"Oh dio, mi hai chiavato... m'hai chiavato nel culo..." gemette lui mentre mi sfilavo.
Lo forzai a girarsi verso di me ma lui sfuggì il mio sguardo.
"E t'è piaciuto, no?" gli sussurrai io.
"Sì, ma... ma adesso... mi vergogno."
"E perché?"
"Credevo di essere... maschio."
"Ma tu sei tutto maschio, se no non mi piacevi."
"Ma l'ho preso in culo e mi è piaciuto!" si lamentò lui.
"Anche a me piace prenderlo nel culo. Se vuoi mettermelo tu, per me va bene."
"No... sono spompato."
"Se vuoi posso fartelo venire duro di nuovo."
"No... ho goduto a farmi inculare... sono un finocchio..."
"Beh? E che c'è di male?"
"Ho goduto a farmi inculare..." ripeté lui in un gemito.
"Guarda che è normale. Piace a un sacco di gente. Che c'è di male?"
"Che non ho goduto così neanche a chiavare una ragazza." rispose lui turbato.
Mi accorsi che stava per piangere, lacrime gli stavano riempiendo gli occhi. Allora lo baciai. All'inizio mi resistette, ma poi si abbandonò di colpo e rispose al mio bacio. Ma lacrime gli scendevano copiose sulle guance. Poi si staccò e mi guardò con espressione incerta.
"Sono una puttana, vero?" chiese con un singhiozzo.
"Sei un bellissimo ragazzo, non una puttana."
"E tu... mi vuoi inculare ancora?"
"Sì, certo. Domani torni qui e ti fotto di nuovo."
"Sì, vengo di nuovo... domani..." mormorò lui in un tono dimesso.
Ci rivestimmo. Riprese le sue cose e fece per andare via. Io presi il portafogli a lui mi bloccò con un gesto.
"No... se mi paghi, adesso, sarei davvero una puttana, no?" mormorò.
"No, non sei una puttana, d'accordo. Torni domani?"
"Sì..." e quasi scappò via.
Capivo che era profondamente turbato ma sentivo che sarebbe tornato. Per due giorni però non lo rividi e pensai che, riflettendoci a mente fredda, avesse preso il sopravvento la vergogna. Non era facile accettarsi gay, lo capivo. Ma il terzo giorno suonarono alla porta. Tina mi chiamò giù.
"È per te, Stefano!" gridò verso le scale.
Scesi e quando lo vidi gli sorrisi, contento. Lui arrossì come un gambero.
"Sei tornato..." gli dissi.
"Sì... non volevo, ma... Però non sei solo... Quando possiamo vederci?" chiese imbarazzatissimo, quasi in un sussurro.
"Vieni su... staremo tranquilli."
"Io... vorrei rifarlo..."
"Sì, certo, anche io."
Lo portai su nella camera degli ospiti e chiusi la porta a chiave. Quindi gli aprii i calzoni e glieli calai sulle ginocchia, calai pure i miei e abbracciandolo di dietro, gli sfregai l'uccello già duro fra le natiche.
"Oh dio... non resistevo più... Inculami!" mormorò.
"No, prima me lo succhi un po'. Poi mi metti il preservativo: l'altra volta abbiamo fatto male a non usarlo... E dopo te lo metto dentro e ti fotto..."
Lui si girò e mi si accoccolò davanti e, docile, fece tutto quello che gli avevo chiesto. Aveva tutto l'entusiasmo e la dedizione di un neofita. Dopo che mi ebbe infilato il preservativo, lo feci stendere sulla schiena sul letto, gli feci passare le gambe sulle mie spalle e stando in piedi accanto al letto lo presi con vero gusto e reciproco piacere. Dopo essere venuto in lui gli chiesi se voleva provare a penetrare me, ma lui, quasi vergognandosi, mi pregò di farlo venire succhiandoglielo. Lo accontentai con piacere.
Dopo parlammo un po'. Lui era pieno di domande sulla nuova dimensione che aveva scoperto. Io gli suggerii che forse non era gay ma bisessuale e che così aveva il doppio delle scelte rispetto a prima... ma lui disse che con le ragazze non gli era mai capitato di godere così tanto... Tornò a farsi prendere da me altre cinque o sei volte, finché le mie vacanze terminarono.
"Come farò a trovare un altro, ora?" mi chiese lui dopo l'ultima volta che facemmo l'amore, mentre ci rivestivamo.
"Ce ne sono tanti come me e te." gli risposi io.
"Sì, me l'hai detto, ma... come faccio a riconoscerli?"
"Pian piano farai esperienza..." gli dissi.
