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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL CARRO DEI GUITTI CAPITOLO 9
IL VIAGGIO VERSO LA LIBERTÀ

Per diverse ore Vance non riuscì a parlare di nuovo con fra' Timothy. Ci fu il pranzo, poi furono presentati al vescovo, quindi dovettero preparare i bagagli per il lungo viaggio. Fra' Timothy, per la sua precedente esperienza come staffiere, fu incaricato di preparare i quattro cavalli per i novizi, allora chiese di essere aiutato da fra' George.

Quando, nel pomeriggio, furono nella stalla da soli, fra' Timothy disse: "Qui possiamo parlare per un po'."

"Prima di pranzo ci hanno interrotti sul più bello. Mi dicevi del tuo amico... fra' Adrian, mi pare."

"Sì. Oggi non sono riuscito neppure a parlargli."

"Qual era?"

"A tavola era quello seduto proprio sotto il pulpito del lettore."

"Non l'ho notato."

"Tu e fra' Patrick siete amici?"

"Ci conosciamo."

"Che impressione t'ha fatto il vescovo?"

"Non so ancora. E a te?"

"Severo. Dev'essere un uomo tutto d'un pezzo che fa rigare dritti i suoi preti. Uno che non si concede nessun lusso, nessun piacere. Hai visto a tavola, mangiava come un uccellino, spizzicava qualcosa, masticava a lungo."

"A volte l'apparenza inganna. Io, prima, ho avuto occasione di lavorare nel palazzo di un vescovo, anche se per poco tempo... Sembrava anche lui come questo. Poi ho scoperto che quando arrivava a palazzo una compagnia di attori, dopo la commedia, se ne portava sempre uno giovane e carino in camera sua... a letto."

"Davvero? Era un vescovo malandrino, allora."

"Non credo. Aveva semplicemente le sue esigenze."

"Cioè, secondo te, non faceva male?"

"E chi sono io per giudicare?"

"Secondo te, se anche due frati... se per caso facessero... come dire..."

"Se fossero amici intimi, sono affari loro, non credi?"

Vance studiò l'espressione del ragazzo. Questi trafficò per sistemare l'ultimo cavallo e non disse nulla.

Allora Vance gli disse: "Chissà se durante il viaggio avremo modo di appartarci da qualche parte per parlare ancora?"

"Sarà difficile, penso, ma chissà... Mi piace parlare con te."

"Anche a me. Forse riusciremo a trovare l'occasione."

"Lo spero. Ma adesso dobbiamo andare..."

Si formò il corteo del vescovo. Questi cavalcava fra due suoi preti e volle che i novizi cavalcassero due in testa e due in coda. In testa fece andare Lionel e fra' Dennis. Quando il piccolo corteo partì, fra' Timothy, di sotto il cappuccio, fece l'occhiolino a Vance. Il ragazzo sorrise e pensò che, se la fortuna l'assisteva e se non si era sbagliato, forse sarebbe riuscito a combinare qualcosa con quel ragazzo scanzonato ed allegro... e non eccessivamente rispettoso della regola.

A sera giunsero all'abbazia benedettina di Hertford. Qui ad ognuno fu data una cella nella foresteria. Vance riuscì a scambiare solo poche parole in fretta con Lionel. Il mattino seguente, dopo aver fatto una buona colazione con i monaci, il corteo ripartì. Cavalcarono per tutto il giorno, fermandosi solo in una locanda per un frugale pranzo poi in un monastero per una cena altrettanto frugale. A sera giunsero ad Aylesbury. Non essendoci qui nessun convento, Il vescovo si fermò nella casa del locale parroco, che cedette la propria stanza al vescovo. In un'altra stanza sistemò i due preti, nella cucina Lionel e fra' Dennis, e nel fienile fra' Timothy e Vance. Entrambi i ragazzi furono più che contenti per quella sistemazione.

Stesero le coperte sul fieno, poi si slacciarono i cordoni, si sfilarono le tonache e con le sole corte braghe e la casacca senza maniche indosso, si stesero. Non faceva freddo, perciò non si coprirono.

Fra' Timothy disse: "Non dici le preghiere della sera?"

