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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA STORIA DI CHAKI
IL MORO
di Andrej Koymasky © 2010
scritto il 21 giugno 2002
1 - CHAKI RAPITO
E FATTO SCHIAVO
DAI DIAVOLI BIANCHI

Chaki stava aspettando fra i cespugli che il fratello gli facesse segno di uscire. Il fratello era un grande guerriero e un ottimo cacciatore, era il vanto del villaggio. Chaki lo ammirava molto. Anche se il fratello era il maggiore e lui il minore, e dieci anni li divideva, fra i due c'era stato sempre uno speciale affetto e andavano spesso a caccia assieme. Chaki, con i suoi tredici anni, aveva appena passato da un anno la cerimonia di iniziazione entrando così nella società degli adulti. E poiché il fratello ancora non si era sposato, ora dormivano assieme nella capanna dei celibi.

A volte, durante la notte, il fratello si scambiava posto con un amico, e ognuno faceva così l'amore col fratello dell'altro, come usava fra i giovani prima del matrimonio. A Chaki piaceva molto Kenta, un giovane di diciannove anni: questi aveva un membro lungo e sottile e quando lo penetrava gli provocava un piacere intenso, come nessun altro sapeva dargli. Ora Kenta era poco lontano, acquattato. Chaki poteva vederne il bel membro che gli pendeva morbido fra le gambe muscolose e snelle e desiderò che quella notte Kenta tornasse da lui. Forse avrebbe potuto chiedere al fratello di scambiarsi posto con Kenta, a suo fratello infatti piaceva molto prendere il fratello minore di Kenta.

Più in là poteva vedere anche Aruri: era stato il primo a fare l'amore con lui. Era forte, Aruri ed era il più vecchio nella capanna dei celibi, con i suoi ventisei anni. Era stato il primo anche di suo fratello e era passato sulla stuoia di molti ragazzi della capanna. Si diceva che rifiutasse tutte le spose perché preferiva i ragazzi... Quando Aruri aveva preso Chaki, l'aveva fatto con una certa rudezza e Chaki aveva pianto. Ma il giovanotto dopo l'aveva consolato a lungo con dolcezza. Anche Aruri gli piaceva, ma preferiva Kenta.

Chaki stava pensando a queste cose, quando d'improvviso, del villaggio arrivò di corsa un giovane guerriero gridando. La preda scappò e i cacciatori si alzarono arrabbiati girandosi verso l'importuno intruso.

Ma appena colsero le sue parole, la loro ira svanì: "I diavoli bianchi, i diavoli bianchi!" gridava il giovane.

Corsero tutti, brandendo le lance, e si precipitarono verso il villaggio.

I diavoli bianchi: l'ultima volta che erano venuti Chaki aveva sei anni, ma li ricordava bene. Arrivavano improvvisi, in molti, sui loro cavalli, con i loro abiti candidi che svolazzavano al vento, armati di spade e bastoni tonanti. Razziavano il villaggio portando via tutti i giovani uomini e donne che riuscivano a prendere, quelli fra i dodici e i venti anni, uccidendo gli uomini validi che tentavano di fermarli, lasciando in vita solo donne e bambini, per la prossima razzia. Erano spietati, i diavoli bianchi.

Quando giunsero al villaggio, la battaglia era in pieno svolgimento. Il gruppo di giovani guerrieri si gettò sui diavoli bianchi, ma questi, alti sui loro cavalli, e numerosi, avevano una chiara superiorità sulla gente del villaggio. Le donne gridavano, i vecchi piangevano, i piccoli chiamavano... I diavoli bianchi spesso colpivano con le loro lucenti sciabole di piatto sulla testa dei più giovani, stordendoli, di taglio sugli uomini, uccidendoli. Chaki vide cadere Kenta, vide morire il fratello di sua madre, poi perse coscienza colpito da un colpo alla tempia.

Quando riprese coscienza, era a terra incatenato ad altri giovani del villaggio. I diavoli bianchi ora stavano rastrellando tutte le capanne, tirando fuori di peso i giovani che si erano nascosti e incatenandoli.

