Vance sedette e disse a Lord Lionel O'Neil: "Sì, può essere un modo per far passare il tempo. Degnatevi di insegnarmi, dunque."
Lionel cominciò a spiegargli le mosse di ogni pezzo. Vance, mentre lo ascoltava, ne guardava il bel volto soffuso di malinconia.
Ad un tratto disse: "Perdonatemi, Mylord, ma perché non sorridete più spesso? Il vostro volto diviene molto bello quando sorridete."
"Credete che vi possa essere un qualche motivo, qui dentro, per sorridere?"
"È molto che siete rinchiuso fra queste mura?"
"Due anni."
"E... sapete quando ne uscirete?"
"Probabilmente solo quando potranno adagiarmi in una bara. Sanno bene che se mi lasciassero libero mi unirei di nuovo a coloro che combattono contro l'oppressore inglese. Io qui sono un nemico irlandese, non ho scampo."
"Vi hanno catturato in battaglia?"
"Sì, certo."
"Così giovane? Dovevate avere sedici anni, allora."
"Appena passata la pubertà noi irlandesi giuriamo di combattere l'invasore. Nobili o artigiani, contadini o artisti, senza alcuna distinzione. E di qualunque clan, senza alcuna differenza."
"Dovete ordiarci, allora, noi inglesi."
"No, non odiamo voi, ma il vostro re ed i suoi nobili."
"Il Re è ancora un bambino..."
"In nome del quale si compiono le più nefande imprese. Non siete qui anche voi in nome del vostro Re?"
"Già. Enrico VI, il re bambino, il re burattino."
"Se vi sentono vi accusano anche di tradimento. State accorto!"
"Ormai... mi hanno condannato a venti anni di galera, nonostante l'abile difesa di Lord Shelley."
"Avremo molto tempo da passare assieme, dunque."
"Sì, Lord O'Neil."
"Chiamatemi Lionel, vi prego. In fondo abbiamo quasi la stessa età."
"Ma voi siete un nobile ed io solo un attore."
"No, siamo solo due prigionieri, due sepolti vivi. Due esseri inutili dimenticati da Dio e dagli uomini... come tutti coloro che ci hanno preceduto qui dentro. Vedete quelle scritte incise sulla pietra delle pareti?"
"Sì, ma non so leggere. Ve ne sono anche nella mia stanza, ma purtroppo non sono in grado di capirle."
"Vi incuriosiscono? Anche a me, all'inizio. Ormai le conosco a memoria. Sono preghiere, invocazioni, maledizioni. A volte semplici nomi e date. Sono sprazzi di nostalgia, abissi di disperazione, epigrafi sarcastiche sull'umana giustizia, sogni di irraggiungibile libertà, dichiarazioni d'amore ad amori perduti... Ho avuto più volte la tentazione di aggiungervi qualcosa di mio... forse lo farò quando mi sentirò prossimo ad impazzire. Non ora, no, non ancora."
"Almeno voi sapete scrivere, potete leggere, avete anche dei libri... Io posso solo pensare, fantasticare, ripetermi silenziosamente le battute che ho fatto o potrei fare nelle commedie del mio repertorio..."
"Non vi piacerebbe imparare a leggere ed a scrivere?"
Mah... perché no? Dopotutto sarebbe un altro modo per passare il tempo. Ma ora non vorreste per favore proseguire ad insegnarmi il gioco degli scacchi?"
Lionel annuì e riprese le sue spiegazioni. Giocarono un poco, poi venne l'ora di andare a cena. I due servi avevano apparecchiato nella sala comune al primo piano. Vance da tempo aveva accettato di versare una somma fissa nella cassa comune per il cibo con cui integravano quello passato dal carceriere. Dopo cena Shelley e Trevor si misero a giocare a carte. Oliver tornò nella sua cella per terminare a scolpire qualcosa. Vance salì nuovamente nella stanza di Lionel e questi si mise a suonare il liuto.