"Non ne ho tanta voglia, abbiamo già pregato prima, col Vescovo. E tu?"

"Anch'io. Se le dico mi addormento. Preferisco parlare un po' con te, se ne hai voglia."

"Certo. Stavo ripensando al vescovo di cui ti avevo parlato..."

"Quello degli attori? Ma sei proprio sicuro che se li portava a letto o lo sospetti solo?"

"Sono sicuro. Bastava vedere come toccava."

"Lo toccava? Davanti a tutti? Come?"

"No, quando credeva di non essere visto. Toccava così... qui... in questo modo." disse Vance allungando una mano e toccando l'altro sulla braga.

Come Vance sperava, Timothy non reagì e chiese: "E l'attore, che faceva?"

"Sorrideva e lasciava fare. A te ti ha toccato mai nessuno così?" chiese Vance senza togliere la mano ma senza neanche palpare il membro del ragazzo che sentiva, morbido, sotto la tela.

"Sì, il capo stalliere, quando lavoravo per il lord."

"E che effetto ti faceva?"

"Brutto. Era un uomo sgradevole."

"E nessun altro, oltre lui?"

"Sì, un altro... e a te?"

"Anche a me. Un amico."

"Ti dava fastidio?"

"No, e a te dà fastidio la mia mano?"

"No, non mi pare."

"L'altro chi era? Fra' Adrian, forse?"

"Sì, lui. Come l'hai capito?"

"E che faceva, oltre a metterti la mano qui?"

"Mi... mi baciava."

"Come ti baciava? Mi faresti vedere?"

Timothy si girò su un fianco, si chinò su Vance e gli posò le labbra sulle labbra, dapprima lievemente, poi quando Vance schiuse la bocca, in modo più intimo e forte. Allora Vance cercò l'apertura della braga e vi infilò dentro la mano, afferrando deciso il membro del ragazzo che subito iniziò ad inturgidirsi.

Palpandoglielo, chiese: "E che altro faceva con te fra' Adrian? Dimmi..."

"Si faceva spogliare da me, poi mi spogliava e... e voleva che lo leccassi."

"Ma a te piaceva?"

"Sì..."

"Dev'essere bello... Fallo anche a me, ti prego."

Il ragazzo si dette subito da fare. Vance chiuse gli occhi e si godette per un po' le lappate del compagno che si sempre più a lungo sul membro ormai eretto di Vance.

Questi dopo un po' chiese ancora: "E che altro facevate?"

"Poi fra' Adrian mi diceva: mettiti giù, in ginocchio, che ora ti punisco per i tuoi peccati."

"Ah sì? E come ti puniva?"

"Prima me lo metteva tutto in bocca mentre mi sculacciava, poi mi si metteva dietro e me lo infilava tutto dentro e mi diceva: devi soffrire per i tuoi peccati. E mi fotteva finché non gli passava la voglia."

"E ti faceva soffrire?" chiese Vance sempre più eccitato.

Timothy fece un risolino: "No, anzi, mi piaceva. Ero io che, quando mi veniva voglia, andavo da lui e gli dicevo che avevo fatto tanti peccati e che meritavo una punizione..."

"Ma come facevate? Non certo in cella, credo."

No, certo. Avevamo un posto segreto, là nel convento. Era sotto il tetto della chiesa. Lui ci saliva dalla scala del campanile, io invece passavo dalla dispensa, da una scaletta che portava prima in un magazzino e di qui al sottotetto della chiesa. Così non ci vedevano mai andare via assieme. Lassù avevamo nascosto un vecchio tappeto, ci stendevamo lì e... Mi piace come mi tocchi tu. Non ti andrebbe anche di fottermi? Mi piacerebbe, sai? Ce l'hai proprio ben fatto e sono cinque giorni che non lo prendo..."

"Mettiti in posizione, allora. Ecco, così, bravo. Lo sai che hai proprio un bel culetto?"

"Aspetta, prima te lo succhio un po' così lo insalivo bene e non mi fai male... Dai, lascia fare a me."

