Tutti i loro guadagni erano assorbiti dalle spese per la costruzione del nuovo carro che, tappa dopo tappa, facevano uno dopo l'altro. Per prima cosa fecero la struttura verticale di otto pilastrini su cui costruirono il tetto a carena. Poi costruirono gli otto pannelli con le finestre e le porte, le cerniere. Quindi costruirono il pavimento. Poi fecero i due letti pieghevoli alle due estremità del carro, con le cassettiere, i mobili per gli abiti ed i costumi, gli scaffali per gli attrezzi. Lo dipinsero, cucirono le tende, le lenzuola, le coperte. Ed inaugurarono finalmente il nuovo carro, che chiamarono "Rogasi 1". In un letto dormivano Zanko, Marko e Mateo e nell'altro Tomaso e Patrizio.
Mentre procedevano verso sud, i loro spettacoli proseguivano continuando a riscuotere successi. Ormai li facevano quasi esclusivamente nei teatrini parrocchiali dei paesini: avevano individuato un buon filone. E cominciarono a smontare il vecchio carrozzone, per rifarlo uguale a quello nuovo.
Marko e Zanko parlavano sempre più spesso della nuova tribù da fondare e quando formulavano un'idea, ne parlavano con gli altri e la discutevano assieme la sera attorno al fuoco.
Marko iniziò a far parte degli spettacoli, dove introdussero anche delle danze tradizionali Rom che Marko insegnò loro. Anche il guardaroba dei loro costumi si era arricchito. Il vecchio carro si stava trasformando gradualmente diventando modulare come il nuovo, in modo che i due potessero essere connessi quando si accampavano da qualche parte.
Verso fine anno erano accampati non lontani da Amantea, dove c'era un terreno per i Rom. Il giorno dopo arrivò nel campo una carovana di Rom Mrzarja. Si salutarono. Come capitava in quei casi, quando la nuova carovana si fu istallata, invitò ad una festa i cinque amici. Come il solito, mangiarono e bevvero, cantarono e danzarono. Questi Rom erano ousari e la carovana era ricca. Gli uomini, ma soprattutto le donne, sfoggiavano bei gioielli d'oro massiccio, tutti fatti dagli uomini della carovana.
Durante la festa Tomaso conobbe un ragazzo di quattro anni più giovane di lui, di nome Dule. Questi dimostrava meno dei suoi ventidue anni. I due durante tutta la festa chiacchierarono e scherzarono come due vecchi amici.
A metà serata Dule gli chiese: "Tomaso, come mai alla tua età non hai ancora moglie? O l'hai lasciata da qualche parte col resto della tribù?"
"No, siamo tutti qui. Ma non c'è fretta, no? Io sto bene così."
"Noi Rom di solito ci si sposa presto..."
"Ma neanche tu sei ancora sposato, no?"
"Eh, infatti i miei stanno facendo sempre più pressioni perché mi decida a scegliermi una sposa."
"Non decidono i genitori, nella vostra tribù?"
"No, non da noi. Noi non siamo mica Khorakhané. Noi siamo Kanjarja, Ortodossi, cioè. Il pope non accetterebbe mai di celebrare un matrimonio combinato. Per mia fortuna..."
"E com'è che non ti sei ancora deciso a sceglierti una moglie?" gli chiese Tomaso.
"Non mi va. Come te, non ho fretta. Ma sta diventando sempre più difficile resistere ai miei genitori, e agli zii ed alle zie... Specialmente alle zie! Mi dicono: se non ti piace nessuna delle ragazze qui, parti e fai un giro delle altre carovane della nostra tribù, e sceglitene una che ti vada bene. A me l'idea di girare per le altre carovane piace... ma non per cercarmi una sposa!"
"Ma... e non ti capita mai, soprattutto durante la notte di sentirti... solo?"
"E a te, non capita mai?" gli chiese in risposta Dule.
"Ah.. ci sono modi e modi per non sentirsi soli..." rispose con aria indifferente Tomaso.
"Sì, è vero," rispose tranquillo Dule, poi aggiunse, "Ci sono molte delle mie cugine che stanno facendo finta di non guardarti... Sei un bell'uomo, Tomaso. E poi, incuriosisce un Sinti che vive da Rom."
"Pensi che io sia un bell'uomo?" chiese Tomaso studiandolo.
L'altro lo guardò ma non rispose. Parlarono d'altro.
Ma dopo un po' Dule disse: "Sì, sei proprio ben fatto..."
"Il più bello del nostro gruppo è certamente Marko, però..." lanciò lì Tomaso guardandolo negli occhi.
