglia di prenderlo in culo?"
"No, mai. Per ora."
"Pensi che ti può succedere?"
"E che ne so io? Direi di no, ma uno di quei tre che mi chiavava lo faceva diverso dagli altri che quasi mi piaceva.. Ogni tanto ci penso, però non ho mai avuto il coraggio di provarci."
"Hai paura di scoprire che sei frocio?" chiese Patrizio.
"Ma io sono frocio, lo so già, visto che a me piacciono solo i maschi. Credo che è solo perché quando da piccolo senti sempre dire con disprezzo: a quello gli piace prenderlo in culo! allora hai paura di meritarti tu il disprezzo di tutti."
"Già, forse è proprio così. Noi gagé e voi zingari mica siamo poi tanto diversi, almeno per questo. Al mio paese c'era uno che dicevano che a lui gli piaceva farselo mettere nel culo, e tutti lo trattavano da mezza femmina, con disprezzo. Eppure a me mi pareva che era una persona per bene, meglio di tanti di quelli che lo prendevano in giro e lo disprezzavano."
"E tu non ci hai mai provato, con quello?"
"No, non c'era confidenza, lo conoscevo appena. E poi era vecchio, aveva quarant'anni o anche più. Fosse stato un bel ragazzo magari... chi sa? Magari mi veniva il ghiribizzo di provarci, almeno una volta."
"Tu sei un bel ragazzo..." disse Zanko nel buio, addossandosi al corpo di Patrizio e facendogli sentire la propria erezione contro una coscia. Poi gli disse: ""Girati, dai, che te lo voglio sfregare sul tuo bel culetto."
"M'avevi promesso che stanotte mi lasciavi in pace." protestò il ragazzo.
"Ti giuro che non te lo metto. Fidati. Voglio solo sfregartelo un po' lì..."
"Va be', mi fido, ma non cercare di fregarmi!" disse Patrizio girandosi.
L'altro lo abbracciò tirandolo a sé e gli premette l'asta dura contro le natiche, sistemandola per lungo nel solco e sfregandola su e giù lievemente.
"Ti piace, così?" gli chiese Patrizio.
"A me sì, mi piace. E a te?"
"È una sensazione gradevole, solo così. È duro, e caldo..."
Zanko gli carezzò il petto e con la lingua gli stuzzicò un orecchio.
"Me l'hai fatto venire duro pure a me..." mormorò Patrizio,
Zanko scese con una mano a verificare. "Sì, ce l'hai bello duro per davvero. Resterai con me, Patri?"
"Forse sì. Se non mi violenti di nuovo..."
"Poco prima che tu arrivassi io stavo facendo ballare il mio fratellino e perciò ero pieno di voglia. E era un bel pezzo che non lo facevo. E poi vederti nudo sul mio letto... tu mi piaci, Patri, io non voglio violentarti di nuovo... ma ho tanta voglia di fotterti."
"Non adesso, però."
"No, te l'ho promesso. Devi fidarti della mia parola. Anche se sei un gagé e io un Rom." Gli disse Zanko continuando a sfregarglisi addosso e a carezzargli il membro turgido col palmo della mano.
"Ma se continui così, Zanko, veniamo tutti e due e sporchiamo tutto il lenzuolo..." ansimò il ragazzo sentendo aumentare pericolosamente la sua eccitazione.
"E che importa? Lo laveremo domani. Non ti va di godere così, almeno?"
"Cazzo, sì... e mi manca poco.." gemette il ragazzo.
Allora Zanko gli si sfregò addosso con maggiore passione, continuando a carezzargli ventre e petto, e masturbandolo ora a piena mano.
"Mi piaci, gagé. Tu sei il primo maschio con cui posso fare l'amore senza problemi. Resta con me, diventa il mio compagno."
"Anche a me piaci, Zanko..." ansimò Patrizio in preda ad un forte piacere. Gli piaceva sentire così forte il desiderio dell'altro.
E in rapida successione i due giovani vennero e si scaricarono, gemendo forte il proprio godimento. Si addormentarono così, allacciati, bagnati dei loro umori.
Il mattino seguente si ripulirono, si lavarono, si vestirono. Patrizio cambiò il lenzuolo nel letto. Poi mentre Zanko, fuori dal carrozzone, lo lavava assieme ad altri panni, Patrizio fece un po' di pulizie all'interno e mise ordine.
