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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 1 - INFANZIA DI UN GENIO

Monsieur François Vauquelin, emerito professore di filosofia, e la sua diletta sposa Marguerite Duvernet, pianista, residenti in Rue Aristide Briand a Sainte Sabine, furono lieti di annunciare a tutto il parentado, il vicinato e i curiosi, che il 14 giugno 1901 era nato il loro primogenito Geoffroy Antoine Nicolas, di peso 2950 grammi e di lunghezza (o sarebbe meglio dire altezza?) 49 centimetri.

Il piccolo Geoffroy rimase l'unico figlio della coppia, che lo allevò con molta cura, dedicandogli tutte le attenzioni di cui erano capaci, e non erano poche, passando molto tempo con lui, facendolo giocare in modo intelligente e formativo, sollecitandone le capacità intelletuali.

Non parlavano con lui come solitamente fanno i genitori con i figli: cioè, non dicevano che doveva mangiare la "pappa", ma il cibo (o il pranzo, la cena e così via); se si faceva male non gli chiedevano se aveva la "bua" o la "bibi" ma se sentiva dolore; non gli dicevano di fare la "pipì" e la "popò" ma di orinare o defecare; né gli dicevano che era ora di andare a "nanna", ma di andare a letto o a dormire... Cosicché il bimbo imparò a parlare in modo appropriato fin dalle prime parole che disse.

A proposito delle prime tre parole che Geoffroy pronunciò furono "buono", "dopo" e "basta". Le parole "sì" e "no" furono rispettivamente la sesta e la settima. Le parole "papà" e "mamma" furono la decima e undicesima... o viceversa. Marguerite registrava tutto sul suo piccolo notes rilegato in marocchino rosso.

Quando Geoffroy compì cinque anni, sapeva già leggere, e, anche se tracciava caratteri grandi, sapeva scrivere in modo chiaro e corretto. Inoltre, per quanto gli permettevano le manine, suonava semplici brani al pianoforte.

Quando era ora di andare a letto, era lui che raccontava una favola di sua invenzione, alla madre. I genitori rispondevano sempre in modo chiaro, esatto ed esauriente a tutti i perché del piccolo, e in modo che fosse in grado di capire, a seconda dell'età che aveva.

A dieci anni era già iscritto al liceo classico di Troyes. All'età di tredici anni compose un poema in greco classico, e lo presentò all'abbé Duchatel, suo insegnante e insigne studioso di greco, dicendo che l'autore era Timoteo di Mileto (circa 450-360 a.C.) e che l'aveva trovato in un'antologia stampata nel 1869 a Lyon...

Il degno professore non aveva avuto alcun dubbio, e aveva inserito quel poema nel suo programma di insegnamento. Geoffroy non ebbe mai il corgaggio di confessargli che era stato uno scherzo e che ne era lui l'autore.

Geoffroy cresceva bene: era di corporatura un po' minuta, il volto non era bello, ma neanche brutto, ed era un ragazzino elegante, intelligente, spiritoso e arguto. Grazie ai suoi studi, al suo enorme amore per la lettura, nonché alle ben fornite biblioteche sia del liceo che del padre, aveva acquisito una conoscenza profonda di autori classici greci e latini e via via, fino agli autori moderni, e una conoscenza non profonda, ma sufficientemente vasta, di filosofia.

Sempre all'età di tredici anni aveva letto, in greco, il Simposio di Platone nella biblioteca del liceo: nessuno aveva previsto che un ragazzino potesse leggere correntemente il greco antico, perciò, mentre le traduzioni erano tenute chiuse a chiave ed erano accessibili solo a studiosi adulti, l'opera omnia di Platone in lingua originale era disponibile negli scaffali aperti.

Per Geoffroy quella lettura costituì una vera e propria rivelazione, che gli chiarì e fece comprendere a pieno certi stimoli che inziava a provare sia nel proprio corpo che nella propria mente. In particolare un passaggio lo colpì, quello in cui Fedro dice:

"L'altro Eros, invece, partecipa dell'Afrodite Urania che da sempre è estranea all'elemento femminile e partecipa soltanto del maschile; e poi è la più antica e non conosce alcun impulso brutale. Per questa ragione quanti sono ispirati da questo Eros sono attratti dall'elemento maschile: essi amano teneramente il sesso per natura più forte e intelligente. E proprio da questa inclinazione a innamorarsi dei ragazzi si possono riconoscere quanti sono posseduti con purezza da questo Eros, perché essi non amano i giovani prima che abbiano dato prova d'intelligenza."