"Dokko?" chiese Chaki intontito al suo vicino.

"L'hanno preso; è vivo." rispose l'altro.

Chaki cercò con lo sguardo il fratello e lo vide ancora riverso in terra, ma non c'era traccia di sangue su di lui. Tentò le catene metalliche: gli avevano incatenato i polsi uniti, e un collare con due catene lo univa ai due giovani accanto a lui. Le ragazze erano incatenate allo stesso modo poco più lontano: piangevano e si lamentavano ad alta voce.

I diavoli bianchi li fecero alzare e li trascinarono via. Qua e là uomini morti per tutto il villaggio. Chaki camminava in fila con gli altri, il cuore grosso, chiedendosi che avrebbero fatto di loro i diavoli bianchi. Quando si narrava dei diavoli bianchi, nelle sere attorno al fuoco, qualcuno diceva che li avrebbero fatti lavorare come schiavi fino a farli morire, altri dicevano che li avrebbero fatti ingrassare per mangiarli. Comunque, niente di buono.

Chaki si girò a guardare per un'ultima volta il suo villaggio mentre si allontanavano fra due ali di diavoli a cavallo. Erano uomini imponenti, avevano folte barbe nere e la pelle chiara come se fossero malati. Occhi che brillavano feroci. A differenza della sua gente, che non indossava mai nulla oltre le decorazioni rituali, i diavoli bianchi indossavano panni bianchi dalla testa ai piedi e questi erano infilati in una specie di tubi neri. Sembrava che quelli si vergognassero di mostrare il proprio corpo, pensò con disgusto Chaki.

Camminarono per sei giornate, finché si accamparono accanto ad alcune rocce. Qui arrivò un'altra carovana di diavoli con altri prigionieri, che venivano da un altro villaggio, ma parlavano in un modo abbastanza comprensibile; i diavoli bianchi, invece, parlavano una lingua incomprensibile, a parte quello che dava loro gli ordini. Mangiarono e si stesero per dormire, sorvegliati da diavoli che si davano il cambio.

La mattina dopo ripresero la via. Camminarono per altri nove giorni, finché giunsero in una città in riva al mare. Era una strana città, grande come due volte tre o due volte quattro villaggi, ma le case erano tutte di bianca pietra e in centro vi era una casa stretta stretta, tonda, ma altissima da cui un uomo gridava qualcosa. Quell'uomo doveva essere importante, perché tutti i diavoli bianchi si prostrarono dicendo in coro qualcosa in una strana cantilena.

Poi furono fatti salire su una barca, ma grandissima, più grande della più grande capanna del villaggio di Chaki. La barca aveva grandi teli bianchi che si curvavano al vento. Navigarono per undici giorni, finché furono fatti sbarcare in una città ancora più grande di quella in cui erano stati imbarcati. Furono portati in una stanza enorme dove erano anche altri neri di popoli mai visti, che parlavano lingue mai sentite.

Per la prima volta Chaki poté accostarsi al fratello: "Che ci faranno?" gli chiese preoccupato.

"Non lo so. Non ci resta che pregare gli antenati che ci assistano." rispose il fratello con aria accigliata.

"Dici che ci mangeranno?"

"E chi lo sa? Per ora non è che ci abbiano dato tanto cibo da poterci far ingrassare. Forse ci faranno lavorare: traversando la città fin qui li hai visti gli uomini neri come noi e carichi di pesi che andavano di qua e di là, no?" disse pensieroso.

Arrivò un uomo che si mise a esaminare a uno a uno i prigionieri. Poi dava un ordine sì che i prigionieri furono divisi in tre gruppi. E Chaki fu diviso dal fratello e da Kenta. Si accorse che nel suo gruppo erano tutti più o meno della sua età. Gli altri due gruppi, invece, erano divisi chiaramente in base alla forza fisica: i più forti da una parte, gli altri dall'altra.

