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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL TERZO LIBRO
DI MAR SWOONEY
CAPITOLO 3
LA "CACCIATA" DEGLI ARMATI

Mar e i suoi rizzarono i loro ripari, mangiarono e attesero il calare del sole. Salirono allora sul basso terrapieno indicato prima dall'Armato e sedettero in terra in attesa. Da quel punto si vedeva l'ingresso del castello le cui mura rosseggiavano sotto gli ultimi raggi del sole. Gli Agricoltori erano ancora nelle loro case a mangiare. Il cielo continuava a scurirsi ed era ora viola-nero.

A un tratto un cupo rimbombo salì dal castello. Allora dal villaggio salirono alcuni piccoli e giovani che sedettero vicino a Mar e ai suoi uomini, indecisi se guardare verso la porta del castello o verso gli stranieri.

Dalla porta uscirono alcuni servi con grandi fascine di legna, rami, tronchi secchi, con cui formarono una specie di lungo muro perpendicolare al muro del castello. Le loro livree rosa e celeste si intravedevano appena nell'oscurità che incombeva. Ora tutti i piccoli degli Agricoltori guardavano verso il castello: probabilmente era la prima Cacciata a cui assistevano. Quando il muro, che era di circa un metro di larghezza, due di altezza e dieci di lunghezza, fu completato, i servi rientrarono svelti. Il basken tacque, poi riprese accompagnato da un altro dal tono più acuto. Uscirono alcuni famigli muniti di lunghe pertiche e si disposero a intervalli regolari ai due lati del muro di legna.

Poi un terzo basken iniziò a battere, su un tono intermedio. A questo punto uscirono dal castello nuclei di otto Armati, con i loro scudieri, e si disposero da un lato della porta, paralleli al muro, poi dall'altro, finché tutti furono fuori, nucleo dopo nucleo, compagnia dopo compagnia. Mar contò in tutto centoventotto nuclei, cioè otto compagnie. L'ultimo nucleo a uscire fu quello del Castelliere.

Ogni compagnia aveva davanti il suo Gonfaloniere e ogni nucleo il suo Nobile. Un famiglio uscì dal castello con una torcia accesa in mano, s'avvicinò all'estremità della lunga catasta più vicina alla porta e vi appiccò il fuoco. In breve le fiamme guizzarono alte, propagandosi lungo il muro di legna.

Il Castelliere alzò una mano e il suono dei tre invisibili basken cessò. Fece un altro segnale e tutti e tre ripresero in un ritmo alternato. Poi sollevò la sua arma e tutti gli uomini lanciarono alte grida e si mossero in avanti con brevi passi cadenzati finché alcuni Armati in diversi nuclei si trovarono isolati: in alcuni anche due o tre, in altri nessuno. Quelli così isolati consegnarono le armi ai propri scudieri che si diressero rapidamente all'estremità opposta del muro di legna fiammeggiante. Da quella parte c'erano due file di pietre bianche infisse nel terreno, parallele al muro del castello. La prima fila distava circa due metri dalla catasta e la seconda sui tre metri dalla prima. Gli scudieri si posero su una linea stretta dietro la seconda fila di pietre.

Nel frattempo, a uno a uno, gli Armati isolati furono spogliati e restarono con solo uno stretto perizoma indosso. La notte era fresca ma il riverbero della legna che continuava a bruciare ne temperava il rigore. A questo punto il gruppo dei "cacciati" si ammassò verso un lato della pira. Il Castelliere gridò qualcosa che Mar non riuscì a capire. I cacciati risposero in un coro possente e subito presero a correre, inseguiti da tutti i Nobili e i Gonfalonieri. Correndo attorno al muro di fuoco, passarono fra questo e le pietre bianche.

Allora gli scudieri lanciarono loro in volo le armi. Ognuno cercava di afferrare le proprie. Se per errore ne prendevano altre, le rilanciavano verso gli scudieri. Gli inseguitori raccoglievano quelle cadute in terra e le tenevano per un giro, continuando l'inseguimento, poi le rilanciavano agli scudieri. I cacciati correvano in silenzio, gli inseguitori invece lanciavano alte grida.

I pochi che di volta in volta riuscivano a riprendere le proprie armi, giunti di fronte al Castelliere si prostravano a terra d'impeto. Gli altri proseguivano la corsa. Il Castelliere gridava un qualche ordine e dal castello uscivano svelti alcuni famigli recando panni bianchi in mano. I cacciati erano fatti alzare e rivestiti con la nuova uniforme candida. Nel frattempo gli scudieri restati senz'arma, svestivano rapidamente l'uniforme rosa e celeste e ne indossavano una bianca, poi correvano a fianco del loro Armato accanto a cui già attendeva un famiglio o un servo carico del bagaglio personale del cacciato che servivano.