Zanko stese i panni ad asciugare e tornò dentro.
"Ehi! Non ho mai visto tanto ordine, qui dentro! Sai anche cucinare tu, per caso?"
"Sì, certo, cucinavo sempre io per mio zio da quando era morta la zia."
"Bene, almeno si mangerà un po' meglio."
"Se vengo con te, come mi guadagno da vivere, io?"
"Aggiusti l'auto, cucini, tieni in ordine..."
"E che, devo fare la donna di casa? E poi farti da donna anche a letto?" chiese Patrizio accigliato.
Zanko si mise a ridere: "Beh, che male c'è?"
"C'è che io non sono una donna. Con te ci starei, ma alla pari. Tu mi faresti da donna a me?"
"Sono maschio."
"Anch'io, non te lo scordare mai o me ne vado."
"L'ho visto e l'ho sentito, il tuo fratellino. No, non me lo dimentico."
"Alla pari, io e te?"
"Beh... vuoi dire che se io fotto te, tu pure devi fottere me?"
"Certo. E che anche io voglio guadagnarmi da mangiare. Tutto alla pari."
"Beh... ma io non so se mi piacerà prendermelo nel culo..."
"Neanche io. A te te l'han messo di brutto, e pure a me tu me l'hai messo di brutto. Ma non possiamo provare a farlo in un altro modo?"
"Forse. Ma detto così mi pare strano."
"Zanko, o così, o niente. Chiaro?"
"Io... non lo so. L'idea di mettertelo mi eccita, mi piace. L'idea di prenderlo, no."
"Per me è lo stesso, Zanko."
"Capisco... Beh, amico, staremo a vedere."
"E il mio lavoro?"
"Beh... posso insegnarti a suonare lo zimbalon per accompagnarmi..."
"E cosa sarebbe lo zimbalon?"
"Ne ho un paio nel cassone. Aspetta..."
Zanko tirò fuori due tamburelli con i sonagli. Poi, imitando il suono del violino con la voce, si mise a suonarne uno per far capire al ragazzo. Patrizio prese l'altro e cercò di imitarlo.
A quella prima lezione improvvisata ne seguirono altre, mentre viaggiavano verso est. Durante la giornata svolgevano le varie attività. Patrizio aveva revisionato il motore dell'auto, usando i pochi attrezzi a disposizione e se ora non era del tutto a punto, andava un po' meglio. Avevano ripulito a fondo e riordinato tutto il carrozzone. E passavano molto tempo a far musica e Patrizio stava diventando piuttosto bravo a suonate lo zimbalon.
Zanko aveva un costume zingaro per quando andava a suonare nelle feste. Comprarono la stoffa per farne un altro per Patrizio. Zanko sapeva cucire piuttosto bene.
La notte, per due o tre volte, non avevano fatto l'amore se non come la prima volta, sfregandosi l'uno contro l'altro, toccandosi e masturbandosi a vicenda, perché ogni volta che Zanko tentava di penetrare il ragazzo, questi gli diceva: "Sì, se prima lo faccio io a te..." e allora Zanko rinunciava.
Ma una volta Zanko, mentre stavano abbracciati, le loro erezioni premute fra i loro ventri, e si sfregavano dolcemente, disse a Patrizio: "Se ci vuoi provare... almeno dopo lo posso fare io a te... Ne ho una voglia che non resisto, divento matto se non lo faccio..."
"Sì, ne ho una gran voglia anch'io, Zanko. Hai qualcosa da metterci per farlo scivolare meglio dentro?"
"Non so... cosa?"
"Un unguento, una crema, qualcosa che lo renda più scivoloso..."
"L'olio per condire..."
"Possiamo provarci..."
Zanko si alzò e prese la bottiglia dell'olio d'oliva. Ne versò un poco in un bicchiere. Patrizio vi immerse il dito e se ne spalmò un po sul membro ritto e duro. Poi lo passò sull'ano dell'amico e con la punta del dito ne tentò l'ingresso, per lubrificare anche l'interno.
"Ti dà fastidio, Zanko?" gli chiese sentendolo irrigidire.
"Un po'... ma anche... no, piacere no... però..."
"Continuo col dito per farti abituare?"
"Sì, forse è meglio."
"Non stringere, però. Se ti rilassi è meglio... credo."
