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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'EREDITÀ TERZO NASTRO

Lorenzo mi lasciò e mi venne davanti. Io rimpiansi quelle mani sui miei fianchi. Lui mi guardò sorridendo.

"Vedi che non è difficile, Stefano? Ti stai muovendo bene. Scommetto che già sabato prossimo proverai a venire in pista." mi disse.

"Non sarò mai bravo come te..." risposi io.

"E chi lo dice? Hai un bel corpo e stai imparando a muoverlo bene. Sei un gran bel ragazzo, ti guarderanno tutti... maschi e femmine."

"Io non mi stancherei mai di guardarti..." dissi io.

"Me ne sono accorto." disse lui con un sorriso.

"Sei molto bello..." dissi io emozionato e la voce mi tremò.

"Anche tu sei molto bello. Devi avere un bel corpo sotto questi abiti... E stai imparando a muoverlo in un modo molto sensuale..." aggiunse.

Il suo complimento mi fece piacere. Ci si guardava negli occhi sorridendo, continuando a ballare... io lo guardai da capo a piedi... lui si carezzò appena sulla patta, un gesto rapido e lieve, quasi casuale, che mi mandò brividi di piacere per tutto il corpo.

"Sei bello, Lorenzo..." mormorai io, affascinato.

Lui, sempre danzando, si avvicinò a me. Tremai. Una sua mano si posò lieve sulla mia vita e mi carezzò quasi. Io chiusi gli occhi, turbato. Lo sentii abbracciarmi, si strinse a me... sospirai senza aprire gli occhi. Avevamo smesso di ballare.

Le sue labbra si posarono sulle mie in un rapido bacio che mi lasciò fremente.

Poi lo sentii dire: "Mi piaci da matti, Stefano."

"Anche tu..." mormorai con voce roca.

Mi baciò di nuovo e le nostre lingue giocarono lievi l'una con l'altra. Le sue mani iniziarono a sbottonare la mia camicia di jeans ed io fremetti ancora. Me l'aprì tutta e me la sfilò dai pantaloni. Poi me la fece scivolar via dalle spalle, mi sbottonò i polsini e me la sfilò del tutto. Io lo lasciavo fare, tremante. Pensai confusamente che stava accadendo un miracolo. Mi sollevò la maglietta sul petto e sentii le sue labbra su un capezzolo.

Emisi un "oh..." sommesso e pieno di piacere.

"Mi piaci, Stefano... ti voglio..." sussurrò ed una sua mano si posò sulla mia patta saggiando il mio turgore. "Ti voglio..." sussurrò di nuovo, appassionato.

"Sì..." ansimai io premendo il mio pube contro quella dolce mano inquisitrice.

Lui di nuovo prese a suggermi il capezzolo con le labbra tese, la lingua che lo titillava, i denti che lo stringevano appena, mandandomi in orbita.

"Vuoi venire di là sul letto, con me?" mi chiese allora.

"Sì, ti prego..." risposi pieno di emozione.

Ero come in trance. Lui mi guidò fino al suo letto.

Mi disse, con dolcezza: "Spogliami, ora, Stefano."

"Sì..." risposi io.

Mi tremavano le mani mentre gli sollevavo la dolce vita nera sul petto. Lui sollevò le braccia e gliela sfilai. Poi fu lui a sfilarmi la maglietta ed io liberai la sua dai suoi pantaloni e gliela sfilai a mia volta. Tutto pareva accadere come in un'atmosfera di sogno, irreale, bellissima. Ci carezzammo il petto, i fianchi, la schiena ed i nostri petti si sfregarono dolcemente l'uno contro l'altro. Lui mi baciò in bocca e spinse la sua lingua a cercare la mia. Mi sembrava di essere ubriaco, mi girava la testa. Il suo petto era completamente glabro come il mio, forte, finemente cesellato. Mi chinai a mia volta a suggergli i capezzoli che subito si inturgidirono e si rassodarono fra le mie labbra, dolci come due piccole bacche mature.

