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una storia originale di Andrej Koymasky


pin MANUSH CAPITOLO 9
LA GUARIGIONE DI PERO

A poco a poco Jojo fece l'amore con tutti. Inizialmente solo con uno alla volta e sempre privilegiando Marko. Però il fatto che gli altri accettassero sempre con semplicità e serenità le sue scelte, lo fece sentire sempre più sicuro di sé e tranquillo. Era un lavoratore instancabile e si prestava sempre per tutto con entusiasmo. E pian piano si rivelò il suo carattere pieno di curiosità e di voglia di imparare e la sua estrema dolcezza, priva però di ogni sdolcinatura. Anzi, nelle sue cose era semplice, diretto, essenziale. Presero tutti a volergli bene e divenne un po' la mascotte del gruppo.

Aveva anche una bella voce e cantava bene. Mateo scoprì anche che aveva un senso innato per il colore e la pittura e oltre a insegnargli a dipingere, gli insegnò anche a leggere ed a scrivere.

La costruzione del terzo carro, ora che erano in otto a lavorare, procedeva veloce, anche perché ormai avevano l'esperienza della costruzione degli altri due.

Nel loro girovagare incontrarono tre gruppi Rom e due di Sinti, ma non scovarono, nel poco tempo in cui condivisero il campo, nessun nuovo acquisto. C'era stato un Sinti che pareva essere un "candidato" ma Fadil, che ci fece l'amore, disse agli altri che era un sadico, perciò decisero di non dirgli nulla, di non proporgli di unirsi a loro.

Quando inaugurarono il terzo carro, erano accampati vicino ad Ivrea, in Piemonte. Ormai la primavera era iniziata. Decisero di inaugurarlo per la festa di San Giorgio e che Jojo avrebbe impersonato il "Giorgio verde" e decisero di chiamare il terzo carro "San Giorgio" invece di dargli il numero 3, ma di lasciare ai primi due carri il nome "1" e "2", perché ormai errano abituati a chiamarli così.

Collegare assieme tre carri su un terreno spesso ineguale era un'impresa ma l'esperienza dei due Sinti con le giostre e il circo, fu preziosa e questi insegnarono agli altri come usare i martinetti per portare i tre pianali sullo stesso livello ed alle distanze giuste per collegarli.

Il fatto che ora avessero quattro letti grandi permetteva agli amici di dormire a coppie, che però raramente erano composte dagli stessi due per due notti successive e anzi a volte uno dei letti restava chiuso perché, dopo aver fatto l'amore in tre o in quattro, preferivano dormire assieme.

Il carro "san Giorgio" era scolpito solo in parte, ma ad ogni sosta procedevano a scolpire i pilastrini e le chiambrane ed a dipingerle. Anche per i loro spettacoli avevano fatto costumi nuovo e preparato nuovi numeri ed era raro che non fossero ingaggiati, nei loro spostamenti. Mateo era quello che in pratica fungeva da impresario del gruppo.

Si stavano dirigendo verso Savona quando accadde un fatto nuovo e grave.

La prima auto della piccola carovana era guidata da Zanko. Questi ad un tratto vide di lontano sul bordo della strada, una figura camminare, ondeggiare, cadere. Incuriosito, quando fu vicino al punto in cui la figura s'era afflosciata, rallentò guardando attentamente di lato e quando vide una persona stesa sulla banchina, fermò. Dule che gli era seduto a fianco, scese subito a vedere.

Dule chiamò: "Mi pare un Rom... l'hanno pestato... sta male..."

Scesero anche dalle altre due auto che s'erano fermate dietro. Era un ragazzo di sedici anni, gli abiti stracciati, il volto tumefatto ed un braccio sanguinante per un colpo di coltello. Poiché pareva un Lovara, Jojo gli si accoccolò di fianco per parlargli.

"Ehi, cugino Lovara, che ti è successo? Chi t'ha ridotto così?"

Il ragazzo scosse il capo e non rispose.

"Ti hanno assalito i gagé?" chiese Jojo.

Il ragazzo di nuovo scosse la testa.

"Io mi chiamo Jojo Osmanovich e sono un Lovara come te... e tu?"

"Pero..." mormorò il ragazzo.

"Ma chi ti ha fatto questo? Dov'è la tua carovana?"

"Lasciami qui..." mormorò il ragazzo.

"Eh no, Pero, cugino mio! Ti portiamo dalla tua gente..."

"No!" disse quasi disperato il ragazzo.

"No? sono loro che ti hanno conciato così? La tua gente?" chiese Zanko accigliato.