Poi gli spiegai i modi di guardare, i possibili approcci, come tentare di rimorchiare senza rischiare di esporsi troppo. Lui faceva domande, spesso ingenue, a cui io cercavo di rispondere nel modo più esauriente possibile.
Quando ci salutammo, lui mi disse: "Non ti dimenticherò mai. Sei stato il mio primo uomo. M'hai fatto scoprire tutto un mondo che neanche immaginavo... Mi mancherai..."
Tornati a Torino, Domenico guardò le cose che avevo comprato a Genova e mi fece i complimenti.
"È roba bella e l'hai pagata poco, bravo."
"Forse potevo scendere ancora un po' nel prezzo, ma erano due vecchietti ed avevano bisogno di quei soldi, così non me la sono sentita di dargli di meno..." dissi io.
"Hai fatto molto bene, Stefano. Dobbiamo fare i nostri interessi, è naturale, ma senza approfittare della gente, senza essere spietati, senza derubare nessuno." disse Domenico.
Questa sua osservazione mi fece molto piacere.
Domenico compì settantuno anni e gli facemmo una bella festa di compleanno. Lui, in quell'occasione, mi disse che voleva ritirarsi dal negozio e che perciò dovevo prenderlo in mano io. Gli risposi che per me andava bene, ma che secondo me, visto che ancora era così forte ed in buona salute, avrebbe fatto bene a venire ancora in negozio, altrimenti in casa si sarebbe annoiato.
Così continuò a venire, ma ormai ero io che andavo a comprare gli oggetti, che ne fissavo i prezzi e che dicevo ad Anselmo cosa e come restaurare. Anche in casa Domenico volle che fossi io, con Tina, a decidere sulle cose da fare e sul menu dei pasti. Mi aveva passato le consegne, nonostante avessi solo ventidue anni.
Il ventuno novembre di quell'anno io andai in tipografia per far stampare nuovi cartoncini per i certificati di garanzia degli oggetti che vendevamo. Uscii dal negozio circa alle dieci di mattina. Tornai indietro che erano le undici e trenta. Davanti al negozio era ferma un'ambulanza e c'era un capannello di gente. Anselmo mi venne incontro.
"Domenico..." disse e la voce gli tremò.
"S'è sentito male?" chiesi io preoccupato.
"No... è... non c'è più..." disse lui quasi sottovoce.
Mi si bloccò il cuore in gola: "È... è morto?" chiesi incredulo.
"Sì."
"Ma stava bene!" protestai io con gli occhi gonfi di lacrime.
"Mezz'ora fa.. ho sentito un rumore in negozio... sono andato a vedere... era steso là, davanti alla fratina, a bocca sotto... Non respirava più. Ho chiamato l'ambulanza, poi ho chiamato in tipografia, ma tu eri già uscito..."
"Morto! Ma come? Perché?" dissi io avvicinandomi all'ambulanza.
"Lei, stia indietro." mi disse un infermiere.
"È suo figlio." spiegò Anselmo.
"Oh, mi scusi..." disse l'infermiere.
"Posso salire?" chiesi io.
"Sì, certo. Viene in ospedale?" chiese l'infermiere.
"Sì..." dissi salendo.
Anselmo mi disse: "Penso io al negozio."
"Sì, grazie. Chiudilo e metti un cartello." gli dissi.
Sedetti accanto alla lettiga e tolsi il lenzuolo dal volto di Domenico. Sembrava che dormisse, il volto aveva un'espressione serena. Piansi. L'ambulanza partì.
I medici dissero che era stato un infarto, che era morto di colpo, senza soffrire. Almeno quello: senza soffrire...
Mandai un telegramma ai miei, al paese. Incaricai un'agenzia funebre per le esequie. Ai funerali c'era poca gente: i miei, Tina, Anselmo, qualche bottegaio vicino di negozio, due o tre conoscenti che avevano letto il necrologio sulla Stampa. Lo accompagnammo fino al cimitero. Quindi tornai a casa. Salutai i miei che tornavano subito al paese.
Non so perché, ma m'ero messo in testa che Domenico sarebbe vissuto almeno altri venti anni! Quella partenza così improvvisa mi lasciò dentro un gran vuoto.
Nei giorni seguenti affrontai l'ingrato compito di riordinare le cose private di Domenico: decidere che cosa tenere, che cosa far fuori. Tutti i suoi abiti li feci mettere da Tina in scatoloni e li feci portare al Cottolengo. Le sue carte, in parte le tenni ed in parte le gettai. Tenni tutte le sue fotografie. E per la prima volta vidi le foto delle donne che aveva amato. Dietro ad ognuna Domenico, con la sua elegante grafia, aveva scritto i nomi, le date, i luoghi e qualche breve nota.