Le sue mani trafficarono con la mia cintura e dopo poco con un colpo secco ne aprì la fibbia. Quindi, ad uno ad uno aprì i bottoni della mia patta facendomi sentire il dorso della mano contro la mia erezione fremente. Allora anche io portai le mani alla sua cintura e ne aprii e sfilai la fibbia quindi, aperto il bottone in alto, ne feci lentamente scendere la cerniera metallica. Attraverso la sottile tela delle sue mutande gli accarezzai il membro turgido. Lo volevo in bocca!

Mi accoccolai lentamente davanti a lui scendendo a poco a poco, lecchettandogli il bel petto, il ventre sodo e frattanto con le mani gli facevo calare le mutande ed i pantaloni assieme, fin sulle ginocchia. Mi trovai il suo bell'uccello ritto e duro davanti al viso. Lo guardai affascinato: era bello, appetibile, una spanna di carne soda dalla pelle liscia e vellutata, la punta ancora coperta dalla pelle. Lo carezzai facendo scivolar giù la pelle del prepuzio quel tanto da cominciare ad intravedere il glande sericeo e purpureo e cominciai a stuzzicarlo inserendovi la punta della lingua. Lorenzo gemette di piacere e mai gemito mi sembrò musica più bella.

Inserii la punta della lingua fra la pelle e il glande contornandolo finché incontrai il frenulo, poi ripresi il percorso inverso. Mi piaceva, soprattutto perché sentivo che dava piacere anche a lui. Allora vi strinsi attorno le labbra e scesi giù agitandovi attorno la lingua, più giù, ancora più giù, finché il mio naso sfregò contro i folti peli del suo pube. Aspirai, godendomi quel lieve odore muschiato che proveniva dalla sua virilità ed inebriandomi. Lui mi carezzò la nuca ed iniziò a muoversi lentamente dentro e fuori nella mia bocca accogliente ed assetata.

Dopo un po' si sfilò e mi fece rialzare. Si liberò delle scarpe, poi dei pantaloni e delle mutande. Io lo guardavo sempre più affascinato. Era completamente glabro a parte il folto trapezio di peli sul pube ed una lieve e chiara peluria sulla parte bassa delle cosce e sulle gambe.Lui mi si avvicinò e mi finì di spogliare, quindi mi baciò di nuovo in bocca sfregando il suo membro rigido contro il mio.

"Vieni sul letto... facciamo un bel sessantanove..." mi disse tirandomi a sé.

Mi sospinse sul letto e vi si sdraiò capovolto e stesi su un fianco, ci allacciammo a succhiarci a vicenda. Mi sembrava di impazzire per il piacere, era troppo bello! I suoi testicoli sodi erano raccolti contro la radice del suo bell'uccello teso. Li vedevo avvicinarsi ed allontanarsi dai miei occhi ad ogni movimento del mio capo. Sentivo la sua bocca calda ed umida aderire al mio uccello e succhiarlo e leccarlo con vera perizia. Mi pareva di essere in paradiso. Le sue mani mi impastavano le natiche, instancabili, e presto lo imitai. I nostri corpi erano premuti l'uno contro l'altro, frementi di passione.

Le sue labbra lasciarono il mio uccello in fiamme e scesero ad occuparsi dei miei testicoli, suggendoli, leccandoli, baciandoli. Poi scesero più giù, più giù e lentamente raggiunsero il mio buco palpitante. Lo stuzzicò torno torno con la punta della lingua. Era troppo bello. Lasciai anche io il suo bell'uccello e scesi a rendergli quelle attenzioni così piacevoli.

Poi Lorenzo si staccò da me, si girò facendomi stendere sulla schiena, inserì le sue ginocchia fra le mie gambe e le spinse in su facendomele sollevare. Si chinò su di me prendendomi la testa fra le mani e baciandomi di nuovo con un profondo lingua in bocca. Lentamente spinse il suo bacino più in su finché il suo bell'uccello duro come una barra d'acciaio s'inserì sotto i miei testicoli e cercò di raggiungere il mio foro ben insalivato. Io allargai di più le gambe e lui me le spinse ai fianchi. Mi guardò negli occhi mentre la punta del suo uccello frugava fra le mie natiche. Io spinsi giù le mani e lo guidai. Vidi il sorriso nei suoi occhi brillare luminoso, grato per la mia muta accettazione. Lo sentii premere sul foro e mi rilassai, lo sentii divaricarmi lo sfintere e fremetti, lo sentii iniziare gradualmente a penetrarmi e lo accolsi in me.