Il ragazzo fece di sì con la testa.

"Ma che hai fatto per meritarti questo?" chiese Jojo attonito.

Pero non rispose e chiuse gli occhi.

Allora Zanko disse: "Jojo e Tomaso, portatelo nel carro 1, mettetelo a letto e medicatelo; restate con lui. Ripartiamo, ora."

"No... lasciatemi qui... a morire... Vi prego!" disse Pero debolmente.

Ma Tomaso lo sollevò per le ascelle, Jojo per i piedi e tutti assieme lo trasportarono al carro 1. Tirato giù il letto, gli altri tornarono alle auto e la carovana ripartì. Tomaso e Jojo spogliarono il ragazzo, lo lavarono con delle pezzuole bagnate, gli medicarono e fasciarono il braccio e gli spalmarono unguenti sulle molte contusioni che il ragazzo aveva per tutto il corpo. Quindi lo coprirono con un lenzuolo pulito ed una calda coperta.

Pero li aveva lasciati fare, gli occhi chiusi, senza emettere un solo lamento. Jojo gli sedette accanto sul letto e, in romanès, gli parlò.

"Pero, cugino mio, devi raccontarmi che cosa ti è successo..."

Il ragazzo scosse la testa debolmente, gli occhi sempre serrati.

"Pero, hai per caso rubato alla tua gente?"

"No!" protestò il ragazzo aprendo gli occhi e guardando con fierezza negli occhi di Jojo.

Questi gli sorrise: "Se non mi dici tu che cosa è successo, cugino, io devo tentare di indovinare. Ti han forse trovato con la donna di un altro?"

"Ma no..." disse Pero sottovoce, con un tono stanco.

"Allora? Dimmi perché ti hanno conciato così..."

"Non posso."

"Come non puoi? Qui sei tra fratelli, anche io sono un Lovara come te, anche se di un'altra carovana. Di me puoi fidarti..."

"Non sono più un Lovara... non son più un Rom... non sono più niente. Dovevate lasciarmi morire..." disse Pero con voce rotta, ma non una lacrima uscì dai suoi occhi.

"Non dire sciocchezze. Il dio dei poveri mette fine ai bisogni, come dice il canto, non lo sai?"

"No... non per me."

"Pero, Pero, fratello mio!" gli disse Jojo quasi in un'invocazione ad aprirsi.

"Non sono fratello di nessuno, io. Io sono... un lotcholiko!"

Jojo rise: "Un lotcholiko tu? Baro Devel ci assista! Chi ti ha messo in testa una cosa del genere?"

"Mi hanno cacciato..."

"E sentiamo, perché saresti un lotcholiko tu? Che hai fatto per farli pensare a questo?"

"Io... io..." esitò il ragazzo, poi una luce dura comparve nei suoi occhi e con un tono di sfida, alzando la voce con insospettata energia, disse: "Io attiro gli uomini e gli faccio fare sesso con me, confondendoli, come se fossi una donna. Perché ho fatto un patto col demonio, per perderli!"

Jojo lo guardò attonito, poi disse: "Vuoi dire... che ti hanno ridotto così... e ti hanno cacciato... perché... perché... tu facevi l'amore con un altro uomo?"

"Non solo uno."

"E gli altri, non li hanno puniti? Battuti? Cacciati?"

"Erano mie vittime..."

"Erano più giovani di te?"

"No, più grandi."

"Oh, Pero... devi raccontarmi tutto per bene, devi farmi capire... Quand'è che avresti fatto il patto col diavolo, tu?"

"Io... nella culla, dicono."

"Ah! Pensa un po', nella culla... Un lattante che se la rifà col demonio... ma a parte questo, che vedremo dopo... Raccontami della storia con gli uomini, ora. Com'è cominciata? Com'è andata?"

"Ma perché?"

"Perché sono io a chiedertelo. Io sono stato Giorgio verde in questa Pasqua..."

"Tu? Io... io ho capito subito che ero diverso da tutti gli altri. Io già da piccolo... mi piaceva guardare i miei cugini quando erano nudi e credevano che nessuno li poteva vedere. Mi nascondevo per spiarli, per vedere i loro fratellini fra le gambe e il mio fratellino si svegliava. E allora mi veniva voglia di toccarli e allora facevo ballare il mio fratellino pensando a questo..."

"Quanti anni avevi, allora?"

"Dodici anni compiuti..."

"Ah, a quell'età a tutti viene la stessa curiosità. Anche a me era venuta. E allora tutti ci si fa ballare il fratellino..."

"A tutti? Anche a te?"

