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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'EREDITÀ SESTO NASTRO

Quando avevo venti anni conobbi Giacomo e Mattia. Per essere esatti conobbi prima Giacomo, un ragazzo di ventidue anni che faceva l'indossatore. Lo conobbi in negozio. Entrò e c'ero solo io a servire, perché Anselmo lavorava nel retro e Domenico era andato a casa di un tizio a valutare alcuni oggetti che quello voleva vendere.

Giacomo entrò ed attrasse subito la mia attenzione. Aveva un bel casco di capelli neri ricci e occhi castani illuminati da pagliuzze dorate, labbra carnose e sensuali, un naso piccolo, un ovale perfetto. Cercava un servizio da rosolio in vetro o cristallo, del secolo scorso. Gli feci vedere quello che avevamo ma parve poco convinto.

Ad un certo punto mi disse, con estrema naturalezza: "È un regalo per il compleanno del mio uomo, fa trentanove anni ed ama molto gli oggetti dell'ottocento..."

Lo guardai con interesse: "Io, al mio uomo, regalerei questa piccola pendola da tavolo. Con questi due bei nudi maschili, mi sembra molto indicato..." gli dissi allora mostrandogli un orologio degli anni '30.

"È del secolo scorso?" mi chiese lui.

"No, del periodo fascista. Ma i nudi maschili sono molto ben fatti, no?"

Lui toccò con una lieve carezza le due statuette ai lati dell'orologio: "Sì, sono ben fatti... credo che potrebbe piacergli..."

"Costa un po' caro, forse..." dissi io e gli dissi il prezzo.

"Non importa. Per Mattia vale la pena."

Allora gli chiesi: "È molto che state assieme?"

"Tre anni. È lui che ha fatto il mio primo book per la mia carriera da indossatore."

"È un fotografo?"

"Sì, e molto bravo. Mi ha fatto delle foto molto belle che mi hanno spianato la strada." disse Giacomo con un sorriso.

"Non credo che sia difficile fare belle foto a un ragazzo bello come te..." gli dissi allora.

Lui mi guardò, poi chiese: "Hai... un ragazzo, tu?"

"No, ci siamo lasciati da qualche mese. Non ho nessuno, ora."

"Eppure anche tu sei un gran bel ragazzo. Credo che piaceresti al mio Mattia."

"Come modello o..."

"Tutt'e due, credo."

"Allora è meglio che non mi veda." dissi io sorridendo.

"E perché? Non ti andrebbe di fare l'amore in tre?" chiese lui con un sorriso malizioso, poi aggiunse: "A me piacerebbe fare l'amore anche con te."

Non avevo idea di come fosse questo Mattia, ma Giacomo m'attraeva molto.

Così gli dissi: "Allora ci si potrebbe incontrare e se son rose..."

"... fioriranno!" concluse lui sorridendomi.

Pagò l'orologio ed io gli preparai un bel pacco regalo. Giacomo mi dette il suo indirizzo ed io il mio e restammo d'accordo che ci saremmo sentiti.

Io ero eccitato all'idea. Anche se Mattia non fosse stato granché, Giacomo mi piaceva molto. Aveva un culetto perfetto ed un pacco pieno ed attraente. Dopo pochi giorni il ragazzo mi telefonò dandomi un appuntamento.

Abitavano in Piazza Statuto in una vasta e luminosa mansarda in cui Mattia aveva anche lo studio fotografico. Quando suonai alla loro porta mi venne ad aprire Giacomo che mi fece entrare e mi presentò al suo uomo.

Mattia era poco più alto di Giacomo, che era sul metro e ottanta. Aveva un paio di baffetti ed un volto quadrato. Notai che portavano tutti e due lo stesso anello.

"Giacomo m'aveva detto che sei un gran bel ragazzo ed aveva ragione. È un vero piacere conoscerti, Stefano." mi disse l'uomo tendendomi la mano. Poi, fattomi accomodare in salotto, Mattia mi disse: "Noi due, in casa, giriamo sempre nudi... ti crea qualche problema spogliarti assieme a noi?"

Lo guardai un po' sorpreso, non m'aspettavo una simile proposta, ma annuii sorridendo. In fondo poteva essere divertente e comunque sapevo che prima o poi ci saremmo spogliati. Così ci denudammo.

