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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CARRO DEI GUITTI CAPITOLO 5
VANCE OSPITE INVOLONTARIO DEL RE

Vance scese dal letto di Horace e cominciò a rivestirsi. Il giovanotto gli porse il solito sacchetto di monete.

"Per quanto ancora vi fermate a Londra?" gli chiese.

"Ancora un paio di settimane, perché abbiamo dei contratti per altre località."

"Allora riusciremo a vederci solo altre due o tre volte, forse quattro, non so. Mi dispiace: sei uno dei più piacevoli ragazzi con cui io abbia mai fatto l'amore, lo sai? Se i miei non fossero così puritani riguardo alla mia sessualità, mi piacerebbe prenderti al mio servizio, per averti sempre con me."

"Ma a me piace fare l'attore. Non so se sarei un buon servo. Tu mi piaci, mi piace come fai sesso con me. Ma io sono prima di tutto un attore."

"A letto non reciti, però."

"Certo che no. Ma il letto, per quanto mi piaccia salirci specialmente quando ci posso fare l'amore con un giovane uomo come te, non è tutta la mia vita."

"Prima che ci si perda la vista ti vorrei fare un regalo. C'è qualche cosa che desideri e che io possa donarti?"

"Nulla di particolare... O forse sì: gli abiti che indossavi la prima volta che ci siamo visti, A Ilford. Mi piacerebbe poterli indossare sulla scena, quando dovrò interpretare personaggi maschili."

"Te li porterò volentieri. Io non li indosso più e mi farà piacere pensare che li usi tu. Dovrai probabilmente adattarli un po, perché io sono di taglia leggermente più grossa della tua."

"Adesso devo andare. Grazie, Horace, e alla prossima volta."

"A presto, Vance."

Il ragazzo uscì dalla locanda. Stava nascondendo al solito una parte delle monete, quando si accorse che nella semioscurità della stretta via, un gruppo di uomini stava avanzando verso di lui, occupando tutta la strada. Insospettito e preoccupato, si girò pensando di cambiare strada ma si accorse che un altro gruppo di uomini veniva dalla direzione opposta, precludendogli ogni via di scampo. Si chiese che cosa volessero da lui: derubarlo? Probabilmente. Ormai non era più vicino alla locanda e nelle case della via tutto era buio e silenzio, perciò sarebbe stato probabilmente inutile mettersi a gridare per avere aiuto.

Si sentiva stranamente calmo. Si fermò ed attese. Quando gli uomini furono attorno a lui uno di essi avanzò da dietro con una lanterna in mano e gli illuminò il volto.

"Sei tu un certo Elton, Vance Elton?" gli chiese.

Vance fu stupito: come faceva quell'uomo, che lui non aveva mai visto prima, a sapere il suo nome? L'altro ripeté la domanda in un tono più brusco.

"Sì, sono io... chi siete voi? E che volete?"

"Siamo al servizio del Re. E tu sei in arresto."

"In arresto? Per che cosa? Non ho fatto nulla di male, io. Non ho rubato, non ho ucciso, né ho..."

"Questo non ci riguarda. Sappiamo solo che c'è un ordine di arresto a nome tuo. Te la vedrai col magistrato. Ora seguici con le buone o dovremo usare la violenza."

"E chi mi dice che siete davvero le guardie del Re? Non indossate neppure i suoi colori. E poi, come facevate a sapere che mi avreste trovato qui?"

"Non siamo noi a dover rispondere alle tue domande. Seguici senza fare storie."

Vance si guardò attorno e studiò i volti duri ed impenetrabili degli uomini, appena rischiarati dalla lanterna. Ladri non erano, questo gli era chiaro. Comunque erano in troppi perché potesse pensare a ribellarsi o di tentare la fuga.

Così disse: "Bene, andiamo."

Due gli si posero ai fianchi e lo afferrarono saldamente per le braccia. Tre uomini lo precedevano e tre lo seguivano mentre l'uomo con la lanterna precedeva il drappello.

Vance mormorò: "In nove per arrestarmi: che cosa posso mai aver fatto di tanto pericoloso?"

Camminarono nella notte, dapprima per vie e viuzze, poi per strade più grandi, finché giunsero ad una specie di fortezza. Qui l'uomo con la lanterna bussò ad un portone. Si aprì uno spioncino, l'uomo mostrò un foglio di carta e parlò. Dopo poco il portone si socchiuse, stranamente silenzioso, il drappello entrò e Vance fu condotto per camminamenti e attraverso cancelli fino alla porta di entrata di un torrione.