"Dimmi, ti piace?" chiese lui in un mormorio eccitato mentre mi scivolava lentamente dentro.

"Oh sì, è bellissimo!" ansimai io in preda ad una vera e propria ebrezza.

"Quanto ti piace?" chiese lui continuando ad invadermi a poco a poco.

"Tantissimo!"

"È dal primo giorno che t'ho visto che ho sognato di farti mio!" sussurrò lui, felice.

"Anche io, Lorenzo..." ansimai io pieno di gioia.

Lo sentii finalmente tutto dentro di me, fino in fondo, i suoi testicoli premuti contro le mie natiche. Allora infilò le braccia sotto le mie ascelle e mi pose le mani sulle spalle, di sotto in su. Io gli cinsi il collo con le braccia e lo tirai a me. Lui scese di nuovo a baciarmi in bocca e con sapienti movimenti del bacino e calibrati colpi di reni, iniziò a fottermi.

Mi piaceva troppo: lo sentivo, forte e maschio, tambureggiarmi dentro, quasi a ritmo della musica che ancora veniva dal soggiorno. Il suo pistone stantuffava nel mio cilindro di carne, inarrestabile; la sua lingua rovistava instancabile nella mia bocca e quella doppia penetrazione mi mandava in visibilio. Pensai che era più bravo dei miei amici lassù in montagna, molto più bravo. Ero eccitatissimo e il mio uccello duro e teso sfregava contro il suo ventre ad ogni suo movimento, e il suo pube schiacciava lievemente i miei testicoli gonfi.

Mi sentivo sempre più prossimo all'orgasmo ed iniziai a far palpitare, istintivamente, il mio sfintere. Lui accelerò il suo ritmo e capii che anche lui stava caricandosi per l'esplosione finale.

Lorenzo era forte, vigoroso, un vero maschio in calore. Sentivo che la sua virilità stava esaltando la mia. Gli carezzai l'ampia e forte schiena, i lombi guizzanti, i fianchi lisci e sodi. Lui accelerò ancora i suoi colpi ed io sentii che stavo per esplodere, così, senza essermelo toccato, solo per lo sfregamento contro il suo ventre per l'intensità del piacere che il suo uccello di granito suscitava in me ad ogni colpo, sfregandosi all'interno contro la mia prostata.

Venni prima io, stringendolo a me e mugolando e questo sembrò scatenare il suo orgasmo e lo sentii schizzarmi dentro, getto dopo getto il suo seme bollente. Il mio s'era sparso fra i nostri corpi come una colla d'amore.

D'amore, sì, perché sentivo di amarlo. Ora giaceva su di me, ansante.

"Stefano, che bello..." mormorò e mi baciò lieve sulle palpebre.

Pian piano ci rilassammo, lui ancora in me, e lo sentivo che si riduceva e si ritirava pian piano.

Poi mi chiese: "A te è piaciuto?"

"Sì, tantissimo. Sei un torello da monta, tu. Mi piaci..."

"Anche tu mi piaci. Vuoi essere il mio ragazzo?" mi chiese con voce dolce.

"Oh sì, sì certo... Su in montagna lo facevo sempre con gli amici, e mi mancava..."

Si sfilò da me e ci stendemmo, semiabbracciati.

"Con gli amici?" chiese.

"Sì, eravamo in sei. Quando si portavano le mucche su all'alpeggio, non ci vedeva nessuno e allora lo facevamo, nei prati o nel bosco... e d'inverno nel fienile o nelle stalle, tutti e sei assieme."

"Ti piaceva farlo in tanti?"

"Sì, molto."

"Allora ti piacerebbe farlo con me e con qualcun altro?"

"Tuoi amici?"

"Sì..."

"Beh, penso di sì."

"Ma tu resti il mio ragazzo, d'accordo?"

"Certo, va bene."

Lorenzo mi carezzò e mi disse: "Sono contento di averti trovato. Mi chiedevo se anche tu eri gay o no... non riuscivo a capirlo."

