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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'EREDITÀ di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 9 dicembre 1993
PRIMO NASTRO

Mi chiamo Stefano Boetto e sono nato a Prea, un paesino in riva al fiume Ellero, il 23 novembre 1969.

Prea è un paese di montagna, in fondo alla valle in mezzo ai monti. Ormai avrà sui quattrocento abitanti e forse anche meno, perché a poco a poco lo stanno abbandonando tutti i giovani. Ho fatto le elementari lì, nella pluriclasse, poi andavo in bicicletta fino a Villanova per frequentare le scuole medie ed ho preso il diploma, credo per misericordia, quando avevo sedici anni. Non frequentavo spesso, perché dovevo aiutare i miei nel lavoro.

Avevamo alcune mucche e noi ragazzi dovevamo portarle su nell'alpeggio a pascolare. Le ragazze invece dovevano scendere a valle, fino a Mondovì, dove facevano le servette nelle case dei ricchi e dei borghesi. Gli uomini validi andavano a lavorare in fabbrica, a Mondovì, Alba, Cuneo o persino a Torino. Perciò al paese restavamo solo noi ragazzi, i vecchi e le vecchie o comunque donne in età.

A una certa età a noi ragazzi cominciavano a risvegliarsi gli istinti sessuali. Ricordo che quando ero un bambino, avrò avuto credo un dieci o undici anni, avevo visto il mio fratello più grande che si masturbava. Siccome mi pareva che quella buffa attività segreta gli desse piacere, ci avevo provato anche io, ma allora non mi aveva divertito per niente così avevo smesso. Verso i tredici anni, invece, iniziavo a sentire strani stimoli, così ci provai di nuovo e scoprii che ora mi piaceva.

Quando si saliva su all'alpeggio con gli altri ragazzi, ricordo che all'inizio mi masturbavo da solo, in segreto. Un giorno però, dovevo avere sui quattordici anni, vidi Giovanni che andava a pisciare contro un albero e Marco gli andò vicino a pisciare anche lui... Quando avevano finito, non ricordo chi dei due per primo, invece di rimetterselo nei calzoni, cominciò a masturbarsi ed allora l'altro, come se niente fosse, si masturbò anche lui, lì di fianco all'amico.

A un certo punto uno dei due disse ad alta voce: "Sono venuto prima io!"

"Ma tu hai cominciato prima..."

Io e Alessandro li guardavamo incuriositi e divertiti, perché sapevamo, o immaginavamo che cosa avessero fatto e Alessandro mi chiese: "Vieni già anche tu?"

"Sì, certo!" risposi io fiero.

Fu così che il giorno dopo Marco propose di fare la gara a chi veniva prima. Senza pensarci due volte, ce lo tirammo fuori tutti e quattro e cominciammo a menarcelo, ognuno per conto suo, per vedere chi veniva prima.

Non mi ricordo chi vinse quella gara, ma ricordo bene che mi piaceva guardare gli uccelli dei miei compagni spuntare dalle patte aperte, duri e sodi, e vederli poi venire uno dopo l'altro. Era più divertente che farlo da soli e non ero solo io a pensarla così. Perciò continuammo a farlo tutti e quattro assieme e presto si unirono a noi anche Michele e Roberto. Lassù non è che avessimo altri divertimenti, soli tutto il giorno a badare alle bestie.

Qualcuno propose allora di fare la gara a chi schizzava più lontano. Si tracciava una riga in terra, ci si schierava tutti in fila, ce lo tiravamo fuori e al via si cominciava a masturbarci finché si veniva. Allora si andava a controllare chi era arrivato più lontano.

Ci si divertiva così, giorno dopo giorno, tutti e sei. Io ero il più giovane e Roberto, che aveva tre anni più di me, il più vecchio. Ma l'uccello più grosso era quello di Michele, glielo invidiavamo un po' tutti.

Per essere più liberi, si cominciò a calarci i calzoni sulle ginocchia (nessuno di noi portava le mutande) ed a sollevarci la maglietta sul petto. Mi piaceva molto guardare quella porzione nuda del corpo dei miei compagni.