"È una canzone d'amore? È nella vostra lingua?" gli chiese Vance.
"Sì, è in irlandese ed è una canzone d'amore per la mia verde e misera Irlanda."
"Credevo che fosse per una donna."
"No."
"Non avete lasciato una donna in Irlanda? Non vi manca?"
"No, non ho lasciato nessuna donna, né mi manca."
"Alla nostra età il sangue ribolle, il corpo sente il bisogno di un contatto."
"A te manca una donna?"
"No... ma a volte... a volte mi sento solo in quel letto giù da basso. Mi manca qualcuno con cui scambiare un po' di tenerezza, qualcuno da desiderare e da cui essere desiderato..."
"E quindi ti manca una donna. Perché hai detto di no?"
Vance non rispose, ma gli chiese: "Ma voi, avete mai fatto l'amore?"
"Non credete che queste siano cose che non è corretto chiedere ad un gentiluomo?"
"Non volevo offendervi. Era semplice curiosità, la mia. Credevo che, fra coetanei, non vi fosse nulla di male a parlare di queste cose. Comunque, se non vi garba, non parlatene."
"Forse avete ragione voi, Vance... il fatto è che non sono avvezzo a questi discorsi. In famiglia o con gli amici non si parla mai di ciò che riguarda la sfera affettiva o tanto meno erotica. Non in Irlanda, per lo meno."
"Non so come sia fra i nobili inglesi ma fra noi attori, al contrario, ci si confidava sempre tutto. Quando si condivide il cibo, il denaro, il riparo, il lavoro... come non condividere anche il resto? Con un estraneo sicuramente anche io tacerei su questi argomenti, ma con un amico, mi pare, non avrebbe senso. E se c'è una cosa intima questa è l'amore, più che non il sesso, non credete?"
"Voi ne parlereste con me?" gli chiese allora Lionel con aria quasi incredula.
"Non condividiamo tutto ormai da parecchie settimane? Certo che con voi ne parlerei. Specialmente con voi che avete praticamente la mia stessa età e che perciò potreste capirmi meglio degli altri."
Lionel tacque per un po', poi riprese a suonare il liuto. Quindi, senza smettere di suonare, chiese a Vance: "Voi vi siete mai innamorato?"
"Non credo. Ma ho avuto diverse belle relazioni galanti. Anche puramente carnali, comunque. La prima volta accadde un anno fa. Avevo la stessa età che avevate voi quando foste catturato dagli inglesi. Quella prima volta fu una cosa puramente carnale... fui quasi violentato..."
"Violentato? Da una donna? Come è possibile?"
Vance rise e spiegò: "No, certo, erano due uomini."
"Due uomini? Deve essere stato orribile!"
"All'inizio lo fu. Ma poi, sapete... ci si abitua a tutto... così cominciò a sembrarmi piacevole."
"Volete dire che... può essere piacevole per un maschio soggiacere alle voglie di un altro maschio?"
"Esattamente, specialmente se il partner ci sa fare. Credo che il nostro corpo sappia adattarsi molto meglio che non il nostro spirito. Non ha princípi, il corpo, ma solo scopi, e lo scopo principale del corpo è star bene, gioire, godere, non credete? Una volta raggiunto il suo fine il corpo è soddisfatto, comunque lo raggiunga, senza troppi problemi."
"Volete dire che voi... volete dire che anche nel rapporto fisico fra due maschi vi può essere... piacere?"
"Vi stupisce molto?"
"Sì, certo. Credevo... mi han sempre detto che... che il maschio fosse fatto unicamente per la femmina e viceversa."
"Non avete mai sentito dire fino ad ora che vi sono anche maschi che fanno sesso ed a volte anche si amano fra loro?"
"No, mai. Ciò che sentivo dire è che non vi può essere amicizia fra un maschio e una femmina, ma solo amore o indifferenza e che la vera amicizia è possibile solamente fra due maschi. Non che se ne parlasse molto, come vi ho detto, ma mi pareva chiaro che fosse così."