"Certo. Ma vai avanti."

"Tutti i miei fratelli e i miei cugini della mia età cominciavano a parlare delle ragazze e di chi avrebbero sposato e di cosa avrebbero fatto... Ma a me non interessava, Io pensavo sempre e solo ai fratellini dei piu grandi, che erano belli, sviluppati... e pensavo che avrei voluto toccarli, farli ballare con le mie mani, farli divertire con me..."

"Sì, ti capisco..."

"E due anni fa finalmente ho trovato il coraggio di dirlo a un cugino che aveva diciotto anni. Gli ho detto che volevo far divertire il suo fratellino."

"E lui?"

"Lui mi ha detto di andare via e di lasciarlo stare. Ma io ho insistito e l'ho stregato e così lui s'è unito con me credendo che io fossi una donna..."

"Cioè te l'ha infilato nel culetto e ha goduto dentro di te."

"Sì, è così."

"E tu frattanto facevi ballare il tuo fratellino?"

"No, lui me lo faceva ballare mentre mi fotteva come una donna."

"Che strano! E non si accorgeva, stringendo in mano il tuo fratellino, che tu invece sei un maschio?"

"No, perché io l'avevo stregato."

"Ah, interessante! E poi?"

"E poi una volta arriva un altro cugino e mi dice che non ha mai visto una ragazza bella come me, e era troppo eccitato, così anche lui mi ha voluto fottere."

"Ma a te piaceva?"

"Sì, certo, mi piaceva molto."

"Non ti faceva male?"

"No, mi piaceva. Perché il demonio me lo faceva piacere."

"E tu... quanti cugini sei riuscito a stregare?"

"Cinque."

"E come facevi a stregarli?"

"Non lo so... Ma quando eravamo soli, loro mi guardavano e non vedevano me, ma vedevano una bella donna che li attirava e loro non potevano resistere..."

"Però, di solito, ti vedevano come uomo, no?"

"Sì, certo."

"E dopo?"

"Tre giorni fa una zia di uno di loro ci ha visti mentre lui faceva sesso con me. Allora lei ha lanciato un grido e ha rotto l'incantesimo. E così hanno scoperto che io sono un lotcholiko. Così tutte le donne della carovana mi hanno picchiato, a calci e bastonate..."

"E quei tuoi cinque cugini?"

"Finalmente erano liberi dal mio incantesimo. E uno di loro era così furioso che mi è saltato addosso col suo coltello per sgozzarmi..."

"E come mai non ti ha sgozzato?"

"Il mio padrino era lì vicino e gli ha dato un calcio sul braccio e la lama mi ha colpito solo al braccio. Allora la vecchia madre ha detto che era uscito il mio sangue impuro e che si doveva sotterrare quel coltello e togliere subito il campo e non fermarsi mai più in quel campo perché era maledetto dal mio sangue. E ha detto che non sono più un Rom, io... e mi hanno lasciato lì... a morire."

"E così, tu saresti un lotcholiko che strega i maschi! E non sei più un Rom!"

"Per questo voglio morire..."

"Oh, sono stato più fortunato di te, io, anche se allora mi sembrava il contrario."

"Tu? Perché tu?"

"Pero, tu non sei proprio per niente un lotcholiko!"

"Sì, io stregavo i maschi e facevo credere loro che ero una bellissima femmina..."

"Questo lo dicono loro..."

"Ma quando mi fottevano credevano di farlo con una femmina..."

"Ti dicevano che bella fessa hai? che belle poppe hai?"

"No... mi dicevano che bel culo hai..."

"E alle femmine si mette in culo?"

"No... non credo..."

"Pero, Pero, cugino mio! Perché sei così ingenuo a sedici anni? Ormai sei grande, cugino mio!"

"Ma..."

"E poi... un lotcholiko, strega chi vuole lui. Quei cinque, li hai scelti tu?"

"No, solo il primo..."

"E nella tua carovana non c'erano altri maschi con cui ti sarebbe piaciuto avere sesso?"

"Sì, due o tre..."

"E quelli, non li hai stregati?"

"No."

"Come mai?"

"Non sapevo come fare..."

"Oh, che strano lotcholiko, che può stregare ma non sa come. No, Pero. Tu devi sapere una cosa: ci sono maschi a cui piace fare sesso con altri maschi, come a quei cinque, come a te. Ma le tribù dicono che è male, che è proibito, che non si deve fare. Allora, quando quello che ti stava fottendo è stato scoperto, e anche gli altri quattro hanno avuto paura di esserlo, hanno inventato la storia del lotcholiko per gettare la colpa su di te e così salvarsi."

