Per la prima volta in vita mia vidi il treno e vi salii e colpì molto la mia fantasia. Specialmente il fatto che in ogni carrozza c'era persino il gabinetto. Noi non avevamo il gabinetto in casa, ma solo un gabbiotto di legno dietro la stalla. Ogni carrozza era tutta divisa in scompartimenti che erano come tante stanzette in fila. Immaginai che uno potesse anche vivere in una carrozza, bastava mettere in una stanzetta la cucina, in un'altra la camera da letto e così via. Uno vive in un vagone e quando si vuole spostare dice: "Attaccatelo al treno che va nella tale città" e così si trova in quella città con tutta la sua casa.
In treno tutta la gente era vestita bene, sembrava che avessero messo tutti il vestito buono e forse era così, pensai. Vedevo i nomi delle stazioni, nomi mai sentiti, e gente scendere e salire e chiedevo sempre quanto mancava a Torino, perché io non avevo l'orologio, finché una signora mi disse che scendeva anche lei a Torino alla stazione di Porta Nuova e di non preoccuparmi che comunque il treno si fermava lì e non andava più avanti, perciò non mi potevo sbagliare.
Un'altra cosa che notai era che in treno parlavano quasi tutti in italiano e non in dialetto. Come mi sembrava già lontana la mia valle! E in che pianure vaste stava correndo il treno! Mi chiesi che cosa stessero facendo quel giorno i miei amici e se stessero pensando a me o mi avessero già dimenticato.
Era stranissimo viaggiare in treno. I campi era come se girassero su se stessi e gli alberi si muovevano su piani diversi e le cose si faceva appena a tempo a vederle che già erano scomparse. Andava velocissimo e dava quasi il capogiro. Quando passava un treno nell'altra direzione faceva un boato e tremava tutto che lì per lì mi ero pure spaventato.
E finalmente arrivammo nella stazione di Torino Porta Nuova. Era tutto grandissimo e poi c'era tanta gente, persino dei negri, e tanta confusione e pure tanti treni fermi in fila.
A questo punto dovevo telefonare allo zio Domenico per avvertirlo che ero arrivato. Un telefono io l'avevo già visto al paese, ce n'era uno all'osteria e uno dal tabaccaio, uno in municipio e anche il parroco ne aveva uno in canonica. Però non l'avevo mai usato. Osservai come faceva la gente quando entrava nelle cabine. Infilava le monete in una fessura, alzava il ricevitore, girava il disco con i numeri e dopo un po' parlava.
Quando una cabina fu vuota entrai. Per sicurezza lessi le istruzioni che c'erano sulla parete. Poi tirai fuori il portamonete ed infilai le monete nella fessura, tirai su il ricevitore, lessi sulla lettera dello zio il numero e lo composi sul disco. Fui fortunato perché dava libero e dopo poco sentii la voce di un uomo. Dico che fui fortunato perché siccome quella era la mia prima telefonata in assoluto, allora non avrei saputo distinguere fra un segnale di libero e di occupato. Comunque sentii la voce di un uomo.
"Pronto?"
"Sì, io sono Stefano Boetto..."
"Oh, Stefano, dove sei?"
"A Torino Porta Nuova."
"Bene, bene arrivato. Allora ascolta, esci dalla stazione, trova un taxi e dai al tassista l'indirizzo del negozio e fatti portare qui. Ti aspetto."
"Va bene..." dissi io.
"Ciao, a presto." disse lo zio e sentii un click.
Dissi ancora "Buongiorno." e rimisi a posto il ricevitore.
Cascarono alcune monete in una piccola nicchia e le presi. Uscii e mi chiesi che cosa fosse un taxi e come potevo riconoscerlo. Uscendo dalla stazione stavo per chiedere ad un passante quando vidi tante auto gialle ferme in fila e sopra ognuna c'era una scatoletta nera con scritto in rosso "taxi". C'era gente in fila e salivano uno o due in ogni auto che partiva. Capii. Feci la fila e quando salii sul taxi dissi all'autista dove dovevo andare e gli chiesi quanto dovevo pagare. Lui partì e mi disse che sarebbe stato scritto su una finestrella che mi mostrò. Ma il prezzo saliva e saliva...