L'uomo con la lanterna bussò nuovamente, mostrò la sua carta e disse qualcosa, poi Vance fu sospinto nella porticina che era stata aperta. Qui due soldati, con i colori del Re ed armati, lo presero in consegna e attraverso un corridoio illuminato da torce appese al muro, lo portarono fino ad una cella in cui lo rinchiusero. Vance si trovò nel buio più totale.

"C'è qualcuno, qui dentro?" chiese il ragazzo appena la porta fu richiusa alle sue spalle.

Nessuna risposta, nessun rumore, nulla. Vance protese le braccia ed esplorò cautamente lo spazio attorno a sé. Giratosi, alle sue spalle sentì il legno della porta da cui era stato fatto entrare. Facendo scivolare le mani sul freddo muro di pietra alla destra della porta, spostando lentamente i piedi per non inciampare su imprevisti ostacoli, iniziò a muoversi. Seguì il muro e presto giunse ad un angolo. Seguì l'altro muro finché toccò un ostacolo all'altezza del suo ginocchio. Si chinò ad esplorarlo con le mani: era un ripiano di legno, vasto, addossato al muro. Probabilmente era un posto per coricarsi, anche se non vi era né pagliericcio né coperte. Vi si stese con prudenza, continuando ad esplorarne la superficie. Sì, le dimensioni erano giuste per un corpo disteso.

Pensò: "L'unica è cercare di dormirci su ed aspettare domani. Dovranno pur spiegarmi qualcosa. Chissà che cosa penseranno gli amici non vedendomi rientrare? Mi cercheranno? Mi troveranno? Riuscirò a mandare loro un messaggio?"

Con queste ed altre mille domande nella testa, Vance sentì che gli stava venendo sonno. Si raggomitolò e sentì il sacchetto di monete, che era appeso alla sua cintola, premergli contro il fianco: non glielo avevano tolto. "Chi ha soldi ha speranza" era solito dire Tim. "Vedremo domani..." si ripeté mentalmente Vance mentre il sonno si impadroniva di lui.

Fu svegliato da un suono come di campana fessa. Ora da una finestrella su in alto sul muro entrava un po' di luce che rischiarava la cella. La stanza era piccola, circa tre volte le dimensioni del tavolaccio su cui aveva dormito. In un angolo c'era un bugliolo. Di fronte al rustico letto c'era la porta da cui l'avevano fatto entrare, con uno spioncino chiuso dall'esterno. E null'altro.

Le pareti erano piene di graffiti, di parole, ma Vance non sapeva leggere. Vi erano anche diversi disegni graffiti sulla pietra delle pareti. Sorrise quando vide il disegno di due maschi nudi, uno con un cazzo enorme che inculava l'altro.

Sedette sul tavolaccio ed attese. Il raggio di luce, dalla finestrella alta ed irraggiungibile, si stava lentamente spostando sulla parete di pietra e segnava così il passare delle ore. Dopo parecchio tempo si aprì lo spioncino.

"È da vuotare, il bugliolo?"

"No, non l'ho ancora usato. Quanto devo stare qui? Mi portate da mangiare? Posso parlare con qualcuno che mi spieghi per che cosa sono stato arrestato? Posso mandare un messaggio ai miei compagni?"

"Starai qui finché ti avrà interrogato il magistrato. Da mangiare, più tardi. Nessun messaggio se non ti autorizza il magistrato." disse la voce e lo spioncino si richiuse.

Vance sedette sconsolato. Per non annoiarsi, cominciò a ripassare mentalmente tutte le trame delle commedie che erano nel loro repertorio. Quando il raggio di sole era quasi sul pavimento, si aprì uno sportellino raso terra e vi fu infilato un pezzo di asse con sopra un boccale di legno pieno d'acqua, una scodella di legno contenente una pappa fumante grigiastra, un cucchiaio di legno ed un tozzo di pane anche grigiastro. Lo sportellino si richiuse. Vance raccolse da terra il tutto, lo appoggiò di fianco a sé sul tavolaccio ed annusò la scodella. L'odore non era invitante, ma neppure cattivo. Ne prese un po' col cucchiaio e ne assaggiò appena. Era lievemente rancido e doveva essere a base di cavolo e di fagioli. Non cattivo. Mangiò tutto alternandolo con bocconi di quel pane raffermo, poi leccò l'interno della scodella. Decise di lasciare l'acqua per più tardi.