Mi offrirono qualcosa, si chiacchierò, Mattia mi fece vedere alcuni album con le sue più belle fotografie fra cui alcuni nudi maschili molto belli, tutti in bianco e nero.

Giacomo e Mattia, mentre mi intrattenevano, stavano semiabbracciati come qualsiasi coppietta, ma vederli così, nudi, mi eccitò. All'inizio mi vergognavo un po' per la mia erezione ma poi, vista la loro naturalezza, non ci feci più caso.

Il corpo di Mattia era un po' più tozzo di quello di Giacomo, ma era comunque gradevole. Quello di Giacomo era decisamente bello.

Dopo un po' che si chiacchierava Mattia propose: "Stefano, mi piacerebbe fotografarti sia da solo che con Giacomo. Ti andrebbe?"

"Sì, certo..." dissi io.

Andammo nello studio. Mattia preparò i faretti e la macchina fotografica. Prima fotografò me in varie pose. Poi con Giacomo: ci fece toccare e baciare mentre ci fotografava e così, prima noi due, poi anche Mattia, presto ostentavamo delle vistose erezioni.

"Sei molto fotogenico..." mi disse Mattia.

Io trovavo quella situazione incredibilmente eccitante. Avevo una gran voglia di fare l'amore con quei due bei maschi ma non osavo fare il primo passo, anche perché pensavo, giustamente, che a Mattia non interessasse fare foto pornografiche.

Ma dopo che ebbe scattato il quarto rullino, Mattia lasciò la macchina fotografica, s'avvicinò a noi due abbracciandoci assieme, ci strinse a sé e ci baciò in bocca. Giacomo si spostò dietro di me e si accoccolò a leccarmi, affondando il suo viso fra le mie natiche. Il mio uccello, già duro, saltò su ancora più sodo. Mattia mi si inginocchiò davanti e, sostenendomi i testicoli con una mano, si mise a leccarmi tutto l'uccello ed a succhiarlo con cura. Quelle due bocche mi stavano facendo impazzire, era troppo bello.

Dopo un po' si rialzarono e mi fecero girare. Mattia mi guidò a penetrare il suo ragazzo e quando gli fui tutto dentro, mi venne alle spalle e mi penetrò a sua volta stringendo in un solo abbraccio sia me che Giacomo. Allora io cominciai a muovere il bacino avanti e dietro fra i due corpi penetrando e facendomi penetrare ad ogni movimento di va e vieni. Era una sensazione davvero molto bella e piacevole.

Continuammo per un po', poi ci sciogliemmo. Giacomo si stese sopra una pelliccia su una panca e sollevò le gambe. Mattia gliele prese sulle sue spalle e lo penetrò; Giacomo rovesciò la testa indietro e mi invitò a penetrarlo in bocca. Glielo infilai ed allora Mattia mi abbracciò di sopra al corpo del suo ragazzo e mi tirò a sé in modo di baciarmi in bocca, mentre tutti e due pompavamo alle due estremità di Giacomo nei suoi accoglienti ricettacoli.

Ma anche io volevo provare quella emozione, così dopo un po' mi misi a quattro zampe sulla moquette offrendomi ai due amanti. Giacomo mi si infilò sotto in modo di fare un sessantanove e Mattia, inginocchiatosi dietro di me, mi si infilò nuovamente dentro ed iniziò a pistonarmi con vigore. Dopo pochi minuti venimmo tutte e tre in serie, prima Giacomo direttamente nella mia gola, poi io scaricandomi nell'avida bocca del ragazzo che succhiò tutto fino all'ultima goccia, e infine il mio retto palpitante per l'orgasmo, fece partire Mattia che mi riempì con la sua crema bollente.

Giacemmo uno sull'altro, scompostamente, ansanti e soddisfatti. Ma Giacomo non era ancora appagato e riprese a succhiarci, me e il suo uomo, finché ci fece tornare in tiro, turgidi e nuovamente pieni di voglia. Lo prendemmo a turno, alternandoci nella sua bocca e nel suo culetto voglioso, finché prima Mattia poi io gli versammo nel retto un nuovo carico di seme. Ritrovata la calma, andammo a farci una doccia tutti e tre assieme, ci asciugammo l'un l'altro e tornammo in salotto. Giacomo ci servì dei pasticcini e del Porto.