A poco a poco, giro dopo giro, mentre le fiamme si propagavano verso l'altra estremità del muro di legna e lo consumavano, i cacciati si riunirono in nuclei di otto ponendosi alla destra del Castelliere. Il rito proseguì finché l'ultimo dei centoventotto cacciati ebbe raggiunto la formazione completando così la nuova compagnia. La pira era ormai completamente in fiamme e i famigli con le pertiche la mantenevano compatta.

Allora i basken tacquero e scese un gran silenzio rotto solo dal crepitio della legna che si consumava. Dalla porta del castello uscì un famiglio che recava uno stendardo bianco che consegnò al Castelliere. Questi lo affidò al primo dei cacciati rientrato in possesso delle proprie armi, nominandolo così gonfaloniere.

Questi, sollevato verso il cielo il bianco vessillo, gridò qualcosa, I cacciati risposero in coro e lo seguirono fra le due file di bianche pietre schierandosi in una perfetta formazione. Iniziò un nuovo ritmo di due basken contrappuntati dal terzo. Gli Armati intonarono un inno di cui i cacciati cantavano il ritornello. Il muro di fuoco era come un cordone ombelicale che univa il castello-madre con la neonata compagnia.

Proseguendo il canto, gli Armati iniziarono gradualmente a muoversi a ritmo con gesti dapprima appena accennati, poi più forti, più accentuati, finché i cacciati iniziarono anche loro ad agitarsi appena. Ora gli Armati danzavano con vigore, in un perfetto sincronismo, pur senza abbandonare il proprio posto. I cacciati accentuarono i propri movimenti finché anch'essi danzavano con trasporto mentre accanto a loro gli scudieri, i famigli e i servi restavano immobili, in un contrasto impressionante.

Njeiry, involontariamente, iniziò a muoversi appena, a ritmo.

Le movenze erano ora vigorose, impetuose. Gli Armati iniziarono a lasciare i loro posti e si snodarono in una lunga linea sinuosa attorno al muro di fuoco le cui fiamme cominciavano a diminuire, a languire. I cacciati continuavano a danzare senza muoversi dal loro posto. La danza continuò uguale, ripetitiva eppure non monotona, finché le fiamme morirono. Ora il muro di fuoco era ridotto a una lunga linea di brace ardente. I basken cessarono di battere all'improvviso e tutti si immobilizzarono. Nell'irreale silenzio seguito a quel tripudio, ogni Armato aveva un posto esattamente equidistante dagli altri in uno schema geometrico perfetto.

Il basken più acuto batté un colpo e lo scudiero del Gonfaloniere dei cacciati corse verso la brace passando fra gli Armati immobili e impassibili, accese una lunga torcia e tornò al suo posto. Nel frattempo il basken continuava a scandire colpi secchi e spaziati. A ogni colpo un nuovo scudiero correva ad accendere la propria torcia. Finiti di battere i centoventotto colpi, la formazione dei cacciati era un perfetto rettangolo di fiaccole ardenti, ondeggianti nella brezza della notte.

Il Gonfaloniere lanciò un grido sollevando il bianco vessillo. I cacciati intonarono un forte coro. Poi anche gli Armati risposero con un coro possente. Il Gonfaloniere si avviò nella notte e i nuclei, in formazione, lo seguirono. Gli Armati allora iniziarono un canto lieve, ritmato, a bassa voce, restando ai loro posti. I cacciati si allontanavano al passo, veloci mentre il canto aumentava gradualmente di intensità. Quando questi scomparvero dietro un dosso di cui ora si vedeva solo il profilo illuminato dai barbagli delle fiaccole, il canto scemò e gli Armati rifluirono lentamente nel castello. Poi rientrarono anche i famigli e i servi e tutto tacque.

Mar si scosse, quasi come emergendo da un sogno. Attorno a loro ora il terrapieno era gremito di Agricoltori di tutte le età. Mar era stato talmente assorbito dalla cerimonia che non s'era accorto del loro arrivo. Silenziosamente come erano arrivati, gli Agricoltori tornarono alle loro case e in breve il gruppo di Mar si trovò solo nella notte fresca, odorosa delle essenze del legname bruciato. La lunga cicatrice di brace occhieggiava rosseggiando. Lontano, di tanto in tanto, ancora si potevano indovinare i guizzi delle centoventotto torce.

Moder, a voce bassa, disse: "È un rito primitivo, ma affascinante. Nessun regista di olo-spettacoli avrebbe saputo immaginare qualcosa di così... di così autentico. Quasi quasi vale la pena di essere esiliati su Boar anche solo per cose come questa... Beh... no, forse esagero, ma è stato così... mi faceva vibrare tutto, dentro."