"Io ti desideravo da matti ma non sapevo come fare a fartelo capire."

"Beh, ci siamo capiti, comunque. Sai che baci bene?"

"Tu fai tutto bene..." dissi io accoccolandomi contro di lui.

"Beh... dopo dieci anni di esperienza..." disse lui carezzandomi e sorridendomi.

"Dieci anni? Hai cominciato a quattordici anni come me, allora."

"Sì, a quattordici anni."

"E com'è che hai cominciato, tu?"

"Ero in collegio. Un compagno di sedici anni mi ha convinto a succhiarglielo e mi ha insegnato come farlo. Mi è piaciuto molto. Dopo pochi mesi, appena riuscivamo a nasconderci, lo succhiavo sia a lui che ad altri suoi amici e loro lo succhiavano a me... Poi uno di loro ha voluto mettermelo nel culo ma non mi è piaciuto, così poi non l'ho mai più preso. Ma quando avevo io sedici anni ho convinto un ragazzo di quindici a farselo mettere da me e mi è piaciuto da matti."

"Oh, peccato... tu non lo prendi di dietro, allora."

"No, non mi piace. Ma se a te piace, ho degli amici che lo prendono volentieri. A me piace molto succhiare e inculare."

"Peccato però, hai un bel culetto, tu." dissi io un po' deluso.

Non volevo comunque rinunciare a lui, tanto più se mi avesse presentato ai suoi amici, perché lui mi piaceva troppo.

Parlando ci si continuava a carezzare così dopo un po' eravamo di nuovo eccitati tutti e due. Lorenzo allora mi propose di fare di nuovo un sessantanove, proposta che accettai subito di buon grado: avevo troppi arretrati da recuperare.

Il corpo di Lorenzo mi piaceva veramente molto, lo trovavo incredibilmente erotico, sexy. Si era applicato a darmi piacere in un modo veramente eccezionale. Me lo leccava, mordicchiava, suggeva provocandomi un crescendo di sensazioni straordinarie. Il fatto di aver eiaculato da poco rendeva da una parte più sensibile il corpo a quelle esperte sollecitazioni e dall'altro invece ritardava piacevolmente la crescita del godimento.

Adoravo dar piacere a quel corpo che mi stava dando piacere in una specie di circolo inarrestabile. Le sue mani vagavano sul mio corpo, ora lievi come piume ora forti come artigli, ma sempre giuste ed esperte su come e dove e quanto toccarmi. Era una festa per tutti i sensi. E quelle labbra, quella bocca, quella lingua stavano compiendo miracoli su tutta la lunghezza e l'estensione del mio membro turgido ed ipersensibile.

Anche lui pareva gradire le mie attenzioni almeno altrettanto. Lo sentivo fremere, tendersi e rilassarsi, guizzare, tremare, mugolare in preda ad un piacere crescente. La sola idea che di lì a poco avrei potuto gustare il suo sapore mi inebriava. Mi pareva di essere come un vitello affamato che poppa dalla madre... ero euforico, deliziato, felice.

Ad un tratto un tremito lieve salì dalla radice del mio uccello su su per la spina dorsale, rafforzandosi, moltiplicandosi, amplificandosi fino a raggiungere la mia nuca. Di colpo, come un lampo accecante riempì il mio cervello, come un fulmine scese lungo la mia schiena, risalì alla radice del mio uccello, si riversò lungo la canna di carne imprigionata nella sua bocca calda e umida. Le gambe mi si irrigidirono come pure la schiena ed eruttai. Sentii subito Lorenzo scaricare tutto il suo dolce liquore direttamente nella mia gola pronta a riceverlo, fiotto dopo fiotto, fino all'ultima saporosa goccia, finché il suo membro, contemporaneamente al mio, iniziò ad afflosciarsi dolcemente, appagato dopo aver compiuto il proprio dovere.

Di nuovo Lorenzo si girò e mi abbracciò: "Sì, voglio che tu sia il mio ragazzo, Stefano." mi disse tenero e mi baciò lieve in bocca.

"Lo sono, Lorenzo, lo sono." risposi io sentendomi il ragazzo più felice del mondo.