Quindi il gruppo dei più giovani fu incatenato in una fila e condotto fuori dalla grande stanza. Erano in tutto poco più di due volte cinque. Furono portati in un'altra costruzione poco lontana, in uno stanzone. Qui furono loro tolte le catene e fu dato loro di nuovo qualcosa da mangiare. Poi, sopraggiunta la notte, si stesero sulla paglia che c'era in un lato della grande stanza, in modo di non sentire il freddo del pavimento di pietra, addossandosi istintivamente l'uno all'altro.

La mattina venne un diavolo che parlava le loro lingue: abbaiò alcuni ordini, cose da fare e da non fare, e facendo scattare una frusta, disse che chi disobbediva sarebbe stato punito. Li fece schierare in una fila. Entrò un altro diavolo, che prese a esaminarli a uno a uno: gli faceva aprire la bocca, guardava i denti, palpava il corpo, i genitali, saggiava con un dito il foro fra le natiche dei ragazzini, quindi diceva qualcosa a un altro diavolo che, con una specie di stecco di metallo, tracciava misteriosi segni su una tavoletta e metteva al collare di ogni ragazzo una striscetta bianca con segni misteriosi.

Più tardi arrivò un altro diavolo: aveva un fascio di strisce di panno e ne dette una a ogni ragazzo e il diavolo che parlava la loro lingua spiegò come dovevano annodarsela attorno ai fianchi e fra le gambe. Sul davanti di quella stoffa c'era, tracciato in nero, lo stesso segno che era sulla striscetta bianca. Chaki si chiedeva che cosa significasse tutto quello. Si sentiva buffo con quel panno fra le gambe e attorno ai fianchi.

Furono portati in un'altra stanza. Qui un altro uomo, nero come loro, spiegò che quella era una specie di scuola: dovevano imparare a capire la lingua dei diavoli e altre cose per compiacerli, poi sarebbero stati venduti come schiavi ad altri diavoli (signori, li chiamava quell'uomo), per il loro piacere. In altri termini, capì chiaramente Chaki, sarebbero stati venduti per dare piacere sessuale agli uomini che li compravano per questo. Dovevano perciò imparare sia la lingua, sia le abitudini dei loro futuri padroni.

Iniziò un allenamento intenso: dapprima dovevano capire ed eseguire solo ordini semplici, come: vieni qui, vai là, fermo, alzati, siediti, sdraiati, girati, spogliati, vestiti, entra, esci. E dovevano rispondere: Sissignore. Ma poi a poco a poco dovettero imparare altre parole, altri ordini e altre risposte. Dovettero imparare a lavarsi, a profumarsi, a mettere e togliere gli strani abiti, a mangiare in un certo modo, inchinarsi, prostrarsi, sembrava che le cose da imparare non finissero mai. E al minimo sbaglio, botte.

Ma la cosa che colpì di più Chaki, furono le lezioni che riguardavano il sesso. Dovettero imparare come toccare, carezzare, leccare, masturbare, succhiare e come offrirsi e farsi penetrare. Gli insegnanti erano uomini giovani, vecchi, grassi, magri, delicati, violenti... e dopo ogni volta assegnavano punti ai ragazzini, punti che un altro uomo segnava su un registro.

Il capo della scuola li istruiva: "Dovete imparare a compiacere il vostro padrone: questa è l'unica cosa che farà la differenza. Se sarà contento di voi, se sarete desiderabili ai suoi occhi, avrete una vita migliore. Se no vi maltratterà, vi venderà per fare lavori sporchi e pesanti."

Chaki ascoltava attento.

"Quindi, imparate ora a compiacere i vostri maestri. Siete schiavi per il piacere, non dimenticatelo mai: e non per il vostro piacere, ma quello del padrone. Il vostro piacere non conta affatto! Dovrete mostrare piacere anche se non vi piace, anche se vi fa male."

In effetti a Chaki, il più delle volte, non dispiaceva affatto quello che doveva fare con quegli uomini. Non era molto diverso da quello che faceva con Kenta e con gli altri nella capanna degli scapoli, anche se Kenta era più gentile. All'inizio gli era stato difficile usare la bocca, bere quel liquido che usciva, ma presto si era abituato e ora era persino capace di riconoscere il gusto dei diversi uomini che lo facevano allenare.