Poi un giorno qualcuno propose che ce lo menassimo in coppia, uno all'altro, per vedere chi riusciva a far venire prima il compagno. Il fatto di smanettarcelo reciprocamente, il piacere di sentire la mano dell'altro manovrare il nostro uccello e di sentire il cazzo duro di un altro, caldo e guizzante, nel palmo della propria mano, ci piacque talmente che presto tutti e sei cominciammo a farlo senza più pensare alle gare ma per il solo piacere di farlo.

Siccome masturbare, nel nostro dialetto, si diceva "fare una sega", qualcuno chiamò quella nostra attività di gruppo "la falegnameria". Per cui ogni tanto uno di noi annunciava: "Io apro la falegnameria. Chi viene ad aiutare?" e si apriva i vestiti, e dopo poco eravamo impegnati tutti e sei a smanettarcelo l'un l'altro.

A me piaceva molto quando potevo prenderlo in mano a Michele, ma mi piaceva come me lo smanettava Alessandro, così lanciai l'idea di metterci in circolo e di farlo in tre, o anche tutti e sei a catena. Qualcuno di noi cominciò anche a carezzare il petto o il ventre o anche il culetto del vicino ed era anche più piacevole.

Visto che il tempo era bello, e caldo, e che lassù nessuno ci poteva vedere né saliva mai a disturbarci, gradualmente cominciammo a spogliarci nudi ogni volta che ci veniva voglia di divertirci in quel modo. Inoltre ci si carezzava sempre più per il corpo, perché ci eravamo accorti che in quel modo si godeva di più e meglio.

Quel passatempo ci piaceva talmente che anche quando c'era maltempo e non si doveva salire all'alpeggio con le mucche, prendemmo l'abitudine di darci appuntamento nel fienile della famiglia di Roberto, perché ci si poteva salire anche dal retro e nessuno ci vedeva intrufolarci lì. Lassù Roberto aveva nascosto un largo telo, così ci si poteva stendere uno accanto all'altro e divertirci tutti assieme.

A quel punto, dopo qualche settimana, quasi senza rendercene conto, fu come un torrente in piena quando si sciolgono le nevi a primavera. In breve tempo, proprio su nel fienile, sul telo, cominciammo a sfregarci l'uccello duro uno sul corpo dell'altro: era una piacevole variante del nostro gioco segreto, una piacevole scoperta. Poi cominciammo a sfregarlo fra le gambe strette del compagno, poi anche nel caldo solco fra le chiappe, finché a qualcuno venne l'idea di provare a infilarlo "nel buco" dell'amico che aveva a portata di mano... o di uccello.

Dopo parecchie prove estremamente eccitanti, qualcuno ebbe l'idea di usare la saliva per faticare di meno sia chi lo metteva che chi lo prendeva... e di qui l'idea di insalivarcelo l'un l'altro, il passo era breve, e così, istintivamente, imparammo anche a farci succosi pompini. Ormai eravamo scatenati e da veri autodidatti avevamo gradualmente percorso tutti i passi necessari sulla strada dei rapporti omosessuali.

Io e quelli del mio gruppo ormai ci godevamo in continuazione questi passatempi, col bel tempo sui prati o nei boschi, col tempo cattivo nel fienile di Roberto o nelle stalle, specialmente in quella di Marco. A volte ci si trovava in due o in tre, a volte tutti e sei. Non c'erano coppie fisse, eravamo tutti amici. E nessuno di noi si tirava mai indietro quando qualcuno proponeva di "aprire la falegnameria", come continuavamo a dire.

Presto imparammo anche a prenderlo in culo ed in bocca contemporaneamente, o a succhiarcelo in circolo, o a incularci a trenino... Si discuteva fra di noi su chi avesse il seme dal gusto più buono, o che l'avesse più abbondante. Ogni cosa fra noi era fonte di piacere. Eravamo diventati i sei inseparabili del paese, anche se nessuno sospettava il vero motivo che cementava la nostra amicizia: quello era il nostro segreto.