Njeiry si alzò: "Sì. Se Mar non m'avesse messo una mano sul braccio credo che mi sarei alzato per danzare anche io. Boar è un pianeta ancora genuino, ancora umano."

Mar sistemò meglio Vokka che s'era addormentato e si alzò a sua volta: "Attenti, non tutto è così bello. Sono forse genuini anche gli attacchi dei Predoni e degli Sbandati?"

Rispose Nilko: "In un certo senso sì, Mar. È più umano uccidere un nemico faccia a faccia e con le proprie mani che premendo pulsanti come con le orribili macchine da guerra usate nella battaglia di Quaryel."

Mar scosse la testa: "Non so se è vero... forse. Ma la morte è morte."

Scesero alle loro tende continuando a parlare sottovoce e commentarono quello che avevano visto, stesi sui loro teli, finché si addormentarono. Il segnale di inizio dei lavori li svegliò all'alba. Mentre risistemavano i bagagli, Mar notò che il Separato lo stava osservando con curiosa attenzione, avvicinandoglisi. Mar si sentì leggermente imbarazzato ma lo salutò con cortesia.

Il Separato smise di osservarlo, rispose al saluto e disse: "Forestiero, non sei stato un Agricoltore, tu, in passato?"

Mar lo guardò incuriosito: "No, Separato. Perché mi chiedi questo?"

"Oh, strano... mi sono sbagliato." disse, ma più che un'affermazione sembrava una domanda.

Allora Mar disse: "Perché m'hai chiesto se sono stato un Agricoltore?"

"Mah, la tua pelle m'ha tratto in inganno."

"La mia pelle? Che ha?"

"Nulla... solo una lievissima sfumatura come se tu fossi stato sottratto all'harem del Sole."

Mar capì: "Questo è vero. Il Separato di Campinuovi mi ha sottoposto al rito per sottrarmi al Sole."

"Allora non m'ero sbagliato. Ma se non sei stato Agricoltore, perché il Separato ha celebrato il rito per te?"

"Beh, ero ospite dei Beyryl di Campinuovi e ho lavorato per qualche tempo nei campi con loro. Il Sole mi voleva e così..."

"Quindi sei stato un Agricoltore, anche se per breve tempo."

"Ma spiegami, Separato, che cosa ha di speciale la mia pelle, la pelle di un Agricoltore?"

"Col rito assume il colore della Terra Fertile... è molto raro che uno che non sia stato dei nostri abbia la pelle con questa sfumatura di colore. Se ti avessi riconosciuto ieri avresti riposato nelle nostre case, non qui all'aperto. Gli sposi della Terra non lasciano mai uno dei loro senza un tetto o senza cibo. Devi perdonarci, non sapevamo..."

Mar sorrise: "Certo. Non c'è stata offesa. Ma come farmi riconoscere, un'altra volta?"

"È molto semplice. Dichiara a chi ti riceve che sei stato uno sposo della Terra. Il Separato potrà confermarlo e sarai a casa tua."

Parlarono ancora un po'. Poi, finite di radunare le loro cose, gli uomini di Mar salutarono il Saggio e il Separato e lasciarono il villaggio. Mentre si allontanavano videro in lontananza la carovana degli Sperkol avvicinarsi nella direzione opposta a quella presa da loro.

Imboccarono la pista di terra battuta che saliva dolcemente verso le lontane montagne. Quando fecero la prima sosta, controllarono le mappe e videro che, seguendo al primo bivio la strada che andava a sud-ovest, avrebbero potuto traversare altri due stanziamenti. Ma la strada verso ovest era più breve, anche se non attraversava nessun villaggio.

Decisero di prendere quest'ultima poiché avevano fretta di rientrare a Cittachiusa. La strada salì sul fianco di un colle e si tuffò in un folto di alberi di varie specie. Quello poteva essere un luogo ideale per fare un agguato, perciò usarono diverse microspie.

A tratti il viottolo quasi scompariva, vinto dalla vegetazione del sottobosco. Il cammino divenne più difficoltoso. A volte vedevano piccoli animali fuggire al loro avvicinarsi, lanciando curiosi squittii, e scomparire fra le erbe e i cespugli. Jenfer tentò più volte di catturarne qualcuno ma sempre senza successo.

Vokka mangiava spesso, dormiva, a volte si guardava attorno con occhi eternamente stupiti. Era un piccolo attento, serio. Rideva raramente ma allora si illuminava tutto. Ancor più raramente piangeva: era un pianto sommesso, contenuto, stranamente intenso. Durante le soste stendevano un telo e ve lo posavano. Lui restava fermo per lunghi istanti, solo i suoi grandi occhi saettavano qua e là, attenti; apriva e chiudeva le manine paffute, sgambettava appena.