"Non vi saprei dire se con una femmina vi possa essere amicizia oppure no. Ma so che fra due maschi è possibile sia l'amicizia, sia il sesso, sia l'amore, anche se quest'ultimo credo di non averlo ancora conosciuto."
"Ma sesso ed amore non dovrebbero essere la stessa cosa? E non è forse il matrimonio la vera sede di entrambi?"
"A mio parere possono essere la stessa cosa o non esserlo. E non esiste solo il matrimonio. Due veri amanti, pur non essendo sposati, condividono sesso ed amore, non credete?"
"No so. Io... non conosco ancora l'amore e... neanche il sesso. Perciò non so dirvi."
"A diciotto anni ancora non conoscete il sesso? Non avete mai avuto... nessuna esperienza?"
"Dimenticate che da due anni sono rinchiuso qui dentro e che nei due anni precedenti si può dire che abbia combattuto giorno dopo giorno."
"Ma non sentite dentro di voi quell'energia che chiede di essere sfogata? Non sentite mai il desiderio, dentro di voi, che brucia come un indomabile incendio? Non si risveglia in voi la vostra stessa carne, implorandovi sollievo?"
"Intendete dire... quei momenti durante la giornata in cui... certe parti del nostro corpo anelano carezze? Come ad esempio quando ci si sveglia il mattino di buon'ora?"
"Sì, credo di sì. E le nostre mani sanno d'istinto dove posarsi e che cosa fare..."
"Beh, certo, capita... piuttosto spesso, da quattro anni a questa parte..."
"E... sempre da solo?"
"Ma certamente! Perché?"
"Perché? Perché... quel desiderio, in realtà, non è una semplice richiesta di sollievo, ma piuttosto di contatto, di contatto reciproco, di scambio, di rapporto. Darsi sollievo da soli, con la mano, non è che un misero palliativo che dopotutto lascia insoddisfatti. È un po' come la differenza fra il parlare da soli segregati nella cella buia di una prigione inglese, per non impazzire, e il conversare liberamente con un caro amico, o al limite anche solo con un passante sconosciuto nella vostra bella Irlanda, mi capite?"
Lionel assentì lievemente, poi disse: "Ma parlare con un passante o con un amico è cosa facile, spontanea, accettata da tutti. Posso parlare tranquillamente con voi, con Lord Shelley, col mio servo... non ugualmente fare... quelle altre cose."
"Certamente. Ogni paragone zoppica, se preso troppo alla lettera. Però, così come non parlereste di qualsiasi argomento con qualsiasi persona, ma scegliete con chi parlare di una cosa e con chi di un'altra, a seconda della sensibilità di chi vi ascolta, così potete trovare quel qualcuno con cui... lasciarvi andare a cose più intime."
"Ma voi da quando siete qui dentro avete pur dovuto contentarvi a fare da solo, immagino."
"È vero. Ma vedete, non intendo continuare così per altri venti anni, credetemi. E voi, proprio voi, siete la persona più deliziosa e desiderabile che vi sia in questa prigione... e non solo in questa prigione, credetemi."
"Mi state proponendo..."
"No, se vi turba tanto. Ma sinceramente voi mi piacete moltissimo. Mi piacerebbe farlo con voi."
"Io... sono confuso. Non mi aspettavo che questa nostra conversazione portasse ad una simile proposta."
"Lionel, dal primo momento che vi ho visto mi sono sentito attratto da voi, ve lo confesso. Vi sono elezioni naturali. Vedete bene che Lord Shelley preferisce passare il suo tempo con Trevor, e che Oliver conversa più volentieri col vostro Stewart o con Charles. E vedete che noi due si è quasi sempre assieme..."
"Per amicizia, per affinità, forse. Non necessariamente per... quello che intendete voi."
"Certo, non intendo dire che gli altri... benché non lo possa neppure escludere. Ma la cosa non mi riguarda né mi interessa. Ciò che mi riguarda ed interessa, invece, siete voi, verso cui sento di nutrire più che simpatia, più che amicizia... anche desiderio."