Gli insegnarono a suscitare il piacere di un uomo, ad aumentarlo, a prolungarlo. A volte li facevano anche esercitare fra di loro e quando mettevano Chaki con un ragazzo di un'altra tribù, che si chiamava N'goa, a Chaki piaceva molto, sì che a volte, la notte, di nascosto degli altri, i due facevano l'amore. N'goa era un ragazzino dolce e appassionato, con un corpo snello e forte, e si prendevano a vicenda con molto piacere, applicando coscienziosamente tutte le cose che imparavano dai loro insegnanti. E con N'goa gli piaceva anche usare la bocca: aveva un ottimo sapore. N'goa parlava un'altra lingua, sì che fra loro potevano solo comunicare usando la lingua dei padroni.

Venne il giorno in cui i più svegli fra i ragazzini, fra cui Chaki, furono portati al mercato degli schiavi e messi in vendita. Furono vestiti con abiti nuovi: a lui avevano dato un paio di brache a sbuffo bianche e un piccolo gilet rosso. Li portarono nella piazza del mercato, sotto una tenda, dove aspettarono i compratori. Questi arrivarono e si misero a esaminarli. Quasi sempre gli calavano le brache sulle anche e li palpavano fra le gambe, gli saggiavano l'ano con un dito insalivato, gli saggiavano la consistenza del corpo, sentivano se la pelle era liscia, e così via. Poi contrattavano il prezzo con i venditori, in discussioni interminabili.

N'goa fu comprato da un uomo segaligno con un nero pizzo a punta, dall'aria severa. Chaki lo guardò andar via col suo nuovo padrone, con un certo rammarico. Lui, invece, fu comprato da un uomo tendente alla pinguedine, occhi penetranti, un sorriso insincero sempre presente sulle labbra. A Chaki non piaceva, ma sapeva che questo non aveva alcuna importanza.

Mentre l'uomo lo portava via, Chaki si chiese che cosa avrebbe voluto da lui, come l'avrebbe trattato, che padrone sarebbe stato. L'uomo lo fece salire con sé a cavallo e partì al galoppo. Chaki ne sentiva il braccio con cui lo teneva in sella, il respiro sul capo, e dopo poco sentì anche l'erezione dell'uomo premergli contro il fondo schiena... L'uomo, dopo un po' di strada, fermò il cavallo sotto un albero e scese con Chaki.

"Prima di portarti al tuo nuovo padrone, voglio vedere che cosa sai fare. Vieni qui. Come ti chiami?"

"Chaki, signore."

"Bene, Chaki," disse l'uomo scostandosi gli abiti e tirando fuori un enorme membro eretto, "fammi divertire: succhiamelo ragazzo!"

Chaki guardò quell'enorme palo con riverente timore e, mentre si inginocchiava davanti all'uomo si augurò che dopo non lo volesse penetrare: non aveva mai visto niente del genere se non fra le zampe dei cavalli!

Prendendolo fra le due mani, si chinò a leccarlo, ma l'uomo glielo spinse subito tutto fino in gola, tenendogli la testa ferma fra le mani. Chaki doveva tenere la bocca completamente spalancata per poterlo contenere tutto. L'uomo iniziò a fotterlo in bocca con vigore e Chaki, memore delle lezioni, gli carezzò il pesante sacco dei testicoli e l'interno delle cosce. L'uomo mugolava soddisfatto mentre continuava a pompargli in bocca con evidente piacere.

Dopo un po' Chaki sentì che l'uomo stava per raggiungere l'orgasmo e succhiò con più vigore, preparandosi a ingoiare tutto senza lasciarsene sfuggire una sola goccia, come gli avevano insegnato a fare. Sentì l'uomo vibrare con forza, irrigidirsi, quindi sentì gli schizzi del seme susseguirsi rapidi, abbondanti, caldi, mentre l'uomo lanciava un grido come di un animale ferito. Chaki ingoiò rapidamente tutto, mentre l'uomo ansava profondamente, scosso dagli ultimi fremiti intensi. Continuò a leccare e succhiare anche quando tutto era finito, finché l'uomo lo allontanò da sé con una spinta, e si rimise nei calzoni l'organo ancora semirigido.