I nostri corpi stavano diventando sempre più maschi, virili e questo ci dava sempre più piacere. Michele era irruento, Giovanni dolce, Roberto forte ed instancabile, Alessandro faceva pompini favolosi e Marco lo prendeva in culo con vero piacere. Ma facevamo tutti di tutto, senza differenze fra noi.

I più grandi di noi, o i più piccoli di noi, non ci interessavano: noi sei bastavamo a noi stessi. Ormai ci era sufficiente un'occhiata per capire i nostri desideri. Giovanni aveva anche cominciato a baciare in bocca "come fanno nei film" che lui aveva visto a Mondovì quando era andato là per il matrimonio del fratello maggiore, e presto lo imitammo tutti e si aggiunse così un nuovo elemento alle nostre evoluzioni erotiche ed al nostro piacere.

Quando avevo sedici anni ed avevo finalmente preso il diploma di terza media, ed assolto l'obbligo scolastico, d'estate arrivò su all'alpeggio una famiglia di francesi a campeggiare. Erano padre e madre in una canadese, il figlio di diciassette anni in un'altra e le due figlie di quindici e di dodici nella terza.

Mi ricordo che Michele era proprio scocciato per la loro presenza perché, per divertirci fra noi, prima dovevamo sempre stare attenti a dove fossero quegli scocciatori, per non essere visti. Questo non ci impedì, comunque, di continuare a farlo. A volte quando ci vedevano ci facevano un gesto di saluto, specialmente il ragazzo, a cui noi rispondevamo.

Il ragazzo di diciassette anni era un biondino niente male. L'avevamo intravisto una volta che faceva il bagno, con un costumino attillato indosso, nel fiume Ellero.

Marco aveva detto: "Guardate quello che bel pacco ha fra le gambe. Mi piacerebbe andare a tirargli giù il costume."

Un giorno li vedemmo partire su verso i monti per una delle loro lunghe passeggiate e non c'eravamo accorti che il maschietto era rimasto in tenda perché doveva essersi preso una mezza storta. Così decidemmo di scendere fino al fiume per farci un bagno, nudi come al solito, poco lontano dalle tende.

Dopo il bagno eravamo sulla riva, nudi e felici ad asciugarci al sole. Alessandro, senza dire niente, si accocolò fra le mie gambe e si chinò a farmi un bel pompino. Dopo poco Michele lo metteva a Marco mentre Giovanni e Roberto ci guardavano tranquilli. Roberto si girò, così per caso, verso le tende e vide il ragazzo francese che aveva la testa fuori e ci guardava a bocca aperta.

Roberto allora ci disse: "Ehi ragazzi, abbiamo uno spettatore dalle tende!"

Smettemmo e ci alzammo in piedi e il ragazzo scomparve dentro la sua tenda.

"Cazzo, che facciamo adesso?" chiese Giovanni.

"Andiamo a chiudergli la bocca." disse Roberto.

"Mica vorrai ammazzarlo?" chiese Giovanni spaventato.

"Ma no, somaro! Quello ci guardava gli uccelli con certi occhi... che credo che sarebbe solo contento di averne uno in bocca!" disse, e si diresse a passo deciso verso la tenda.

Noi lo seguimmo, nudi come eravamo. Arrivati davanti alla tendina del ragazzo, Roberto si accoccolò e tirò su la cerniera lampo che il ragazzo aveva chiuso.

"E allora, biondino?" gli disse guardando dentro.

La voce del ragazzo uscì, tremante: "Non fatemi del male... non lo dirò a nessuno..."

Roberto si infilò dentro e sentimmo che diceva: "Succhiamelo, dai!" poi non sentimmo più niente.

Allora ci affacciammo all'apertura della tenda e guardammo dentro. Il biondino aveva tutto l'uccello di Roberto in bocca e con le mani gli carezzava le cosce, e succhiava come fosse stato un vitello assetato. Ridemmo e quello continuò, imperturbabile. Io allora m'infilai dentro, stavamo stretti, mettendomi di fianco al biondino. Gli slacciai i calzoni e glieli calai, e lui non si oppose e continuava a succhiarlo a Roberto. Gli carezzai l'uccello già duro e mi stesi alle sue spalle. Mi insalivai l'uccello e gli cercai il buchino...