Adesso rido ripensando a quanto ero ignorante allora, ma per me era tutto nuovo e strano. Al mio paese, a Prea cioè, nessuno aveva l'automobile, figurarsi se c'erano i taxi! Così come nessuno aveva il telefono o il televisore in casa, e così via. La gente di città tante volte neanche si immagina come era la vita in un paesino di montagna, isolato e che si sta spopolando. Adesso anche a Prea qualcuno ha la macchina e il telefono e il televisore sono in quasi tutte le case... Certo è che all'inizio della mia vita a Torino ho fatto anche qualche brutta figura, ma poco male. In fondo ho imparato in fretta e bene.
Il taxi mi lasciò davanti al negozio di via Maria Vittoria. Entrai con la mia valigia di formaggi guardandomi attorno. Lì era pieno di roba vecchia come aveva detto mia madre, era uno strano negozio, un po' come un bazar di paese. Dal retro venne fuori un uomo, lo zio Domenico. Era alto, magro, aveva capelli ondulati ed un cortissima barba, bianchi color dell'argento, una raggiera di rughette sottili agli angoli degli occhi scuri, un naso affilato.
Mi sorrise e disse: "Allora tu sei Stefano, vero?"
"Sì, signore..."
Mi venne incontro e mi tese la mano dicendomi: "Se vieni a vivere con me come un figlio, non è meglio che mi dai del tu?"
"Sì, certo. Va bene."
"Allora, sei contento di venire a vivere con me?"
Lo guardai, aveva un'aria simpatica, perciò gli dissi: "Penso di sì, Domenico."
"Pensi? Non sei sicuro?"
"Beh... non ci conosciamo ancora. Magari sei tu a non essere contento di me..."
Lui sorrise di nuovo e mi disse: "Certo, è possibile. Ma penso che valga la pena di provare, no?"
Mi fece vedere il negozio e il retro con il magazzino. Mi spiegò come funzionava il suo lavoro e mi disse che se tutto quello un giorno doveva diventare mio, dovevo imparare a farlo. Mi chiese che titolo di studio avessi e sembrò stupito che avessi solo la terza media e io lì per lì mi vergognai un po'. Dopo un po' suonò la porta del negozio e pensai che era un cliente, invece era un uomo di trentacinque anni, Anselmo, che lavorava con lo zio e faceva il restauratore. Lo zio ci presentò. Anselmo non era né antipatico né simpatico. Era un uomo di poche parole e lavorava per lo zio da più di dieci anni.
Domenico gli chiese di badare lui al negozio ed uscì con me. Prima mi portò in un bar a prendere un caffè. Poi mi portò in una via piena di negozi di abbigliamento e mi fece scegliere diversi abiti: sportivi, eleganti e biancheria intima. Io ero imbarazzato ma anche eccitato: non avevo mai sognato di poter avere tanta roba e così bella! Per di più alla fine lo zio disse: "Per cominciare basta così. Il resto te lo comprerai tu da solo, un po' per volta, in seguito."
Un'altra cosa che mi stupì è che lo zio non pagava con i soldi, ma con un rettangolino di plastica. Adesso uso anche io il bancomat, carte di credito, carta assegni, ma allora per me quel modo di pagare pareva incomprensibile e... magico.
Quindi, caricati nella sua auto tutti gli abiti e le scarpe e la biancheria che mi aveva comprato, mi portò fin sotto casa sua, scaricammo tutto dietro il portoncino e mi disse di aspettarlo che andava a parcheggiare. Tornò dopo poco e con l'ascensore, altra straordinaria novità per me, salimmo fino alla casa dello zio.
Era un alloggio grande e molto bello. Aveva soffitti a cassettoni dipinti, era un misto di estremamente moderno e di antico che dava un'impressione di lusso discreto. La mia camera aveva un letto da una piazza e mezzo in legno, una parete tutta ad armadio con sportelli di legno scolpito, una scrivania secretaire inserita in una libreria di legno con sportelli a vetri e due ampie finestre che davano nel cortile. Annesso c'era l'antibagno con due porte: da una parte il gabinetto e dall'altra il bagno, di mio uso esclusivo.
Nell'alloggio c'era poi la camera da letto dello zio col suo gabinetto e bagno personali, un'ampia cucina con una dispensa, il soggiorno, la sala da pranzo, il salotto, lo studio ed il gabinetto per gli ospiti...
In casa c'era la "governante", una donna di cinquanta anni che lavorava lì da quindici anni. Faceva dieci ore al giorno, dalle dieci del mattino alle otto di sera. Puliva, lavava e stirava, cucinava ed andava a fare la spesa. Si chiamava Tina. Era una donna minuta, veloce ed instancabile. Lo zio le disse di sistemare i formaggi in dispensa ed i miei vestiti in camera mia.