"Bene, Chaki, ti hanno istruito a dovere. Andiamo, ora." disse l'uomo risalendo a cavallo e prendendolo di nuovo davanti a sé.

Chaki sentiva ancora il gusto asprigno in bocca e si sentiva la mascella e gli angoli delle labbra lievemente indolenziti per quanto aveva dovuto tenere spalancata la bocca. Ma l'uomo era sembrato soddisfatto della sua prestazione.

Una cosa aveva capito: non era lui il suo nuovo padrone. Chi sarebbe stato, allora? Arrivarono in una città e vi si inoltrarono al trotto. Questa città sembrava ancora più grande di quella in cui era stato comprato, le case ancora più belle. Ma l'uomo traversò la città senza fermarsi davanti a nessuna delle case. Ai limiti dell'abitato, salì per per una strada fra gli alberi, finché, in cima alla collinetta, si trovarono di fronte a una elegante costruzione seminascosta fra il verde.

L'uomo, senza scendere da cavallo, entrò da un cancello aperto, sorvegliato da due guardie armate, che lo salutarono con gran rispetto. Passò due cortili e, nel terzo, scese da cavallo tirando giù Chaki e affidò il cavallo a uno schiavo. Condusse Chaki attraverso una porta, per un corridoio, fino ad una stanza. Qui c'era una donna.

"Azuleide, questo ragazzino è il dono per il compleanno del padrone: striglialo bene e fagli mettere gli abiti migliori che hai: stasera dopo cena glielo presenterò. Non voglio fare brutta figura."

"Sì, marito mio, fidati di me." disse la donna.

Quando il marito fu uscito, la donna portò Chaki in una stanza. Il ragazzino non aveva mai visto niente del genere: era tutta piastrellata di azzurro e verde e il pavimento scendeva con gradini ma, già dal primo gradino, era tutto coperto d'acqua che sgorgava da una pietra sporgente scolpita a forma di fiore. La donna lo portò in un angolo, gli fece togliere tutto di dosso, prese un secchio di rame, una spazzola, una pasta bianca, bagnò il corpo di Chaki e, immersa la morbida spazzola nella pasta, iniziò a sfregare energicamente il corpo di Chaki, che in breve fu tutto coperto da una soffice schiuma candida vagamente profumata. La donna lo lavava con mosse esperte.

"Di' un po', ragazzino, mio marito ti ha assaggiato, per via?" chiese a un tratto.

"Assaggiato?" chiese il ragazzo senza capire.

"Sì, se lo è fatto succhiare da te, scommetto."

"Ah, sì... se l'è fatto succhiare." disse Chaki.

Ricevette subito un colpo con il manico della spazzola sul capo: "Prima lezione: non dire mai, mai a nessuno quello che fai con altri, chiaro!"

"Sì, signora." disse Chaki sconcertato.

La donna lo sciacquò accuratamente, quindi prese un pettine di legno e una forbice e gli strigliò con forza, accorciandoglieli, i capelli. Lo sciacquò di nuovo e gli ordinò di scendere nell'acqua.

"Resta a mollo per un po', ragazzo, e non ti muovere di lì. Torno subito." disse la donna, in tono energico, e uscì dalla stanza.

Chaki scese i gradini: l'acqua era tiepida e aromatizzata, gradevole; gli arrivava fino all'ombelico. Sedette e si rilassò: se fosse stato sempre così non sarebbe stato niente male. Dopo poco la donna tornò con un grande cesto.

Ne tirò fuori un grande panno immacolato che stese su una specie di grande e alto gradino che c'era a fianco alla porta.

Quindi prese un altro panno e disse: "Vieni fuori e asciugati ben bene usando questo. Poi vieni a stenderti qui."

Chaki uscì dall'acqua, prese il panno che la donna gli tendeva e iniziò a strofinarsi tutto il corpo.

La donna lo guardava attenta: "Dovresti piacere al padrone. Se ci sai fare anche a letto... Forse Abdul stavolta ha scelto bene. Fatto? Sdraiati qua, ora." disse decisa.