Sentivo che con Lorenzo era diverso che con gli amici di Prea. Con loro fare sesso era solo un'espressione di un'amicizia virile. Con Lorenzo era qualcosa di più, era un voler essere uniti, un volersi appartenere l'un l'altro. C'era una tenerezza speciale, nuova, bellissima.

Finalmente scendemmo dal letto. Andammo a farci una veloce doccia assieme. Fuori frattanto il cielo era imbrunito e dovemmo accendere la luce. Ci rivestimmo.

"Hai già avuto un ragazzo prima di me?" gli chiesi mentre mi versava da bere.

"No, mai. Molti amici, molte avventure ma mai un ragazzo fisso. Tu sei il primo."

"Sei contento?"

"Sì, molto. Tu m'hai attratto fin dal primo giorno."

"Perché? Ci sono altri ragazzi belli in classe, in discoteca."

"Tu hai uno sguardo limpido, una faccia pulita. Sei semplice e spontaneo. E comunque sei bello. E tu sei contento che io sia il tuo ragazzo?"

"Sì. Tu sei forte e delicato al tempo stesso e mi tocchi e fai l'amore con me in un modo che mi fa sentire... importante. E mi guardi in un modo che mi fa sentire bello. E mi piace guardarti, sia nudo che vestito... anche se ti preferisco nudo."

Più tardi tornai a casa. Sulla porta, prima che uscissi, mi baciò di nuovo. Mi dispiaceva doverlo già lasciare.

"Ci rivediamo martedì, a scuola." gli dissi sul pianerottolo.

"Sì. Spero di sognarti in queste notti..." disse lui sorridendomi.

Scesi le scale sentendomi lieve lieve. Tornai a casa. Ero da poco in camera mia quando sentii lo zio rientrare. Gli andai subito incontro.

"Hai passato una bella giornata, Domenico?" gli chiesi.

"Sì, ottima. Guarda quanto pesce ho preso!" disse lui fiero porgendomi la cesta, poi mi chiese, "E tu? Ti sei divertito?"

"Sì, tantissimo. Sto imparando a ballare e mi piace."

"Lo credo. Quand'ero giovane andavo sempre a ballare anche io. È così che avevo conosciuto mia moglie."

"Com'è morta la zia?" chiesi io allora.

"È morta di parto, assieme alla nostra bambina. Aveva solo ventiquattro anni."

"Dio! Deve essere stato un colpo terribile per te."

"Lo è stato. Ma poi la vita continua e le ferite lentamente si chiudono..."

"Ma anche tu eri giovane..."

"Avevo ventisei anni."

"Perché non ti sei risposato?"

"Ho conosciuto una donna, quattro anni dopo. Ma lei era sposata e non voleva lasciare la sua famiglia. Siamo stati insieme per una decina d'anni. Poi lei ha voluto smettere."

"E come mai?"

"Aveva scoperto che preferiva il marito a me..."

"E ci ha messo dieci anni per capirlo?" chiesi io stupito.

"Mah... le donne a volte sono difficili da capire."

"Beh, avevi quaranta anni, eri ancora giovane. E poi?" chiesi io affascinato dalla storia della vita dello zio.

"E poi... alcune avventurette, niente di serio. A quarantacinque anni... Da tre anni avevo come governante una donna di dieci anni più giovane di me. Si chiamava Sandra. Era molto bella, allegra, simpatica. A poco a poco mi sono preso una cotta per lei e, appunto tre anni dopo che aveva cominciato a lavorare per me, mi misi a farle la corte... finché lei cedette. Così abbiamo cominciato a fare l'amore. Ma lei non ha mai voluto fermarsi a vivere qui, perché aveva una vecchia madre da accudire. Io le dissi che volevo sposarla... Allora lei mi confessò che era separata dal marito ma che non voleva divorziare perché era cattolica... A letto con me ci veniva, comunque, e prendeva la pillola anche se il papa dice che è peccato... Sia come sia, abbiamo continuato a fare l'amore per sette anni. Poi un giorno mi ha detto che si doveva licenziare e lasciarmi perché la madre voleva tornare al paese e lei si sarebbe trasferita là con la madre. Così restai di nuovo solo."