"Ma la maga ha detto..."

"La maga? Non era la madre di uno dei cinque?"

"Sì. Come fai a saperlo?"

"Non lo so. Intuizione. Ascolta, Pero, tu sei convinto di essere un lotcholiko?"

"Lo dicevano tutti..."

"Bene. Lo sai che i lotcholiko hanno terrore dell'acqua santa, no?"

"Sì..."

"Chiederò a Zanko di fermarsi vicino ad una chiesa. E lì ti faremo bere l'acqua santa. Se riesci a berla senza problemi, vuole dire che tu non sei un lotcholiko, giusto?"

"Sì, E vero..."

"E se tu non sei un lotcholiko, quei cinque hanno mentito per proteggersi, giusto?"

"Sì..."

"Bene. Allora adesso riposa. Poi più tardi faremo la prova. Ricordati comunque che tu sei un Rom, e che ora sei fra amici..."

"Ma io volevo fare sesso con i maschi, e questo è proibito..."

"Di questo ne riparleremo più tardi. Un problema alla volta, Pero. Hai fame, penso."

"Un po'..."

"Appena ci fermiamo mangerai. Ora riposa, Pero, riposa."

Il ragazzo annuì e richiuse gli occhi. Si addormentò quasi immediatamente.

Jojo si alzò dal letto, prese Tomaso in disparte e gli raccontò sottovoce le disavventure di Pero. Tomaso ascoltava attonito, scuotendo il capo.

"Nella sua sfortuna, è stato fortunato a incontrare proprio noi..." commentò Tomaso alla fine, con un profondo sospiro.

Arrivati vicino a Savona si accamparono su un terreno libero. Collegarono i tre carri. Jojo raccontò agli altri la storia di Pero. Il ragazzetto era ancora immerso in un sonno profondo. Gli prepararono del cibo leggero e nutriente e Jojo andò a svegliarlo per farlo mangiare. Il ragazzo mangiò molto poco. Era tutto dolorante.

"Non ci sono donne, con voi? Non ne ho viste, dove vi aspettano?" chiese il ragazzo.

"No, non ci sono donne con noi, perché non le vogliamo."

"Non ho mai visto dei Rom senza donne. Solo i frati gagé vivono insieme senza donne."

"E noi siamo i primi."

"Ma come fate, senza donne?"

"Tu come facevi?" chiese Jojo con un sorrisetto malizioso.

Il ragazzo non capì: "Io sono ancora giovane."

"E quando sei meno giovane, pensi di prenderti una donna?"

"Ormai..."

"Se tu vivessi ancora con la tua gente?"

"Non lo so. Sono furie scatenate, le donne. Ma ogni uomo deve avere la sua donna, no?"

"Così dicono, ma così non è. Guarda noi, nessuno di noi ha una donna, nessuno di noi vuole averla, e stiamo benissimo. E non siamo più ragazzini..."

Il ragazzo scosse la testa, confuso, ma non approfondì ed anche Jojo lasciò cadere quel discorso, che comunque avrebbero ripreso più tardi.

Appena collegati i carri e montato il laboratorio di Dule, questi vi andò a lavorare. Aveva deciso di costruire dei talismani d'oro, per l'amore, i soldi, la salute, il lavoro, lo studio, la casa, gli amici e così via. Ai gagé sarebbero certamente piaciuti, li avrebbe venduti bene. Stava lavorando a questo suo progetto, quando arrivò Zanko.

"Dule, quando arriveremo all tomba di Santa Sara, incontreremo la Baro Mama. Molto dipenderà da lei, per il nostro futuro. Dobbiamo farle un bel regalo, un monile d'oro. Tu che cosa ne pensi?"

"Sì, certo... che ne dici di una spilla? Collane, bracciali ed anelli, credo che ne abbia e ne riceva anche troppi... Una bella spilla potrebbe essere meglio, no?"

"Sì, Dule. Prova a fare dei disegni, poi decideremo tutti assieme. Qualcosa che le ricordi noi Rogasi, da tenere accanto al cuore."

"Certo Zanko, farò del mio meglio. Preparerò dei disegni e stasera decideremo." rispose Dule e si mise subito a pensarci ed a tirar giù schizzi.

Zanko poi chiamò Tomaso e gli disse: "Ricordo, al pellegrinaggio di quand'ero un ragazzino, che ogni tribù aveva il suo costume. Dovremmo farci un costume nostro prima di arrivare alle Saintes Maries de la Mer. Perché non ci pensi e stasera al fuoco ce ne proponi qualche modello, così possiamo sceglierne uno e prepararcelo in tempo?"