E più oltre:

"C'è da rifletterci, in effetti: è più bello, si dice, amare apertamente piuttosto che in segreto, e soprattutto amare i giovani di nascita migliore e di meriti più alti, anche se meno belli di altri; di più, chi è innamorato è straordinariamente incoraggiato da tutti, e nessuno pensa che faccia qualcosa di cui vergognarsi: il successo è il suo onore, lo scacco è la sua vergogna; e nei tentativi di conquista la regola elogia gli amanti per delle stravaganze che esporrebbero alle critiche più severe chiunque osasse comportarsi così per altri scopi.

"Supponiamo infatti che uno voglia ottenere del denaro da qualcuno, che voglia esercitare una magistratura, o una qualsiasi funzione importante: se accetta di fare ciò che fanno gli amanti per i loro amati - assillarli con preghiere e suppliche, pronunciare grandi giuramenti, dormire dietro le loro porte, abbassarsi volontariamente a ogni sorta di schiavitù che nessuno schiavo accetterebbe di buon grado - ebbene tutto questo gli sarà impedito sia dai suoi amici che dai suoi nemici: questi gli rimprovereranno la sua adulazione e la sua bassezza, quelli lo faranno ragionare e arrossiranno per lui.

"Queste cose, invece, sono ben viste per l'innamorato e la nostra regola non le critica affatto: sono qualcosa che tutti noi ammiriamo. E la cosa più strana è, secondo il detto popolare, che lui solo può giurare e ottenere grazia davanti agli dèi se tradisce i suoi giuramenti: dinnanzi ad Afrodite, a quanto si dice, nessun giuramento vale. Così gli dèi e gli uomini danno agli innamorati una libertà totale: lo dice la nostra regola. E questo porta a pensare che la regola nella nostra città giudichi cose perfette la bellezza e l'amore, e l'amicizia che ricompensa gli amanti.

"Quando d'altra parte i padri fanno sorvegliare dai pedagoghi i loro figlioli innamorati, in modo che non possano parlar d'amore con i loro amanti; quando i giovani della loro età, i loro amici, li rimproverano per il loro amore; quando gli adulti non si oppongono a queste critiche e non le biasimano come fuori luogo; allora se si considera tutto questo si potrebbe credere, al contrario, che questo tipo di amore goda presso di noi di cattiva fama."

Geoffroy non solo capì i propri istinti, ma anche gli strani sforzi e giri di parole del padre che non voleva mai parlare con lui del sentimento d'amore. Evidentemente non voleva che lui conoscesse quel tipo di Eros che è attratto "dall'elemento maschile".

In altre parole, Geoffroy capì, grazie all'accurata lettura del Simposio, di essere omosessuale, e di desiderare trovare un amante, maschio e adulto, che gli desse quanto il padre, gli insegnanti, tutti gli altri non parevano in grado di dargli.

Perciò iniziò la sua segreta ricerca di un tale amante. E nel frattempo cercò altri testi che gli permettessero di capire meglio che cosa significasse essere come lui ai suoi tempi, cioè nel 1914. Imprese non facili, né la prima né la seconda, ma Geoffroy non era un ragazzo da lasciarsi scoraggiare facilmente, al contrario...

Nel 1915, uscito dal liceo, vide un giovane soldato, con una gamba fasciata e una stampella di legno appoggiata sul pavé di fianco a lui, seduto sull'ultimo gradino della bella cattedrale gotica di Troyes, dedicata ai santi Pietro e Paolo. Geoffroy pensò che era davvero bello, e desiderò che potesse essere lui il suo primo uomo.

Si fermò davanti al soldato, che si stava gustando una mela a vigorosi morsi, e lo guardò da capo a piedi.

"Che hai da guardarmi in quel modo, ragazzo?" gli chiese il soldato in tono brusco, ma i suoi occhi erano ridenti.

"Sei di qui tu, o sei di passaggio?"

"Sono di qui. Abito in Rue Colbert."

"T'hanno ferito al fronte?"

"Sì, la scheggia d'una granata."

"Perciò ti hanno mandato a casa?"