Mattia, sorridendo soddisfatto, mi disse: "Aveva ragione Giacomo che valeva la pena di invitarti."

"E valeva la pena accettare il vostro invito." dissi io contento.

Ci incontrammo altre volte. A differenza di quando avevo fatto l'amore in tre in passato, era evidente che Giacomo e Mattia stavano molto bene assieme, erano molto affiatati ed innamorati l'uno dell'altro. Ci vedemmo diverse volte per quasi un anno, cioè finché si trasferirono a Milano dove entrambi avevano ottenuto un ottimo contratto.

Quando avevo ventuno anni ebbi qualche avventuretta con altri ragazzi, cose piacevoli ma senza seguito: non ricordo neppure i loro nomi. Erano ragazzi che incontravo nei disco gay o nella sauna gay che avevo iniziato a frequentare.

Un giorno Domenico mi disse che il nostro vicino di casa, un vecchio sugli ottantacinque anni, aveva deciso di ritirarsi in una casa di riposo e di vendere il suo alloggetto. Domenico aveva pensato di comprarlo e di farlo unire al nostro alloggio, restaurandolo e trasformandolo in un quartierino per gli ospiti. Mi chiese che cosa ne pensassi ed io gli dissi che mi pareva una buona idea.

Una volta compratolo si mise in contatto con una ditta di ristrutturazioni. Un architetto venne a fare un sopralluogo, prese tutte le misure e fece un progetto. Dopo che Domenico ed io lo avemmo visto, discusso, modificato ed infine approvato, la ditta ci mandò un operaio per iniziare i lavori. Domenico mi chiese di restare a casa sia per seguire i lavori sia perché, dovendo aprire una porta di comunicazione fra i due alloggi, era meglio che ci fosse sempre qualcuno in casa. C'era anche Tina, ma mentre l'operaio arrivava sempre alle otto di mattina, Tina veniva alle dieci ed inoltre a volte doveva uscire per fare qualche commissione. Così, il primo mattino, attesi l'arrivo dell'operaio per aprirgli la porta dell'alloggetto accanto.

Quando arrivò fui leggermente sorpreso: era un arabo sui venticinque anni, snello ed alto sul metro e ottanta, vestito con una salopette bianca ed un camiciotto azzurro, con un volto molto bello, mani lunghe ed affusolate, occhi penetranti. Lo guardai affascinato.

"Sono l'operaio della ditta RiCoIm, signore." mi disse con un buon accento italiano e con una voce bassa e profonda che mi fece provare brividi di desiderio.

"Ah, bene. Le apro la porta. Venga." dissi e lo portai nell'alloggio vicino.

Lui entrò, ispezionò tutti gli ambienti, poi disse: "Scendo a prendere gli attrezzi, signore. Mi può lasciare aperto, qui?"

"Sì, certo. Ha bisogno di una mano?"

"No no, grazie, posso fare da solo." disse con un incantevole sorriso.

Tornai nel nostro alloggio. Lo sentii andare su e giù diverse volte, quindi lo sentii iniziare a lavorare. Dopo un po' pensai di andare a vedere che cosa stesse facendo. La porta sul pianerottolo era socchiusa.

Entrai e gli chiesi: "Come va?"

"Bene, signore. Adesso devo togliere tutto quello che non va, poi comincio a rifare tutto."

"Ma lavora da solo?" chiesi un po' stupito.

"Sì, sono svelto e in due ci si da solo fastidio."

"Parla bene l'italiano. È molto che è qui?"

"Sei anni."

"Da dove viene?"

"Palestina. Da Gerico, conosce?"

"Sì, ma non ci sono mai stato. È qui con la famiglia?"

"No, solo."

"Ha lasciato sua moglie là?" chiesi allora.

Lui sorrise: "Non sono sposato. Sono solo." Poi mi chiese: "Lei è sposato?"

"No, né sposato né ho una ragazza." precisai guardandolo dritto negli occhi.

Lui annuì e riprese a lavorare. Stava staccando le vecchie piastrelle dal bagno.