"Che hai in mente?"

"Non lo so. Che dica che siamo Rom e gagé e Sinti. Che dica che siamo manush. E che faccia bella figura. Visto che abbiam tutti dei bei corpi, che non li nasconda, ma che lo faccia notare... vedi tu..."

Poi Zanko chiamò Fadil: "Ascolta, dobbiamo fare un canto, un canto solo nostro, da suonare per i fratelli Rom. Sullo stile tradizionale. Perché non ci pensi, Fadil? Poi ne parli con me, lo mettiamo a punto e lo presentiamo ai fratelli Rogasi prima del pellegrinaggio."

"Un'ottima idea, Zanko. Comincio subito a lavorarci..."

Il campo ferveva di attività. A sera, dopo aver medicato di nuovo Pero ed avergli dato da mangiare, uscirono tutti assieme attorno al fuoco a cantare e danzare. E fra un canto e l'altro, discussero sulle varie proposte di Zanko. Tra i figurini che Tomaso aveva disegnato, scelsero un pantalone nero attillato, con stivaletti verdi, fascia verde alla vita, una camicia bianca anche attillata ma con maniche ampie, un fazzoletto verde al collo, un corto gilè nero. Tutto il davanti del gilè e due strisce sui fianchi dei pantaloni erano ricamati con stelline d'argento a otto punte con due perline rosse su ogni punta. Una fascia nera in testa, sempre decorata con le stesse stelline. Solo il costume di Zanko avrebbe avuto stelline d'oro ed il verde al posto del rosso e viceversa.

Tra le spille proposte da Dule ne scelsero una rotonda, grande, che ricordava una ruota di carro, con una decorazione di minuscoli pallini d'oro tutto intorno e otto raggi verso il centro. I raggi erano intervallati con coppie di pallini di filigrana d'oro grossi come un cece, ed al centro dove convergevano gli otto raggi, vi era un cerchio tripartito.

Infine Fadil accennò sul suo violino ad alcuni motivi musicali da sviluppare e ne scelsero uno su cui avrebbe lavorato ulteriormente.

Il giorno seguente si misero subito tutti al lavoro. Andarono a comprare le stoffe, l'oro e l'argento e gli altri materiali. Ogni tanto uno di loro andava a vedere come stesse Pero, a medicarlo o a dargli da mangiare e da bere. In un paio di settimane erano pronti e Pero era quasi ristabilito.

Allora Zanko con Jojo e Mateo, accompagnarono Pero fino ad una chiesa. Entrati e assicuratisi che non ci fosse nessuno, Mateo tirò fuori un boccale, lo riempì con l'acqua benedetta di una delle due grandi acquasantiere di marmo, e porse il boccale a Pero. Il ragazzo lo prese, con mani tremanti. Sotto lo sguardo attento degli altri lo portò alle labbra.

Esitò, poi disse in tono querulo: "Non ci riesco... non ci riesco..."

"Bevi!" tuonò secco e duro Zanko in un tono che non ammetteva repliche.

Pero lo guardò quasi spaventato, non tanto per il tono del capo, quanto per quello che doveva fare. Poi accostò di nuovo il boccale alle labbra e cominciò a bere, dapprima lentamente, poi quasi avidamente.

Non accadde nulla.

Pero era attonito, felice, incredulo, eccitato. Tuffò di nuovo il boccale nell'acquasantiera e trangugiò tutta l'acqua benedetta,

"Non è vero! Non era vero niente!" gridò e Mateo gli intimò secco di fare silenzio, ricordandogli che erano in una chiesa.

Allora Zanko lo sospinse fino a davanti all'altare, mise delle monete nella cassetta delle offerte ed accese una candela: "Grazie, Baro Devel, tu sei buono e questo tuo figlio è anche buono." mormorò e sistemò la candela fra le altre che ardevano davanti all'altare.

Uscirono e finalmente Pero poté dare sfogo alla sua gioia, assieme agli amici. Tornarono al campo e Zanko decise che dovevano fare una festa.

Fino a quel giorno Pero aveva dormito da solo nel grande letto vicino al bagno, perciò non aveva visto né sapeva che i Rogasi facevano l'amore fra di loro. Ma ora era venuto il momento di dirglielo. Se ne incaricò Zanko.

Quando venne notte, Zanko andò al letto dove era Pero e gli disse: "Questa notte dormo con te, Pero. Ho molte cose da dirti."

