logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


LO STALLONE DOMATO CAPITOLO 5 - CAMBIAMENTI

Angelo prese sottobraccio la ragazza: la odiai all'istante. Tutti i tavoli erano presi, a quell'ora, così li feci sedere a uno dei due rimasti liberi per me. I tre sedettero, la ragazza appiccicata ad Angelo, il braccio destro attorno alla sua vita in una posa possessiva. Cristo, mica era per caso la ragazza di Angelo, quella? mi chiesi seccato. L'altro ragazzo stava a sinistra della ragazza, ma staccato.

Tesi la mano alla ragazza presentandomi: almeno quella era obbligata a togliere il braccio da dosso al "mio" Angelo. "Eugene Porter." le dissi sfoderando il mio più seducente sorriso.

"Helena Bowen. How do you do." mi disse quella, togliendo il braccio dalla vita di Angelo e porgendomi una manina con un anello per ogni dito, compreso il pollice.

Le detti una stretta calda e un po' più lunga del necessario, guardandola come so che alle gallinelle piace essere guardate. Non me ne fregava niente di quella, volevo solo staccarla in qualche modo da Angelo.

Poi mi presentai al ragazzo che risultò chiamarsi George Bowen. Con aria stupida, gli chiesi se fosse il marito di Helena; mi disse che erano fratello e sorella. Angelo aggiunse che erano suoi amici di Londra, che erano venuti a visitare Roma. Non potevano restarsene a Londra, quei due? Specialmente Helena...

"Compagni di studi?" chiesi io che non volevo ancora lasciarli soli.

"George studia con me. Helena lavora alla BBC." mi disse Angelo.

"Ah, interessante!" dissi io e rivolgendomi alla ragazza, dissi: "Mi scuso per il mio inglese un po' scolastico... Si ferma molto qui a Roma?"

"Oh, no." disse lei e io ero già tutto contento, "il suo inglese è corretto." Bang! E io che m'ero illuso. "Siamo arrivati l'altro ieri. Ci tratteniamo una decina di giorni, qui, con Angie..." Angie, all'inglese, nomignolo da intimi. Ma sì, strega, gira il coltello nella piaga.

"E... vi piace, Roma? È la prima volta?" insistetti io.

"Oh, sì. E Angie è un'ottima guida turistica. Vero George?"

"Sì." disse il fratello. Loquace!

Chiacchierammo ancora un po'. Angelo aveva un delizioso accento, anche quando parlava in inglese. Cavolo se mi piaceva quel ragazzo. Tutto mi piaceva di lui: gli occhi, il sorriso, la voce, l'accento... Io avrei voluto flirtare con lui, e invece stavo flirtando con la ragazza, nella speranza di sedurla, in modo di farla interessare un po' di meno ad Angelo. Ero geloso!

"Andiamo a ballare?" chiese Helena ad Angelo.

"Non ne ho voglia... Fai ballare tu Helena, George..." rispose Angelo. L'avrei baciato!

Helena sembrò un po' seccata, ma George s'era già alzato in piedi e le tendeva una mano. I due fratellini andarono a ballare.

"Come, va, Angelo?" gli chiesi quando fummo soli. Io ero gongolante.

"Bene, mister Eugene." mi rispose Angelo in tono neutro, e si passò una mano lieve fra i capelli.

Ebbi l'impressione che fosse stanco. "Non sarebbe meglio che torni a casa a riposare un po?" gli dissi.

"Loro vogliono fare mattina..." mi disse con aria sconsolata il ragazzo.

"Beh, lasciali qui." suggerii io.

"Sono in auto con me, non posso lasciarli. Devo riportarli in albergo, quando finalmente..."

"Non ti preoccupare per questo. Quando vogliono andare in albergo, dico a Bénoit di chiamare un taxi per loro. E faremo in modo che si divertano, finché restano qui..."

"Lei è molto gentile, Eugene. Ma sarebbe scortese. Non posso." disse Angelo.

I due inglesi tornarono al tavolo. Helena andò subito ad appiccicarsi ad Angelo. Davvero la odiavo, quella! Mi venne un'idea.

"Angelo, veni per cortesia un attimo nel mio ufficio. Ti faccio una tessera di socio permanente, così non hai problemi, se vuoi portare qui un amico..."

"È molto gentile, mister Eugene..." disse Angelo.

Ci alzammo. Subio anche Helena si alzò.

"Voi restate qui, o rischiate di restare senza tavolo." le dissi in tono cortese ma che non ammetteva repliche.