Lei annusò i formaggi che mio padre mi aveva fatto portare e disse: "Questi sì che sono formaggi come Dio comanda! Roba genuina!" e li portò subito in dispensa.
Lo zio mi dette le chiavi di casa, poi mi disse che per prima cosa dovevo iscrivermi a scuola guida per prendere la patente. Poi mi chiese se mi andava di rimettermi a studiare. Gli dissi che non sapevo se sarei riuscito, che alle medie non andavo granché bene, ma che ci potevo provare. Lui mi spiegò che se dovevo un giorno continuare la sua attività sarebbe stato bene che io prendessi la maturità artistica e che perciò intendeva iscrivermi ad un liceo artistico privato, ai corsi serali, per fare due anni alla volta così avrei potuto diplomarmi nel giro di due anni. Gli dissi che per me andava bene, che quello che decideva per me io avrei cercato di farlo.
Mi disse di scegliere fra i miei nuovi abiti quello che avrei voluto indossare per quel giorno di andare a fare un bagno e di cambiarmi completamente. Poi avremmo pranzato, quindi mi avrebbe portato da un barbiere per farmi fare un taglio più moderno... Così cominciò la mia trasformazione da montanaro a cittadino.
Davvero io stesso non mi riconoscevo più. Gradualmente mi abituai alla grande città. All'inizio, vedere certe piazze in cui quasi ci sarebbe stato tutto il mio paesello, mi impressionava. Andavo a scuola guida e passavo il mio tempo libero in negozio con lo zio e con Anselmo, aiutandoli come potevo e cominciando ad imparare il mestiere di antiquario. Lo zio sembrava soddisfatto di me e con me era sempre gentile. Ogni settimana mi dava anche un po' di soldi, una specie di stipendio, con cui dovevo comprarmi vestiti e quello che desideravo.
In camera mia c'era già un televisore a colori con videoregistratore ed uno stereo. Mi comprai qualche videocassetta ed alcuni CD. A pranzo e a cena si chiacchierava con lo zio. Era una persona gradevole e molto colta. I primi mesi, a parte lo zio, Anselmo e la Tina, non conoscevo nessuno e mi sentivo un po' solo, ma le tante novità della vita di città attenuavano in parte la mia solitudine.
Venne l'estate e il mese d'agosto. Lo zio chiuse il negozio ed andammo nella sua villa in riviera portando con noi anche la Tina. Era una bella villa circondata da un piccolo parco e da un alto muro, non lontana dal mare. Si andava a fare il bagno tutti i giorni. Lo zio aveva un corpo asciutto e forte anche se si vedevano i segni dell'età.
Finite le ferie lo zio salì fino a Prea per andare a salutare la mia famiglia. I miei fratelli sgranarono gli occhi a vedermi così trasformato e così pure i miei amici. Raccontai loro delle mie esperienze di quei pochi mesi. Poi con gli amici, a parte Giovanni e Michele che erano andati militari, ci trovammo in segreto e finalmente potemmo fare l'amore. Ne avevo veramente bisogno e anche se eravamo restati solo in quattro mi divertii molto e mi sfogai.
Seppi che mio fratello Carlo, che aveva preso il mio posto, non era stato ancora coinvolto nei loro giochi sessuali e che stava piuttosto con i fratelli di Michele e Giovanni che con loro, così almeno loro tre potevano continuare a divertirsi assieme senza troppi problemi. Roberto, come figlio unico di madre vedova, non era andato a fare il militare. Alessandro, che era suo cugino, era andato a vivere a casa di Roberto perché c'era più spazio che a casa sua e così i due, che condividevano la stessa camera da letto, ormai dormivano sempre assieme e facevano l'amore quasi ogni notte.
Marco li invidiava un po', ma quando erano all'alpeggio c'era sempre posto anche per lui. Anche io li invidiavo: a Torino non conoscevo nessuno e non avrei neanche saputo come fare a trovare un vero amico come loro. Dovevo accontentarmi di sfogarmi da solo e di solito lo facevo sotto la doccia.
Tornammo a Torino e si riprese la solita vita. Lo zio riaprì il negozio, io ripresi la scuola guida. Poi, a fine settembre iniziai a frequentare la scuola serale.
All'inizio fu un po' dura, c'erano tantissime cose da studiare. Ma a poco a poco, man mano che riuscivo ad inserirmi, cominciò a piacermi. Fu così che conobbi Lorenzo e conoscerlo dette una svolta importante alla mia vita.