"Sì, Zanko. È un onore..." disse il ragazzo, che si sentiva ancora un ospite.

Si spogliarono. Pero restò con le mutande e la maglietta indosso.

"Togliti tutto. Noi Rogasi non indossiamo nulla nel letto, a parte l'anello." disse con semplicità Zanko.

Pero lo guardò lievemente stupito, ma si denudò. Salirono sul letto e si coprirono col lenzuolo e la leggera coperta, dopo che Zanko ebbe abbassato la tenda. Però non spense la lanterna.

Zanko si accostò a Pero e gli cinse le spalle con un braccio, tirandolo livemente a sé. Sentì il corpo del ragazzo fremere appena.

"Come stai, Pero?"

"Molto meglio, grazie."

"Te la senti di fare l'amore con me, questa notte?"

"Come? Cosa?" chiese confuso il ragazzo.

Zanko allungò la mano libera e toccò il ragazzo fra le gambe sentendo, come aveva immaginato, che era parzialmente eccitato. Pero tremò, ma non si sottrasse.

"Hai voglia di fare l'amore con me, Pero?" chiese di nuovo Zanko, con suadente dolcezza.

"Io... io... sì..."

"Perché tremi, ragazzo? Io non voglio farti del male. Voglio solo darti piacere."

"Tu... dare piacere a me?"

"Sì, certo."

"Ma non vuoi... fottermi?"

"Se questo è il tuo piacere, lo farò volentieri."

"Ma, Zanko, tocca a me dare piacere a te, non tu a me..."

"E perché? Hai già dato anche troppo piacere a quei cinque che poi ti hanno tradito. Questa notte voglio essere io a dare piacere a te." rispose Zanko continuando a carezzargli i genitali, ora completamente turgidi e palpitanti.

"Io... prendimi, Zanko. Questo sarà il mio piacere..." rispose Pero fremendo più forte alle intime carezze del giovanotto.

"Come desideri..." disse Zanko. Spostò le coperte e si alzò a sedere sul materasso, sollevando le ginocchia e divaricandole appena. "Vieni qui, in piedi davanti a me... no, con i piedi qui ai miei fianchi... ecco, così... più vicino..." disse Zanko.

Posò le sue mani sulle piccole natiche del ragazzo e lo tirò a se. Quindi cominciò a leccargli ed a succhiargli il palo dritto.

"Oh, gran dio! Che fai? Perché?" chiese Pero con voce rotta, sussultando dal piacere.

"Non ti piace, Pero?"

"Oh sì, sì, ma..."

"Allora lasciami fare..." gli disse sorridendo Zanko e, mentre lo riprendeva in bocca, allungò una mano per prendere il vasetto con l'unguento ed iniziò a lubrificare, delicatamente ma accuratamente, l'ano del ragazzo, che ora tremava visibilmente. Quindi Zanko si lubrificò tutta l'asta già fieramente eretta.

"Ecco, Pero... ora scivola giù lentamente, siediti in grembo a me in modo che io possa nascondere tutto il mio fratellino dentro il tuo dolce buchetto... scendi... scendi..."

Pero si accoccolò lentamente finché il suo sedere toccò le forti gambe di Zanko e scivolò lungo queste che lo guidarono verso la dura asta in attesa. Le natiche divaricate del ragazzo offrirono l'ano alla punta dell'asta del giovanotto.

"Così, Pero... scendi ancora... fino in fondo." gli disse Zanko tenendogli i glutei con le due mani, ben divaricati, ed accompagnandone la lenta discesa.

Pero sentì l'asta aprirlo, invaderlo, scivolargli dentro, riempirlo e rovesciò indietro il capo, chiudendo gli occhi ed emettendo un lieve e lungo mugolio di piacere, finché le sue natiche furono ben premute contro il pube del giovanotto. Zanko allora tolse le mani di sotto il ragazzo, e prese a titillargli i capezzoli ed a carezzargli il sesso turgido e il sacchetto contratto dei testicoli.

"Ti piace, Pero?"

"Oh, sì, sì che mi piace..." disse il ragazzo riaprendo gli occhi e guardandolo con un'espressione radiosa.

"Ora, Pero, punta le mani sulle mie ginocchia, e comincia a muoverti su e giù. Non pensare al mio piacere, ma solo al tuo..."

"È bello, così... Lo sento tutto, grosso e forte, dentro di me..."

"Ti piace davvero, Pero?"

"Sì, sì, sì, Zanko!" disse il ragazzo in estasi molleggiando su e giù.

"E dopo, Pero, se ti piace, puoi anche prendere me, o chiedere di metterlo ad uno qualsiasi degli altri amici..."