"Avevi cinquantadue anni... potevi ancora trovare..."

"No, in un certo senso ero stanco. Avrei voluto avere un figlio ma nessuna delle donne che ho avuto ha voluto o potuto darmene uno..."

"Adesso hai me..." dissi io di cuore.

Lui mi sorrise e mi disse: "Vuoi davvero farmi da figlio?"

"Certo, sto molto bene con te."

"Io pensavo di adottarti, così quando morirò tutto quello che è mio diventerà tuo..."

"Non è per questo che voglio restare con te. È perché mi piaci." dissi io sincero.

"No, l'avevo promesso e lo farò. Se anche i tuoi sono d'accordo, farò iniziare subito le pratiche di adozione."

"C'è tempo, Domenico..."

"No, non si sa mai. Nessuno sa quanta vita gli resta."

Tina aveva lasciato la cena pronta, solo da riscaldare nel forno a microonde, così, mentre lo zio faceva la doccia e si cambiava, io la preparai. Cenammo. Lo zio mi raccontò altri particolari della sua vita e di come avesse trasformato il negozio di rigattiere del padre in quello di antiquariato che ora aveva. Mi raccontò delle fregature che aveva preso, ma anche dei buoni affari che aveva messo a segno. Sapeva raccontare le cose in un modo così affascinante che sarei stato a sentirlo per ore ed ore.

Andammo a dormire tardi, infatti, perché comunque il lunedì mattina potevamo dormire fino a tardi. Il mattino seguente lo zio andò a parlare con il suo avvocato perché iniziasse le pratiche di adozione. Avendo ormai compiuto i diciotto anni, il permesso dei miei genitori non era più necessario, ma mio zio disse che comunque lo voleva, per correttezza. Così, fattasi preparare una dichiarazione dall'avvocato, il giovedì lasciò in negozio Anselmo e con la sua auto andammo fino a Prea dai miei.

Questi mi chiesero solo se io ero contento, e quando dissi di sì, firmarono subito tutti e due, dopo che lo zio ebbe completato il foglio con i loro dati. Ci fermammo a pranzo. Non feci a tempo, quella volta, a rivedere i miei amici perché subito dopo pranzo ritornammo a Torino.

La sera andai a scuola e dissi a Lorenzo che lo zio stava facendo le pratiche per adottarmi.

"Allora cambierai cognome?"

"No, lo zio si chiama Boetto come me." gli spiegai.

Ci mettemmo d'accordo per andare in discoteca il sabato successivo e Lorenzo mi chiese se dopo la discoteca volevo fermarmi a dormire da lui.

"Sarebbe bello, ma devo prima chiedere allo zio..." dissi io.

Quando ne parlai con lo zio chiedendogli semplicemente se la notte fra sabato e domenica potevo dormire fuori, lui non mi chiese né dove né da chi.

"Certo che puoi, Stefano. Non hai bisogno di chiedermelo. Quando ti capita di voler dormire fuori casa basta che mi telefoni per farmi sapere che non rientri per la notte, almeno non sto in pensiero."

"Grazie, Domenico."

"Ma figurati. Sono stato giovane anche io. Piuttosto, hai ancora preservativi?"

"Sì, grazie. E se mai vado io a comprarli in farmacia, non preoccuparti."

"Portane sempre in tasca con te, non si sa mai. A volte le occasioni si presentano quando meno te lo aspetti. Se non li hai con te potrebbe venirti la tentazione di farlo ugualmente e può essere pericoloso."

"Certo, Domenico, stai tranquillo." gli dissi io sorridente.

Ma, da vero incosciente, non pensavo minimamente che dovevo usarlo anche con un uomo. Per me restava soprattutto il mezzo per non mettere incinta una ragazza ed io sapevo di non correre questo rischio. E anche riguardo alle malattie veneree pensavo che fossero le donne ad infettare gli uomini... Ero davvero ingenuo...

Sabato sera andai in discoteca con Lorenzo. Questa volta mi portò fuori Torino all'Epic, una discoteca gay. L'idea che esistessero discoteche solo per gay mi piaceva. Almeno uno poteva essere sicuro sulle preferenze e sui gusti di quelli che incontrava, e soprattutto uno poteva ballare tranquillamente con il suo ragazzo. Quella sera scopersi anche l'esistenza delle lesbiche e dei travestiti e mi sentii proprio uno sprovveduto.