Lorenzo era il nostro professore di disegno architettonico. Era appena laureato in architettura ed aveva solo ventiquattro anni. Era un giovanotto simpatico, aveva una gran massa di capelli castani che gli copriva la fonte, occhi azzurro verdi, una bocca larga e sottile sempre atteggiata ad un sorriso, un volto leggermente triangolare.
Quando girava fra i banchi per vederci mentre disegnavamo e per darci consigli o correggerci, a volte passava una delle sue belle mani affusolate sulla mia spalla e a me piaceva quel contatto lieve e breve. Portava spesso jeans attillati ed io ogni tanto lanciavo un'occhiata al rigonfio sotto la patta, fantasticando su quanto vi era celato. E mi eccitavo. Aveva un orecchino all'orecchio sinistro: era la prima volta che conoscevo un maschio con un orecchino, ma avevo notato che in città ce n'erano altri: era la moda fra i giovani.
Il giovedì sera la lezione di disegno architettonico era nelle due ultime ore, così si usciva assieme. Lorenzo, dopo poche lezioni, una sera mi chiese dove abitavo e mi propose di fare la strada assieme perché lui abitava poco oltre casa mia, in via Barbaroux.
Così gradualmente, chiacchierando mentre si rientrava, cominciammo a diventare amici. A parte il fatto che era un bravo professore e che spiegava bene le cose, mi piaceva come ragionava, la cultura che aveva, la sua mentalità giovane ed aperta. E mi sentivo anche molto attratto da lui come maschio...
Una sera mi chiese se il sabato mi sarebbe piaciuto andare in discoteca con lui. Gli risposi che avrei chiesto il permesso a mio zio. Non so perché, ma allo zio non dissi che mi aveva invitato il mio professore, ma un compagno di classe.
Lo zio mi rispose: "Certo che puoi andare a ballare. Hai le chiavi. Alla tua età è normale che vai anche un po' a divertirti. E così puoi conoscere delle ragazze..."
Poi mi chiese se avevo con me dei preservativi. Io lo guardai stupito, senza capire. Allora lui mi spiegò che magari, prima o poi, avrei conosciuto una ragazza con cui forse si sarebbe finito col fare l'amore e che era meglio che io avessi sempre con me i preservativi, sia per evitare di metterle incinta, sia per evitare di beccarmi una malattia, specialmente l'Aids.
Il sabato sera, quando mi fui cambiato e stavo per uscire, lo zio mi regalò una scatoletta con dentro sei preservativi lubrificati e con lo spermicida, raccomandandomi di non fare mai l'amore senza.
Uscii ed andai in Piazza Castello al Bar Blu dove avevo appuntamento con Lorenzo. Lui era già lì che mi aspettava. Con la sua moto mi portò in una discoteca. All'inizio il rumore assordante del locale mi colse di sorpresa. Era pieno di ragazzi e ragazze. Io non sapevo ballare, perciò nonostante le insistenze di Lorenzo, rimasi a guardare per tutta la sera. Lui ballava molto bene, era un vero piacere guardarlo. Conosceva parecchia gente, sia ragazzi che ragazze e ogni tanto me li presentava.
Quando uscimmo lui mi chiese se mi fossi divertito.
"Sì, molto."
"Ma non hai ballato."
"Te l'ho detto, io non so ballare. Tu invece sei bravissimo..."
"Ho visto che non mi toglievi mai gli occhi di dosso... ma non è difficile. Se vuoi ti insegno. Magari combiniamo, vieni qualche volta da me e io ti insegno. Ti va?"
"Sarebbe bello!" dissi io.
La domenica lo zio mi chiese se mi fossi divertito. Gli dissi di sì, poi gli dissi che io però non sapevo ballare, ma che il mio compagno m'aveva promesso di insegnarmi se fossi andato qualche volta da lui... Domenico mi disse che era una magnifica idea e m'invogliò ad andarci. Non chiedevo di meglio.
Di solito, di domenica, si andava con lo zio in auto da qualche parte. Allo zio piaceva pescare, perciò si andava sempre vicino a qualche torrente o fiume. Tina ci preparava il pranzo al sacco.
Quella domenica lo zio, mentre si mangiava, mi disse: "Tu sei giovane. Pian piano ti farai degli amici... delle amiche. Così la domenica magari vorrai passarli con loro..."
"Ma io vengo volentieri con te, Domenico."