Passeggiò su e giù nell'angusto spazio della cella: cinque passi avanti, dietrofront, cinque passi indietro, dietrofront e così via. Sempre tenendo la mente occupata nel ripassare le parti delle commedie. Il raggio di sole risaliva ora lentamente sul muro, dalla parte opposta. Si stava facendo buio. Vance bevve un sorso d'acqua, poi spostò tutto sotto al tavolaccio per non rischiare di colpirlo con i piedi quando fosse stato buio. Quindi andò al bugliolo, ne tolse il coperchio, vi si accoccolò e si vuotò. Si risistemò le braghe e coperse il bugliolo. Ormai quasi non ci si vedeva più. Si stese sul tavolaccio e guardò la luce svanire a poco a poco.

Dopo quattro giorni di questa vita, poco dopo l'ora del pasto, finalmente sentì la porta aprirsi. Due soldati entrarono, gli legarono i polsi fra due tavolette legate con una corda e lo condussero fuori.

"Mi portate dal magistrato?" chiese Vance.

I due non gli risposero. Uscirono dal torrione e qui fu preso in consegna da un drappello di quattro soldati ed un uomo vestito in un altro modo, e senza armi. Percorsero cortili e camminamenti, sempre all'interno della fortezza. Quindi entrarono in una costruzione a due piani addossata all'alto muro merlato. Qui, nella prima stanza, attese in piedi con i quattro soldati mentre l'uomo scompariva in un'altra stanza.

Dopo pochi minuti l'uomo venne fuori e fece un cenno. Due soldati scortarono Vance in un'altra stanza. Qui vi era un grande tavolo e dietro a questo erano seduti su alti scranni tre anziani uomini paludati con ampie palandrane nere con grandi colletti bianchi. Quello al centro aveva fregi d'oro sui bordi della sua palandrana. Sul tavolo c'erano carte e un calamaio con una penna d'oca infilata dentro. Quello a destra, che aveva davanti a sé il calamaio, lesse ad alta voce da un foglio.

"Il Re, contro Elton Vance, accusato di furto e tentato omicidio ai danni di Sua Grazia Lord Stephen Charles August Walsingham, Pari del regno."

Vance ascoltò strabiliato ed esclamò: "Eh? Come?"

Il magistrato alla sinistra tuonò: "Silenzio! L'imputato non ha diritto di parlare finché non sarà interrogato! Se parlerà ancora, sarà immediatamente punito con dieci colpi di frusta!"

Vance ammutolì e guardò allibito quei tre uomini, specialmente quello che aveva letto l'atto di accusa.

Il magistrato seduto al centro chiese con voce annoiata: "Quando, come e dove si sono svolti i fatti summenzionati?"

Quello che aveva parlato per primo cercò un altro foglio ed iniziò a leggere: "Dal verbale della denuncia sottoscritta dai Lord Walsingham, Moore e Stepley, tutti e tre presenti al fatto. Il qui presente Elton si introdusse nel palazzo di Lord Walsingham nel giorno 23 di maggio all'ora dell'Ave Maria, scavalcando il muro del giardino e rompendo un vetro di una finestra del primo piano. Sentito il rumore i servi avvertirono il padrone che con i suoi ospiti salì al piano superiore sorprendendo il qui presente Elton che con un pugnale tentava di aprire una cassetta contenente gioielli. Al sopraggiungere dei tre Lord sunnominati, l'imputato si lanciava contro Lord Walsingham tentando di pugnalarlo al cuore e producendogli un taglio sul farsetto. Prontamente immobilizzato dagli altri due Lord, veniva disarmato ed accuratamente legato. Venivano quindi chiamate le guardie perché venisse arrestato e consegnato alla giustizia. Questo è quanto."

Vance scuoteva lentamente il capo, incredulo.

Il magistrato seduto al centro guardò il ragazzo con aria severa e disse: "Confessate? Vi dichiarate colpevole? Se vi dichiarate colpevole e pentito, la corte del Re potrà usare clemenza e condannarvi a soli dieci anni di galera."

Vance era sempre più stupito ed incredulo e, con voce strozzata, mormorò: "Dieci anni? È uno scherzo? Colpevole io? Non ha senso... non ha senso... È tutta una commedia, e anche scritta male, ve lo assicuro..."