"Buon lavoro..." gli dissi ed uscii, tornando dall'altra parte.

Tina era in cucina. Vi entrai per bere un po' d'acqua.

"Adesso chissà per quanti giorni dovremo sopportare questo fracasso!" disse lei.

"Pensa quando bucherà il muro dell'ingresso, allora! Fracasso e polvere!" dissi io allegro.

"Sì, dovrò coprire tutto con dei teli. E comunque si riempirà tutto di polvere."

"Sai, l'operaio e arabo."

"Ormai siamo invasi dai marocchini."

"Non è marocchino, è palestinese."

"È la stessa cosa." sentenziò Tina.

Sapevo che era inutile contraddirla, perciò non replicai.

Andai in camera mia e misi su un po' di musica, ma il rumore che proveniva dall'altro appartamento mi impediva di gustarla, perciò spensi lo stereo. L'operaio lavorò per una decina di ore e verso le sette suonò per rendermi la chiave.

"Torno domattina alle otto. Va bene?"

"Sì, certo. Sarò qui ad aspettarla."

Lo guardai prendere l'ascensore ed andare via. Si muoveva con eleganza, con una grazia flessuosa. Quell'uomo mi attraeva parecchio. Avevo sentito dire che gli arabi sono tutti più o meno bisessuali e mi chiesi se anche quel bel giovanotto lo fosse. Mi sarebbe piaciuto, anche se certamente avrebbe voluto solo fare il "maschio".

Il mattino seguente, puntualissimo, suonò. Andai ad aprire con le chiavi in mano.

"Buongiorno, signore." mi disse con un bel sorriso.

"Buongiorno. Io mi chiamo Stefano, non mi dia del signore..."

"Va bene. Io mi chiamo Malik."

"È un bel nome, Malik."

"In italiano significa re..." disse lui sorridendo.

"Ancora più bello, allora." dissi io porgendogli le chiavi.

"Anche Stefano è un bel nome, ha un bel suono." disse col suo ampio e bel sorriso.

Aveva denti bianchissimi, perfetti, che la sua pelle color della terracotta chiara faceva risaltare. Senza riflettere, glielo dissi. Lui mi guardò con un sorriso lieve e fece un cenno col capo come per ringraziarmi.

Poi disse: "Ora vado a lavorare."

"Sì, bene. Se ha bisogno di qualcosa, io sono qui..."

"Grazie. È molto gentile lei, Stefano." disse ed andò ad aprire la porta dell'altro appartamento.

Io rientrai in casa. Più guardavo Malik più lo trovavo seducente, bello, desiderabile. Lo sentii riprendere a battere con il martello e lo scalpello. Ora doveva star togliendo le piastrelle della cucina... A metà mattina pensai di andare a vedere a che punto fossero i lavori. In realtà avevo voglia di vedere lui, parlargli, guardarlo. La porta dell'appartamento era socchiusa come al solito. Entrai ed andai in cucina.

"Salve, Malik, tutto bene?"

"Sì, Stefano, va bene. Tra poco finisco con le piastrelle. Poi devo solo spostare e sostituire alcuni tubi e forare per il nuovo impianto elettrico. Dopo faccio il buco sul muro per la nuova porta e così ho finito di fare tutto questo rumore. Credo che per domani ho finito, così non do più troppo fastidio."

"Oh, non si preoccupi, Malik."

"Meno do fastidio e meglio è, no?" disse lui col suo solito splendido sorriso.

"Vuole qualcosa di fresco da bere?"

"Grazie, non si disturbi. Ho una bottiglia d'acqua."

"No, nessun disturbo. Le andrebbe un caffè?"

"Ecco sì, un bel caffè caldo e forte come fate voi italiani..." disse lui.

"Vado a prepararlo." dissi io.

Tornai dopo poco con un vassoio con due tazzine, la zuccheriera, la caffettiera e il bricchetto della panna.

"Lo bevo anche io con lei." gli dissi.

"Grazie. È molto gentile a berlo con me..." disse lui. Poi aggiunse, "Lei non è razzista..."

"Io? Certo che no."

"Agli italiani piacciono poco gli arabi e i nord africani..."