"Ma io... io non mi sento di... di accettare questa vostra proposta. Io non condivido ciò che provate per me. Cioè, simpatia, amicizia sì, ma non desiderio."
"Vi disturba tanto, ora, sapere quel che provo realmente per voi?"
"No... no, affatto. Anzi, in un certo senso mi spiace deludervi, forse. Spero, penso, che si possa diventare amici, profondamente amici, perché voi mi siete molto simpatico e perché siamo quasi coetanei... e perché un amico può aiutare a passare l'eternità che ci vedrà qui dentro."
"Mi sta bene. Accetto con piacere la vostra offerta di amicizia e non vi chiedo altro. Né potrei, d'altronde: certe cose devono sorgere spontanee nel cuore, non le si può decidere a mente fredda. Cioè... a volte si decide anche a mente fredda di avere un rapporto carnale con una persona, è vero, ma... che sia capitato a me non significa che debba capitare anche a voi. Io, forse, non ho a vostra sensibilità e nobiltà d'animo."
"Voi mi sembrate una persona assai sensibile. Eppure affermate che a volte avete deciso di unirvi carnalmente con una persona non per particolare affetto o attrazione, ma solo per una decisione razionale!"
"Beh... di solito almeno un po' di attrazione c'era, anche se non affetto. Con certe persone non riuscirei ad unirmi neanche con tutta la migliore buona volontà, credetemi. Ad esempio con una donna."
"Con una... volete dire che voi, fino ad ora, avete avuto rapporti fisici solamente con uomini?"
"Sì. Il corpo femminile non suscita assolutamente in me alcuna fantasia, alcun desiderio. Non sono io l'unico a sentire in questo modo, credetemi. E anche fra gli uomini sposati ve ne sono alcuni che in realtà preferiscono di gran lunga quelli del loro stesso sesso, e che si sono sposati solo per convenienza sociale."
"Mi state dicendo cose... cose talmente nuove, impensate... non posso non credervi, visto che voi mi dite di conoscerle di prima persona... eppure mi paiono talmente incredibili..."
"Come a me pare incredibile che voi, a diciotto anni di età, non ne abbiate mai sentito parlare. Eppure, se lo dite voi, non posso che prenderne atto e prestarvi fede."
"In Irlanda tutto ciò che riguarda il sesso, e la stessa parola sesso, non si nominano mai, credetemi."
"Sì, vi credo. Ed è un vero peccato. Il rapporto carnale voluto da entrambi rappresenta uno dei momenti più belli nella vita di un essere umano. E se oltre al desiderio vi è anche l'affetto, diviene non solo bello, ma veramente sublime. È triste dover parlar da soli, mangiar da soli, giocar da soli, lottar da soli... È molto più bello farlo in due. Pensate allora quanto più bello sarà godere del corpo in due: l'uno dell'altro, l'uno con l'altro, l'uno per l'altro."
"Dite di non esser colto, ma parlate molto bene."
"Non so leggere né scrivere..."
"Questo posso insegnarvelo io, ve l'ho già detto."
Vance sorrise e pensò: ed io potrei insegnarti a fare l'amore... ma non disse nulla.
Per alcuni giorni non tornarono più su questi discorsi e Lionel iniziò ad insegnare a Vance lettura e scrittura. Passavano ore su libri e fogli, con carta e penna e Vance aveva spesso le dita macchiate di nero inchiostro. Inizialmente si sentiva un po' scoraggiato per i suoi sgorbi e per la sua difficoltà a riconoscere le lettere. Ma poi, quasi d'improvviso, qualcosa sembrò risvegliarsi in lui ed iniziò a fare rapidi progressi.
Un giorno, erano chini su un libro su cui Vance stava compitando le parole, quando il ragazzo riuscì a leggere un'intera riga senza errori né interruzioni.
"... la fama, le ricchezze e gli onori di questo vano mondo..." lesse Vance tutto d'un fiato e guardò trionfante verso Lionel.