"A uno... qualsiasi?"

"Certo. A noi tutti piacerebbe dare piacere al tuo bel fratellino."

"A voi tutti?" chiese Pero completamente sbalordito, lasciandosi cadere giù e smettendo di molleggiare.

"Certo, Pero, perché a noi tutti piace solo fare l'amore fra noi maschi. Questa è la caratteristica di noi Rogasi."

"E così non avete le femmine che vi controllano..."

"Certo. E preferiamo mille volte un bel culetto ed un vigoroso fratellino a qualsiasi fessura di donna!"

"È troppo bello per essere vero!"

"No, lo stai provando di persona, no? Dai, continua, prenditi tutto il piacere che vuoi, ragazzo mio!"

"Ma a te piace stare in me, Zanko?" chiese allora timido il ragazzo.

"Sì, certo, molto."

"Tu sei il più maschio fra gli uomini che conosco, Zanko. Mi piace moltissimo averti in me..."

Pero riprese a molleggiare su e giù e Zanko si chinò su di lui e prese a mordicchiarli lieve i piccoli capezzoli rosa.

Il ragazzo esclamo con voce strozzata: "Oh, dio, che gran giorno è questo!"

Zanko sorrise. Pero sentì che il corpo di Zanko si stava avvicinando rapidamente all'esplosione finale ed accelerò i suoi movimenti su e giù. Anche il ragazzo era terribilmente eccitato e quando finalmente sentì il giovanotto eruttare in lui tutta la sua dolce lava, raggiunse anche lui l'orgasmo irrorando col suo seme il ventre e il petto del giovane capo, gemendo sottovoce tutto il suo piacere. Restò in grembo a Zanko, fremente e tremante, ansando felice.

"Così sì che è bello..." mormorò Pero.

"Come, in questa posizione?" chiese Zanko facendo il finto tonto.

"No... cioè, sì, ma volevo dire un'altra cosa. Che fare l'amore così, che tutti e due lo desiderano e che tutti e due vogliono solo far star bene l'altro... capisci cosa voglio dire, Zanko?"

"Sì, Pero, capisco perfettamente." rispose il giovanotto scompigliandogli i capelli in un gesto affettuoso.

Zanko fece lentamente sfilare il ragazzo dal suo palo che stava ritrovando le sue dimensioni normali, lo fece stendere accanto a sé e lo abbraccio di nuovo. Pero volle sapere ogni cosa sui Rogasi e Zanko raccontò e rispose a tutte le sue domande. Parlottarono a lungo, anche dopo che negli altri letti avevano tutti spento le lanterne. E Pero chiese timidamente se poteva diventare anche lui un Rogasi ed attese trattenendo il fiato la risposta. Zanko gli disse si sarebbe dovuta fare una votazione.

Poco prima di addormentarsi anche loro, Pero chiese a Zanko: "Domani voterete per accogliermi fra i Rogasi?"

"Certamente."

"Qualcuno mi voterà contro?"

"Credo proprio di no... ne abbiamo già parlato..."

"E credi che Baro Mama ci darà l'autorizzazione?"

"Non lo so. Più che lei, temo il Baro Kriss Romani..."

Anche Pero fu accettato. Padre gli fu Zanko e padrino Jojo. E cucirono anche per lui il costume.

Pero s'era completamente rimesso ed a poco a poco anche i lividi sul suo corpo stavano scomparendo. Aveva ritrovato tutto il suo buonumore di sedicenne. Essendo di origine un rotari, iniziò ad occuparsi della manutenzione dei pianali dei carri e delle ruote.

Ripresero la strada per la Francia.

Poco prima della frontiera Tomaso fece presente il problema di Patrizio: "Se è ricercato per i soldi che ha preso allo zio, alla frontiera lo fermeranno e rischia di andare in galera." fece notare.

Patrizio disse: "Vuol dire che io vi aspetterò in Italia..."

"No, tu devi venire con noi!" disse Zanko.

"Possiamo nasconderlo, fare un doppiofondo..." propose Mateo.

"No, i carri di noi Rom li rovistano sempre da cima a fondo," disse Zanko, "dobbiamo trovare un altro modo per fargli passare la frontiera, sia all'andata che al ritorno."

"Ah, se ci avessimo pensato prima, potevamo cercargli dei documenti falsi..." disse Fadil.

"Non sarebbe stato facile, comunque. No, forse dovrebbe tentare di passare a piedi, su per la montagna..." disse Zanko.

"Bisognerebbe conoscere i sentieri, pero." fece notare Patrizio.