"Non è ancora un uomo, è solo un ragazzo... Quanti anni ha, Marko?"
"Diciannove."
"Sembra più giovane..." disse Dule guardando verso il ragazzo.
"Ah, pare. Se gli guardi il viso. Ma ha un corpo più maturo. E un fratellino... degno di rispetto!"
Dule rise, poi gli chiese: "E tu, come fai a saperlo?"
"Lo vedo quando si spoglia, no?"
"Vi spogliate uno davanti all'altro, voi?" chiese stupito Dule.
"Eh, dobbiamo condividere un solo carro per ora, e siamo in cinque..."
"Ma non vi spogliate dietro una tenda, voi?"
"E perché? Non ci sono donne, con noi."
"Già. Ma a noi insegnano di non farci vedere, appena si comincia a maturare, da nessuno. Solo per i piccoli non c'è problema a vederli fra le gambe."
"Perché, a te farebbe problema vedere il fratellino di un altro uomo?"
"Non lo so... forse no..." disse Dule pensieroso.
Tomaso si stava formando l'idea che forse il ragazzo poteva essere un nuovo elemento per la loro tribù, ma non se la sentiva di esporsi e l'altro non gli dava elementi sicuri e chiari a cui appigliarsi. Quella notte ne parlò con gli amici.
Mateo dichiarò: "No, non credo... Semplicemente quel ragazzo ti piace, Tomaso, e perciò speri che lo sia. Ma attento a non confondere i desideri con la realtà. Dule non guarda mai nessuno in quel certo modo..."
Tomaso però non era convinto. Non avrebbe saputo dire neppure lui perché, ma "sentiva" che Dule era uno di loro. Il giorno seguente andò in cerca del ragazzo. Quando Dule lo vide, lo salutò con allegria.
"Dule, io non ho mai visto un ousari al lavoro. Ti dispiacerebbe farmi vedere qualcosa che stai facendo, mentre ci lavori?"
"Oh, volentieri. Sto giusto facendo una collana d'oro. Vieni con me..."
Dule lo portò a fianco del suo carro, dove erano state piazzate due pareti ed un tetto mobile di legno, con una tenda per chiusura. Lo portò dentro ed aprì una cassa. Prima gli mostrò gli attrezzi e gliene spiegò l'uso man mano che li disponeva sul piano di lavoro. Quindi gli disse di aspettare, entrò nel carro da una porta laterale e ne tornò con alcuni rottami d'oro ed un pezzo di collana già fatto.
"Ecco, vedi, devo fare altri anelli come questi e saldarli mano mano intrecciandoli a questi già fatti. Prima faccio un anello doppio aperto, poi lo infilo qui e qui e lo curvo al fuoco, quindi lo saldo. Poi un nuovo anello e così via finché l'ultimo lo saldo all'altra metà del fermaglio."
"È bella questa collana. A chi la venderai?"
"Ai gagé. Se ci riesco, a un privato, ci guadagno di più. Se no ad un orefice, che poi ci mette il suo sigillo e la rivende."
"E l'oro, dove lo trovi?"
"Ah, ha varie origini. O si compra vecchia orificeria rotta dai gagé o da altre carovane. Sai, qualche... visita in qualche alloggio, le altre carovane a volte lo fanno, e così..."
"Già, capisco."
"Allora si fonde tutto e si fanno questi, che si chiamano rottami. Poi si lavora."
"Ti piace lavorare l'oro?"
"Ah, è come una magia. Trasformare una massa senza forma come questa in un oggetto bello come questo... È una gran soddisfazione. È più bello trasformare l'oro che fare la corte a una ragazza, credi a me!"
"Tu, a trasformare l'oro, sei un esperto, vedo. Ma a corteggiare?"
"No, proprio negato! Le ragazze mi fanno diventare timido e insicuro come un lattante senza madre! Sono diverso dai miei fratelli, io... Loro sono più bravi con le ragazze che con l'oro, tutto il contrario di me."
"Ti capisco. Anche io con le donne non saprei da dove cominciare. Mi trovo molto meglio con un amico che con una ragazza, io." disse Tomaso sperando che l'altro abboccasse.
Ma Dule iniziò a lavorare l'oro. Quando ebbe formato un doppio anello e l'ebbe sagomato, lo infilò nell'ultimo della serie in un doppio passaggio, lo curvò, lo appiattì e ne saldò le estremità, lisciando la saldatura sì che presto fu invisibile.
"Ecco fatto. Hai visto?"
"Sì, sei molto bravo. Davvero molto bravo. Sei abile con le mani."