Lui spinse indietro per farmi capire che lo voleva. Senza fatica gli scivolai nel caldo canale e cominciai a fotterlo di gusto. Allora Alessandro si infilò pure dentro per metà, quel tanto che gli permetteva di raggiungere con la bocca l'uccello del francesino e si mise a succhiarglielo. Per primo venne Roberto e il biondino bevve tutto coscienziosamente, poi lui si scaricò nella bocca di Alessandro e godendo fece palpitare l'ano così anche io mi svuotai dentro di lui.

"T'è piaciuto?" gli chiese allora Roberto.

"Oh sì, molto..." ansimò il biondino nel suo italiano approssimativo, e aggiunse: "Posso farlo ancora con voi?"

"E perché no." gli rispose Roberto.

"È la prima volta con tanti insieme. È proprio bello." disse il francese tutto contento.

"Quanti giorni ti fermi ancora?" gli chiese Alessandro.

"Ancora due settimane."

"Bene, avremo tante altre occasioni, allora." dissi io carezzandogli il culetto che m'ero appena goduto.

E infatti ci divertimmo con il francesino parecchie altre volte. Lui ci raccontò che al suo paese aveva un amante fisso, un uomo di ventisei anni con cui faceva l'amore da più di un anno. Era stato quell'uomo a insegnargli a fare l'amore e a sverginarlo, e a fargli capire che era gay.

Così imparammo questa nuova parola e venimmo a sapere, con un certo divertimento, che anche noi eravamo gay, dato che ci piaceva fare quelle cose fra di noi. Il ragazzo era solo passivo e a turno ce lo ripassammo tutti, anche più di una volta. Lui ci veniva a cercare ogni volta che i suoi andavano a pescare al fiume o che scendevano a valle per fare gli acquisti. Quel ragazzo fu un piacevolissimo diversivo per noi sei, ma fu l'unico estraneo che ammettemmo nel nostro giro.

Il francesino era davvero scatenato e non saprei dire se gli piaceva di più prenderlo in culo o in bocca, visto che ogni volta che veniva da noi li voleva sempre in tutti e due i posti contemporaneamente. Quando se ne andò lo salutammo a lungo finché scomparve alla vista con tutta la sua famiglia. Credo che Marco si fosse preso una mezza cotta per il francesino, perché ne parlava sempre.

Il nostro paese, come ho detto, era piccolo e ci si conosceva tutti e si era tutti parenti, più o meno alla lontana. Anche i cognomi erano pochi così spesso ci si chiamava per soprannome. Nel nostro paese non c'era neppure l'ufficio postale, per spedire una lettera bisognava scendere fino al paese più a valle. Quando capitava che arrivasse una lettera, il postino veniva su con la sua lambretta e tutti capivano che era arrivata posta a qualcuno, grazie all'inconfondibile rumore del motore.

Così, quando arrivò il postino con una lettera per i miei genitori, lo seppe subito tutto il paese. E quando a sera tornammo giù dall'alpeggio con le mucche, ebbi la notizia prima ancora di arrivare a casa. Chiusi le nostre mucche in stalla e salii in casa. I miei erano già a tavola.

"È arrivata una lettera." disse mio padre.

"Sì, lo so." risposi sedendo a tavola.

"Ma vatti a lavare le mani, almeno!" brontolò mia madre.

Mi alzai e mi lavai le mani al bacile, quindi tornai a sedere.

"Viene da Torino." disse mio padre.

"Ah sì?" risposi mettendomi il tovagliolo al collo.

"È dello zio Domenico." disse mio padre.

"E chi sarebbe questo zio Domenico?" chiesi io addentando una fetta di pane.

"E lascia stare il pane, no? Adesso arriva la minestra. È il cugino di papà, il figlio dello zio Tommaso, il fratello del nonno." disse mia madre cominciando a scodellare la minestra.