C'era anche una foto di quando ero appena arrivato da lui e avevo diciassette anni. Dietro c'era la solita annotazione e le parole "Finalmente ho trovato un figlio!". Piansi. Ero stato con lui solo cinque anni, ma gli volevo bene davvero come ad un padre.
C'erano anche alcune foto di quando era giovane: era davvero un bel ragazzo, pensai. Alcune foto in uniforme, di quando aveva fatto il servizio militare verso la fine della guerra. Un bel soldatino... Le foto del suo matrimonio e via via altre fotografie. Non me le aveva mai fatte vedere, prima, ed ora le contemplavo con un misto di affetto e di rimpianto.
Dopo qualche giorno tornai in negozio: la vita continuava. Avevo scelto le più belle foto di Domenico, le avevo montate nei più bei portaritratti che avevamo in negozio e ne avevo messe alcune in casa ed alcune nel negozio.
Ero incerto se continuare a dormire nella mia camera o se trasferirmi in quella di Domenico. La casa ora mi pareva persino troppo grande. Decisi per il momento di restare in camera mia. Le giornate senza Domenico mi parevano vuote. Era bello parlare con lui sugli argomenti più diversi. Avevo passato i cinque anni più belli della mia vita con lui.
Sbrigai tutte le pratiche di successione e pagai le tasse. Ora era tutto intestato a nome mio ed ero ricco. Il conto in banca era sostanzioso, non sapevo e non immaginavo che avesse tanti soldi da parte. C'era di che vivere di rendita e comunque il negozio rendeva bene.
Passarono i mesi e venne la nuova primavera. Il dolore per la perdita di Domenico si stava lentamente attenuando, ma lui continuava a mancarmi moltissimo. Ripresi però a vedere i miei vecchi amici gay, ed a poco a poco anche ad avere qualche fugace avventura.
Tina, dopo poco, decise di andare in pensione e mi lasciò. Allora pensai a Marcos, il ragazzo di Malik. Li andai a trovare e proposi a Marcos di venire a lavorare per me. Pulendo il negozio ed occupandosi della casa potevo offrirgli un lavoro a tempo pieno e dargli un buon salario. Avere come persona di servizio in casa un ragazzo gay, mi dava inoltre più libertà d'azione. Marcos accettò, ma volle chiarire subito che non intendeva avere rapporti fisici con me. Lo rassicurai dicendogli che, benché mi piacesse, avrei rispettato senza problemi le sue scelte.
Così lo conobbi meglio: era un ragazzo allegro e piacevole e lavorava seriamente e molto bene, svelto e preciso. E se qualche volta mi trovava a letto con un ragazzo, non c'erano problemi.
Avevo riallacciato la mia amicizia con Lorenzo e Sergio, che ancora stavano assieme e che molto saggiamente non volevano più un terzo con loro, e continuavo a vedere Giacomo e Mattia, nonché Malik. Ma con tutti loro ormai c'era solo amicizia e nulla di sessuale. Inoltre ero sempre in corrispondenza con Lars e Piet. Quasi casualmente incontrai Roberto e Marco, i miei amici di Prea, che ora abitavano a Torino. Roberto aveva un banco di frutta e verdura al mercato della Crocetta e Marco lavorava come bidello all'istituto d'arte. Vivevano assieme ed erano una bella coppia. Anche con loro però non ebbi più alcun rapporto sessuale, perché erano innamorati e logicamente non c'era posto per altri fra loro.
Seppi che Giovanni s'era sposato e così pure Michele. Alessandro invece si era trasferito in Toscana, vicino a Prato, con un uomo che aveva conosciuto quando faceva il servizio militare e di cui era diventato l'amante. Lavoravano assieme in una tenuta in cui si produceva vino.
A poco a poco mi stavo facendo una bella collezione di videocassette con film gay, sia quelli porno di Cadinot, di cui stavo completando la collezione, sia quelli non porno a soggetto o contenuto più o meno esplicitamente gay. Stavo anche comprando diversi romanzi o libri a tematica gay.
Tutto andava bene.
Si era a maggio quando una sera suonarono alla porta di casa. Andai ad aprire: era un ragazzo di diciannove anni.
"Mi scusi, c'è il signor Domenico Boetto?" mi chiese.
"Chi lo desidera?" chiesi io incuriosito.
"Io mi chiamo Domenico Scanferla... dovrei parlargli..."
"Ecco... Domenico è morto circa sei mesi fa. Io sono il figlio. Vuole dire a me?" dissi io allora.