"Sì ma... il tuo fratellino è più grosso del tuo dito."
"Sempre meno del tuo, eppure l'ho preso tutto, no? Anche se m'ha fatto male."
"È vero..."
Nel pensare che fra poco avrebbe forse potuto penetrare quel giovane maschio forte e sodo, Patrizio si sentiva eccitatissimo. Ci si sarebbe tuffato subito ma capiva che se voleva che non gli si rifiutasse una seconda volta, doveva prepararlo bene e cercare di non fargli male.
"Rilassati, Zanko. Me l'hai detto tu che un po' per volta diventa anche piacevole, no? O me lo dicevi solo per convincermi?"
"No, no. Così ho sentito dire."
"Dai, rilassati. Va meglio così?" gli chiese continuando a fargli scivolare il dito dentro e fuori del foro, ormai ben oliato.
"È... è strano. Ma non proprio brutto..."
"Non provi piacere?"
"Forse... un po'..."
"Hai paura?"
"Paura Zanko? Zanko non sa cos'è la paura. Mica è più un bambino, Zanko!"
"Allora adesso te lo infilo tutto dentro, Zanko." disse Patrizio sostituendo al dito la punta del suo palo lucido d'olio.
Tenendolo dritto con la mano, iniziò a spingere lieve. Incontrò resistenza. Aumentò la spinta ma la resistenza pareva insormontabile.
"Rilassati, Zanko..."
"Non ci riesco..."
"Se stringi per forza ti farà male. Rilassati, dai."
"Ci provo, ma..."
"Allora hai paura!"
"No!" disse lo zingaro e si rilassò.
Il glande del ragazzo s'incuneò nello sfintere dilatandolo e Zanko, istintivamente, strinse di nuovo.
"No, amico, rilassati, dai..." gli disse Patrizio aumentando un poco la pressione.
"Mi... mi sei entrato dentro, vero?"
"Solo un pezzettino... molto poco."
"Io cerco di rilassarmi, ma lui si chiude da solo..."
"Adesso do una spinta forte, allora." disse Patrizio raccogliendo le sue forze.
"Sì, prova..." disse lo zingaro teso.
"No... ci rinuncio..." sospirò Patrizio restando immobile.
"Sì, forse è meglio, per oggi..." rispose Zanko rilassandosi.
Ed allora Patrizio dette un gran colpo di reni con tutte le proprie forze, e gli affondò tutto dentro fino in fondo e quando Zanko strinse di nuovo era troppo tardi. Restarono immobili per un po', in silenzio.
Poi lo zingaro ridacchiò: "M'hai fregato!"
"Ma ti ho fatto male?"
"Beh, no... è vero." disse l'altro e fece palpitare l'ano. "Però mi sento... come se dovessi cacare. Mi sento invaso... come una cosa estranea dentro..."
"Beh, è estranea per ora. Devi solo abituarti, no?" gli disse Patrizio carezzandogli da dietro il petto, il ventre ed i genitali che erano tornati morbidi.
Quindi cominciò a muoversi con cautela avanti e dietro nello stretto culo contratto del giovane zingaro.
"Sì, va meglio..." sospirò Zanko rilassandosi un po'.
Allora il ragazzo cominciò a muoversi più liberamente, strofinandogli con vigore crescente il proprio palo duro contro le pareti del canale accogliente.
"Oh, sì, è meglio..." ansimò Zanko iniziando a muovere le natiche con un certo piacere.
"Ti piace, Zanko?"
"Un po'... sì, hai ragione... se mi rilasso è meglio..."
Ad ogni spinta di Patrizio il piacere aumentava di intensità per tutti e due e presto Zanko ritrovò la sua erezione. Patrizio aumentò la velocità dei suoi colpi di reni e Zanko si accorse con genuino stupore che non provava più fastidio.
"Va bene, adesso..." mormorò sorpreso il giovane Rom.
Patrizio ora lo palpava per tutto il corpo mentre lo pistonava a ritmo sostenuto. Il suo respiro accelerò e con una serie di sussulti punteggiata da sospiri rattenuti e bassi mugolii, si svuotò, spingendosi bene in fondo nelle viscere bollenti del compagno. Rimasero così, incollati per lunghi secondi, fino a riprendere tutti e due un più normale ritmo di respiro. E finalmente Patrizio uscì lentamente da lui, esalando un lieve, lungo sospiro.