"Quello che è andato da piccolo a Torino e che fa l'antiquario." disse il mio papà.

"Che fa?" chiesi io.

"Vende la roba vecchia ai ricchi." spiegò laconico mio padre.

"Ma i ricchi non comprano la roba nuova?" chiesi io piuttosto stupito.

"In città la gente è stramba." aggiunse mio padre.

"È uno che sta bene, lo zio Domenico. Ha fatto i soldi, lui. Tanti soldi." disse mia madre posando la pentola vuota nell'acquaio. "E non ha figli. È rimasto vedovo da giovanotto e non si è più sposato." aggiunse mia madre.

"Ah, e perché scrive?" chiesi io cominciando a mangiare la minestra.

"Chiede se stiamo tutti bene." disse mio padre dopo aver versato un po' di barbera nella sua minestra.

Io non so come facesse a piacergli la minestra col vino, ma ognuno ha i suoi gusti.

"Chiede se tu stai ancora qui con noi." disse mia madre.

I miei due fratelli minori e quello più grande mi guardarono e Rino, il grande, chiese: "E perché chiede se Stefano sta ancora in casa? Dove dovrebbe stare?"

"Tu te lo ricordi lo zio Domenico, no?" chiese mia madre a Rino, "Avevi undici anni quando è venuto l'ultima volta in paese..."

"Otto anni fa? No che non me lo ricordo." rispose Rino mangiando la sua minestra.

"Tu Stefano ne avevi nove, tu Carlo sei e Mario appena due."

"Io me lo ricordo." disse Carlo e tutti ci mettemmo a ridere.

Neanche io ricordavo questo zio Domenico. Non mi ricordavo neppure che esistesse.

Per un po' mangiammo in silenzio, poi mio padre riprese: "Dice lo zio Domenico che Stefano era il più sveglio."

Io guardai Rino di sottecchi ma lui parve non dar peso alla cosa.

"Poi dice anche che lui è solo." aggiunse mio padre.

"Eh, ha sessantasei anni ormai e è vedovo da quaranta anni." disse mia madre.

"E perché non s'è più risposato?" chiese Rino meravigliato.

"Dice che stava meglio da solo, ma adesso comincia a pesargli. Sai, ancora qualche anno e diventa un vecchio." disse mia madre.

"È già un vecchio se ha sessantasei anni." disse mio fratello Carlo.

Di nuovo mangiammo in silenzio.

Poi mio padre attaccò: "È tanto ricco e non ha eredi..."

"E poi dice che è tanto solo." aggiunse mia madre.

"E allora..." disse mio padre ma si interruppe per sorbire la minestra.

"E allora?" chiese Rino incuriosito.

"Dice che se Stefano va a stare con lui, lui gli lascia tutto." concluse mio padre.

Io rimasi col cucchiaio a mezz'aria a guardare mio padre. "Io a vivere con quello zio che neanche conosco?" chiesi stupito.

"È un gran brav'uomo..." disse mia madre.

"Ma io non lo conosco... e lui non mi conosce!" protestai io.

"Perché non ci vado io che lascia tutto a me?" chiese allora Rino.

"No, tu no. Tu devi mandare avanti le cose qua." disse deciso mio padre.

"Vivere a Torino, ci pensi?" disse Mario con gli occhi sgranati.

"Com'è Torino?" chiese allora Carlo.

"Ah, una gran bella città. Io e papà ci siamo stati in viaggio di nozze... e ci ha ospitato proprio lo zio Domenico. Una gran bella casa, quella dello zio Domenico. Una volta era la casa di un marchese..." disse la mamma.

"No, di un conte." la corresse papà.

"Dice che avrai una camera tutta per te e in casa c'è la cameriera e la cuoca, sai..." disse mia madre con gli occhi che le brillavano.

"Ma io sto bene qui!" protestai io cocciuto.

"Ma va là, che dallo zio Domenico ti faresti la vita del gran signore..." disse mia madre.

"E poi ti lascia tutto quando muore. È milionario!" disse mio padre.