"Non nel mio caso. E lei, in particolare, mi piace molto." dissi e mi morsi le labbra temendo d'aver detto troppo.

M'era sfuggito, ma lui non sembrò farci caso. Guardavo la sua mano elegante girare lo zucchero nel caffè. Aveva un anello, sulla mano destra, d'oro, intrecciato. Vide che lo guardavo.

"Le piace il mio anello?" mi chiese allora.

"È bello ed originale."

"Viene dalla Turchia. È il regalo di un mio amico, là a Gerico... un ricordo."

"È intrecciato, vero?"

"È come un rompicapo. Se si toglie dal dito si apre come una catena..." disse e me lo mostrò, sfilandoselo. "Poi è molto difficile rimontarlo, se non si sa come. Ecco, guardi..." disse e con poche rapide mosse lo rimise assieme e lo infilò di nuovo al dito.

"Bello..." dissi io.

Lui sorrise e bevve il caffè: "È molto buono. Grazie."

"In Italia si dice che un vero uomo deve essere come un buon caffè: forte, dolce e caldo..."

"Ah, non l'avevo mai sentito..." disse lui, poi aggiunse, "Allora forse io sono un vero uomo."

Lo guardai incuriosito. Lui di nuovo mi sorrise quindi si scusò e ricominciò a lavorare. Lo lasciai riportando di là il vassoio. Verso l'una, quando sentii che aveva smesso di lavorare, tornai di là da lui. Stava seduto su una cassetta e tirava fuori dalla borsa alcuni panini.

"Ha da bere?" gli chiesi.

"Sì, ho una bottiglia d'acqua."

"Già, lei non beve vino, vero?"

"Sì, a volte ne bevo."

"Come? Gli arabi non possono bere alcoolici, no?"

"No, non gli arabi, ma i musulmani. Io sono cristiano."

"Ah, ma allora le porto del vino... è meglio dell'acqua."

"Non si disturbi..."

"Ma no, nessun disturbo."

Tornai dopo poco con una bottiglia di vino fresco ed un bicchiere di vetro. Mi ringraziò, si versò mezzo bicchiere di vino e sollevò il bicchiere verso di me.

"Alla sua salute... e ai suoi desideri..." disse con un sorriso lievemente malizioso.

"I miei... desideri?" chiesi io stupito per quel curioso brindisi.

"Sì... Non ha dei desideri, lei?"

"Beh... sì, certo..."

"Allora le auguro di realizzarli."

"Tutti?" chiesi io scherzoso.

"Specialmente uno... quello che sta pensando ora..." rispose lui guardandomi dritto negli occhi.

Io mi sentii turbato e mi chiesi se immaginasse che lo stavo desiderando.

"Quello che sto pensando ora?" chiesi.

"Sì."

"Anche se non riguarda solo me, ma un'altra persona?"

"Certo." disse lui e si carezzò lieve fra le gambe.

Mi chiesi se quel gesto fosse voluto o casuale... e mi sentii nervoso. Malik si alzò ed andò a chiudere la porta dell'appartamento quindi tornò di là in cucina.

"E forse quella persona ha il suo stesso desiderio..." disse fermandosi davanti a me e si carezzò di nuovo sulla patta.

In fondo era proprio quello in cui avevo sperato, che mi aspettavo... ma mi sentii ancor più nervoso.

"Forse... è meglio che vada, ora..."

"Non hai veramente voglia di andare via. Lo sai." disse lui passando al tu e guardandomi con un sorriso provocante.

"Devo andare a mangiare..." dissi io incerto, ma senza muovermi.

Lui continuava a guardarmi negli occhi: "Non c'è nessuna fretta, no?"

"Non so... io..." balbettai quasi mentre il mio uccello s'inturgidiva e premeva contro la tela che lo racchiudeva.

"Vieni qui, Stefano, non avere timore. Io voglio solo darti quello che desideri..." mi disse, sempre sorridendomi invitante.