Presi Angelo per un gomito e lo guidai, passando fra le coppie che ballavano, fino al mio ufficio. La mia presa era leggera, ma era per me la mia prima "presa di possesso" e mi sentivo incredibilmente eccitato.

Arrivati nel mio ufficio mi sentivo addosso una gran voglia di afferrarlo, levargli di dosso tutti i vestiti e prenderlo, farlo mio, anche se non era certo quello il posto più romantico in cui cominciare una relazione. Ma non dovevo precipitare le cose e rischiare uno sdegnato rifiuto. Oltre tutto non sapevo neppure se Angelo ci sarebbe stato o no.

Lo feci sedere da una parte della scrivania e sedetti dall'altra. Mi sentivo tanto nervoso e tanto attratto da lui, che avevo bisogno di mettere la scrivania fra di noi. Se avessi avuto l'abitudine di fumare, mi sarei acceso una sigaretta, tanto per tenere occupate le mie mani che parevano attratte da lui come da una calamita.

Mentre prendevo il registro e una tessera intonsa (avevo preso una annuale, ero disposto a pagarla io di tasca mia!) gli chiesi: "È la tua ragazza, quella Helena?"

Il fatto di non aver detto semplicemente "Helena", ma "quella Helena" m'era venuto spontaneo alle labbra, frutto della gelosia che mi stava divorando.

"Oh, no." disse lui guardandomi sorpreso e mi sembrò che arrossisse lievemente, "La conosco appena, è la sorella di George..."

Molto bene, non era una concorrente. E neppure George, che se ne stava tranquillo dall'altra parte... O almeno spervo. E se invece George semplicemente non volesse far capire quello che c'era fra lui e Angelo?

"E... George è un tuo caro amico?" chiesi sperando che quel "caro" fosse un messaggio sufficiente per fargli capire che cosa volevo sapere.

"Non più di altri. Lo conosco da tre anni, da quando ci siamo trovati a studiare assieme. Un amico come altri."

Molto bene, di nuovo. Non mi pareva che stesse dicendo una bugia.

"Mi dai il tuo indirizzo?"

"Quello di Londra? O quello di mio zio qui a Roma, dove sto ora? O quello di mio padre a Milano?" chiese lui incerto.

"Tutti e tre, è meglio." dissi io salomonicamente, e logicamente volli anche i tre numeri di telefono.

Non so perché, forse per la sua aria pulita e ingenua, ma mi chiesi se per caso Angelo non fosse ancora vergine... Ma no, chi è più vergine, ormai, dopo i sedici anni se non prima? Maurizio era l'unica eccezione, ne ero sicuro.

"Vivi da solo, a Londra?" gli chiesi.

"No, divido un appartamentino con un altro compagno di studi. Ci siamo trovati un appartamento a Lambeth, non lontano dal Tamigi."

"Per dividere le spese..." gli dissi io, "A Londra gli affitti sono cari, ho sentito dire."

"Anche. Ma non mi piace stare da solo. E poi Darrin sa cucinare meglio di me. Io da solo finirei per andare avanti a panini."

"Avete una stanza a testa?" gli chiesi.

Stranamente non mi disse di farmi i fatti miei. "Certo. Non sopporterei il suo disordine."

"E siete anche più liberi di portarvi qualcuno in camera, quando ne avete voglia." insinuai io.

Arrossì lievemente, appena un'ombra, ma non mi sfuggiva niente. Perché non mi diceva né sì né no? Quel rossore voleva dire che lui ci si portava qualcuno per... per fare quello che pensavo?

"Darrin, a volte..." disse poi.

Questo significava "io no"? Decisi di essere sfacciato: volevo sapere, dovevo sapere. "E tu?" chiesi.

"No." disse a voce bassa, senza guardarmi.

Era meglio che non insistessi troppo, forse. Mi girava la testa. Cavolo, quanto lo volevo! Era troppo bello per lasciarmelo sfuggire. Ma dovevo essere più cauto, per non farmelo scappare.

"C'è altro?" chiese lui.

Possibile che non capisse quanto mi sentivo attratto da lui? Che non leggesse nei miei occhi quanto lo volevo? Mi trattava con la formale cortesia con cui si tratta un estraneo.

"Possiamo tornare di là?" chiese ancora.

Forse aveva capito anche troppo bene... e voleva tornare in sala dove si sentiva più al sicuro. Voleva dirmi di levarmi certe idee dalla testa, con quella frase? D'altronde, sì, non c'era altro, non avevo più scuse per trattenerlo lì, in quel mio squallido ufficio.