"Milionario?" chiese Carlo con gli occhi sgranati.

"Milionario!" confermò papà finendo il piatto di minestra.

Mamma aspettò che avessimo finito tutti, quindi sporzionò lo spezzatino con le patate. Papà versò il vino a Rino e a me, poi riempì il suo bicchiere.

"Lo zio Domenico ha due automobili e magari quando hai diciotto anni te ne da una a te, Stefano..." disse mio padre con tono casuale.

Beh, l'idea di avere l'automobile cominciava ad interessarmi abbastanza. Ma io non volevo lasciare i miei amici.

"Io sto bene qui." ripetei cocciuto.

Dopo un po' mio padre riprese: "Certo che dopo saresti ricco più di tutto il paese messo assieme. Sai che ha pure una villa in Riviera?"

"Tu l'hai vista?" chiese Carlo.

"No, ma deve essere bella, c'ha pure il parco..." disse papà.

"E poi lo zio Domenico dice che non ti farà mancare niente..." aggiunse mia madre, "e che ti tratterà meglio di un figlio."

"Mica ho bisogno di un altro padre, io!" ribattei un po' immusonito.

"Dice che in camera tua c'è il televisore e pure lo stereo..." insisté mia madre.

Beh, auto, televisore e stereo... cominciavo a tentennare. Al paese l'unico televisore era quello dell'osteria, e lo stereo ce l'aveva solo il parroco...

"E poi dice di non portarti niente che ti fa il guardaroba nuovo lui. Tutta roba fina di città." disse mia madre continuando a mangiare.

"Il guardaroba nuovo?" chiesi io che per lo più indossavo i vestiti che non entravano più a Rino, rammendati più volte, e che avevo solo un vestito buono per quando andavo a scuola e per la messa la domenica.

Mio padre senza guardarmi in faccia mi chiese: "Allora, Stefano, gli posso rispondere che vai?"

Io risposi: "Se voi dite di sì... che devo andare..."

Non se ne parlò più per tutta la sera. Ma mio padre il giorno dopo prese dalla scatola di latta carta e busta, la biro, e si mise a scrivere una lettera. Mandò mio fratello Carlo in bicicletta ad imbucarla al paese sotto, dandogli le monete giuste per comprare il francobollo.

Io invece feci uscire le mucche, chiamai col solito fischio i compagni e, assieme, salimmo all'alpeggio. Per tutto il tragitto non dissi loro niente. Non sapevo come fare a dire che avrei lasciato il paese, che li avrei lasciati.

Quando arrivammo all'alpeggio, Giovanni mi chiese: "Cos'hai oggi Stefano? Sei strano."

"Mah... niente. Devo lasciare il paese."

"Come, lasciare il paese?" chiese Marco.

"Vado a vivere a Torino."

"Torino? Cazzo, vai a fare il cittadino?" disse in tono ammirativo Roberto.

"Io non sono mai stato neanche a Mondovì..." disse Michele pensieroso.

"E come mai vai a Torino a vivere?" chiese Marco.

"Uno zio che non conosco. Vuole che vado a vivere con lui. È ricco e non ha figli. E quando muore mi lascia tutto." spiegai io.

"E quanti anni ha?" chiese Roberto.

"Sessantasei." risposi.

"Beh, non ha un piede nella fossa, ma non dovrai neanche aspettare tanto..." disse Giovanni.

"Magari invece campa ancora trent'anni..." disse Michele pensieroso.

"Ma intanto Stefano va a vivere a Torino a casa di uno zio ricco..." notò Roberto.

"Sempre che non sia un rompipalle, però..." commentò Giovanni.

Discussero fra loro i pro ed i contro del mio destino.

Poi Giovanni chiese: "Quando partirai?"

"Non so ancora. Forse presto."

"Ci mancherai..." disse Michele e tutti annuirono, seri.

"Ma almeno voi restate assieme. Voi mi mancherete molto di più." dissi io sconsolato.

Cessata l'animazione della notizia, eravamo tutti un po' pensierosi.

"Certo che Torino è lontano..." disse Michele.