Mi sentivo la testa in fiamme, girare. Feci un passo verso di lui e la sua mano di nuovo carezzò lieve la sua patta. Lui si fece scivolar via dalle spalle le bretelle e l'ampia salopette bianca gli si afflosciò sulle ginocchia rivelando un paio di boxer di cotone bianco tesi a tenda sul davanti. Caddi letteralmente in ginocchio davanti a lui, gli abbracciai le gambe e premetti il viso sul suo turgore odorandolo a fondo. Un misto di odore di sapone e di maschio mi eccitò ancora di più. Gli abbassai i boxer afferrandone l'elastico ai fianchi: ora ero impaziente di vedere il suo uccello.

Era grande, incirconciso e turgido, circondato da una piatta peluria nera di riccioli fitti come quelli della sua testa. Era scuro e una vena gonfia lo percorreva per tutta la lunghezza. Lui si sfilò il camiciotto azzurro: Il suo ventre e il suo petto erano glabri e perfetti e due piccoli capezzoli scuri adornavano i suoi pettorali ben disegnati. Aveva un corpo snello, da gazzella.

Gli carezzai il bel membro e sospirai, quindi vi deposi un bacio quasi timido. Lui mi fece sollevare e mi aprì i calzoni, quindi mi tirò fuori l'uccello già duro.

"È bello, il tuo arnese..." disse lui.

"Anche il tuo, Malik." ansimai io.

Mi sentivo in calore e mi pareva che le gambe mi dovessero cedere da un momento all'altro. Malik prese i nostri uccelli in una mano e cominciò a masturbarli lentamente, tutti e due assieme. Con l'altra mano soppesò i testicoli impastandoli delicatamente.

"Oh, Malik, dimmi cosa vuoi da me... dimmelo..." implorai, sempre più eccitato.

Lui mi fece tacere premendo le sue labbra sensuali sulle mie. Le schiusi e la sua lingua s'avventurò ad esplorare la mia bocca, a cercare la mia lingua. Sentivo il suo respiro farsi pesante e l'odore fresco del suo alito. Le nostre lingue giocarono per un po', poi io spinsi la mia dentro la sua bocca, allora Malik iniziò a suggerla lieve. Lasciò i nostri due uccelli, mi abbracciò e mi strinse a sé, sfregando delicatamente il pube, il ventre ed il petto contro il mio. Poi mi sollevò, sempre baciandomi e tenendomi stretto a sé e mi portò di peso fino alla stanza con la moquette. Mi depose a terra e mi si stese sopra.

Gli carezzai la schiena e gli strinsi le natiche piccole, sode e nervose. Lui si staccò dalla mia bocca. Mi slacciò la camicia e mi sollevò la maglietta sul petto. Poi si sfilò le scarpe puntando un piede contro l'altro, si finì di togliere la salopette e sfilò i miei pantaloni. Quindi, facendomi sollevare a sedere, mi tolse la camicia e la maglietta e mi spinse nuovamente giù stendendosi sopra di me.

"Mi piaci, Stefano. Sei un bel giovane maschio."

"Anche tu sei un bellissimo maschio."

"Ti piace il mio corpo?"

"Sì, molto."

"E il mio arnese?"

"Anche."

"Lo vuoi dentro di te?"

"Sì, Malik." risposi estasiato.

Allora allungò una mano e frugò in una tasca della sua salopette. Ne tirò fuori una scatoletta metallica e ne fece uscire il pacchettino di un preservativo. S'inginocchiò cavalcioni del mio petto e mi porse la bustina.

"Mettimelo, dai." mi sussurrò.

Strappai l'involucro, lo tirai fuori e glielo applicai srotolandoglielo sopra per tutta la lunghezza. I suoi occhi mi guardavano, sorridenti e luminosi. Lo desideravo, lo volevo in me.

"Come ti piace prenderlo? In questa posizione?"

"Come vuoi tu, purché mi fotti." gli risposi pieno di voglia.

Allora lui scivolò indietro e s'inginocchiò fra le mie gambe. Le aprì e se le fece passare sulle spalle. Si sputò sulle dita e me le passò fra le natiche lubrificandomi ben bene l'ano.

"Dai, sbattimelo dentro..." lo implorai in preda alla libidine.

"Sì, adesso ti fotto, amico mio dolce." mormorò con gli occhi che gli brillavano.

"Dai, stallone, fammelo sentire tutto!" lo incitai.