"Proprio così. In licenza."

"E ti fermi a lungo?"

"Almeno un mese, forse di più. Ma che cosa è, questo interrogatorio? Sei un poliziotto?"

"No. Sei molto bello."

"Grazie."

"Hai una ragazza?"

"No. E poi, che cosa vuoi sapere altro? Quanto porto di scarpe?"

"Quarantaquattro."

"Esatto. Sei un calzolaio, tu?"

"No. Perché non sei a casa tua, in Rue Colbert?"

"Perché ero solo e mi annoiavo. E tu?"

"Anche io. No, non sarei solo, ma preferisco stare qui, con te."

"E se a me non piacesse stare qui con te?"

"Perché non sono bello?"

"No..." disse il soldato, pensando di aver fatto una gaffe, "non ho detto che non sei bello."

"Non ho bisogno che me lo dici tu: basta che mi guardo allo specchio. Tu, invece sei vermente bello... e virile. Mi piaci."

"Grazie."

"Non hai voglia di portarmi nel tuo letto?"

Il soldato lo guardò a bocca aperta per un po', poi disse: "Ti pare questo il modo di parlare a uno sconosciuto? E di dire una cosa del genere? Ti rendi conto di che cosa hai appena detto, ragazzo?"

"Certo che mi rendo conto, non sono stupido né parlo a vanvera. So che voglio provarci con un maschio, e ho deciso che mi piacerebbe farlo con te."

"O sei incredibilmente ingenuo... o incredibilmente sfacciato, ragazzo. Torna a casa, è meglio."

"Se non hai una ragazza, ti dovrebbe piacere farlo con un ragazzo."

"Potrei non avere una ragazza, ma potrebbe piacermi farlo solo con le ragazze, no?"

"Hai detto: potrei. Se fosse davvero così, avresti detto: non ho una ragazza ma mi piace farlo solo con le ragazze. Giusto?"

"Senti, ragazzo, forse non ti rendi conto che tu stai commettendo un crimine, sollecitando un estraneo a un atto sessuale. E io commetterei un crimine, se lo facessi con te."

"Sì, lo so, l'ho letto. Crimini se ne commettono ogni momento, c'è sicuramente una legge che proibisce ogni cosa uno possa immaginare. La legge punisce solo quelli che scopre. In altri termini, fai quello che vuoi, purché non si sappia. Allora, mi porti nel tuo letto o no?"

"No."

"Tu, soldato, stai continuando a dirmi di no, ma stai anche continuando a spogliarmi con gli occhi. Di faccia non sarò granché bello, ma di corpo non sono niente male. Sto crescendo piuttosto bene. Non lo sai che i giovanotti, nella Grecia antica, si prendevano un ragazzo e ci facevano l'amore?"

"Sarà come dici tu, ma noi siamo nella Francia moderna, non nella Grecia antica."

"Se davvero non volessi portarmi a letto, mi avresti già cacciato via o te ne saresti andato. Evidentemente sei ancora incerto se rischiare o no. Ma ne avresti voglia."

"Hai la sfera di cristallo, ragazzo?" gli chiese con lieve ironia il soldato.

"Mi chiamo Geoffroy, smettila di chiamarmi ragazzo, solo per sentirti adulto. Lo so che lo sei, altrimenti non t'avrei chiesto di portarmi nel tuo letto. Non mi interessa un ragazzo come me, senza esperienza."

"Bene, Geoffroy, dammi tre buone ragioni perché dovrei portarti nel mio letto, invece che mandarti via a calci."

"Come ti chiami?"

"Paul Gineste."

"Tre ragioni, dici, Paul? Una: se ti piace farlo con un ragazzo, saresti sciocco a dirmi di no. Due: se non l'hai mai fatto con un ragazzo, ci dovresti provare: non si può dire non mi piace di qualcosa che non si conosce. Tre: con una gamba in quelle condizioni, non potresti mandarmi via a calci."

Il soldato rise. "Sei incredibile. Se un mio commilitone mi avesse raccontato di avere incontrato uno come te, non gli avrei mai creduto."

"La realtà supera sempre la fantasia."

"Non è il contrario?"

"No. Allora, mi porti a letto con te?"

"E cosa vorresti fare?"

"Sei tu che devi dirmelo, non io. Per me sarebbe la prima volta."