Quella sera Lorenzo mi presentò a due suoi amici, Claudio e Dario. Claudio aveva una libreria. Aveva trenta anni, capelli scuri riccioluti, occhialetti tondi, un sorriso ampio. Doveva essere alto sul metro e sessantacinque ed era di corporatura media. Dario invece aveva ventotto anni, faceva il truccatore alla televisione, era alto sul metro e ottanta, snello, quasi esile. Aveva capelli castani lisci e corti con la riga a destra, occhi castani, naso un po' gobbo, labbra appena tumide. Tutti e due avevano l'aria simpatica.

Si chiacchierò un po' poi, finalmente andai a ballare. All'inizio mi sentivo un po' goffo, timido ed impacciato, avevo l'impressione che tutti mi guardassero. Poi però notai due fatti: il primo che non è che mi guardassero più di quello che guardavano altri ragazzi giovani, e il secondo che molti ballavano peggio di me. Allora mi rinfrancai, cominciai a muovermi con maggior disinvoltura, e mi divertii.

Quando tornai a sedere accanto agli amici ero accaldato, un po' stanco ma soddisfatto. Lorenzo mi fece i complimenti.

"Con un maestro come te..." risposi io.

"Gli hai insegnato tu?" gli chiese Claudio.

"Sì, certo."

"Quante lezioni gli hai dato?"

"Solo una." rispose Lorenzo.

"Oh, allora è molto dotato il ragazzo!" disse Claudio, poi aggiunse "Mi piacerebbe vedere quali altre doti nascoste ha..." al che tutti risero.

Lorenzo disse: "Ti assicuro io che le sue doti nascoste sono notevoli!"

"Dai, racconta..." disse interessato Claudio.

"Più che sentirmele raccontare, mi piacerebbe sperimentarle..." disse malizioso Dario carezzandomi una coscia.

Essere così al centro delle attenzioni era imbarazzante ma eccitante. Mi chiesi con chi dei due mi sarebbe piaciuto avere sesso e li studiai un po'. Alla fine conclusi che non mi dispiaceva nessuno dei due, anche se nel confronto era Lorenzo ad uscirne vincitore.

Ballammo ancora. Mi resi conto che in fondo ognuno ballava per conto suo, per il piacere di muoversi o di essere guardati, ma che di tanto in tanto due si esibivano l'uno per l'altro, guardandosi negli occhi e per il corpo con aria complice e seducente. Allora mi spostai e mi misi a ballare in quel modo davanti a Lorenzo. Volevo dirgli così che lui era quello che mi piaceva più di tutti... e credo che l'abbia capito. Guardandolo notai che la tela della sua patta si stava tendendo, tradendo così l'eccitazione che gli stavo procurando col solo ballargli davanti. Ero contento, soddisfatto, era come se avessi scoperto di avere un potere su di lui.

Quando, verso le due, mi chiese se volevo andare a casa o preferivo restare ancora un po', leggendo evidente il desiderio nei suoi occhi gli risposi che non vedevo l'ora di essere solo con lui, nel suo letto.

Così salutammo i due amici, uscimmo e volammo fino a casa. Stare in moto dietro a lui e tenermi con le braccia attorno al suo corpo era molto piacevole. Mi divertivo a fargli sentire la mia erezione contro il sedere e a scendere con la mano a saggiare la sua.

"Stefano, se continui così," mi gridò, "mi fai venire nei calzoni!"

Tolsi allora la mano ma lui gridò ancora: "No, lasciala lì, mi piace. Ma non sfregarla troppo o vengo davvero."

Arrivati finalmente nel cortile, chiuse la moto con la catena e volammo su a casa sua. Eravamo terribilmente eccitati tutti e due. Ci liberammo febbrilmente degli abiti lasciandoli sparsi a terra e salimmo sul letto abbracciandoci e baciandoci pieni di desiderio e passione. Passione che si esaurì solo all'alba, che ci trovò piacevolmente spossati.


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