Mar lo guardava: "Chissà se pensa... e a cosa pensa?" chiese a Njeiry.

"È un mistero. Hai notato? Comincia a riconoscere le voci, a girarsi verso chi parla e lo guarda... anche adesso, sta guardando me... Cosa pagherei per sapere che cosa gli frulla in quella testolina..."

Njeiry cinse la vita a Mar: "Chissà come sarà da grande..."

"Chi lo sa, Nje... chi lo può sapere?"

Nilko pareva particolarmente affezionato a Vokka e questi pareva preferirlo agli altri. Stava in braccio di chiunque, tranquillo; ma con Nilko sembrava abbandonarsi, quasi con più fiducia, o più piacere e con maggiore abbandono.

Il folto di alberi durò per due giornate di cammino. Poi cominciò a diradarsi e qua e là a cedere posto a grosse rocce, finché si trovarono in un piccolo avvallamento ripido percorso da un limpidissimo ruscello mormorante. Il viottolo costeggiava per un po' il rio poi lo traversava e s'arrampicava sul fianco di un lungo pendio spruzzato di folti cespugli e di radi, grandi alberi. Le rocce erano via via più frequenti e più grosse, intervallate da distese di erbe screziate, verde scuro, giallo aranciato e rosso ruggine. Qua e là fiori grandi come un'unghia di pollice, dai petali duri e brillanti, bianchi con venature lilla, parevano fremere al loro passaggio.

I grandi alberi avevano lunghe radici affioranti a raggiera, possenti e contorte, che a volte s'insinuavano nelle rocce che avevano pazientemente spaccato nel tempo. Questi alberi avevano foglie ampie, traslucide, simili a mani con l'indice puntato, tutte orientate nella stessa direzione. Un vento leggero e carezzevole le faceva frinire appena. Qualche raro uccello planava alto nel cielo rosato del mezzogiorno. Qualcuno di quegli uccelli picchiò sulle microspie levate in volo, fischiando e pigolando acutamente, cosicché dovettero richiamarle per non rischiare di perderle. Alcuni di quegli uccelli sembravano rosso fiamma ma forse era solo un'illusione dovuta alla luce del sole.

La strada continuava a salire, piegando ora a nord ora a sud e nonostante l'aiuto degli alfa che alleggerivano il carico, cominciavano a sentire sempre più la fatica del cammino. Mar allora ordinò una pausa per mangiare. Durante la sosta all'ombra di uno degli alti alberi dall'indice puntato, decisero di arrischiare una microspia. La fecero salire e osservarono i dintorni per un largo raggio.

La strada, più oltre, diventava molto accidentata e si dovevano superare parecchi dislivelli ripidi. Per chilometri e chilometri non si vedeva anima viva. Osservarono bene il terreno e decisero di abbreviare il viaggio usando le cinture antigravità. Ripreso il cammino, in meno di tre ore superarono più di trentacinque chilometri. Si fermarono dietro a una cima ed esplorarono di nuovo con la microspia.

Subito al di là c'era un Tempio di Shent, proprio nella loro direzione, a soli tre chilometri dal tracciato del viottolo che dovevano seguire. Per un lungo tratto di strada perciò non potevano più usare le cinture. La via d'altronde non presentava grandi difficoltà, avevano infatti superato il punto più impervio. Ripresero la marcia e non usarono neanche le microspie.

Era metà del pomeriggio e il sole intiepidiva l'aria quasi immota. Imboccarono un vasto altopiano appena ondulato. A sud alte cime scomparivano in banchi di spesse nubi. La pista ora correva verso ovest, abbastanza dritta. A nord s'ergeva il Tempio, bianco e solitario, per metà illuminato dal sole che ne faceva brillare la superficie, mettendo in risalto i neri, tondi fori delle finestre, più piccoli in basso e via via più grandi nei piani superiori.

Piccole figure stavano uscendo dal Tempio avviandosi verso la pista. Mar calcolò che il gruppo sarebbe arrivato al bivio quasi contemporaneamente a loro. Si chiese se fosse più prudente cambiare il ritmo di marcia in modo di anticiparli o di lasciarli passare prima, comunque di evitarli, o se fosse meglio incontrarli. Le disavventure avute con gli Shentist gli pesavano ancora: ma la curiosità ebbe il sopravvento. Il Tempio infatti era privo di vessilli. Incontrando gli uomini di Shent avrebbe potuto capire dal colore delle loro vesti di che Tempio si trattasse e anche chiedere il perché dell'assenza dei vessilli.