"Beh, ho sentito dire che anche tu sei molto abile con le mani, anche se in un altro modo. Sai che non ho mai visto un giocoliere, non da vicino, per lo meno."
"Vorresti vedermi fare qualche esercizio?"
"Mi piacerebbe, sì..."
"Perché non vieni nel mio carro nel pomeriggio? Ti faccio vedere alcuni dei miei giochi..."
"Sì, volentieri. Non ti disturbo?"
"No, certo. Tu m'hai fatto vedere il tuo lavoro, no?"
"Grazie, sei un amico."
"Vorrei esserlo davvero..."
"Oh, ma tu lo sei!" protestò Dule.
"Mi sei molto simpatico, Dule, e mi piacerebbe se potessimo diventare amici intimi, veri. Ma fra non molti giorni ci si deve separare, voi per la vostra strada e noi per la nostra..."
"Sì, è così. Ma questa è la vita, amico mio. Ogni carovana deve seguire la sua strada. Da che esiste il mondo è così." rispose Dule serio.
Si rividero nel pomeriggio. Tomaso portò il ragazzo nel carro 1 mentre gli amici lavoravano all'altro carro. Tomaso prima di tutto mostrò i suoi costumi di scena a Dule.
"Sono molto belli!" esclamò il ragazzo saggiandone la stoffa con le dita, "E dovrebbero starti proprio bene indosso."
"Scegli quale vuoi che mi metto, e me lo metterò per te!" offrì Tomaso d'impulso.
"Davvero? Sei proprio gentile... Mi piacerebbe che tu ti mettessi questo, allora..." disse il ragazzo indicando una calzamaglia azzurra con belle decorazioni di paillettes d'argento.
Tomaso allora cominciò a spogliarsi... gli era nato in mente un buon piano... mentre si denudava spiegò: "Vedi, Dule, se si indossasse la calzamaglia con le mutande sotto si vedrebbe il segno qui e qui e starebbe male, sarebbe brutto e ridicolo. Perciò non si possono indossare. Ma se non si indossa niente, la calzamaglia mostrerebbe troppo chiaramente la forma del mio fratellino che, come vedi (a questo punto Tomaso era completamente nudo) è un po' sfacciato. Così, per prima cosa si deve indossare questa, che si chiama conchiglia. Vedi com'è fatta?" gli disse porgendogliela e restando così tranquillamente nudo davanti al ragazzo.
Dule prese la conchiglia in mano e l'esaminò. Poi, guardò rapido verso il membro di Tomaso, poi di nuovo la conchiglia.
Tomaso, senza riprenderla in mano, gli disse, indicandosi fra le gambe: "E se il mio fratellino dovesse anche per caso svegliarsi durante lo spettacolo, la conchiglia non permetterebbe agli altri di accorgersene, di vederlo, così non avrei da essere imbarazzato, capisci?"
"Sì, è vero. Un bel trucco..." disse Dule e di nuovo lanciò un 'occhiata al membro dell'altro, poi alla conchiglia. Poi chiese, "Ma se si sveglia... ci sta qui dentro?"
"Sì, ci sta. E nello stesso tempo la conchiglia ha un altro vantaggio. Se uno avesse un fratellino un po' troppo piccolo, con la conchiglia non si noterebbe e quindi non avrebbe da vergognarsi."
"Beh, tu non hai certo questo problema..." disse Dule con un mezzo sorriso.
"No, è vero. Anche se non è che sia poi così grosso."
"Beh... sei ben equipaggiato, comunque, per quel che vedo..."
"Ma non m'hai detto prima che non ne avevi mai visti altri, prima?"
Dule sembrò leggermente imbarazzato, poi disse, quasi sottovoce: "Qualcuno ne ho visto, a dire il vero. E anche... ben sveglio..."
"E erano più belli del mio?" chiese Tomaso con tono confidenziale.
"Beh, il tuo è bello..."
"E... il tuo com'è?" chiese Tomaso.
Dule arrossì e non rispose.
Tomaso insisté: "Via, fra amici... io mica mi vergogno a farmi vedere da te, no?"
Dule era visibilmente imbarazzato, Tomaso gli prese la conchiglia dalle mani e la indossò. Quindi iniziò ad infilarsi la calzamaglia in silenzio. L'aveva appena indossata che Dule gli toccò lievemente un braccio.
"Mica ti sei offeso con me,no?"
"No." rispose volutamente laconico Tomaso e tirò fuori le palle colorate dalla cassa.
"Non volevo mica offenderti, io. Solo che..."
"Lascia perdere. Non importa. Ti faccio vedere un paio d'esercizi, ora."
"Sì..." rispose incerto Dule.