Il ragazzo sgranò gli occhi: "Morto? Anche lui?"
"Sì... perché dice anche lui? Chi altri è morto?" chiesi stupito per la reazione del ragazzo.
Ma lui, invece di rispondere, mi disse: "Lei è il figlio?"
"Sì, sono Stefano Boetto. Non ha visto il nome sul campanello?"
"Sì, certo... non sapevo che avesse un altro figlio..."
"Un altro? Come un altro? Cosa vuole dire?" chiesi io cercando di capire.
Lui mi guardò, sembrò incerto, poi mi chiese: "Posso entrare? Solo per pochi minuti..."
"Sì, prego, si accomodi..." dissi io e lo guidai in salotto. "Allora, mi dica..."
"Ecco io... io speravo di poterlo incontrare... Sono arrivato troppo tardi, però..." disse il ragazzo.
Lo guardai bene e, di colpo, credetti di capire: assomigliava in modo straordinario alle foto di Domenico da giovane. Solo il taglio di capelli era moderno, ma aveva la stessa bocca ampia con gli angoli girati in su, lo stesso naso dritto e forte, gli stessi occhi larghi e sottili...
"Tu... tu saresti il figlio di Domenico?" gli chiesi allora passando istintivamente al tu.
"Io... mia madre diceva così..."
"Chi è tua madre?"
"Si chiamava Sandra Scanferla..."
"Sandra? Si chiamava?"
"È morta a febbraio. Non aveva mai voluto dirmi il nome di mio padre. Ma poco prima di morire... poco prima di morire mi disse che mio padre si chiamava Domenico Boetto e che per questo anche io mi chiamo Domenico, anche se mi chiamano tutti Mimmo..."
"Oh mio dio! Domenico ha desiderato per tutta la vita avere un figlio, l'ha desiderato tanto... e l'aveva. Tua madre... per questo lasciò Torino diciannove o venti anni fa? Aspettava te da Domenico... Ma perché non gliel'ha mai detto?"
"Perché mamma non voleva che lui pensasse che s'era fatta mettere incinta per incastrarlo, per i suoi soldi."
"Ma lui ne sarebbe stato così felice! Voleva bene a tua madre, ed ha sempre desiderato avere un figlio!"
"Ma aveva te, no?"
"Io ero un suo nipote, e mi ha adottato cinque anni fa... Ti avrebbe riconosciuto, se avesse saputo che c'eri tu, t'avrebbe dato il suo nome... E ora tutto questo sarebbe tuo, invece che mio..."
"Non è per questo che sono venuto qui, volevo solo conoscerlo. E comunque ormai è tutto tuo, anche volendo non potrei più dimostrare di essere suo figlio. E non pretendo neanche che tu mi credi..."
"Ma io... io ti credo. Ho delle foto di Domenico alla tua età, potreste sembrare quasi gemelli... gli assomigli troppo per non essere suo figlio. E poi, Sandra, tua madre... Domenico me ne aveva parlato. Le aveva davvero voluto bene..."
"Potrei... vedere quelle foto?"
"Sì, certo... Ma dove abiti tu, ora?"
"A Mantova. Ma adesso che è morta mia madre... Stanno finendo i soldi, dovrò lasciare l'appartamento."
"Non hai un lavoro?"
"No. Mi sono diplomato geometra a luglio scorso, ma non ho ancora trovato nulla. Sinceramente... non volevo soldi da mio padre... né che mi riconoscesse... Ma pensavo che potesse offrirmi o trovarmi un lavoro... E poi... mi sarebbe piaciuto conoscerlo, finalmente. Ma ormai... Se mi fai solo vedere quelle foto, dopo tolgo il disturbo."
Andai a prendere le foto e gliele mostrai, compresa la foto di sua madre che Domenico aveva conservato. Mentre lui sfogliava le foto, visibilmente commosso, lo osservavo con attenzione ed interesse. Era davvero un bel ragazzo, con un viso pulito e dolce. Ed era sicuramente il figlio di Domenico. Anche se legalmente non aveva nessun diritto su nulla, moralmente non potevo semplicemente lasciarlo andar via. Tanto più che aveva bisogno di aiuto.
Mimmo mi mostrò una foto e mi chiese: "Ti dispiace se prendo questa foto?"
"No, certo, è tua..."
"Grazie. Allora tolgo il disturbo..."
"Aspetta, dove vai?"
"Alla stazione, a prendere il primo treno che torna indietro."
"E che farai?"
"Non lo so... In qualche modo... mi arrangerò..."
"Domenico non t'avrebbe lasciato andare via così..."
"Ma è morto, ormai."