A tratti il viottolo passava in piccoli avvallamenti o dietro fitte macchie di alta vegetazione e perdevano di vista il gruppo di uomini del Tempio che s'era messo in viaggio. Il sole stava declinando e già una delle tre lune s'affacciava pallida e tremula poco sopra i monti. Le ombre si allungavano e si infittivano. Nei tratti d'ombra si sentiva il fresco del clima ma appena tornavano al sole si riscaldavano ai raggi rossi e bassi.

Appena giunto su Quaryel e poi su Ross, Mar aveva notato come tutto fosse più sul rosso che non su altri pianeti, gli sembrava quasi di guardare attraverso un filtro colorato. Ma a poco a poco s'era abituato e ora i colori gli sembravano più naturali e riusciva meglio a distinguerne le sfumature.

"L'uomo ha una grande capacità di adattarsi ai posti e alle situazioni più diverse." disse a un tratto esprimendo ad alta voce il filo dei suoi pensieri.

Moder gli era vicino: "Sì, è vero. Fino a ieri ero inserito pienamente nel sistema delle Famiglie e mi pareva che non potesse esistere nulla altro di così valido... Oggi già comincio a sentirmi un po' un boariano. Non ho ancora la conoscenza che avete voi di questo pianeta, eppure sento che comincio ad appartenergli un po'. Per te Mar deve essere ancora più forte, questa sensazione, specialmente ora che su Boar hai uno sposo ed un figlio."

Questi sorrise: "Io, in fondo, mi sento un cittadino del posto in cui mi trovo."

"Appunto. Hai quello di cui parlavi prima: una grande capacità di adattamento. Quando venivi a Palazzo Anje eri un uomo di mondo. Sulle navi eri un vero combattente. Ora sei un perfetto boariano... Che cosa sarai, domani?"

"Quello che la vita mi chiederà di essere. Ma in fondo sono sempre me stesso, Mar Swooney, non credi? Non mi pare di essere diverso come Pensatore o Governatore o come meccanico spaziale..."

"Beh... è vero e non è vero. Sei sempre tu, nelle cose essenziali... ma basta che cambi abito che sei un altro. Non so come spiegarmi. Sei come l'acqua: è sempre acqua eppure prende la forma del recipiente in cui è messa di volta in volta. È una bella qualità, penso."

Proseguirono nel loro cammino avvicinandosi considerevolmente al gruppo degli uomini del Tempio. Le loro vesti viola ora erano ben visibili. Dalle fogge Mar riconobbe dodici servi armati, otto labass, quattro lettori e due portantine a cesta, chiuse, con dentro due Shentist. Dal colore delle vesti capì che il Tempio doveva essere dedicato a Shent Maestro, o forse a Shent Sapiente o Creatore, e lo spiegò ai compagni.

Regolò il passo in modo di giungere al bivio contemporaneamente a loro e qui giunto si fermò cedendo il passo. Ma dalla prima cesta si levò un battito di bastoncini e il corteo si fermò. A un secondo battito due labass si avvicinarono a ogni cesta scoperchiandola. I due Shentist ne scesero con solenne eleganza e si rivolsero a Mar col classico saluto degli Shentist verso un estraneo. Mar rispose, con sollievo, con la classica formula di saluto.

Il più anziano dei due gli chiese: "Dove siete diretti?"

"A Cittachiusa, dove è la nostra casa. E lui dove è diretto, se mi è permesso chiederlo?"

"Alla stessa meta. Potremmo fare la strada assieme, se ti è gradito."

"Come lui desidera, Shentist."

"Bene. Fra non molto sboccerà il tramonto e potremo fermarci e parlare un poco."

"Con piacere. Li prego di aprire la via e noi li seguiremo."

Lo Shentist fece un cenno di assenso e si diresse verso la seconda cesta-portantina sedendovi. Il più giovane a sua volta si sistemò nella prima. Le ceste furono chiuse e al battito dei bastoncini la carovana si rimise in moto.

Il sole stava ormai inabissandosi fra le distanti cime, lanciando i suoi lunghi raggi rosso-dorati cangianti in porpora e accendendo le lievi nubi sfilacciate che ornavano l'orizzonte. Ogni tramonto su Boar era uno spettacolo. Anche l'alba era bella, ma al calar del sole era tutta una fantasmagoria di luci e di colori, diversi di luogo in luogo, di stagione in stagione. Ora in cielo brillavano due delle lune, quella della forza e quella della fortuna. Mar pensò allegramente che non aveva bisogno di quella dell'amore, i suoi amori erano lì, acconto a lui.

Vokka dormiva beato sulle spalle di Moder. Mar cedette il posto sulla marruota a Pylek e prese a camminare a piedi affiancando l'amico.

"Sarai stanco, Moder. Non devi aver mai camminato tanto prima d'ora." gli disse.