Tomaso iniziò a far volteggiare tre palle, poi quattro, cinque, sei.
"Non posso usarne di più qui dentro perché il soffitto è troppo basso. Fuori potrei usarne molte di più." disse facendole volteggiare rapidamente.
Mise in atto tutte le astuzie per far stupire il ragazzo. Poi lasciò le palle e prese le bacchette. Le fece roteare, volteggiare, girare fra le dita con vera abilità. Dule lo guardava affascinato.
"Sei straordinario... sembra impossibile... E non sbagli mai..."
"Qualche volta capita di sbagliare. Come a giudicare la gente." disse serio.
Il colpo andò a segno. Dule lo guardò addolorato. Tomaso posò le bacchette.
"Beh, credo che può bastare. Ti è piaciuto?" chiese senza sorridere.
"Sì, sei davvero unico..."
Tomaso fece un cenno d'assenso ed iniziò a sfilarsi la calzamaglia. Stava per slacciarsi la conchiglia quando Dule lo toccò nuovamente, lieve, su un braccio. Tomaso lo guardò, serio.
"Tomaso, io... ti ho offeso, di' la verità."
"No..."
"Sì, lo vedo... Io non volevo offenderti, davvero. Se vuoi..."
"Cosa?"
"Io credo che non dovrei vergognarmi a farmi vedere da te..."
"Credi?" chiese Tomaso gongolando dentro di sé, ma restando serio.
"Vorrei dimostrarti che ti sono davvero amico..." balbettò quasi Dule.
Tomaso si tolse la conchiglia e la posò sul costume. "E come?" chiese, sempre serio.
"Beh, ecco... se tu vuoi che... io mi apro i calzoni per farti vedere che io non mi vergogno di te... io lo faccio se vuoi..."
"Davvero?" chiese Tomaso addolcendo il tono.
"Sì, certo..." disse Dule con un filo di voce.
"Allora, lascia che te li apra io, Dule. Questa sì che sarebbe una prova di amicizia, di fiducia." disse suadente il giovanotto.
"Beh, ecco... io..."
"Di che cosa hai paura, Dule?" gli chiese avvicinandoglisi di un passo.
"No, paura no, però..."
"Hai paura che io ti tocchi lì?"
"No..."
"O magari hai paura che il tuo fratellino si svegli a sentirsi toccare da me?" gli chiese Tomaso mettendo le dita sulla cintura di Dule e tirando per sganciarla.
"Sì... rispose sotto voce il ragazzo.
"E che male c'è se si svegliasse?" chiese Tomaso sbottonandogli il primo bottone della patta.
"Non lo troveresti... strano?"
"Strano? Perché?" chiese Tomaso ed aprì il secondo bottone.
"Perché siamo due uomini..." mormorò Dule.
"Il tuo si sveglia per un altro uomo, a volte?" chiese Tomaso slacciando il terzo bottone e le sue dita sfiorarono il rigonfio sotto le mutande del giovane.
"Se... se lo tocchi così..." sussurrò Dule teso, con voce quasi strozzata.
Tomaso aprì il quarto bottone e di nuovo sfiorò il membro attraverso le mutande.
"Qualcuno te l'ha già toccato, prima d'ora?" chiese suadente Tomaso e fece sganciare il quinto bottone.
"No... mai..." disse il ragazzo ed arrossì fino alle punte delle orecchie.
Tomaso aprì l'ultimo bottone e carezzò attraverso la tela, a piena mano, il membro di Dule, sentendo che iniziava ad inturgidirsi.
"Però lo hai desiderato, sognato, non è vero?" chiese Tomaso sottovoce, carezzando con maggiore pressione il membro sempre più duro sotto la tela tesa.
"Sì..." ammise finalmente Dule in un sussurro impercettibile.
Tomaso infilò le dita di entrambe le mani sotto l'elastico delle mutande ed iniziò a spingerle giù assieme ai calzoni.
"E adesso ti piace, non è vero?" gli chiese con voce dolce.
Dule chiuse gli occhi e fu percorso da un tremito.
"Ti piace, vero, Dule?" insisté Tomaso scoprendo la folta pelurie del pube del ragazzo che stava lì in piedi, immobile, tremante, gli occhi ancora chiusi.
"Sì..." gemette quasi il ragazzo tremando visibilmente.
Tomaso spinse più giù e liberò i genitali del ragazzo, e il membro di Dule balzò su, semieretto. Tomaso ora era pienamente eccitato, ma il ragazzo non lo poteva vedere. Gli occhi chiusi, il respiro affannoso, Dule gli stava di fronte, il pube scoperto, le braccia abbandonate inerti ai fianchi, scosso da un tremito insopprimibile. Tomaso carezzò il membro fremente del ragazzo accompagnandone l'inturgidirsi, finché lo vide ben ritto.