Lui lo guidò sul foro, quindi iniziò a dare piccoli colpi calibrati pieni di energia, facendomelo affondare dentro a poco a poco. Lo sentii più grosso di quello che pareva e mi piaceva da morire. Lentamente ed inesorabilmente lo guidò dentro di me. Lo volevo tutto e mi spingevo con forza contro di lui ad ogni suo colpo di reni.

"Dai, Malik, dai!" lo incitavo in preda ad una specie di delirio.

I suoi testicoli batterono contro le mie natiche e il suo uccello carnoso mi riempì. Sentii il mio sfintere pervaso da un forte calore pieno di lussuria. Lo guardai raccogliere le sue forse facendo guizzare i suoi muscoli e finalmente iniziare a stantuffarmi dentro.

"Ti piace, fiorellino? Lo senti come s'è annidato in te il mio uccello, mio bel ragazzo?"

"Sì..."

"Sei dolce come il latte e miele... la tua pelle così bianca, come un campo di gigli... Sei un bel puledrino da cavalcare..."

"Oh sì, dai..."

"Il tuo culetto è morbido e stretto, fratellino mio dolce... è una gioia immergervi tutto il mio palo... Oh, amico mio, quanto ti ho desiderato! Ho desiderato visitarti, alloggiarlo in te, mio fiorellino!" mi vezzeggiava Malik continuando a montarmi con vigorosi colpi di reni.

Io ero preda ad un godimento dolcissimo e fortissimo ad un tempo e stavo perdendo il controllo. Il suo corpo atletico mi sovrastava e mi sembrava diventare sempre più radioso, sempre più bello. Poi all'improvviso si fermò, il suo bell'uccello piantato saldamente dentro di me, lo sentii fremere da capo a piedi e capii che si stava svuotando in me, perché la sua voce si arrochì mentre continuava a vezzeggiarmi.

"Oh, amico mio... fiorellino... Oh fratellino... puledrino... eccomi... eccomi..."

Io allora cominciai a masturbarmi velocemente ma lui mi fermò con una mano.

"No, zuccherino, non così... Tu devi venire dentro di me..." mi sussurrò con dolcezza.

"Dentro di te? Ma voi arabi non lo volete..." dissi meravigliato.

"Ma io sono gay come te, fratellino. Io ti voglio sentire tutto dentro di me." disse Malik.

Prese un secondo preservativo dalla sua scatoletta e me lo infilò con tenera cura srotolandolo giù giù fino alla radice con le sue labbra. Quindi si stese sulla schiena e sollevò le gambe contro il petto.

"Vieni fratellino mio dolce, entra in me, adesso."

Mi pareva di sognare. Mi sistemai e lui mi circondò la vita con le gambe tirandomi a sé. Gli allargai le natiche piccole e nervose, lo lubrificai con la mia saliva e lo montai. Gli scivolai dentro al primo colpo, con facilità, eppure sentivo il suo caldo canale aderire al mio membro come un guanto.

Quando gli fui completamente dentro, lui mormorò con voce calda di passione: "Dai, puledrino, fammi sentire di che cosa sei capace."

Cominciai a battergli dentro con colpi veloci e forti.

"Così, mio fiorellino. Così..." disse lui sorridendomi felice.

La sua gioia divenne la mia: "Ti piace Malik, mio re? Ti piace mio bel maschio?"

"Sì... dai, cavalcami... cavalcami..." ansimò carezzandomi il petto ed i fianchi.

Mi muovevo nel suo ardente canale con foga crescente. Sentii che stavo per venire e allora cercai di rallentare per prolungare quelle sensazioni stupende, ma era troppo tardi ed esplosi in lui con tale violenza che temetti che il lattice del preservativo potesse lacerarsi.

"Oh, è bello! È bello!" ansimai.

"Non toglierti..." mi pregò lui.

Restai immobile, tremando per il piacere, finché il mio uccello si ritirò da lui. Allora mi stesi su di lui e ci baciammo, giocammo con le nostre lingue. Quando ci sentimmo calmi e rilassati, ci sciogliemmo e ci rivestimmo, guardandoci e sorridendoci soddisfatti.

"Adesso puoi andare a fare pranzo, fratellino." mi disse Malik con dolcezza, carezzandomi i capelli.


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