"Dunque negate!" lo interruppe il magistrato con durezza.

"Nego? Certo che nego! Non ho mai posseduto un pugnale. Non ho neanche mai sognato di derubare nessuno. Non so chi sia Lord Walsingham né dove sia il suo palazzo... Lord Walsingham? Lord Horace Walsingham?" chiese poi Vance nella cui mente si stava aprendo uno spiraglio.

Ed allora capì: in qualche modo il padre di Horace aveva scoperto che suo figlio si incontrava segretamente con lui ed ora voleva toglierlo di mezzo montando quella assurda accusa. E Vance capì subito che non poteva sperare di essere scagionato proprio da Horace. Non gli sarebbe servito a nulla tirarlo in ballo e si pentì di averlo nominato. Tutto questo pensò e decise rapidamente quale potesse essere la sua condotta.

Il magistrato disse: "Dunque ammettete di conoscere Lord Walsingham."

"Mylord, io sono solo un umile attore. Quando la mia compagnia ha recitato nel palazzo di Lord Fernhust, a Ilford, fra gli ospiti vi era anche Lord Horace Walsingham. Quella fu l'unica occasione in cui lo vidi e sentii il suo nome."

"Questo non prova che siate innocente di quanto vi si accusa."

"Mylord, io non sono un ragazzo istruito. Ma vi giuro che sono completamente innocente di quanto mi si accusa. Non sono stato arrestato nel palazzo di quel Lord ma in strada... Potete chiederlo a chi mi arrestò. E se fossi davvero entrato in quel palazzo, credete che avrei detto il mio nome? E quando sono venuti ad arrestarmi per la strada e mi hanno chiesto se ero Vance Elton, credete che avrei subito detto di sì e che non avrei tentato di fuggire, di negare? Quando m'hanno portato qui prigioniero non ero neppure legato, chiedetelo agli uomini della fortezza che mi hanno messo in cella. Io non sono istruito ma tutto questo non vi sembra piuttosto strano?"

I tre fecero altre domande al ragazzo che rispose sempre e subito senza esitare, dicendo sempre la verità ma senza mai tirare in ballo i suoi incontri con Horace. Dopo un po' fu riaccompagnato in cella. Vance, spossato, si gettò sul tavolaccio cercando di rilassarsi e di riordinare le sue idee.

Sì, questa era certamente la vendetta del padre di Horace. Forse lo stesso Horace non ne sapeva nulla. Se dichiarandosi colpevole l'avrebbero condannato a dieci anni di galera, qualora non avessero creduto alla sua innocenza, a quanto l'avrebbero condannato? Forse anche a morte? Vance a questo pensiero rabbrividì.

Passarono altri cinque giorni, monotoni, interminabili in quella nuda celletta, in isolamento. Poi la porta si aprì di nuovo.

La voce del carceriere annunciò: "Visite!"

Entrò un uomo imponente, vestito di scuro e la porta fu richiusa alle sue spalle. L'uomo guardò Vance, che si era alzato in piedi un po' intimorito, e lo squadrò da capo a piedi.

Con una voce calda e bassa, l'uomo disse: "Sediamoci, ragazzo. Io son Lord Mountbatten. Sono stato incaricato di occuparmi della tua difesa da Mastro Martin di Greenford, che..."

"Mastro Martin di Greenford? Lui... ha saputo?"

"Evidentemente sì. Capisci che lui non può esporsi e testimoniare in tuo favore. Ma mi ha affidato il tuo caso e pagherà lui tutte le necessarie spese. Mi ha incaricato anche di farti trasferire in una parte della prigione più confortevole. Ha apprezzato molto la tua discrezione durante la prima udienza... mi capisci, vero?"

"Sì, certo. Non sarebbe servito a nulla tirarlo in ballo, fare il suo nome..."

"Anzi, forse avrebbe peggiorato le cose. Mi ha anche incaricato di dirti che gli spiace molto per quanto ti sta accadendo."

"Non è colpa sua. Anzi, mi chiedevo... credo che sia stato quel suo servo di cui pensava di potersi fidare che invece mi ha venduto... Non vedo chi altri..."