"Le gambe sono un po' indolenzite, ma ancora resisto."

"Vuoi che porti un po' io Vokka?"

"No, non ancora. È così leggero... Hai notato, Mar, come ti guardava lo Shentist più giovane?"

"No, come?"

"Non so... pareva uno di noi quando studiamo la mappa di Boar: qualcosa che si sa leggere ma che non si sa ancora decifrare pienamente. Come se cercasse di... di riconoscerti, ecco!"

"Avrà avuto la mia descrizione prima o dopo il mio rapimento. Phyujel m'aveva detto che avrebbe sistemato le cose, ma forse mi stanno ancora cercando. Questa volta però sono all'erta e non riusciranno di certo a rapirmi di nuovo."

Moder pensò un po': "No... non è come se cercasse di riconoscere qualcuno che gli è stato descritto. Non so dirti perché, ma è piuttosto come se cercasse di... di leggere in te."

Mar sussultò e ripensò a Phyujel: "... noi physiognomisti leggiamo in un uomo come in un libro aperto..." aveva affermato. Inoltre gli aveva detto: "Io non potrò più aiutarti, seguirti, ma altri lo faranno al posto mio". Che fosse un physiognomista anche questo?

Un battito di bastoncini interruppe i suoi pensieri e il gruppo di testa abbandonò la strada e ripiegò a destra. Gli altri lo seguirono. A una quarantina di metri dalla pista c'era una specie di piccolo anfiteatro naturale delimitato in parte da cespugli, in parte da un dislivello del terreno e infine da grosse pietre. Al centro c'erano le tracce di un fuoco di bivacco: era un ottimo posto per accamparsi.

I due gruppi si sistemarono torno torno. I servi cercarono legna e accesero il fuoco. Nel frattempo un labass aveva invitato Mar ad andare a parlare con gli Shentist. Mar rispose invitandoli a unirsi a loro. Dopo poco i due Shentist giunsero, le loro tuniche fluttuanti e fruscianti. Quello più anziano fece un cenno verso il fuoco e tutti vi si avvicinarono, accoccolandosi a terra. I due Shentist stesero il loro tappeto e vi si sistemarono aggiustando elegantemente le pieghe delle ampie vesti.

Mar chiese: "Mi scusa, ma ho notato che il vostro Tempio non aveva vessilli. C'è un motivo?"

"Sì, non abbiamo Decano, perché dopo la morte del vecchio, non s'è raggiunto un accordo sul nuovo. Per questo ci stiamo recando ad altri Templi per chiedere l'intervento di altri Decani come moderatori nella nostra ricerca di soluzione. Se neanche così si riuscirà, interpelleremo il Luminare perché decida per noi."

"Non vorrei sembrare troppo curioso, ma... perché non hanno raggiunto l'accordo?"

Lo Shentist più anziano abbozzò un sorriso e guardò il collega più giovane: "Vuoi spiegare tu che non sei parte in causa?"

Il giovane annuì: "Io sono dello stesso ordine ma appartengo a un altro Tempio. Vedi, i seguaci di Shent, pur essendo tutti a lui fedeli, seguono due diverse osservanze. Di solito in ogni Tempio una delle due predomina e allora non ci sono problemi. Ma nel suo sono alla pari e perciò..."

"Il Trono e la Porta hanno cioè lo stesso numero di seguaci." commentò Mar.

Lo Shentist anziano alzò un sopracciglio: "Che ne sai tu delle due osservanze?"

Mar l'aveva saputo dai suoi uomini infiltrati nei Templi e capì l'errore che aveva commesso, ma si riprese prontamente: "Sono stato un labass per un mese, e perciò ne ho sentito parlare."

"Allora anche tu sei stato un seguace di Shent. Posso sapere perché non lo sei più?" chiese lo Shentist anziano.

"Certo. Vede, fui comprato al villaggio degli Accoglitori per lavorare al Tempio. Non fu una scelta mia. La mia via è diversa. Se fossi restato al Tempio forse non sarei stato un buon seguace di Shent..."

"Vedo..." commentò l'anziano.

Il giovane intervenne: "Già, la tua via è lunga e ardua e passa per altri tracciati. Ma sarà fruttuosa se saprai scegliere bene i compagni di viaggio, le soste e i tempi per percorrerla. Tu sei un giocatore, non è vero?"

"Sì..."

"Quale gioco preferisci?"

Mar guardò Moder sorridendo: "Il Go, come lui."

"Ti andrebbe di fare una partita con lui? Ho sentito parlare di questo gioco e mi piacerebbe vederne lo svolgimento."

"Lo farei volentieri, ma non abbiamo con noi né la scacchiera né le pietre."