"Sei gentile. Ma se qualche volta ti invitassero, e se tu ne hai voglia, accetta. Da sabato sera dopo la chiusura a lunedì pomeriggio puoi anche fare un week-end fuori, se ti va. Non devi farti problemi."
"Grazie, zio."
"Non devi ringraziarmi. Voglio che tu abbia una vita normale come tutti gli altri ragazzi. Stai solo attento alla droga, Stefano. Non accettare mai di provarla, anche se ti giurano che non fa male e che è divertente..." e mi spiegò così un'altra cosa di cui io non sapevo niente.
Quando il martedì sera incontrai Lorenzo a scuola gli dissi che potevo andare da lui quando era libero per insegnarmi a ballare. Lui, contento, mi disse che avremmo cominciato presto. Io però, dovendo di giorno andare in negozio e la sera a scuola, avevo liberi solo la domenica ed il lunedì mattina. Allora mi disse che sabato sera saremmo potuti andare di nuovo in discoteca e che ci si poteva rivedere la domenica da lui.
Il sabato sera mi portò in un'altra discoteca più grande e più bella della prima in cui eravamo stati. Di nuovo lo ammirai mentre ballava. C'erano anche diversi altri bei ragazzi che attiravano il mio sguardo ed ero spesso eccito anche solo a guardarli, specialmente quando ballavano con quei movimenti così sensuali ed erotici. Guardando anche come erano vestiti cominciai a farmi un'idea su come sarebbe piaciuto a me vestirmi e decisi che, magari poco per volta, avrei cominciato a comprarmi da solo certi capi d'abbigliamento.
La musica assordante e fortemente ritmata, le luci scintillanti e colorate in eterno movimento, le zone d'ombra ovattata e misteriosa cominciavano a piacermi. Potevo sentire il ritmo della musica per tutto il corpo e la trovavo spesso erotica. E trovavo sempre più erotico Lorenzo. Cercavo di immaginarlo nudo e quello che mi sarebbe piaciuto fare con lui...
Le poche volte che mettevano dei lenti Lorenzo smetteva di ballare e tornava a sedere accanto a me. Allora in pista restavano solo alcune coppiette che si strofinavano l'uno contro l'altra.
"Non hai la ragazza, tu?" gli chiesi notando che lì dentro molti parevano accoppiati.
"No, ci mancherebbe altro. Non voglio perdere la mia libertà." rispose lui corrugando la fronte in modo buffo.
A notte mi riaccompagno fin sotto casa con la sua moto.
"Allora, Stefano, d'accordo per domattina?"
"Sì, alle 10 al Bar Blu." confermai io.
"Ottimo. Ti aspetterò. Hai mai mangiato al ristorante cinese, tu?"
"Cinese? No, mai. Ma è vero che si mangiano le formiche e carne di cane?" chiesi io allarmato alla prospettiva.
Lui si mise a ridere: "Ma no, non è vero. Si mangia bene. Domani ci andiamo a pranzare. Ce n'è uno economico e buono quasi sotto casa mia. Ti va?"
"Sì, certo, se dici che è buono..."
"Bene, allora a domattina, Stefano. Sogni d'oro."
"Ciao."
Salii in casa. Lo zio doveva già dormire, perché era tutto spento. Senza far rumore andai in camera mia. Sul letto c'era un biglietto dello zio Domenico che diceva che lui si sarebbe alzato presto per andare, al suo solito, a pesca e che non mi avrebbe svegliato. Mi augurava una buona domenica.
Quel biglietto mi fece piacere. Lo zio era davvero gentile con me e mi piaceva sempre più stare con lui. Mi seguiva in quello che facevo, s'interessava a me, ma senza mai mettere il naso nelle mie cose, lasciandomi molta libertà. Mi dava consigli, mi spiegava le cose ma senza opprimermi.
E poi adesso c'era Lorenzo, di cui stavo diventando sempre più amico anche se era il mio professore. E che mi attraeva sempre più. Il suo modo di fare spiccio mi ricordava un po' il mio amico Roberto. Ma Lorenzo ne era, per così dire, la bella copia. Non dico fisicamente, perché erano molto diversi.
Di Lorenzo mi affascinava un po' tutto, ma specialmente quelle sue mani affusolate... quella sua bocca larga e sottile... quel suo sguardo limpido e profondo...
Il giorno dopo, domenica, cadeva una pioggerella fitta e sottile, un po' uggiosa. Mi vestii, feci colazione, infilai la giacchetta impermeabile e il cappello a coppola e, alle dieci, ero nel Bar Blu.