"Sì, mi piace di più così che con quella vecchia ciabatta!" mormorò.
Zanko si girò e gli occhi gli brillavano: "Adesso tocca a me, però..."
"Sì, certo. Mettiti l'olio, però, e vacci piano. Cerca di non farmi male."
"Sì, Patri, sì. Girati, dai, dammi il tuo bel culetto..."
Patrizio si girò e subito sentì il pene turgido dell'altro toccargli le natiche, infilarvisi in mezzo, individuare il punto esatto dell'entrata. Allora spinse indietro il sedere, inarcando le reni e cercando di rilassarsi. Sentì Zanko afferrarlo per le anche e spingere con decisione.
"Dio, sembra più grosso di quello che... Spingi..." gemette Patrizio.
Un dolore folgorante lo traversò per tutto il corpo, ma sentì che l'altro era riuscito ad entrare in lui e che ora gli stava scivolando dentro, lentamente, molto lentamente ma inesorabilmente. E il dolore stava diminuendo e trasformandosi in un dolce calore, piacevole e benefico. Il bel palo duro del giovanotto iniziò a scivolargli agevolmente su e giù per il retto, ed il piacere saliva nel ragazzo ad ogni colpo, aumentava di intensità ad ogni spinta. Zanko aumentò la velocità e il vigore delle sue spinte con decisi colpi di reni.
"Mi piaci, Patri! È bellissimo fotterti così. Più che la prima volta... perché so che adesso ti piace, non è vero?"
"Sì, Zanko... dai..."
Lo zingaro cominciò a dare colpi forti e scoordinati, vibrando tutto, agitandosi, mugolando in preda ad un piacere fortissimo che lo condusse rapidamente ad un forte orgasmo. Allora si spinse tutto fino in fondo e, gemendo come un animale ferito, si liberò in una sequela di schizzi poderosi.
Patrizio gli si spinse contro con piacere. Quando sentì che l'amico si stava rilassando, il ragazzo si sfilò pian piano, si girò e lo guardò negli occhi.
"Sei un toro, Zanko!"
"Vero?" disse l'altro compiaciuto.
"Mi sa che resterò con te..."
"Vuoi essere mio, il mio maschio?"
"E tu mio, però." ribatté maliziosamente Patrizio.
"Sì, va bene. Mi piace di più fotterti, ma non mi da troppo fastidio sentirti dentro di me... e mi ci abituerò."
"Anche a me piace di più fotterti. Ma mi è piaciuto anche sentirti godere dentro di me."
"Ti ho fatto male?"
"Solo all'inizio, ma poi è passata. Mi abituerò anche io, credo."
Zanko prese un panno e ripulì dall'olio il foro ed il pene ora morbido del ragazzo, con cura e delicatezza. Questo gesto fece piacere a Patrizio, e quando Zanko fece per ripulirsi, lo fermò.
"No, lascia fare a me..." Poi, messo via il panno, gli disse: "Voglio addormentarmi abbracciato a te."
"Sì, mio bel maschietto. Vieni..." sospirò Zanko sereno e lo strinse a sé.
Gradualmente i due si abituarono anche ad essere penetrati dall'altro e ne provarono anche piacere. Le loro notti di sesso stavano diventando sempre più gradevoli. Ogni tanto si fermavano a suonare in occasione di feste o in qualche ristorante e alla fine Patrizio, usando lo zimbalon come piattino, passava a raccogliere le offerte. Non andava male e guadagnavano abbastanza soldi per le spese per la vita quotidiana, senza dover toccare i milioni nascosti nel mozzo della ruota.
Un pomeriggio, mentre stavano rinfrescando i loro costumi, Patrizio chiese a Zanko: "M'hai detto una volta che m'avresti spiegato come mai non sei più con la tua tribù. Ti va di dirmelo?"
"Sì. Avevo diciannove anni. Avevo una gran voglia di fare sesso con un maschio, ma non sapevo come. Voglio dire, non quello a pagamento coi gagé, ma fare proprio all'amore con calma, con qualcuno che mi piaceva... Pensavo di essere l'unico della mia tribù ad avere quei desideri e non potevo certo rischiare provandoci con uno dei miei cugini. Mi sfogavo facendo ballare il mio fratellino quando nessuno mi vedeva, ma non è la stessa cosa. Quel giorno, stavo andando dal campo al paese a compare i sigari per il mio vecchio, quando passo vicino a un gruppo di Sinti..."