"Dule, lo sai cosa voglio fare adesso con te, vero?"
"Sì..." ansimò il ragazzo.
"Che cosa? Dimmelo.."
"Vuoi fare..." iniziò il ragazzo, e si interruppe.
"Dimmelo, Dule, se è vero che siamo amici..." incalzò Tomaso prendendoglielo a piena mano e racchiudendo nell'altra il bel sacco dei testicoli.
"Vuoi fare... vuoi fare... sesso con me..." disse precipitosamente il ragazzo.
"Sì, Dule. Perché mi piaci. Ti desidero dal primo momento che ti ho visto. E ho sentito che tu mi desideravi. Ed è così che ti voglio essere amico, Dule, Dandoti piacere. Lo vuoi da me, Dule?"
"Sì..."
"Perché tutta questa paura, Dule, allora?"
"Non l'ho mai fatto, prima."
"E come mai?"
"Perché... mi vergognavo..."
"E perché?"
"Perché l'uomo deve volere la donna."
"Chi lo dice?"
"Tutti. Ma a me la donna non piace. Non m'è mai piaciuta. L'uomo sì, invece..."
"Ma qualcuno ci aveva provato con te, prima."
"Sì, due volte."
"Parlamene..." gli chiese Tomaso continuando a manipolargli i genitali.
"Mio fratello più grande... io avevo quindici anni... una notte s'è infilato nel mio letto, m'ha toccato e s'è fatto toccare. Ma poi io l'ho mandato via e gli ho detto di non provarci mai più. Però m'era piaciuto tanto... E poi di nuovo, quando avevo diciotto anni, un uomo... un gagé. Era molto bello. M'aveva detto che aveva dell'oro da vendere. Così sono andato a casa sua. E mentre guardavo l'oro, vecchie monete, anelli, lui stava alle mie spalle, m'ha abbracciato e m'ha toccato davanti... e m'ha fatto sentire di dietro il suo arnese duro... E io volevo dirgli di sì, di fare... ma ho avuto paura..."
"Ti piaceva sentire il suo arnese duro contro il tuo culetto, Dule?"
"Sì..."
"L'aveva più duro del mio?" gli chiese allora Tomaso e gli guidò una mano fino al proprio membro ritto.
Dule ebbe come un sussulto a quel contatto, ma la sua mano circondò il palo di Tomaso. Il giovanotto, senza lasciare il membro del ragazzo, gli carezzò il sedere. Dule tremò di nuovo da capo a piedi ed emise una specie di singhiozzo.
"Dule, guardami..." gli disse Tomaso sottovoce.
Il ragazzo riaprì gli occhi e lo guardò negli occhi, con espressione smarrita.
"Dule, tu adesso vuoi fare l'amore con me, vero?"
"Io sì, ma..."
"Ma?"
"Non l'ho mai fatto... è proibito... ho paura, Tomaso... ho paura..."
"Dule, se vuoi, adesso ci rivestiamo."
"Sì, ti prego."
"Ma io voglio parlare con te."
"Io... mi vergogno..."
"Ormai, che hai da vergognarti? Ci siamo visti, ci siamo toccati, ci siamo anche detti che lo desideriamo tutti e due... E soprattutto, siamo amici."
"Sì..."
"Allora ascoltami, amico mio. Adesso ci rivestiamo. Tu vai, se vuoi, e ci pensi per un po'. Poi, quando ti sei chiarito le idee, quando ti senti, vieni a parlarne con me, vero?"
"Sì, va bene."
"Promesso?"
"Sì, certo."
Tomaso lo lasciò e cominciò a rivestirsi. Anche Dule si risistemò le mutande ed i pantaloni, in silenzio.
Poi disse a Tomaso: "Io vado... ma..."
"Cosa?"
"Siamo davvero amici, no?"
"Certo, Dule. Veri amici!"
"È un segreto fra noi due, no?"
"Ma certo, Dule!" esclamò Tomaso comprendendo l'esitazione del ragazzo.
Dule gli strinse la mano per sancire quell'affermazione, poi uscì svelto dal carro. Tomaso riordinò le sue cose.
Quando tornò fuori per lavorare con gli altri, questi, che l'avevano visto entrare nel carro con Dule e restarci poi piuttosto a lungo, gli chiesero se ci avesse fatto l'amore.