"Lo pensiamo anche noi, ma purtroppo ora è tardi per rimediare. Voglio solo raccomandarti alcune cose: Ho letto il verbale con le dichiarazioni che hai rilasciato ai magistrati in occasione del primo interrogatorio. Ottima linea di difesa. Continua così. E ricordati sempre che qui le mura hanno orecchie. Non confidarti mai con nessuno ed anche con me rispondi solamente alle domande che ti faccio. È chiaro?"

"Chiarissimo, signore."

"Vedo che sei intelligente e pronto. E ora, vedendoti, capisco anche perché Mastro Martin apprezzasse tanto i servizi che gli hai reso."

"Ne siete al corrente?"

"Certamente. Sono suo amico e condivido certi suoi gusti, certe sue tendenze... se capisci a che cosa mi riferisco."

"Sì, è perfettamente chiaro. Ma dite, pensate che riuscirete a tirarmi fuori da qui?"

"Lo spero ma, onestamente, non posso esserne certo. Comunque col denaro si possono ottenere molte cose e finché dovrai restare in prigione, potrò certamente farti trasferire in un luogo più confortevole, dove potrai avere compagnia, pasti decenti e regolari, vesti di ricambio, un letto degno di questo nome... Non sarà certo come stare in un palazzo o a casa propria, ma quasi come in una locanda decente... anche se con le sbarre alle finestre e soldati alla porta. Di più, per ora, non posso garantirti. Mastro Martin mi ha incaricato di assicurarti che non ti abbandonerà."

"Avrebbe potuto dimenticarmi. Perché non l'ha fatto?"

"Perché è un uomo d'onore... e perché ha un ottimo ricordo di te."

"Ha pagato sempre, e bene, i miei servigi... Non mi dovrebbe più nulla."

"Quanto dici ti fa doppiamente onore. Aveva pienamente ragione nel dirmi che meriti il suo aiuto. Ora ti lascio. Presto sarai trasferito ed ogni settimana verrà un mio servo a portarti del denaro per procurarti ciò che ti potrebbe servire. Se hai qualche messaggio da farmi avere, con discrezione, puoi fidarti del mio uomo. Non perderti d'animo, farò del mio meglio per farti uscire di prigione il più presto possibile. Addio, ragazzo."

"Addio, Mylord, e grazie. Ah, ho una preghiera da rivolgervi: potreste far sapere alla mia compagnia che cosa mi è accaduto? Credo che siano preoccupati per la mia improvvisa scomparsa."

"Certamente. Sono ancora a Londra, credo. Mi informerò e li metterò al corrente. Per ora tieni queste. Addio, dunque."

L'uomo gli consegnò un sacchetto di monete, si alzò e bussò alla porta. Uscendo fece ancora un cenno di saluto a Vance. Il ragazzo rispose con un mezzo sorriso e sedette di nuovo sul tavolaccio. Contò le monete e le unì alle altre che aveva. Quindi si stese, ripensando al colloquio appena avuto. La speranza si era riaccesa in lui.

Due giorni più tardi vennero a prenderlo per trasferirlo in un'altra prigione. Di nuovo passò, sotto scorta, per cortili e passaggi fra quelle alte mura, finché fu fatto entrare in un altro torrione. Era la sua nuova prigione. Il carceriere lo condusse, dal salone di piano terra in cui sostavano i soldati di guardia, su per una stretta scala tagliata nello spessore della muraglia di pietra, fino ad una sala ottagonale al primo piano su cui si aprivano diverse porte.

Ne aprì una e disse: "Ecco, questa sarà la vostra cella. Siete libero di muovervi su questo piano ed al piano superiore, a cui potete accedere attraverso quella scala, ma non di scendere per la scala da cui siamo saliti. D'altronde trovereste la porta chiusa. Tre volte al giorno verrò io, o un mio sostituto, per vedere che tutto vada bene. Una delle tre volte verranno su anche i soldati per l'ispezione giornaliera. Alcuni degli ospiti qui alloggiati hanno un servo personale. Se volete potete chiedere ad uno dei servi, quando esce per commissioni, di acquistarvi qualcosa. Anche cibo, se quello che vi portiamo non vi piacesse o non vi fosse sufficiente. Qui potrete anche ricevere visite ogni domenica, ma sarà ammesso un solo visitatore alla volta fra tutti gli ospiti..."