Chaki si arrampicò sull'alto gradino e si stese sul telo bianco. La donna estrasse dal cesto un vaso di ceramica, ne aprì il coperchio e vi immerse una mano. Quindi iniziò a spalmare una crema iridescente sul corpo del ragazzo, massaggiandolo con abilità. Lo massaggiò a lungo, facendolo girare e rigirare, in ogni parte del corpo, anche sui genitali che gli si indurirono. Chaki si vergognava, ma la donna pareva non farci assolutamente caso.

Il ragazzo provava una sensazione di benessere in tutto il corpo, stava bene: se questo è essere schiavi, si disse, non è poi male, proprio per niente. La donna continuò a massaggiarlo per tutto il corpo finché la sua pelle ebbe assorbito tutta la crema che vi aveva spalmato.

"Scendi." ordinò la donna.

Chaki obbedì e scese agile. La donna allora prese dal cesto un paio di braghe di morbido velo dorato. Il ragazzino non aveva mai visto nulla di così bello e prezioso. Gliele fece indossare, gli sistemò gli sbuffi alle caviglie. Poi una specie di blusa bianca con le maniche a sbuffo, che gli fissò in vita con una cintura di seta azzurra. Quindi gli fece mettere ai piedi pianelle di morbida pelle damaschinata azzurra. Lo guardò. Prese dal cesto una scatola e vi frugò dentro: ne trasse dei nastrini con perline colorate e ne scelse cinque bianchi e rossi: due glieli annodò alle caviglie, due ai polsi e il più lungo attorno alla fronte. Non soddisfatta, glieli tolse. Ne scelse altri gialli e azzurri e glieli mise.

"Bene, così va bene. Ora prendi il cesto e seguimi." disse.

Chaki obbedì. La donna lo portò in una stanza, gli fece posare il cesto, prese uno strumento musicale a corde e si mise a suonarlo,

"Sai danzare?"

"Non so, signora."

"Muoviti, a ritmo con questa musica."

Chaki ci provò, ma non riusciva a cogliere un ritmo in quella musica triste: lui era abituato al ritmo dei tamburi al suo villaggio, e a quel ritmo si saltava e si ballava tutti assieme gioiosamente, ma questa musica era diversa, inafferrabile.

La donna smise di suonare: "No, no... e non posso certo insegnarti entro stasera. Vediamo se sai almeno servire a tavola. Vieni."

Lo portò in un'altra stanza, apparecchiò la tavola e gli ordinò: "Versami da bere."

Chaki pensò che era facile, ma la donna lo interruppe: "No, non così. Sei un incapace! Guarda come si versa da bere e cerca di imparare!" disse seccata.

Passarono parecchio tempo a provare e riprovare diverse cose, finché la donna sembrò almeno in parte soddisfatta: "Dovrò insegnarti tutto. Poteva comprarti un po' prima, no, Abdul. Com'è che ti chiami, tu?"

"Chaki, signora."

"Se te lo chiede il padrone, devi rispondere: il nome del tuo umilissimo schiavo è Chaki, mio signore e padrone. Ripeti!" Poi gli chiese: "Quanti anni hai?"

"Quattordici, mio signore e padrone."

"No, no, devi dire tredici... Ne ho tredici, chiaro? Ripeti."

"Ne ho tredici, mio signore e padrone..." disse Chaki frastornato.

Passarono così tutto il pomeriggio, finché tornò Abdul che si compiacque per l'aspetto di Chaki.

"Mandalo stasera alla fine della cena, quando tutti presenteranno i regali. Credo che lo sceicco dovrà proprio apprezzare il mio regalo, questa volta. Mettigli un filo di profumo, anche. Lo presenteremo come ti ho detto. Mussa e Selim ti aiuteranno come d'accordo. Ora vado, sta per iniziare la festa." disse fregandosi le mani soddisfatto ed uscendo.