"No, macché. Gli ho fatto vedere i costumi e poi gli ho fatto vedere alcuni giochi... tutto qui."
"Ma te lo stai lavorando..." disse Patrizio con un sorriso malizioso.
"No, quello non è dei nostri." disse cocciuto Mateo.
"Però mi piacerebbe che lo fosse, è proprio bello, Dule." osservò Marko facendo una smorfia birichina, e si rimisero a lavorare.
Dule non si fece vedere per tutta la giornata, neanche a sera. Anche il giorno seguente nessuno vide Dule per il campo. Ma dopo due giorni, a metà pomeriggio passò accanto al carro dei cinque amici.
"Tomaso, io devo andare in paese... ti va di accompagnarmi?" chiese con tono indifferente.
"Sì... Ti spiace Zanko se vado?"
"No certo. Anzi, vedi se mi trovi il tabacco da pipa... di questo tipo." gli disse porgendogliene una busta vuota.
"Certo. Volete qualcosa anche voi, ragazzi?" offrì Tomaso.
Nessuno chiese altro. Così i due si avviarono a piedi fuori dal campo, verso il paese.
"È la prima volta che posso parlarne con qualcuno," iniziò Dule con un tono deciso, che stupì Tomaso, "e visto che mi sei amico, e che anche tu hai il mio stesso problema... tu hai già fatto l'amore con un maschio, vero?"
"Certo, e con molti maschi, non uno solo."
"Molti?" chiese stupito Dule.
"Beh, ho ventisei anni. In dieci anni ho avuto parecchie occasioni."
"Dieci anni? Vuoi dire che la prima volta, tu avevi sedici anni?"
"Sì, esatto."
"Ma... e come è successo? Non ti vergognavi, tu? Non è proibito, fra i Sinti? Ti va di parlarmene?"
"Certo che è proibito anche fra i Sinti. Ma no, io non mi vergognavo. Non a sedici anni, anzi, era già un paio di anni che lo desideravo. Più o meno quello che a te è capitato quando avevi quindici anni, a me è capitato quando ne avevo quattordici."
"Tuo fratello?"
"No, era un cugino. Si dormiva nello stesso letto e così una notte lui mi ha toccato e si è fatto toccare. Lì per lì mi sono vergognato da matti così anche io gli ho detto di smettere, come hai fatto tu. Ma anche io dopo me ne sono pentito, perché era stato molto piacevole. Poi mi sono anche accorto che mentre gli altri ragazzi della mia età parlavano sempre di ragazze e a loro piacevano le ragazze, io mi sentivo attratto soprattutto dai ragazzi. Anzi, solo dai ragazzi. Ma, appunto, sentivo dire da tutti che è male, che è proibito e così pensavo ad essere io che ero sbagliato, diverso da tutti. Ho passato due anni che ero terribilmente triste per questo. Avrei voluto essere uguale a tutti. Io...
Ma quando avevo sedici anni le cose sono cambiate. Al circo conoscevo un Sinti, il mio maestro di giochi di destrezza da quando avevo tredici anni, un uomo di ventinove anni di nome Joanni. Gli facevo da assistente negli spettacoli e già cominciava a farmi fare qualche piccolo numero da solo. Lui era bravissimo, e io stravedevo per lui. Gli obbedivo più che a mio padre.
Era proprio il giorno del mio sedicesimo compleanno, lo ricordo bene. Lui mi dice che mi ha preparato una sorpresa, un regalo. Vado nel suo carro. Era un costume bianco con fili d'oro tessuti dentro, bellissimo. Mi dice di mettermelo. Io mi spoglio subito nudo. Fra noi due ci si era visti nudi già tante volte e perciò non mi vergognavo. Lui mi dice di non mettere la conchiglia, quella volta, tanto è solo per provarlo fra di noi. E poi mi dice che sono già ben sviluppato anche fra le gambe e che sto proprio diventando un bel ragazzo. Io sono contento per il complimento.
Metto il costume, lui mi guarda, poi mi fa guardare allo specchio. Sto benissimo. Lui mi sistema meglio addosso il costume e così mi tocca il corpo. Io sento che mi sta venendo duro e allo specchio vedo che si nota chiaramente. Lui guarda e sorride. Ti sta venendo duro, eh? Mi dice tranquillo, poi aggiunge: è l'età giusta, anche a me sarebbe venuto duro alla tua età a sentirmi toccare così... e mi carezza lì fra le gambe. Poi mi chiede: Tomaso, hai già fatto l'amore tu? Io dico di no. Lui dice: alla tua età io l'avevo già fatto, sai? E poi aggiunge tranquillo: col mio maestro. Io lo guardo stupito e lui, continuando a carezzarmi fra le gambe, mi chiede: tu non lo faresti con me? Io non so cosa dire. Da una parte so che non si deve fare, ma dall'altra ne ho molta voglia...