Il carceriere andò avanti così ad elencare il regolamento. A Vance faceva sorridere il fatto che l'uomo chiamasse "ospiti" i prigionieri. Si guardò attorno: la stanza era piccola ma discreta. Un'ampia finestra a crociera, ben munita di solide sbarre incrociate, s'apriva sulle mura ed al di là si intravedevano i tetti delle case della città ed i campanili delle chiese. In un angolo della stanza vi era un solido ed ampio letto con un pagliericcio ed alcune coperte. Vi era un tavolo con due sedie, uno scaffale vuoto, un baule per gli abiti.

Le pareti erano di nuda pietra ma decorate con colonnine a mezzo tondo ed una fascia decorativa di foglie e fiori a bassorilievo. La mobilia in legno era di fattura semplice ma aveva una certa sobria eleganza. Il carceriere lo salutò e scese, chiudendo la porta delle scale con una grossa chiave. Vance saggiò il letto: era abbastanza morbido. Andò all finestra e l'aprì, facendo entrare l'aria fresca. Si appoggiò al reticolo di sbarre e guardò il panorama. Sentì bussare.

"Entrate!" gridò girandosi.

La porta si aprì ed entrò un gentiluomo di mezza età, elegantemente vestito.

"Ci era stato detto che avremmo avuto un nuovo inquilino qui nel nostro castello! Io sono Lord Shelley. Chi siete voi, e perché vi hanno rinchiuso qui?"

"Mi chiamo Vance Elton e sono un attore. Sono accusato ingiustamente di tentato furto e di tentato omicidio. Ma sono innocente, ve lo giuro."

"Ah, siamo tutti innocenti, qua dentro. E siamo tutti qui con accuse diverse dal reale motivo per cui ci hanno chiuso fra queste mura. Io, ad esempio, sono qui con l'accusa di tradimento. In realtà ho avuto l'ardire di rifiutare la corte che mi faceva una sorella del Re..."

Vance lo guardò stupito: "Era dunque così brutta? O forse non vi piacciono le donne?"

"Né l'uno né l'altro. Semplicemente, se avessi accettato, avrei comunque rischiato di finire qui dentro grazie al consorte di sua altezza... In ogni caso, non avrei avuto scampo. Ma venite, vi farò conoscere gli altri gentiluomini con qui dovrete condividere questa... l'ospitalità del nostro Sovrano."

Vance era affascinato dal modo lieve, quasi scanzonato, con cui Lord Shelley parlava della loro situazione.

Questi gli fece girare tutti e due i piani. Al suo stesso piano vi era la cella del luogotenente Trevor, accusato di diserzione, e di Mastro Oliver, un orafo, accusato di truffa per aver venduto ad alcuni nobili della corte gioielli falsi. La quarta cella era vuota. Al piano superiore abitavano Lord Shelley con il suo servo Charles e Lord O'Neil col suo servo Stewart. Lord O'Neil era un giovane nobile irlandese, di un solo anno più vecchio di Vance. Era in prigione perché aveva lottato per l'indipendenza della sua terra dagli inglesi. Le celle del primo piano erano a due stanze e ve n'era una libera. Lord Shelley mostrò a Vance il pozzo dell'acqua ed il piccolo cesso che avevano in comune. Quindi anche la cucina comune e la piccola cappella in cui, ogni domenica, veniva un frate per dire la messa.

La stanza di Lord Shelley era piena di libri e di carte. Quella di Lord O'Neil, oltre ad alcuni libri, conteneva anche un liuto ed un bel gioco di scacchi intagliati in prezioso avorio. Mastro Oliver passava il tempo intagliando graziosi oggetti di legno ed il militare faceva lunghi solitari con un consunto mazzo di tarocchi che proveniva dall'oriente. Si ritrovavano tutti al secondo piano tre volte al giorno per i pasti che facevano sempre in comune. Vance capì, senza che nessuno glielo dicesse, che Lord Shelley era di fatto una specie di leader naturale in quella piccola comunità.

Terminata la visita, Vance tornò nella propria cella e si stese sul letto. Pensava a Lord Lionel O'Neil, al suo volto triste ma bello. Gli sarebbe piaciuto poterlo conoscere meglio. Ne avrebbe certamente avuto tutto il tempo.

Qualcuno bussò nuovamente alla sua porta: era Charles che stava per uscire per fare alcuni acquisti e che chiese a Vance se desiderava qualcosa da fuori. Vance gli dette alcune monete perché acquistasse del cibo e, mentre il servo usciva, si stese di nuovo sul letto.


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