Questi lo guardò con un sorriso di approvazione: "Bravo Vance! Bravo davvero. Vedete che iniziate a leggere con discreta sicurezza? Meritereste un premio..."
"Allora... datemi un bacio..." sussurrò Vance sorridendogli quasi timidamente.
I loro volti quasi si sfioravano. Restarono immobili, gli occhi negli occhi, poi Lionel sussurrò con voce quasi impercettibile, lievemente esitante: "Stavo per darvelo... ma non mi sento ancora pronto. Ma stavo per darvelo."
"Pronto? Pronto per che cosa?" chiese Vance, anche lui in un sussurro carico di emozione.
"Per... per tutto il resto a cui un bacio solitamente prelude. Da alcuni giorni, a volte, mi vien l'impulso di darvi una carezza, di cingervi le spalle o la vita in un abbraccio... ma mi pare più saggio trattenermi."
"Perché me lo confessate, allora?"
"Perché... perché dirvelo mi sembra quasi un primo passo per poterlo forse fare un giorno. Perché in qualche modo mi sento ora compromesso con voi. O forse, ad esser sincero anche con me stesso, perché forse spero che siate voi a compiere quel primo passo che io sento di iniziare a desiderare ma non ho ancora l'animo di fare."
"Vi sta cominciando a pesare l'essere sempre solo... con la vostra mano, forse?" gli chiese Vance con dolcezza.
"No, non è questo, credetemi. Piuttosto è desiderio di abbattere quel muro che ancora ci separa, che ancora fa di noi, per quanto amici, due estranei. Forse è il desiderio di condividere con voi più che un pasto, una conversazione, un gioco, una lezione o un po' di tempo. È il desiderio di condividere qualcosa di più importante e di più intimo: me stesso e voi tutto intero. Eppure... ancora non ci riesco."
"Abbiamo tempo. Non sarò io a forzarvi, a spingervi su questa strada. Non sarebbe giusto, credo. Con altri forse l'avrei già fatto ma non con voi. Deve essere una decisione interamente vostra. Io... non posso che sperare ed attendere, per quanto possa desiderarvi."
"Credo che abbiate ragione, Vance. Perdonate la mia franchezza e la mia... sfrontatezza."
"Non siete per nulla sfrontato e anzi, mi piacete sempre più."
"Anche voi. E sapere che mi desiderate mi fa provare emozioni strane... e belle."
"Riprendiamo la lezione, ora?"
"Sì, credo che sia meglio."
Vance riprese a leggere, ma la sua mente era solo per metà assorta nello sforzo della lettura. L'altra metà ripensava a quanto s'erano appena detti e si chiedeva se avesse fatto bene a decidere di non essere lui a compiere il primo passo. Sentiva di desiderare Lionel con sempre maggiore intensità, con crescente passione. Non aveva mai provato nulla di simile per nessun altro uomo, fino ad allora. Che fosse questo l'amore?
O forse era solo il fatto di essere rinchiusi lì, assieme, per un'eternità? Il fatto che Lionel fosse il ragazzo più bello e dolce e desiderabile in quella ristretta comunità?
Quella stessa notte, quando Vance fu nel proprio letto, ripensò a lungo a Lionel. Non riusciva a prendere sonno. Si girava e rigirava su un fianco, poi sull'altro, si metteva ora supino, ora prono... A volte gli sorgeva imperiosa un'erezione e cercava di immaginare il corpo nudo di Lionel, che ancora non aveva mai avuto occasione di vedere. Sì, desiderava quel bel giovane maschio, ma non solamente il suo bel corpo, non solo il piacere che poteva derivare dal toccarlo, dal farci l'amore. Più ancora desiderava rivedere il suo sorriso, ascoltare il suono della sua voce, desiderava appartenergli e che l'altro appartenesse a lui completamente ed esclusivamente. E, concluse, questo non era solo perché entrambi erano lì, prigionieri. Sarebbe stato lo stesso, anzi persino più bello se avessero potuto appartenersi l'un l'altro in piena libertà. Lionel l'avrebbe seguito sul carro dei guitti? Lui, Vance, l'avrebbe certamente seguito sui campi di battaglia irlandesi contro l'oppressore inglese, anche se lui stesso, Vance, era un inglese! Avrebbe lottato contro la propria gente, per Lionel!