Allora lui mi dice: è bello quando due amici che si vogliono bene possono farlo fra di loro. Lo so che la gente dice che è sbagliato, ma poi in tanti lo fanno. Sì, io ne conosco tanti che lo fanno fra loro, fra maschi voglio dire. È un segreto. E io vorrei che ci fosse questo segreto fra te e me, Tomaso. Così mi fa togliere il costume e mi carezza per tutto il corpo e io trovo che è bellissimo. Allora mi porta sul suo letto, si spoglia e si mette a fare l'amore con me.
È stato lui il mio primo uomo. È stato a lui che ho donato la mia verginità. Dopo di allora io ero pronto al suo cenno, ma anche lui mi portava a letto ogni volta che gli facevo intuire il mio desiderio. Quando ero più grande, Joanni ha cambiato circo e io ho preso il suo posto. Dio, se mi mancavano le belle ore di sesso che avevo condiviso con lui! Ma lui m'aveva detto che ci sono tanti altri a cui, in segreto, piace farlo fra maschi, così io ero deciso a trovare questi altri.
Il secondo è stato un gagé. Era il fotografo di una rivista che faceva un servizio a colori a puntate sulla vita del circo. Venne a fotografare anche me mentre facevo i miei esercizi apposta per lui. Mi volle fotografare con i vari costumi che avevo, e restò lì nel carro mentre mi cambiavo. Mi piaceva quel gagé, così decisi di non nascondermi mentre mi cambiavo. Lui mi guardava... e a un certo punto mi chiede se può scattarmi qualche foto anche nudo. Per la rivista? Gli chiedo io ridendo. E lui dice: no no, sono per me, per poterti guardare nudo anche quando non sarò più qui. Io allora provocatorio gli dico: vorresti anche fotografarmi col coso dritto? E lui dice: magari! Allora io gli dico: allora vedi di farmelo rizzare tu... Ci avevo visto giusto. Siamo finiti nel mio letto e abbiamo fatto l'amore.
Dopo di lui altri, tanti altri. Finché un giorno ho conosciuto Mateo ed abbiamo fatto l'amore assieme ed allora ho deciso di unirmi al suo gruppo... e così, eccomi qua."
Dule gli chiese stupito: "Tu e Mateo fate l'amore?"
"Sì, certo."
"Ma... e gli altri? Non se ne sono accorti?"
"Come no. Certo che lo sanno. Fra noi facciamo tutti l'amore."
"Tutti tutti? Vuoi dire che a tutti e cinque voi piace..."
"Certo. È proprio per questo che ci siamo messi assieme."
"Ma... anche Zanko?"
"Lui è stato il primo. Uno per volta noi lo abbiamo seguito: prima Patri, poi Mateo, io, Marko..."
"Ma allora, perché dicono che è male, che è sbagliato, che è proibito?" chiese Dule, quasi con tono addolorato.
"Perché... sai bene che peso hanno le donne nelle tribù, e in generale anche fra i Sinti e i gagé... Ogni uomo che preferisce i maschi, è un uomo in meno per le donne, no? E a loro non gli va questo. Così hanno messo in giro quella storia che è proibito. Ma noi ora vogliamo fondare una tribù nuova, fatta solo di maschi, di maschi a cui piacciono i maschi."
"Cavolo, sarebbe bello! Ma credi che ve lo permetteranno?"
"Vedremo. Intanto cominciamo a vivere così fra noi, e si sta meglio, molto meglio di prima."
"Non avrei mai creduto che fossimo tanti così... ho sempre pensato di essere solo, o quasi."
"E invece... Vedi, se non fosse proibito saremmo anche di più. Ma pochi hanno il coraggio di ribellarsi. Anche tu, forse, se non incontravi me, prima o poi cedevi e ti sposavi e facevi figli... e quello che è peggio, avresti pure detto ai tuoi figli che è proibito!"
"Già, è vero, è proprio così. Mi piaceva come mi toccavi... e anche toccarti..." disse Dule quasi timidamente.
"Anche a me piaceva. Perché quando torniamo al campo non vieni di nuovo nel mio carro, e facciamo l'amore?"
"Sì... volevo chiedertelo... Ma dovrai insegnarmi tutto..."
"Con vero piacere, Dule Omerovic."
"Tomaso... sarai tu a... a prendere la mia verginità?"
"Sì, se vuoi. Oppure uno degli altri amici... Chi ti piace di più?"