Voglio dire, a me quell'ufficio era sempre sembrato gradevole, ma ora... ora che c'era lui, mi sembrava davvero che fosse squallido. Se solo avessi potuto trovare una scusa per farlo venire da me... Gli porsi la nuova tessera. Lui la guardò e sembrò sorpreso.

"Annuale? Non è... troppo? Tanto più che io sto quasi sempre a Londra."

"Così ogni volta che vieni a Roma, non hai problemi, se ti va di venire qui."

"Mi ha detto mio zio che costano molto, le tessere di questo club..."

"Un piccolo omaggio della casa. Non ne rilasciamo quasi mai. Ma mi fa piacere se torni... se anche a te fa piacere."

"Grazie." disse Angelo alzandosi.

Lo riaccompagnai al suo tavolo. Non riuscivo a staccarmi da lui. George era solo, Helena stava ballando con uno dei soci. Ottimo.

Poi mi venne un'idea. Geniale. Per tre giorni dopo avevo un invito al pranzo di gala all'ambasciata greca, per festeggiare il nuovo ambasciatore. Il console greco, amico di Manlio, me l'aveva fatto avere. Invito per il Signor Eugene Porter e famiglia, RSVP... avevo risposto che sarei andato da solo, ma magari facevo in tempo a dire che saremmo arrivati in due.

"Angelo, ho un invito per due, per mercoledì a pranzo, all'ambasciata greca. Ci verresti?"

Mi guardò sorpreso. Poi annuì: "Potrei. Come devo vestirmi?"

"Come ora. Se non hai con te qualcosa di più formale, può andare bene."

"Possono venire anche George e Helena?" chiese lui.

Perché mai voleva anche quei due fra i piedi? Va be' che non saremmo stati soli io e lui, e che quindi due in più o in meno...

"Non ne ho idea. Posso provare a chiedere, domattina. Ti telefonerò la risposta."

Dovetti lasciarli, non potevo ignorare gli altri soci per tutta la sera. Girai di tavolo in tavolo, scambiando qualche parola con ognuno dei soci e dei loro ospiti. Girato l'angolo, vidi che era anche arrivato il console greco. Mi avviai subito al suo tavolo. Appena lo salutai con il mio solito sorriso di benvenuto, lui mi fece cenno di sedere.

"Ha potuto accettare l'invito per mercoledì?" mi chiese subito.

"Sì, e anzi, avrei da chiederle una cortesia..." gli dissi prendendo la palla al balzo.

"Sì?"

"Ho un caro amico che viene da Londra... e con lui due suoi amici... Sarebbe possibile..." gli chiesi.

"Ma certo." poi si rivolse alla moglie. "Cara, hai per caso qualche invito in bianco nella borsetta?"

"Uno solo..." rispose la consorte tirandolo fuori.

"Ne basta uno. Mi può dire il nome dei suoi amici?"

Glieli dettai e lui li scrisse con la sua Parker d'oro. Firmò il biglietto e me lo porse. Lo ringraziai. Restai a scambiare qualche parola con loro, non stava bene che me ne andassi appena ottenuto quello per cui ero andato a salutarli. Quando giudicai che fosse passato abbastanza tempo per lasciarli senza sembrare scortese, tornai al tavolo di Angelo. Si stavano alzando per andarsene.

"Ecco fatto." gli dissi porgendogli il cartoncino. "Siete invitati tutti e tre. Ti telefono per metterci d'accordo a che ora trovarci per andare all'ambasciata."

"Grazie." mi disse Angelo, con un lieve sorriso.

Mi sentivo euforico. Certo, avrei preferito invitare Angelo da solo e in un ambiente più intimo che non una festa in un'ambasciata. Ma era pur sempre un primo passo. Così sarebbe stato più semplice invitarlo di nuovo... Lui da solo... Magari a casa mia... Ero di nuovo incredibilmente eccitato, solo all'idea.

Erano già le tre di mattina. Maurizio stava ancora ballando con quella ragazza bionda che era arrivata con Marco, e questo era seduto col suo ragazzetto, che stavano parlando fitto fitto come due piccioncini... Potevano sembrare padre e figlio. Non erano stati troppo a lungo nel mio ufficio. Sperai che si fossero divertiti. Andai a sedere al loro tavolo.

"Pare che Maurizio non riesca a staccarsi dalla ragazza che gli hai presentato... Buon segno." gli dissi, "Sei stato generoso a mettergliela fra le braccia."