"Speriamo che tu non ci faccia fare brutta figura!" gli disse severa la donna, "A vederti, sei carino, e al Signore piacciono i ragazzetti negri. Che ci trova, poi? Ha le donne più belle del territorio... Mah, i gusti sono gusti, non si discutono, specialmente quelli dello sceicco. Adesso, vediamo se ti sai inchinare a modo. Io sono il tuo padrone: quando ti regaleremo a lui ti prostrerai. Fammi vedere come... Ma no, bestia! Così devi fare, guarda. Provaci, ora. Con più grazia, sembri un sacco di panni sporchi, in quel modo! Così, hai capito? Di nuovo..." brontolò la donna e continuò a fargli provare i vari tipi di inchini.

A un certo punto arrivarono due schiavi: uno era un nero, nerboruto, grande e grosso, tutto muscoli, l'altro pareva un sangue misto, di notevole bellezza, dallo sguardo penetrante.

"È pronto lo schiavetto?" chiesero alla donna.

"Speriamo. Che ve ne pare?"

"Mmmmh! dovrebbe piacere al padrone. Girati... ha un bel culetto, sì. Allora, qual è il telo che dovremo usare?"

"Questo." disse la donna porgendo loro un broccato di seta azzurra.

I due lo spiegarono e lo tennero attorno al ragazzino in modo di coprirlo completamente alla vista.

"Cammina al passo con noi." gli dissero.

Provarono alcune volte.

"Bene. Quando toglieremo il telo tu conterai lentamente fino a cinque, sei capace?"

"Sì."

"Bene, poi, al cinque, ti prostrerai. Proviamo."

Camminarono, i due tolsero il telo, e Chaki iniziò: "Uno... due..."

"No, somaro! Non devi contare ad alta voce, ma col pensiero. Riproviamo."

La seconda volta andò bene. Allora i due uomini presero Chaki e si avviarono. Percorso un corridoio, entrarono in stanze che lasciarono Chaki ammutolito per lo stupore: se quelle in cui era stato gli erano sembrate bellissime, queste parevano un sogno: grandi, alte, decorate con stucchi dorati che brillavano alla luce delle molte lanterne che pendevano dai soffitti arabescati, con mobili uno più bello dell'altro. E man mano che passavano da una stanza all'altra, il lusso pareva aumentare.

Si fermarono davanti a una porta. Dall'altra parte giungeva musica e voci allegre. Chaki era sopraffatto da tanta bellezza e dalla ricchezza che lo circondava. Quel signore doveva essere un re molto potente, per vivere in un palazzo così, pensava il ragazzino.

Dietro la porta si fece improvvisamente silenzio. Poi alcune voci a turno parlarono. Chaki non riusciva a capire che cosa dicessero ma dopo ogni voce, si levavano parecchie voci a dire altro. Così per un po'.

Poi Chaki riconobbe la voce dell'uomo che lo aveva comprato e contemporaneamente, i due misero il telo attorno al ragazzino e gli sussurrarono: "Pronto. Stiamo per entrare."

Chaki si tese, doveva stare attento a fare tutto come gli avevano insegnato. E tra poco avrebbe visto il suo nuovo padrone, quello a cui doveva rallegrare le notti. In cuor suo sperò solo che non fosse dotato come Abdul. Sentì la porta aprirsi e i due iniziarono a camminare. Chaki tenne perfettamente il loro passo e quando si fermarono, si fermò in tempo.

Abdul disse: "Ecco, dunque, mio Signore, il regalo che il tuo umile servitore si permette di farti. Degnati di accettarlo, nonostante il suo infimo valore."

A quelle parole il telo fu tolto e Chaki contò mentalmente fino a cinque, quindi si prostrò.

Aveva fatto appena a tempo a vedere un uomo sui quaranta anni, seduto su un cuscino dietro a un basso tavolo, vestito con abiti luccicanti d'oro e di pietre preziose, il volto con una barba sottile, un copricapo con piume bianche tenute da una grossa pietra preziosa. Sentì le voci dei presenti fare apprezzamenti e commenti in un brusio sommesso.

"Oh, Abdul! Anche tu sai che cosa mi piace, a quanto vedo. Alzati, ragazzo." disse e Chaki si alzò. "Avvicinati."