Il ragazzo era scatenato ed a Vance piaceva. Per un attimo pensò a Lionel che dormiva castamente nella stessa stanza di fra' Dennis, ma cacciò quel pensiero e si godette il suo novizio affamato di sesso. Timothy, quando ebbe preparato ben bene il membro del compagno, si girò di nuovo e gli si offrì, allargando bene le natiche con entrambe le mani. Vance gli puntò il membro sul buchetto ed iniziò a spingere.

Fra' Timothy mugolò appena poi sussurrò: "Fai più forte... a me piace forte. Spaccami in due, dai!"

Vance allora dette un vigoroso colpo e gli affondò dentro. Il ragazzo sospirò un "sìiii" basso e modulato dal piacere e quando Vance, afferratolo per la vita iniziò a fotterlo con vigore, Timothy iniziò a masturbarsi con altrettanta energia. In breve raggiunsero l'orgasmo tutti e due con lunghe, piacevoli contrazioni poi crollarono sulla coperta, ansimando.

"No, non rivestirti ancora, fra' George... lasciami ancora sentire per un po' il tuo corpo. Lo sai che fotti proprio bene?"

"Lo so... ho avuto più uomini io che anni di vita."

"Tu invece sei solo il mio secondo uomo... senza contare il tanghero che si limitava a palparmi."

"Allora t'ha insegnato fra' Adrian?"

"Sì. il mio bell'Adrian."

"In soli due mesi?"

"In un solo mese. Il primo mese non abbiamo fatto niente. Ma nel secondo mese l'abbiamo fatto almeno una dozzina di volte."

"Ma la prima volta, come è successo?"

"Un giorno lui mi stava insegnando a leggere, quando mi dice: ragazzo, io ho l'impressione che tu faccia tanti peccati. E io: e chi non ne fa? E lui: sì, ma tu li fai con questo, mi dice e mi mette una mano qui, ma da sopra la tonaca, Io, a dire la verità, da quando ero entrato in convento non me lo ero menato più ma non so perché gli ho detto: è vero. Allora lui mi dice: più tardi devi venire con me perché ti devo dare la punizione che ti meriti.

"Quella prima volta mi ha portato in chiesa, poi su per la scala del campanile e di lì nel sottotetto. E lì mi dice: togliti la tonaca, non sei degno di portarla. Io allora ho pensato che voleva punirmi davvero e ho ubbidito. Lui ha preso il mio cordone e mi ha frustato, ma piano che non faceva mica male. Poi mi chiede: ti faccio male? E io: no, per niente. E lui: perché questi indumenti ti proteggono la pelle; toglili. E così io sono rimasto tutto nudo. Allora lui mi prende il mio coso in mano e me lo mena e mi chiede: è così che fai quando fai i peccati? Mi piaceva come me lo faceva e gli rispondo di sì. Allora lui mi ha fatto mettere in ginocchio per prendere la mia punizione...

"Poi si è tirata su la tonaca e sotto non aveva neppure la braga e ho visto che il suo coso era già su, ritto e duro. E lui mi ha detto: per punizione adesso lo lecchi tutto e lo prendi in bocca! Io non l'avevo mai fatto prima, ma l'idea mi attirava. Così gliel'ho succhiato per un po'. Poi lui mi dice: non credere che te la cavi così! Se lo farai ancora ti punirò anche peggio. Adesso rivestiti e torniamo giù."

"Ma quella volta non ti ha fottuto?"

"No, non quella volta."

"Allora t'è venuto in bocca?"

"No, mai. Non è venuto. Forse dopo se l'è menato. Io, comunque, dopo me lo sono menato. Poi, due giorni dopo che lui faceva come se niente fosse successo, io gli dico: fra' Adrian, ho peccato di nuovo... adesso dovete punirmi, vero? E lui: sì, devo farlo, vieni. Mi riportò su e quella volta, dopo esserselo fatto succhiare, mi sculacciò poi me lo mise tutto in culo."

"Non ti faceva male?"