"Sinti? E cosa sono i sinti?"
"No cosa, chi. I Sinti erano rom qualche generazione prima. Ma ora non sono più nomadi, hanno una casa, e girano solo coi carri per andare nei luna park, oppure con un circo. E non parlano più il romanès, ma la lingua del posto in cui si sono fermati. Non c'è molta amicizia fra i Sinti ed i Rom, comunque. Quelli erano Sinti del luna park. Passo e uno di loro mi prende in giro. Non avevo voglia di litigare e senza rispondere, vado avanti. Alcuni dei ragazzi mi seguono per un po' facendo battute stupide. Mi giro a guardarli di brutto. Erano rimasti solo in tre, ora. Li guardo bene in faccia. Uno dei tre, un ragazzo sui quattordici, quindici anni, sputa in terra davanti a me. Allora tiro fuori il coltello e quelli scappano tornando indietro.
"Vado in paese, compro i sigari, poi vado a bere e perdo un po' di tempo così, tanto non avevo fretta. Poi all'imbrunire decido che è ora di tornare indietro e riprendo la strada verso il mio campo. Sono in campagna. Mi viene voglia di pisciare e allora vado fra i cespugli di lato alla strada. Ho finito e sto per tornare sulla strada, quando vedo venire un ragazzo che cammina verso il paese. Lo riconosco subito, è quel ragazzo che aveva sputato. E stavolta era solo.
"Allora aspetto e appena arrivo vicino salto fuori. Lui pure mi riconosce e scappa, ma io sono più veloce e lo raggiungo e lo blocco. Tiro fuori il coltello e glielo punto alla gola. Lui si ferma e trema e mi implora di lasciarlo andare. Io però ho un'idea in testa. Gli dico di seguirmi fra i cespugli e lui, impaurito, viene. Col coltello sempre alla sua gola, gli ordino di calarsi i calzoni. Lui non capisce subito cosa gli voglio fare e ha paura, gli si legge in faccia.
Mi dice: "Mica vuoi castrarmi, no? Io scherzavo..."
"No," gli dico io, "tu mi stavi prendendo per il culo, e allora adesso io ti prendo il culo."
"Oh, cristo," dice lui, "mica vuoi fottermi in culo, no?"
"E invece sì, così impari a rispettarci a noi Rom."
Quello si mette a piangere, dice no per favore, ma io ormai sono deciso. Così, visto che non si vuole calare i calzoni, io gli infilo il coltello sotto la cintura e glieli taglio di dietro e glieli faccio andar giù. Gli taglio anche le mutande di dietro e così gli scopro il culo. Me lo tiro fuori dai calzoni e lui lo guarda e trema e mi dice: mettici lo sputo, almeno... Gli ficco il mio fratellino fra le chiappette e così, lì in piedi glielo spingo dentro. Entra subito tutto, liscio liscio, più facile di quello che pensavo. Comincio a fotterlo e vedo che gli piace, si agitava tutto e mi si spingeva contro. Io volevo punirlo e fargli male, perciò gli do giù gran colpi, e quello fa palpitare il buco del culo a ritmo e lo dimena... beh, una fottuta favolosa, si capisce che quel ragazzo è già un esperto a far godere un maschio di culo. Alla fine gli vengo dentro, muggendo davvero come un toro in calore. E anche il ragazzetto, che se lo stava menando da solo, viene.
Io mi sfilo e gli dico: "T'è piaciuto, eh, porcello!"
Lui mi guarda con aria strana e mi dice: "Mi hai violentato! Te la farò pagare!"
Io mi metto a ridere e me ne vado, lasciandolo lì con le braghe tagliate. Torno al campo come se niente fosse.
Ma quello è tornato al campo dei Sinti e dice che io l'ho violentato con la minaccia di sgozzarlo. I panni tagliati e il mio seme che ancora gli cola dal buco del culo sono una prova più che chiara. Così i capi Sinti vengono a parlare al capo della mia tribù e gli dicono che o mi puniscono i miei o loro mi denunciano alla polizia. Ci manca solo che la polizia venga a mettere il naso nel nostro campo! Appena hanno una scusa ci perseguitano e ci fanno pagare anche cose che non abbiamo mai fatto! Così si riunisce il Kriss..."