"E perché no? Tu sei stato gentile con noi... e se riesco a vincere io la scommessa..." disse ridendo. Poi disse al ragazzo: "Ti dispiace andarmi a prendere un whisky on the rocks, Elio?"

Il ragazzo si alzò e andò subito al bar.

"È un ragazzo delizioso, Elio. Grazie per averci permesso..."

"Ma dove l'hai trovato?"

"In metropolitana... Ci si guardava in un modo... Quando è sceso sono sceso anche io e gli ho offerto un caffè... e da cosa è nata cosa."

"Non è un po' troppo giovane?" gli chiesi, senza però avere il tono di criticarlo.

"Forse, ma è proprio delizioso. Mi piace troppo. Poco fa gli ho chiesto di diventare il mio ragazzo e ha accettato."

"Ma se lo conosci appena! È la prima volta, questa sera che..."

"Sì, la prima volta, e è perfetto per me. Si è lasciato cogliere come un frutto maturo, mi si è dato senza riserve. Sono solo il suo terzo uomo... a lui piacciono gli uomini maturi, perciò..."

"Ma non sai niente di lui..." insistei io.

"Più di quanto credessi io stesso. È il fondatore di un club di miei fans. Mi aveva scritto un anno fa chiedendomi un autografo."

"Ma lui lo sa che tu sei bisex, no?"

"Sì, e dice che non gli importa, se solo rinuncio agli altri ragazzi. Gliel'ho promesso. Bacia in un modo speciale... oltre al resto. Fa il liceo classico. Abita a Tor Sapienza, suo padre è un giornalista alla RAI e sua madre ha una farmacia."

"I suoi sanno di lui?"

"Sì, da quando ha avuto il suo primo uomo poco più di un anno fa. È stato con il suo istruttore di nuoto. L'hanno accettato senza problemi. Dice Elio che se fra noi funziona mi vuole presentare ai genitori."

"Insomma, fai sul serio. Ma sei sicuro che non gli peserà se lo fai anche con le ragazze?"

"Se lui mantiene quanto mi ha fatto assaggiare stasera di là nel tuo ufficio, forse posso anche non esagerare con le ragazze, forse anche scordarmele... Però non gliel'ho promesso."

Elio tornò con il whisky e un'aranciata per sé. Cambiammo argomento. Sì, si guardavano proprio come due colombelle... Ah, potenza dell'amore! Dentro di me augurai ai due di stare bene insieme. Chissà che Marco mettesse la testa a posto, una buona volta. Non l'avevo mai visto venire due volte al club con gli stessi ragazzi o ragazze.

Finalmente venne l'ora della chiusura. Mi risentii tutta la stanchezza addosso, non sono mai andato a letto da solo con tanto piacere. Avevo davvero bisogno di riposarmi, se non volevo prendermi un esaurimento.

Domenica sera vidi arrivare di nuovo Marco, il cantante. E con lui, per la prima volta, c'era solo un ragazzo: Elio. Non aveva pensato ad avvertirmi, e Giacomo, che faceva il receptionist, non voleva far entrare il ragazzo. Mi mandarono a chiamare. Li feci entrare.

"Vuoi uno degli studi?" chiesi a Marco sottovoce, mentre entravamo nel club.

"No, grazie. Siamo passati prima da casa mia..." mi rispose Marco e il suo sorriso pareva la réclame di un dentifricio.

"Ah, bene. Tutto bene, immagino."

"Ottimo. A Elio piace, qui, mi ha chiesto di tornare."

"Gli faccio una tessera provvisoria, almeno non avete problemi ogni volta che venite." gli dissi.

"Grazie. Ah, mi ha telefonato Daniela. Ho vinto la scommessa!"

"Daniela? Che scommessa?" gli chiesi senza capire.

"Ma sì, la bionda con cui ero venuto ieri sera. Usciti da qui, lei s'è portato Maurizio a casa sua e..."

Lo guardai con sorpresa allegria: "Vuoi dire che abbiamo perso l'ultimo vergine che esisteva qui a Roma?"

"Pare proprio di sì." rise lui. "Ma non dire niente. Voglio vedere se sarà Maurizio a parlarcene."

Più tardi arrivò anche Fayssal. Andai a salutarlo. Mi disse che doveva tornare in patria, ma che avrebbe lasciato il figlio a Roma, che aveva iscritto in una prestigiosa scuola privata. Mi disse che gli stava prendendo in affitto una villetta e che stava cercando personale per servire il figlio.