"Ma ci sono io. E io so che sei il figlio che ha sempre desiderato. E vorrei aiutarti."
"Aiutarmi?"
"Sì. Ascolta... ti andrebbe di lavorare con me?"
"Nel negozio di antiquariato?"
"Esatto. Mi farebbe comodo un aiuto."
"Ma io non ne so niente di antiquariato..."
"Questo non è affatto un problema. Accetti?"
"Dici davvero? Davvero mi offri un lavoro?"
"È il minimo che posso fare per te..."
"Sei gentile..."
"No, faccio solo quello che sicuramente avrebbe fatto Domenico."
"Gli volevi bene?"
"Sì. molto."
"Come era, mio padre?" mi chiese lui con dolcezza.
Allora cominciai a parlargli di Domenico. Mi ascoltava assorto, annuiva, mi faceva domande. Quel ragazzo per me, in realtà, non era solo il figlio naturale, illegittimo di Domenico, ma un ragazzo che mi attraeva moltissimo. Volevo fare qualcosa per lui perché era giusto, ma sinceramente, volevo anche averlo accanto a me... Parlammo a lungo.
Poi gli chiesi: "Hai cenato?"
"No."
"Neanche io. Vieni di là, dividiamo quello che c'è."
"Grazie." disse lui con semplicità.
Mangiammo e parlammo ancora di Domenico.
Poi gli dissi: "Ascolta, fermati a dormire qui. La casa è grande. Poi domani, se vuoi, facciamo le pratiche di assunzione, poi torni a Mantova a prendere tutte le tue cose e ti trasferisci qui."
"Qui da te?"
"Perché no? È casa di tuo padre, no?"
"Di... di nostro padre."
"Sì, d'accordo. Accetti, allora?"
"Beh... una casa, un lavoro, un fratello... sarei matto a non accettare. Ma sei sicuro di volermi qui? Con te?"
"Mi sembri un ragazzo a posto e un tipo simpatico. Credo che potremmo stare bene, assieme."
"Ma... non hai pensato che potrei essere un truffatore?" chiese lui.
"Sì, l'ho pensato. Ma mi sembra del tutto inverosimile. Tu assomigli troppo a Domenico per non essere suo figlio."
"Ecco, io... avevo portato questi per farli vedere a Domenico... Sono cose che ho trovato in casa dopo la morte di mamma."
Mi porse una grossa busta di carta telata marrone. Dentro c'erano foto di Domenico con Sandra, la riconobbi, alcune lettere di Domenico indirizzate a Sandra antecedenti alla nascita del figlio, un anello d'oro con un brillantino, l'atto di nascita di Mimmo con la dicitura "padre ignoto" ed altre cose.
Esaminai tutto con cura, poi gli dissi: "Ti credevo anche prima, Mimmo. Comunque ora non ho più nessun dubbio. Questa è casa tua."
"Grazie. Non ti darò fastidio..."
"Penso proprio di no. Senti, puoi scegliere, o dormi nella stanza di Domenico, o nella camera degli ospiti. Che cosa preferisci?"
"La camera di mio padre, se posso."
"Certo, vieni, te la mostro e ti faccio vedere il resto di casa."
Così Mimmo quella notte dormì nella camera di Domenico. Il giorno dopo firmammo il contratto di lavoro con cui lo assumevo come commesso nel negozio con uno stipendio decisamente alto che lo stupì. Quindi tornò a Mantova a chiudere la casa della madre, che era in affitto, e a prendere le sue cose personali e ciò che voleva conservare. Tornò a Torino tre giorni più tardi e si istallò a casa con me.
In quei tre giorni io avevo avvertito Marcos e con lui avevo fatto scomparire tutte le cose gay portandole in camera mia.
Mimmo era un ragazzo di buona compagnia, riservato, tranquillo ed allegro. Mi piaceva molto e mi sentivo sempre più attratto da lui. A poco a poco lui si aprì con me ed io con lui e cominciammo a raccontarci brani e particolari delle nostre vite. Quel ragazzo mi piaceva davvero moltissimo ed ero sempre più combattuto se fargli capire l'attrazione che provavo per lui o se metterla a tacere e trattarlo solo da amico, da fratello.
Certo, il desiderio per lui aumentava giorno dopo giorno, ed anche il fatto che fisicamente assomigliasse così tanto a Domenico da ragazzo, non faceva che aumentare il mio desiderio per lui. Decisi di intestargli la mia auto, perché comunque io usavo sempre quella che era stata di Domenico, e Mimmo mi ringraziò e ne fu felice.
Tutto quello che facevo per lui, a me sembrava dovuto, per lui invece era un regalo inatteso e me ne era grato.