Si addormentò, finalmente, a notte fonda, con questa consapevolezza nel cuore, sentendosi felice. Sì, quasi certamente quello era l'amore cantato dai poeti e celebrato nelle commedie.
Nei giorni seguenti Lionel notò un cambiamento in Vance: ormai lo conosceva abbastanza bene per rendersi conto di cose che gli altri compagni di prigionia sembravano non notare.
Così, durante una delle loro quotidiane partite a scacchi, gli chiese: "Che c'è, Vance? Ho notato un certo qual sottile cambiamento in voi, in questi ultimi giorni."
"Un cambiamento? Come?"
"Vi vedo più pensieroso, ma non preoccupato. Più luminoso, in un certo senso. Mi sbaglio?"
"Non so... forse no."
"Volete parlarmene?"
"Vorrei. Ma temo che vi siano cose che le parole non riescono ad esprimere."
"A voi non sono mai mancate le parole."
"Ora invece mi mancano. A volte costruisco nella mia mente una frase, un verso, un discorso che esprimano quel che mi sta accadendo, ma ogni singola parola, ogni frase, ogni espressione, ogni accento, tutto mi sembra subito inadeguato, vuoto, superficiale. E allora taccio. Preferisco tacere piuttosto che guastare la bellezza di ciò che sto provando."
"Potreste darmi almeno un indizio..."
"Un indizio?" Vance sorrise, poi disse con dolcezza, "Voi! Questo è l'indizio."
"Io? Io suscito quella luce nei vostri occhi? Do io il calore al vostro sorriso? Io?"
"Vi stupisce tanto?"
"No, in realtà non dovrebbe stupirmi. Ma quella luce, quel calore... non è puro e semplice desiderio, vero? Quella luce, quel calore hanno un nome... hanno un nome..."
"Esitate a dirlo?"
"Voi no?"
"Sì, esito a pronunciarlo ad alta voce. Temo di guastarlo. Lo si usa talmente a sproposito, spesso..."
"Vi capisco. Anche io, forse, esiterei a pronunciarlo. Ma... avete mai pensato che il mio nome ed il vostro assieme formano questo nome?"
"Non capisco..."
"Scrivete le mie iniziali su questo foglio. No, scrivetele di nuovo, prima la lettera iniziale del mio nome poi la iniziale del mio cognome. Ecco, ora aggiungete le vostre iniziali prima delle mie, in fila... che cosa avete ottenuto? Leggete la parola che ne risulta e che avete scritto..."
"L O V E" lesse Vance.
"Appunto, Amore. Non era questa la parola?"
"È molto bello. Non avevo mai riflettuto che voi ed io, assieme... facciamo nascere questa magica parola."
"Non è questo il nome che non osavate dire?"
"Sì, lo è."
"E perché temevate di dirlo?" chiese Lionel.
"Perché... perché speravo di sentirlo pronunciare prima da voi."
"Sì, da alcuni giorni lo sto gridando, dentro di me."
"Mi amate?"
"Sì, ti amo, Vance, non posso più negarlo né a me stesso né a te. Ti amo, Vance, ti amo!"
"Anche io, Lionel, e voglio essere tuo."
"Ed io tuo, però..."
"Però?" chiese Vance lievemente allarmato.
Lionel gli prese una mano fra le sue e la strinse con dolcezza. Gli sorrise e mormorò, quasi con pudore: "Però abbi pazienza, fisicamente. Conducimi per i sentieri dell'amore fisico a poco a poco. Io sono del tutto inesperto, lo sai. Mi affido a te. Non aver fretta... amato mio!"