"No, solo un po' fastidio all'inizio. Ma fra' Adrian l'ha più piccolo del tuo e anche del mio. Più fino e più lungo, comunque fotte bene. Poi, dopo essermi venuto dentro ci siamo rivestiti e allora mi ha fatto vedere l'altra via per arrivare fin lì. Il giorno dopo io di nuovo gli dico che ho peccato e allora per la prima volta anche lui si è spogliato nudo e mi ha insegnato a leccarlo su tutto il corpo... sempre dicendomi che era una punizione."

"Ma lui, a te, non te l'ha mai succhiato?"

"No, mai."

"E non ti piacerebbe fartelo succhiare?"

"Penso proprio di sì..."

"Allora, se riusciamo a farlo un'altra volta, ti faccio venire succhiandotelo."

"Perché non lo facciamo adesso?"

"No, ora è meglio rivestirci e dormire. Domani dovremo di nuovo viaggiare tutto il giorno, non te lo scordare."

"Hai ragione. Peccato, però. Ehi, fra' George, ti è piaciuto fottermi?"

"Sì, Timothy, certo. Dormiamo, adesso."

Il giorno dopo si fermarono, per dormire, in un grande convento francescano ad Oxford, dove ognuno ebbe la sua cella. Il giorno dopo ancora, in un convento di agostiniani a Chetelnham. Essendoci solo cinque celle libere, in tre dormirono il vescovo e i due preti, e questa volta Vance poté dormire con Lionel, mentre fra' Timothy e fra' Dennis erano stati messi nella quinta cella.

"Se non facciamo rumore, possiamo fare l'amore, finalmente!" sussurrò Lionel appena furono soli.

Si denudarono e, in silenzio, fecero l'amore sulla stretto letto a lungo, prendendosi a vicenda. Vance, mentre prendeva Lionel, pensò a Timothy. Certamente preferiva Lionel, ma anche il giovane novizio era piacevole. Pensò che gli sarebbe piaciuto poterci fare ancora una volta l'amore. Con Lionel era una cosa dolce, lunga, tenera ed appassionata. Con Timothy era una cosa focosa, rapida, intensa e piena di libidine. Forse gli sarebbe anche piaciuto farlo con tutti e due assieme, chissà... ma era già fortunato a poterlo fare con l'uno o con l'altro. Ma Vance sentiva che mentre con Timothy era solo un'avventura passeggera, con Lionel era qualcosa di più serio e valido.

Prima di addormentarsi, per sicurezza, indossarono di nuovo gli indumenti intimi e si stesero uno con il capo da una parte del letto e l'altro dall'altra per evitare di abbracciarsi durante il sonno e rischiare di essere sorpresi in una posizione compromettente, visto che anche in quel convento le celle non potevano essere chiuse dall'interno.

Il giorno dopo passarono la notte nella locanda di Cheltenham. Qui, essendo la locanda semivuota, ognuno di loro ebbe una camera.

Lionel sussurrò a Vance: "Stanotte vengo in camera da te..."

"No, è troppo pericoloso, è meglio evitare."

"Ma io ho voglia di te."

"Anche io. Ma pensa, se ci scoprissero... no, è davvero troppo pericoloso."

Lionel si rassegnò. Vance andò a dormire. Si stava addormentando quando sentì grattare alla porta. Pensò che fosse Lionel e si alzò, incerto se dirgli di entrare o no. Quando aprì la porta, facendo attenzione a non fare rumore, riconobbe dalla taglia dell'ombra che si trattava invece di fra' Timothy.

"Ma che fai qui?" sussurrò.

"Fammi entrare, dai. Fammi entrare."

Vance si scostò e il ragazzo scivolò dentro e Vance richiuse la porta con il paletto.

Sussurrando disse: "È troppo pericoloso, torna in camera tua."

"Dormono tutti. Dai, non c'è pericolo qui. Mica siamo in convento, no? Basta che non facciamo rumore. Guarda, sotto la tonaca sono nudo..."

"Toglila, allora. Ho voglia anche io di fotterti."

"Avevi detto che me lo succhiavi, questa volta."

"Allora stendiamoci sul letto, così ce lo succhiamo assieme. Ma poi anche tu ti bevi tutto, d'accordo?"

"Come vuoi tu. Vieni?"