Lo Shentist tirò fuori dalla manica i bastoncini da segnalazione e batté un ritmo. Un labass accorse.

"Vedi di procurarci cento ottanta pietruzze nere e cento ottantuno bianche. Fatti aiutare. Anche qualcosa di simile può andare bene."

Poi, preso un rametto, spianò un pezzo di terreno davanti al suo tappeto e cominciò a tracciare la scacchiera con gesti precisi e misurati.

Mar osservò: "Lui conosce il gioco."

"Ne conosco le regole ma non l'ho mai giocato. Spero non vi spiaccia giocarlo per me, anche se con mezzi così rudimentali."

Mar guardò Moder che annuì, allora rispose: "Saremo lieti di farlo per lui, Shentist."

Dopo poco giunse il labass con due ciotole. In una c'erano sassolini scuri e nell'altra dure bacche gialle.

"Queste sono per il bianco e i sassi per il nero. Non ho saputo trovare di meglio..."

Lo Shentist indicò Mar. Il labass gli porse le ciotole.

"Non c'è male, possiamo usarle." disse e depose le ciotole accanto alla scacchiera tracciata sul terreno. Prese una bacca e una pietra, una per mano, e le nascose dietro la schiena: "Destra o sinistra?" chiese a Moder.

"Destra."

"Bene, a te il bianco."

Iniziarono a giocare. Gli amici si avvicinarono per seguire la partita. Nel frattempo servi e labass preparavano la cena. Anche i lettori si avvicinarono per osservare quel gioco improvvisato. Lo Shentist giovane, più che guardare la scacchiera, spiava i minimi gesti dei due giocatori, le loro espressioni, le loro più impercettibili reazioni. Stava seduto eretto, immoto, gli occhi socchiusi, apparentemente assente. Ma un attento osservatore avrebbe potuto notare i suoi occhi guizzare acuti e vivaci sui due giocatori e a poco a poco soffermarsi sempre più a lungo su Mar che su Moder.

Il gioco si svolgeva in silenzio, non potendosi neanche udire i colpi delle pietre sulla classica scacchiera di legno sonante. Ormai era notte e solo il fuoco illuminava i due giocatori e la scacchiera. In cielo le due lune brillavano nitide e miriadi di stelle facevano loro corte, palpitando come perle di luce solida. I volti immoti dei due Shentist parevano maschere di cera. L'espressione di Moder era intensa e concentrata. Quella di Mar, anche se concentrata sul gioco, era distesa e serena.

I volti degli altri si perdevano nel buio, accendendosi di tanto in tanto per qualche guizzo più alto delle fiamme. Una brezza leggera le agitava facendo danzare le ombre fra le morbide pieghe delle vesti, facendo correre riflessi di luce fra i capelli degli astanti. I giocatori alternavano i loro gesti in movenze calme, misurate, sicure. Solo il sommesso crepitio del falò rompeva il dolce silenzio della notte.

Finché Moder dichiarò: "Vinci in ventinove mosse."

"No, Moder, puoi ancora vincere, rifletti..."

Questi si chinò leggermente verso la scacchiera e verificò la situazione con maggiore attenzione: "Sì, Mar, vinci in ventinove mosse, ne sono certo."

Mar sorrise: "Proprio certo?"

"Sì."

"Prendi tu il nero, allora."

"Ma per il bianco è una situazione senza uscita, a che serve?"

"Vedi di vincere con il nero, dunque."

Moder annuì e si scambiarono le ciotole: "Tocca a te."

Mar piazzò una bacca gialla. Il gioco riprese, le parti invertite. Gli spettatori si fecero più vicini. Anche chi non conosceva per nulla il gioco divenne più attento perché capiva che ora la sfida era più serrata. Quello che affascina in un gioco, infatti, non è solo vedere come i giocatori si servono delle regole, ma anche vedere come si svolge il confronto.

Per l'intenditore è un godimento analizzare il dispiegarsi del gioco. Per il profano è un godimento osservare le espressioni dei giocatori, coglierne l'alternarsi delle emozioni, vedere infine fiorire la gioia per la vittoria negli occhi di una delle due parti.

Dopo un po' Moder parlò di nuovo: "Vinci in undici mosse... o vuoi di nuovo cambiare i colori?"

"No, questa volta no, hai ragione. Ma vedi che avevi torto prima nel dare il nero per vincente?"

Moder allargò le braccia in un buffo gesto di rassegnazione: "Sì, è vero, ma io davo te per vincitore e così è stato. Ho solo sbagliato nel calcolare le mosse e nel dire il colore vincente."

Mar rise. Uno dei labass disse qualcosa sottovoce allo Shentist anziano che annuì.

"È pronta la cena. Se volete dividere il nostro cibo..."