"A proposito, Pero li ha i documenti?" chiese ad un tratto Marko.

"Sì, per fortuna li ho... il mio padrino me li mise in tasca, quando mi lasciarono lì mezzo morto." disse Pero mostrandoli.

Discussero ma non riuscivano a venirne a capo, anche perché gli unici che avevano passato la frontiera prima erano Zanko, Mateo e Tomaso, e sempre con la loro carovana e coi documenti in regola, ed ogni volta c'era sempre uno del gruppo che si occupava di tutte le formalità.

Erano già vicini alla frontiera, quando Fadil, vedendo passare il treno, disse: "Beh, potrebbe tentare di passare salendo sul treno!"

"Ma controllano di sicuro anche tutti i viaggiatori." Obiettò Tomaso.

"No no, non dentro al treno, ma sul treno, sopra. Guardate lì, vedete, rallenta accanto a quella costa. Potrebbe saltare sul tetto di una carrozza, di notte, e poi saltare giù di là. Te la sentiresti, Patri?"

"Posso tentare..."

Discussero ancora e alla fine decisero che quella poteva essere la soluzione per tentare l'espatrio. Zanko fece anche notare che al raduno ci sarebbero state tante carovane e forse potevano trovarne una in grado di procurare un documento a Patrizio per il ritorno.

Così decisero di parcheggiare e di andare su per la costa ad esplorare il luogo e trovare il punto più adatto per quell'avventura. Osservarono i treni, il punto esatto in cui rallentavano e spesso si fermavano al semaforo, il punto da cui Patri avrebbe potuto saltare.

Per maggiore sicurezza decisero che Tomaso e Mateo avrebbero anche preso il treno per passare la frontiera, lo stesso su cui sarebbe saltato Patrizio. Andarono alla stazione e studiarono gli orari dei treni, Decisero con quale Patrizio sarebbe passato. Tomaso e Mateo acquistarono i biglietti per Mentone. Zanko e Fadil accompagnarono di nuovo Patrizio sulla costa ed attesero il treno.

Ne sentirono il fischio, lo videro venir fuori dalla curva, rallentare, fermarsi sotto di loro. Patrizio si fece un rapido segno di croce e saltò. Atterrò sul tetto di una carrozza e si appiattì stendendosi sul ventre. Il cuore gli batteva furiosamente in petto. Il rumore che aveva fatto atterrando gli era sembrato enorme. Girò il capo ed agitò un braccio verso le ombre dei due amici. Questi risposero. Il treno fischiò di nuovo, poi riprese a muoversi lentamente.

Patrizio, il cuore in gola, scivolò verso la fine del vagone, sferzato dall'aria del treno in velocità. Giunto al bordo, si lasciò lentamente scivolare giù finché i suoi piedi toccarono il soffietto d'unione fa due vagoni quindi, al buio, si calò di lato aggrappandosi alle maniglie ed ai fermagli di collegamento. Il treno sferragliava veloce.

Mateo e Tomaso dentro al treno girovagavano su e giu, fingendo di non conoscersi, per rendersi conto se qualcuno avesse sentito e sospettasse qualcosa. Mentre il treno correva fra Italia e Francia, passò il controllo dei documenti e della dogana, poi quello dei biglietti. Non avevano modo di sapere se tutto fosse andato bene, né in che punto del treno Patrizio si trovasse, ed avevano tutti e due il cuore in gola. Ma il fatto che all'interno del treno tutto fosse tranquillo e normale, li sollevò in parte.

Giunsero alla stazione di Mentone e scesero. Avevano appuntamento con Patrizio fuori dalla stazione, davanti all'uscita principale. Lo attesero, un po' preoccupati. Sentirono il treno ripartire.

"Gliel'avrà fatta?"

"Speriamo. Erano anni che non pregavo più, Mateo... ho pregato per tutto il tempo." disse Tomaso, teso.

"Ehi, voi due Sinti della malora!" li chiamò una voce allegra.

Si girarono: era Patrizio, sporco in modo incredibile, un lungo baffo nero di traverso sulla faccia, i capelli completamente arruffati, che andava verso di loro, allegro come una pasqua.

"Ah, sporco gagé bastardo!" rispose Tomaso correndo verso di lui ed abbracciandolo stretto a sé.

"Dovrai farti un bel bagno, ora, o ti prenderanno per un carbonaio... ma non mi sei mai sembrato più bello!" gli disse Mateo sorridente e tutti e tre si misero ad aspettare Fadil che doveva arrivare a prenderli con una delle auto.


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