Vance salì sul ragazzo a quattro zampe mettendosi al contrario e cominciarono subito a succhiarselo mentre si carezzavano il corpo. Vance si regolò sull'eccitazione del ragazzo in modo di venire contemporaneamente a lui. Quando entrambi si furono svuotati, l'uno nella bocca dell'altro, Vance si girò di nuovo.

Timothy gli sussurrò in un orecchio: "Avevi ragione che è bello anche così. Mi è piaciuto un sacco."

"Anche a me. Ma adesso rivestiti e torna subito in camera tua. Stiamo correndo un bel rischio..."

"Ma no! Beh, buona notte, fratello."

"Notte, fra' diavoletto."

Timothy scivolò silenzioso fino alla propria camera e Vance tornò a letto. Non poteva davvero lamentarsi di quel viaggio, pensò soddisfatto mentre s'addormentava di nuovo.

Il giorno seguente dormirono nel convento francescano di Tydfil ed ognuno ebbe una cella, così non poterono fare niente.

E finalmente arrivarono al porto di Llanelly. Pernottarono nuovamente in un convento francescano e nuovamente non poterono fare l'amore. Il giorno seguente, dopo il pranzo, si imbarcarono su una nave che andava a Cobh, in Irlanda. Il mare era agitato e fra' Dennis vomitò quasi tutto il tempo. All'imbrunire sbarcarono a Cobh.

Qui trovarono ad attenderli diversi personaggi: due preti di Cork che attendevano il vescovo, un segaligno frate di Mallow che aspettava fra' Dennis e fra' Timothy ed un altro frate massiccio che attendeva Lionel e Vance, ufficialmente per portarli al convento di Youghal.

Quest'ultimo frate si inginocchiò davanti al vescovo dicendo: "Benedicite."

Il Vescovo lo benedisse. Il frate si rialzò e disse: "Sono fra' Benedict. Mi manda Sua Reverenza il priore di Youghal per prendere fra' George e fra' Patrick. Sono quei due?" chiese indicando i frati sbagliati.

Il Vescovo gli indicò Lionel e Vance. Anche i due ragazzi chiesero la benedizione del Vescovo e, ottenutala, seguirono fra' Benedict. A cavallo, tutti e tre lasciarono Cobh. Appena furono su un tratto di strada isolato, il frate che era andato ad accoglierli fermò il cavallo e scese. Anche Lionel e Vance lo imitarono e il primo volò letteralmente fra le braccia aperte del frate, ridendo e dandosi pacche si salutarono.

Quindi Lionel disse all'esterrefatto Vance: "Questo è mio fratello John, il maggiore, il capo del clan O'Neil. E questo, John, è il mio amico Vance. Ma... hai anche tu la chierica!"

"Certo, un piccolo sacrificio che ho dovuto fare per il mio fratellino. Il travestimento doveva essere perfetto. Ricresceranno anche a voi due, i capelli. Chi è questo tuo amico Vance? Non è un inglese?"

"È un carissimo amico che era in prigione con me. Ho voluto che fuggisse con me. È inglese, è vero, ma non è che ami molto gli inglesi. Lo hanno condannato senza motivo a venti anni di galera, per cose che non ha mai fatto. E in prigione ha diviso il suo denaro con me, quando ho avuto problemi. Perciò ora è con me."

"Sai quel che fai, Lionel. E se è amico tuo, è benvenuto." esclamò John tendendo la mano a Vance. "Ma ora svelti, dobbiamo passare Kinsale ed arrivare a Clonakilty."

"È lì, ora, la nostra gente?"

"Sì, quasi tutto il clan. Nostra madre e tutti i fratelli ti aspettano con ansia. Faremo una festa colossale per il tuo ritorno. In sella, ora!"

Ripartirono al galoppo, cavalcando nell'ultima luce del tramonto. Vance li seguiva e pensava che, chi avesse visto passare quei tre frati che andavano al galoppo sfrenato, avrebbe pensato che erano inseguiti da un'intera legione di diavoli.

Ormai il crepuscolo era avanzato e la strada si distingueva appena, eppure John continuava a far corre i cavalli. Sorpassarono un paese percorrendone la strada principale praticamente deserta. Solo il chiarore di qualche finestra segnalava che non lo fosse.