"Cos'è il Kriss?" Patrizio gli chiese, interrompendolo.
"È il nostro tribunale, fatto di cinque uomini stimati da tutti per la loro onestà e perché conoscono bene le nostre tradizioni. Il Kriss decide che deve punirmi in modo esemplare. La vecchia maga parla per me ma non serve. Decidono che quello che ho fatto non è degno di un manush, cioè di un uomo, e così decidono che non posso più fare parte della tribù.
Oh, per un Rom essere fuori dalla propria tribù è la morte. E allora io penso che è meglio che mi uccido. Ma la vecchia maga lo capisce e mi cerca e mi dice che il mio destino è un altro. Quando sono nato io lei ha visto le tre Ourmes, cioè le fate del destino, vicino al letto di mia madre, e questo è un segno che sono destinato a diventare un capo. E è lei che parla con le donne che decidono di regalarmi questo carro e questa auto, che sono i più piccoli e brutti del nostro campo, ma è meglio di niente.
E così ho cominciato a girare da solo,. La mia tribù m'ha detto che non posso più farmi vedere. Le altre tribù mi accolgono come ospite nei loro campi, per due o tre giorni, ma non posso unirmi a loro. Vedi, si entra in un'altra tribù solo sposandosi. E io non voglio una femmina, una moglie. E comunque nessuna sposerebbe un Rom senza tribù come sono io. Così non so proprio come può dire la vecchia maga che io diventerò un capo... Anche se lei pare sicura."
"Ma quel ragazzo Sinti, dici che gli piaceva e che però ha fatto la vittima?"
"Certo, mica poteva dire alla sua gente che gli piaceva, credo. Anche se secondo me quello doveva averne presi parecchi e era chiaro che se la stava godendo. Se non gli avessi tagliato i calzoni e le mutande magari quello stava pure zitto e non diceva niente. Ma così... io pare che faccio sempre le cose sbagliate..."
"Con me pare di no, anche se all'inizio mi hai violentato pure a me."
"A me non è che mi piace violentare. No, so cosa vuol dire... ma come faccio a trovarmi un maschio? Vedi, ora che ho te, mica ti violento no? e mica mi viene voglia di farlo a un altro, no? capisci cosa voglio dire?"
"Sì, ti capisco, Zanko. Sei un bravo ragazzo. Chissà perché due maschi non possono fare l'amore fra loro, se gli piace, senza problemi?"
"Bah, io mi sono fatto l'idea che ce ne sono altri come me, sia fra i rom che fra i gagé che fra i Sinti... Ma tutti dobbiamo nasconderlo. E poi ci devono anche essere quelli come te, che finché non ci provano non sanno nemmeno che gli può piacere farlo anche con un maschio."
"Sì, hai ragione, Zanko. Ma almeno noi due adesso stiamo assieme, almeno finché dura, e così non abbiamo più problemi, alla faccia di tutti." disse Patrizio sorridendogli soddisfatto.
"Allora, hai davvero intenzione di restare con me, Patri?"
"Certo. Lavoro, mangio, scopo con te... che posso desiderare di più? L'unica cosa..."
"Cosa?"
"Voi Rom, quando dite gagé, lo dite con un po' di disprezzo...'
"Anche voi quando dite zingaro. E poi tu sei un gagé speciale, diverso, almeno per me. Non sento proprio nessun disprezzo per te, anche se ti chiamo gagé."
"Tu no, ma gli altri Rom... Se ci fermeremo in un campo Rom, come mi tratteranno?"
"Oh, Patri, se ti trattano male dovranno fare i conti col mio coltello!"
"Ma non ci sarebbe un modo per farmi diventare un Rom?"
"No... ognuno è quello che nasce... però... possiamo diventare fratelli, fratelli di sangue."
"E cioè?"
"Io e te ci pungiamo il dito e lo premiamo uno contro l'altro così il nostro sangue esce e si mescola e questo ci fa diventare fratelli di sangue,"
"E tu lo faresti con me?"
"Sì, certo!" disse Zanko convinto.