"Oh... Zanko, credo. È molto virile, molto maschio."
"Sì, è vero. Vuoi che sia lui a farlo? Glielo posso chiedere, se vuoi."
"No. Prima tu. Sei tu che m'hai dato il coraggio di... di provarci, finalmente. La devi prendere tu, la mia verginità." rispose Dule con un timido, grato sorriso.
Tornati al campo Tomaso dette il tabacco a Zanko e gli disse: "Io e Dule adesso ci ritiriamo nel carro per un po'..."
Zanko lo guardò con un sorriso prima sorpreso, poi malizioso ed annuì.
I due si chiusero nel carro. Dule era nervoso, ma deciso.
"Tu spogli me ed io spoglio te, Dule." propose Tomaso.
I due iniziarono a spogliarsi a vicenda.
"Spogliarsi l'un l'altro è anche il modo per eccitarsi a vicenda, Dule. Il modo per cominciare a toccarsi, così..." insegnò Tomaso e Dule annuì. "L'amore si fa con tutto il corpo, le mani, le labbra, la lingua e tutto il resto. Con tutto il corpo, su tutto il corpo, Dule."
"Sì..." rispose il ragazzo già eccitato.
Tomaso, quando gli aprì la camicia, si chinò a suggergli i capezzoli. Dule sussultò ed emise un lieve gemito di piacere. E subito volle provare a farlo a Tomaso. Il ragazzo si lasciò guidare passo passo, avido di imparare a fare l'amore con un uomo. Era logicamente un po' maldestro, ma pieno di buona volontà. Eccitatissimo, si lasciò sospingere sul letto e si allacciò a Tomaso nel suo primo sessantanove, a cui si applicò con devota sollecitudine, cercando di imitare al meglio tutto ciò che Tomaso stava facendo a lui e per lui.
"Avrei dovuto lasciar fare a mio fratello, quella notte... o a quel gagé a casa sua... Quanti anni sprecati, quanti anni di dolore e solitudine..." mormorò Dule durante una breve pausa.
Tomaso o baciò in bocca e Dule rispose con entusiasmo a quel bacio intimo e profondo.
"Tomaso, devi sverginarmi, ora!" gli disse il ragazzo.
"Ti potrebbe far male, le prime volte..." lo ammonì Tomaso.
"Metteremo fuori il diklo, se mi farai sanguinare..." scherzò Dule.
"Pensa che scandalo, se lo facessimo davvero!" rispose Tomaso ridacchiando.
"Mi farà molto male?" chiese Dule pensieroso.
"A volte sì e a volte no... ma solo le prime volte. Poi ci si abitua e diventa bello. A me piace più essere penetrato che penetrare, per esempio. Comunque cercherò di non farti male, non aver paura. E se ti facesse troppo male, devi solo dirmelo che io smetto subito."
"No. Sono un uomo, io. Resiterò, in caso. È ora che perda la mia verginità, ho ventidue anni ormai! E voglio che sia proprio tu a prenderla..." disse Dule serio.
Tomaso prese il gel e lo preparò a lungo, con cura ed attenzione, raccomandandogli di rilassarsi più che poteva. Quindi, con estrema tenerezza, gli prese le gambe sulle spalle ed iniziò a spingerglielo dentro con cautela, vincendo a poco a poco la naturale resistenza di quell'inviolato foro. Il volto di Dule si contrasse in una smorfia di dolore, ma quando Tomaso gli chiese se doveva smettere, il ragazzo si affrettò a dire di no.
Quando Tomaso gli fu finalmente tutto dentro, ed iniziò a limargli il caldo foro lentamente e dolcemente, vide l'espressione sul volto di Dule cambiare, distendersi, addolcirsi a poco a poco, finché sul volto del ragazzo aleggiò un lieve sorriso compiaciuto, un'espressione beata.
Tomaso allora cominciò a muoversi in lui con meno timore, con maggiore vigore e velocità ed il suo respiro si fece ansante per il piacere e si mescolò con l'ansimare di Dule che stava ora assaporando a pieno la prima fottuta della sua vita. Il membro del ragazzo, che s'era afflosciato all'atto della penetrazione, stava tornando a nuova vita, indurendosi velocemente, tradendo così l'intensità del piacere che ormai Dule stava sperimentando.
Il ragazzo cominciò istintivamente a masturbarsi, ma Tomaso lo bloccò: "No, mio Dule... dopo devi farlo tu a me. Non vedo l'ora di accoglierti dentro di me, mio bel maschio! Fra poco me lo metterai tutto entro, come sto facendo io con te..."