Vance seguiva le due nere figure davanti a lui ma temeva che presto avrebbe faticato a distinguerle nella notte incombente. Era evidente che Lionel e John erano ottimi cavalieri e che inoltre conoscevano bene la via. Quanto a Vance restava miracolosamente in sella e cercava di non perderli di vista. Probabilmente però era più merito del cavallo che non del giovane attore.

Si trovarono in mezzo ad un altro gruppo di case. Qui i cavalli rallentarono e al trotto girarono in una viuzza stretta e si fermarono davanti ad una massiccia costruzione scura che dava l'impressione di essere qualcosa a metà fra una grande fattoria e un castello. John, già mentre si avvicinavano al trotto, aveva dato fiato ad un corno così, mentre arrivavano, un grande portale si stava aprendo e comparvero uomini con torce in mano.

Entrarono al passo in un ampio cortile, fermarono i cavalli e scesero. Alte grida festose accolsero Lionel che cominciò ad abbracciare ora l'uno ora l'altro di quegli uomini.

Poi Lionel prese per un braccio Vance e gli disse: "Seguimi, mia madre ci attende. Andiamo a salutarla. Poi ti presenterò alla mia famiglia ed al Clan e ci faremo finalmente una bella mangiata ed una solenne bevuta!"

Entrarono in un grande salone pieno di luce, di tavole imbandite e di panche, con gente rumorosa ed allegra. Sul fondo, davanti ad una tavola fornita di sedie dall'alto schienale, una dama di mezz'età, sobriamente ma elegantemente vestita, solenne, si aprì in un ampio sorriso e disse qualcosa con voce chiara e forte. Lionel le si inginocchiò davanti e la donna ne trasse il capo in grembo e lo carezzò brevemente. Poi chiese qualcosa. Allora Lionel tornò accanto a Vance.

Parlando in inglese, disse con voce alta e chiara, sì da essere udito da tutti: "Madre mia... fratelli... amici tutti..."

Forse più che non il tono, il fatto che si fosse messo a parlare in inglese anziché in irlandese, attrasse subito l'attenzione di tutti e nella grande sala calò il silenzio.

Lionel proseguì: "Vi presento Vance Elton, un mio carissimo amico e compagno di prigionia. Egli sarà nostro ospite e vivrà con noi."

Un mormorio sorse nella sala ed una voce, in un inglese approssimativo e con un forte accento irlandese, ma sufficientemente chiaro, chiese: "Che ci fa qui fra noi un porco invasore?"

La madre di Lionel gridò una sola parola, in irlandese, e scese di nuovo il silenzio.

Poi, tornando a parlare in inglese, disse: "È amico di Lionel, l'ha portato qui fra noi John, il Capo O'Neil; è ospite di questa casa e di questo Clan. Questo basta per farne non solo il benvenuto ma un ospite sacro. Qualsiasi offesa recata a lui, è recata al Clan O'Neil tutto intero. Credo di essermi spiegata chiaramente, vero? Aggiungete un sedile a tavola, fra quello di John e di Lionel. E si dia inizio alla festa per il ritorno del cucciolo O'Neil!"

Poi la dama fece cenno a Vance di avvicinarsi e con un sorriso gli disse: "Noi qui non amiamo molto gli inglesi, è vero. Ma voi non avrete mai nulla da temere, ragazzo."

"Vi ringrazio Mylady. Neanche io amo molto gli inglesi, oramai, ma non posso per questo cambiare il colore dei miei capelli o le fattezze del mio viso. Una cosa posso fare, però, con l'aiuto di Lionel e di voi tutti: imparare al più presto la vostra lingua ed i vostri costumi."

"Avete un'aria simpatica ed un parlare cortese. Venire, sediamoci a tavola. Un solo consiglio: non avrete nulla da temere da chi questa sera è qui. Ma non girate mai per il paese da solo, potreste rischiare la vita. L'odio per gli inglesi è profondamente radicato nell'anima di ogni vero irlandese. Ma di questo avremo modo di parlare nei prossimi giorni. Ora godiamoci la festa per il ritorno a casa di Lionel."


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