Fecero la piccola cerimonia e si scambiarono la goccia di sangue. Poi festeggiarono, facendo musica, bevendo e mangiando accanto al carrozzone, vicino ad un fuoco. A notte, spento accuratamente il fuoco, si ritirarono dentro il carrozzone a fare l'amore.
Ormai piaceva a tutti e due, avevano trovato una buona intesa fisica. Ognuno dei due aveva imparato a penetrare il compagno non solo in modo di godere ma anche di dargli piacere. Pur non perdendo l'irruenza dei loro giovani anni, sapevano anche unirsi con tenerezza.
Giravano assieme da circa tre mesi e stava venendo l'inverno. Zanko decise che era bene trovare un campo di Rom per passare, almeno i mesi più duri, vicino ad un'altra tribù. Vicino a Firenze trovarono un campo in cui si era già installata una carovana della tribù di Shiftarija Khorakhané, cioè di Rom mussulmani. Mentre nella tribù di Zanko erano Dacikhané, cioè cristiani, e l'organizzazione era matrilineare, i Khorakhané avevano un'organizzazione patrilineare. Questo fece sembrare meno strano che Zanko non viaggiasse con la sua donna, Ed accettarono anche che avesse con sé un gagé, suo fratello di sangue.
I due vivevano in disparte, non facendo parte della tribù, ma spesso erano invitati ai fuochi serali a bere e cantare con gli altri e la loro musica era molto apprezzata. In particolare un giovane, di nome Rasim, prossimo alle nozze, era molto amichevole con i due.
Una sera Rasim disse a Patrizio: "Sono davvero molto, molto pochi i gagé che vogliono vivere come noi Rom, e assieme a noi Rom. E di solito lo fanno solo per un periodo, perché vogliono scrivere un libro o perché sono missionari... tu invece vivi proprio come un Rom. Perché?"
"Perché mi piace molto. Questa sì che è vita."
"Ma... dimmi un po', come fate... senza donne?"
"Oh, per ora non c'è nessun problema. Non ne sentiamo la mancanza."
"Beh, sì, siete ancora giovani. Ma lo stimolo... c'è, no? Io lo sento forte e non vedo l'ora di potermi sposare, Certe volte lo stimolo è proprio troppo forte..."
"Sì, Rasim, ma allora... si fa ballare il fratellino, no?" rispose Patrizio studiandone la reazione.
Rasim rise, annuendo: "Sì, ma pure il fratellino, a forza di ballare da solo, si stanca."
"Beh, sì, è vero."
"Per voi gagé è più facile avere una donna, no? Non avete molta morale, voi gagé..."
"Già, forse. Quand'ero ragazzo c'era una donna che mi voleva sempre nel suo letto. Ma preferisco adesso. Era vecchia e non è che mi piacesse poi molto."
"Io una volta ho avuto una donna gagé. Ma era giovane. Mica ero il primo, sai? Però è stato bello."
"Hai avuto anche tu una sola donna?"
"Sì, solo una."
"E... uomini?"
"Uomini? No, mai. Quelle sono cose che fanno solo i gagé. Senza offesa. Tu hai avuto uomini, quando vivevi con gli altri gagé?" gli chiese Rasim.
Patrizio sorrise: poteva rispondere senza mentire: "No, mai. Neanche mai toccato uno!"
Rasim annuì grave e convinto: "Non riesco a capire che cosa possono trovarci di interessante due uomini a fare sesso assieme."
"Bah, faranno ballare uno il fratellino dell'altro, penso." suggerì Patrizio.
"Beh, sì... quand'ero ragazzino qualche volta lo facevamo, fra cugini." ammise Rasim, "Ma quello non è vero sesso, non è fare l'amore. È solo un gioco innocente da bambini. Ma due uomini, due adulti..."
"Se lo metteranno nel didietro, penso." gettò lì il ragazzo con aria indifferente.
"Sì, l'ho sentito dire. Ma deve essere brutto, credo."
"Se lo fanno, forse non è poi così brutto, no?"
"Noooo... il didietro è sporco, come può essere bello?"
"Mah, se lo laveranno ben bene prima, forse..." disse ridendo Patrizio.
Rasim rise forte, divertito all'idea e passò la bottiglia a Patrizio: "Bevi, gagé. Sei molto spiritoso. Sei il gagé più simpatico che abbia mai conosciuto!" disse e gli diede una pacca sulla spalla che per poco mandò per traverso il vino a Patrizio.