"Più di Roma?" chiese Alessandro.

Michele rise: "Ma no, asino! Roma è più lontana di Torino. Roma è in Terronia!"

"Però Torino è lontano lo stesso. Verrai ancora qui al paese?" chiese Giovanni.

"Non lo so. Dice che quando ho diciotto anni mi dà la macchina..."

"Fra un anno? La macchina? Cazzo, questa sì che è una cosa che mi piacerebbe..." disse Roberto.

"A Torino le fabbricano le macchine, si chiamano Fiat." disse Michele.

"Allora là costeranno di meno..." disse Alessandro.

Eravamo seduti a terra, in circolo. Giovanni mi carezzò fra le gambe. Io mi girai verso di lui a baciarlo. Cominciammo a spogliarci l'un l'altro lì sul prato assolato e poco dopo anche gli altri ci imitarono e cominciammo a fare l'amore. Io sentivo di averne bisogno in quel momento e sentivo anche che i miei compagni mi sarebbero mancati molto, specialmente per questo.

Chi dei cinque mi sarebbe mancato di più? Davvero non avrei saputo dirlo. Ricordo che pensai che dovevo godermeli il più possibile in quei giorni che mi rimanevano, tanti o pochi che fossero. E me li godetti.

Circa due settimane dopo arrivò un'altra lettera dello zio Domenico. C'era anche un vaglia da 100.000 lire "per le spese di viaggio" e diceva che era molto contento che avessi accettato di andare, che mi sarei trovato bene e che da lui non mi sarebbe mancato niente. Diceva che mi aspettava per il 12 giugno circa e che quando arrivavo alla stazione di Torino che si chiama Porta Nuova dovevo telefonargli che ero arrivato. Nella lettera aveva scritto due numeri di telefono, uno di casa e uno del negozio e che comunque l'indirizzo di casa era via Palazzo di Città 12 e quello del negozio via Maria Vittoria 35.

Scriveva anche che stava facendo preparare la camera per me e ripeteva di non portarmi niente da vestire che pensava a tutto lui. Raccomandava di avere la carta d'identità valida e di portarla con me.

Il 12 giugno era appena cinque giorni dopo.

Mia madre cominciò subito a prepararmi il vestito buono. Papà decise che sarebbe toccato a Carlo portare su le mucche all'alpeggio al posto mio quando me ne fossi andato. Non c'erano molti preparativi da fare. Papà decise che dovevo portare delle forme di formaggio allo zio Domenico ed andò a scegliere le migliori.

Io salii per l'ultima volta all'alpeggio con gli amici. Dissi loro che al posto mio sarebbe andato su Carlo. Facemmo l'amore tutti e sei assieme e tutti volevano farlo con me perché forse quella sarebbe stata l'ultima volta. Mi dette una strana sensazione essere al centro delle attenzioni di tutti e cinque i miei amici e un piacere e un godimento davvero speciali e forti.

Il giorno della mia partenza mia madre mi fece lavare bene e controllò che avessi pulito anche le orecchie e le unghie. Mi misi il vestito buono. Mio padre prese il biroccio e, assieme ai miei cinque amici, mi accompagno fin giù a valle al paese dove c'era la corriera per Mondovì. Salii sulla corriera e quando questa partì tutti mi salutavano dalla piazza del paese. Quando non li vidi più avevo un nodo alla gola e mi soffiai il naso per non far vedere a quello seduto vicino a me che mi stava venendo da piangere.

Era cominciato il mio viaggio verso l'ignoto, verso l'avventura. La valigia con i formaggi, il mio unico bagaglio, era sulla reticella. Nella tasca interna della giacca avevo il portafogli che mi aveva regalato mio padre con dentro la mia carta d'identità, la lettera dello zio Domenico ed il resto delle 100.000 lire che mi aveva dato il bigliettaio della corriera.

Guardai fuori dal finestrino: non ero mai arrivato, prima, così in basso nella valle. L'Ellero era più largo e più placido, la valle era larghissima e verdissima. Osservavo tutto pieno di curiosità.



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