Chaki avanzò e fece un nuovo, profondo inchino.

"No, vieni qui accanto a me: voglio vederti bene."

Chaki aggirò il tavolo e si accostò al suo padrone. Questi lo guardò attentamente, lo fece girare, quindi gli chiese quanti anni avesse, quale fosse il suo nome. Chaki rispose come gli era stato insegnato e con la coda dell'occhio vide l'espressione soddisfatta di Abdul.

"Bene, che devo dirvi, amici fedeli? Quest'anno avete superato voi stessi. A chi dare il mio pugnale come premio per il miglior regalo? A te, tesoriere? La tua melagrana d'oro e rubini è opera preziosa, degna di chi conserva il mio tesoro. A te, cadì? Il testo miniato del Corano è bello e doppiamente prezioso perché è il libro santo. A te, capo delle guardie? M'aspettavo un'altra spada: m'hai sorpreso con quel sontuoso broccato d'oriente, degno di un re. A te, maestro di casa? Sai quanto apprezzo le cose esotiche, e quello scrittoio di tarsia di Fiorenza è delizioso. Oppure a te, mio saggio segretario e consigliere? Quel gioco di scacchi di avorio ed ebano è opera fine e rallegrerà i miei momenti d'ozio. O infine a te, mio fido capo degli schiavi? Questo ragazzino sembra un frutto pronto per essere colto... ma devo prima assaggiarlo per poterlo paragonare agli altri doni. Perciò, amici, dovrò rimandare a domani ogni decisione. Per ora vi ringrazio. A domani, dunque."

Tutti sembrarono piuttosto sconcertati, ma a quel chiaro congedo si alzarono e, inchinandosi, indietreggiarono fino alla porta, uscendo. Rimasero solo lo sceicco e Chaki. Quando la porta fu chiusa, lo sceicco batté le mani ed entrò un servo.

"Porta il ragazzino nella mia stanza e preparalo. Io faccio il solito bagno poi vengo. E fai riordinare questa sala entro stanotte e che non facciano rumore." gli disse.

"Come comandi, mio signore e padrone." disse il servo inchinandosi e, preso Chaki per un braccio, lo guidò fuori da un'altra porta.

Traversata una piccola stanza uscirono in un cortiletto con al centro una fontana zampillante, lo traversarono ed entrarono in un'altra stanza e da qui in una lussuosa camera illuminata da eleganti lanterne, con un grande e basso letto in centro, circondato da cortine di doppi veli.

"Spogliati nudo, ragazzo." disse il servo scostando i veli da un lato.

Chaki obbedì. Il servo lo fece stendere prono, gli allargò le gambe, con un dito prese dell'unguento profumato da un vasetto e immerse il dito nell'ano del ragazzino, iniziando a massaggiarlo a lungo profondamente. Chaki provò una sensazione piacevolissima.

"Sei stretto, molto bene. Ricordati che allo sceicco non piace venire subito, e che gli piacciono i ragazzini caldi e disponibili, e che non piagnucolano. Se ti farà male, non darlo a vedere. Qualunque cosa ti fa o ti fa fare, dai a vedere che ti piace molto, che sei felice di farlo. E fallo bene. E quando ti dirà che puoi dormire, ti stenderai qui, ai suoi piedi, pronto ai suoi comandi se volesse ricominciare durante la notte: raramente gli bastano una o due sole volte. Specialmente se gli piacerai. È la virilità in persona, il nostro padrone. E ricordati di parlare solo quando ti fa domande dirette." disse l'uomo continuando a lubrificargli lo stretto canale. Dopo un po', l'uomo gli disse: "Bene, ora stenditi qui in fondo, supino, così... e vedi di non farti trovare addormentato. Io vado."

Chaki si sentiva bene: il grande letto era incredibilmente confortevole: soffice ma non troppo. Dalle cortine filtrava una luce dolce e piacevole. Tutto era silenzio. Dopo poco sentì una porta aprirsi. Non aveva il coraggio di girarsi a guardare. Trattenne il respiro e attese trepido...



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