Lorenzo arrivò quasi subito: "Che giornata! Meno male che noi staremo a casa." disse allegro mentre andavamo a piedi verso casa sua.
Entrammo in un vecchio portone, in un androne un po' grigio e malandato, traversammo un cortile acciottolato e salimmo una scala di pietra consunta. Al terzo piano si fermò davanti ad una massiccia porta in legno ed aprì. Il suo alloggio era piccolo, composto di una cucina, un bagno, la camera da letto ed un soggiorno in cui si entrava direttamente dal pianerottolo e che dava nelle altre stanze. Era arredato in modo semplice ma molto gradevole. Alla parete c'era un grande poster di un giovane attore, James Dean, che allora non conoscevo ancora. C'era una specie di disordine gradevole.
"Ecco, questo è il mio nido." disse lui quando fummo entrati, mentre mi toglievo la giacca.
"Vivi solo, qui?"
"Sì, certo."
"E la tua famiglia?"
"Loro abitano a Susa, cioè, in un paesino vicino Susa."
Chiacchierammo un po' e lui mi fece vedere le sue cose, spiegandomele. Poi mise su della musica e cominciò ad insegnarmi a muovermi a ritmo. Io cercavo di imitarlo e gradualmente ci riuscivo e vidi che non era molto difficile. Ma soprattutto ammiravo e mi godevo i movimenti del suo corpo fasciato in un paio di jeans lilla e in una dolcevita di leggero cotone nero. Il lieve rigonfio della sua patta e la curva del sedere piccolo e sodo attiravano il mio sguardo più di ogni altra cosa.
Lui mi dava consigli, mi faceva vedere i movimenti e me li faceva ripetere, correggendoli, instancabile e sempre sorridente.
"Bravo, così... muoviti di più... più sciolto... bravo... adesso guarda..." diceva e continuava ad insegnarmi.
Poi tolse la musica. Decise che era ora di andare a pranzare ed andammo al ristorante cinese. Io mi guardavo attorno pieno di curiosità e guardavo con occhi sgranati quei cinesi che ci servivano e pensai che avevo ancora un sacco di cose da vedere, da scoprire, da imparare.
Il pranzo fu una vera sorpresa. Non avevo mai mangiato nulla di simile e trovai che tutto era molto buono. Soprattutto il gelato fritto!
Dopo pranzo tornammo su in casa sua.
"Più tardi proveremo di nuovo a ballare. Adesso a stomaco pieno è meglio che ci rilassiamo un po..." disse Lorenzo.
Poi mi chiese se mi andava di vedere un film alla televisione. Prese una videocassetta ed accese il videoregistratore. Si trattava di "Ghost", un film commovente ma anche allegro che mi piacque molto.
Poi ricominciammo a ballare.
Lorenzo era bello, ma quando ballava mi sembrava ancora più bello. Mi piaceva troppo quel giovane maschio e mi chiesi come potevo fare per fargli capire che mi piaceva, che lo desideravo. In certi momenti pensavo semplicemente di dirglielo, ma poi non ne avevo il coraggio. Altre volte pensavo di toccarlo, ma questo mi sarebbe stato ancor più difficile.
"Stefano, tieni fermo il busto e muovi solo le anche e le gambe... così..." mi diceva lui.
"È difficile..." risposi io cercando di imitarlo.
"No, guarda..." mi disse e, mettendosi dietro di me, mi afferrò per i fianchi tenendomi fermo con forza e dicendomi di continuare a muovere le gambe ed i piedi a ritmo.
Quella salda presa sui fianchi, quelle mani calde e forti che sentivo attraverso gli abiti mi provocarono sensazioni intense e bellissime e mi fecero eccitare.
"Bravo, così... continua... muovi di più le anche e le gambe..." mi diceva lui.
Io avrei voluto girarmi e baciarlo. Ero in estasi, in delirio. Lo volevo con tutto me stesso. Volevo che quella stretta si trasformasse in abbraccio, volevo che quelle mani mi spogliassero... Volevo fare l'amore con Lorenzo!
Mi chiedevo quanto sarebbe durato quel dolce martirio, mi chiedevo che cosa potevo fare.
Il mio cervello era in subbuglio, il cuore mi batteva forte, le tempie mi pulsavano come due tamburi, il mio corpo fremeva... il mio uccello pareva furioso contro la tela come se volesse romperla, uscire... Non mi ero mai sentito così eccitato prima di allora.