Tutti sedettero lontani dai due Shentist come voleva la tradizione, ma questi vollero che Mar sedesse con loro.

Il giovane Shentist si chinò verso Mar: "Quale è il tuo nome, giocatore?"

Mar lo guardò e rispose esitante: "Forse lui mi conosce... Sono Mar Swooney, il Pensatore."

"Sì, ti ho sentito nominare. Mar Swooney... il Raccoglitore."

Mar lo guardò incuriosito: "Raccoglitore? E di che?"

"Di quello che c'è da raccogliere e che tu vorrai... e se vuoi potrai anche aprire la Porta."

"Quale porta?"

"Quella che è chiusa da troppo tempo."

"Mi parla per enigmi, Shentist?"

"No. Quando sarai pronto, tutto ti sarà chiaro. Adesso è notte e non basta un fuoco per rischiarare l'orizzonte. Ma la tua vista è buona, sa spaziare lontano. Quando la stagione è propizia maturano i frutti e il Raccoglitore se ne riempie la gerla e le mani. I suoi magazzini ne traboccheranno... le genti verranno a lui per nutrirsi e vivere. Un Tempio aspetta un Decano, un castello un Castelliere, come la terra attende la pioggia, come una casa i suoi abitatori. L'allievo aspetta il Maestro e quando lo vede lo riconosce e lo segue ovunque questi vada. Il Maestro conosce il Cammino, ha la Chiave della Porta e non teme di avere troppi allievi."

Mar aveva smesso di mangiare e ascoltava lo Shentist: "Ma, mi dice chi è il Maestro?"

"Nessuno può dichiararsi tale, ma è l'allievo a dare il titolo al Maestro. Dice: ecco, lui è il mio Maestro e l'altro non può negare. Ma chi dice: ecco, io sono il vostro Maestro, non è che un buffone travestito da saggio."

"Ma se io dico: ecco, lui è il mio Maestro! l'altro può ben rispondere: sì, io lo sono."

"Certo, ma solo perché è stato riconosciuto come tale."

Mar proseguì: "Nessuno può dire: no, ti sbagli, io non sono il tuo Maestro?"

"Nessuno. Mentirebbe a se stesso e all'allievo."

"Ma può rifiutarsi di insegnare..."

"No, neppure. Anche il suo rifiuto sarebbe comunque un insegnamento. Ma ora mangia. Quando i tempi sono maturi l'allievo trova il suo Maestro e questi riconosce di esserlo. Ora mangia: è tempo di nutrirsi, poi di riposare."

Ripresero a mangiare. Mar rifletteva su quello strano discorso. Il messaggio era chiaro, fin troppo chiaro e ne aveva un po' paura. Organizzare è una cosa, condurre partite, pure. Ma quel discorso... Guardò lo Shentist, ma questi era concentrato sulla sua ciotola e mangiava assorto e ora nulla altro pareva esistere per lui. Un servo passò a distribuire una bevanda calda e ritirò le ciotole vuote. I due Shentist e gli altri uomini del Tempio cantarono una breve antifona di ringraziamento a Shent. Mar, istintivamente, si unì al loro canto.

Poi lo Shentist anziano guardò le due lune: "È tempo di dormire." disse.

Tracciò il segno della benedizione di Shent. Ognuno si sdraiò nel posto che si era scelto. Mar guardò le stelle e ne vide alcune che sembravano disegnare una freccia che indicava una stella più forte delle altre. Nella sua mente le battezzò "il dardo e il bersaglio" e si disse che ormai il dardo era lanciato e nulla l'avrebbe potuto fermare.

Il sonno tardava a venire. Dalla brace di tanto in tanto veniva un allegro crepitio. La voce sottile del vento sussurrava misteriose frasi.

Mentre uno strano languore s'impadroniva di lui, Mar pensò: "Dio sconosciuto... sei tu il mio Maestro? Per te e per me il tempo sarà mai maturo? Se ti vedessi, crederei in te... o forse no: se ti vedessi sarei certo che non sei il dio che cerco. Ma perché ti cerco? E tu, tu cerchi me? O stai ridendo di me? O forse non puoi neanche ridere perché non esisti e io sto parlando al nulla, sto parlando da solo come i vecchi, o i matti, o i bambini piccoli...

"Molti hanno un dio... e ognuno pare così diverso dagli altri... ami mascherarti e presentarti a ognuno in modo diverso? Perché? Oppure sono tutti dei creati dall'uomo perché si sente troppo solo? Ma io, mi sento solo? No... c'è Njeiry, Vokka, tutti gli altri... tanti. E poi ci sono io. Un uomo non è mai solo quando ha se stesso... E allora, perché ti cerco, dio sconosciuto?"


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