"Quella ragazza Silvia, credo che se può venire a fare la cameriera nella villa di mio figlio, sarebbe una buona cosa." mi disse.

Ohi, ohi, ohi... ammesso che a Silvia andasse bene di andare a lavorare per il giovane Hussein, il figlio non ne sarebbe certo stato contento. Né potevo certo dire a Fayssal che sarebbe stato meglio offrire il lavoro a Luciano. Il ricco petroliere vide la mia perplessità.

"Le darei un buono stipendio, si capisce, per il lavoro che deve fare. Non puoi chiederle se accetta?"

"Posso provarci, ma non posso certo obbligarla."

"Sì, lo so, voi qui lasciate troppa libertà alle vostre donne."

"O voi, piuttosto, troppo poca." gli dissi io cercando di dare un tono lieve alla mia risposta.

"Ogni posto ha le sue regole. Qui in Italia rispettiamo le vostre. La pagherei bene, come t'ho detto."

"Ma perché proprio la nostra Silvia? Per una buona paga chissà quante altre ne puoi trovare."

"Hussein era contento di venire qui... E se tu le hai dato lavoro qui da te, ho la garanzia che sia una ragazza a posto."

"Questo sì. Ma dimmi," mi era venuta un'idea, "hai trovato gli altri servi per la villa di tuo figlio?"

"Non ancora. Incaricherò un'agenzia di trovarli."

"Qui al club, ogni tanto, è bene che si rinnovi il personale. Perciò magari altri fra i ragazzi e le ragazze sarebbero contenti di venire a lavorare nella villa di tuo figlio, per una buona paga."

"Sì, potrebbe essere una buona idea."

"Di che tipo di persone pensi di aver bisogno?" gli chiesi.

Mi fece un elenco. Cose come una cuoca, un autista, un giardiniere, una cameriera... circa sei persone in tutto, maschi e femmine. Gli dissi di lasciarmi qualche giorno per parlare con il personale. Disse che sarebbe restato ancora una settimana a Roma, e che comunque uno dei suoi uomini sarebbe restato col figlio a Roma, uno che sarebbe stato fra la guardia del corpo, il segretario, il tutore del figlio minorenne.

Nei giorni seguenti parlai prima di tutto con Silvia e con Luciano. Tutti e due si dissero interessati al nuovo lavoro, specialmente quando gli dissi quanto avrebbero ricevuto come stipendio. Luciano pareva contento di rivedere Hussein.

Poi feci la proposta anche a Giulia, che sapevo essere brava in cucina, e a Cesare, che pure accettarono. Telefonai a Fayssal che mi ringraziò e mi chiese di mandare i quattro perché lui li esasminasse ed eventualmente li assumesse.

Li prese tutti e quattro. Io, tramite gli altri membri del personale, mi feci contattare e esaminai nuovi ragazzi e ragazze per sostituire i quattro che erano andati a lavorare per Fayssal facendoli venire uno alla volta a casa mia. Così dopo averli "messi alla prova", scelsi i due ragazzi e le due ragazze che mi sembravano più adatti e li assunsi.

Specialmente un ragazzo spagnolo di ventidue anni, José, superò la prova in modo più che brillante. Si era presentato a casa mia alle due del pomeriggio... e ci rimase fino alle otto, quando dovetti andare al club.

Era un ex seminarista con una faccia da ragazzo per bene e un corpo maschio e sensuale, e che aveva addosso più fuoco di una squadra di soldati in astinenza da un mese! Si fece prendere da me per ben tre volte, con un piacere anche maggiore del mio, e non solo perché io ci so fare.

Dopo essere uscito dal seminario (essere mandato via, per la precisione, proprio perché era un "pericolo" per gli altri seminaristi) aveva lavorato per due anni come spogliarellista in uno dei più noti nights per donne sole di Roma... José fu un ottimo acquisto: lavorava bene, con serietà, e trasudava sessualità da tutti i pori, pur non essendo affatto volgare.

Persi anche Alfio, che finalmente Alessandro, il calciatore, s'era preso con sé, prendendogli un appartamentino dove lo andava a trovare... sempre con la benedizione della moglie, a quanto pareva. Così dovetti sostituire anche lui.

E infine, Maurizio una sera ammise che aveva finalmente perso la sua verginità, anche se non si vedeva più con la ragazza che gliel'aveva portata via. Ora filava una ragazza della buona società, anche se qualche volta si appartava in uno dei nostri studi, specialmente con la nostra hostess francese, Solange.


Pagina precedente
back
Copertina
INDICE
11oScaffale

shelf

Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 2015