"Hai idea di che cosa fanno, due maschi, a letto?"

"No, non sono riuscito a trovare una descrizione accurata su nessun libro. Fanno l'amore, come si usa dire, cioè sesso... come un uomo farebbe con una donna, ho letto. Però non sono neanche riuscito a trovare nessuna descrizione di come un uomo lo fa con una donna, perciò ne so quanto prima, cioè niente."

"Potrebbe non piacerti."

"Se non ci provo, non lo saprò mai. E comunque, se altri lo fanno, significa che è piacevole. Se nel medio evo bruciavano vivi i sodomiti, eppure continuavano a essercene, significa che valeva la pena di rischiare una morte così brutta."

"I criminali sperano sempre di non essere scoperti, e pensano sempre di essere più furbi di quelli che vengono scoperti. Non lo sai, tu, questo? Non l'hai letto sui tuoi libri?"

"Un criminale è una persona che volontiamente nuoce a un altro. Due che hanno sesso in pieno accordo, non sono criminali, perciò."

"No, ragazzo..."

"Geoffroy."

"No, Geoffroy. Un criminale è uno che viola la legge."

"Tutti i primi cristiani, fino all'epoca dell'imperatore Costantino, erano perciò criminali, secondo te?"

"No, secondo me no... ma lo erano per le leggi romane."

"Che non erano giuste. Secondo me anche la legge che ci proibisce di avere sesso insieme è una legge ingiusta, perciò non siamo criminali se lo facciamo."

"Ma io non ho la vocazione del martire, come i primi cristiani." disse con lieve sarcasmo il soldato.

"Vedi, Paul, che però ti piacerebbe farlo con me? Tutte le cose che mi stai dicendo lo confermano."

"Ammesso che sia come dici, potrei non avere intenzione di correre certi rischi, non lo capisci?"

"Eppure non sei un vile, se sei andato al fronte e sei rimasto ferito in un'azione bellica. I vigliacchi riescono quasi sempre a salvarsi la pelle a spese degli altri."

"Non è sempre così: le bombe non cadono solo su quelli che sono coraggiosi."

"E non t'avrebbero dato quei nastrini."

"Siedi qui accanto a me, Geoffroy. Ascolta. Se io facessi quello che mi chiedi, e non ti piacesse, tu potresti denunciarmi e farmi passare brutti guai. E a volte, specialmente le prime volte, può non piacere."

"A te non è piaciuto, le prime volte che l'hai fatto con un uomo?"

"Non ho affatto detto di averlo mai fatto con un uomo."

"È vero, Paul, continui a girarci intorno. Non dici sì, non dici no. Se tu non fossi come credo, diresti un no molto deciso."

"Sei insisente, Geoffroy."

"Perché mi piaci molto, Paul. Semplice, no? Allora, non t'è piaciuto, la tua prima volta?"

Paul non rispose subito. Guardava davanti a sé come immerso in chissà quali pensieri. Geoffroy lo capì, e tacque, in attesa: sapeva che finalmente gli avrebbe risposto. Infatti, dopo poco, a voce bassa, Paul parlò.

"Sì, mi è piaciuto. Era molto gentile... era tenero e delicato. Mi è piaciuto molto. E anche più, negli incontri seguenti. Ha colto la mia verginità con più delicatezza di chi coglie un non-ti-scordar di me, in modo di non fare cadere neanche un petalo. Era un pomeriggio di maggio, nei campi di mio nonno. Ha steso a terra il telo con cui raccoglieva il fieno... odorava d'erba... Si chiamava Jean-Luc, era uno dei garzoni stagionali."

"Quanti anni avevi, tu? E quanti lui?" chiese quasi sottovoce Geoffroy, affascinato dal tono della voce del soldato.

"Lui ne aveva diciotto, io tredici. Sì, era bello."

"Poi?"

"Poi è finito il lavoro, lui è dovuto tornare a Romilly. Io volevo fuggire con lui... ma non fu possibile... e non lo vidi più."

"Quanti anni hai, adesso?"

"Ventitré."

"Io ne ho quattordici. Uno più di quanti ne avevi tu. Portami a casa tua, Paul. Coglimi come un fiore delicato. Tu sei l'uomo giusto per me. Voglio dare a te... la mia verginità."

Paul lo guardò, pensoso. Poi prese la sua stampella e si alzò in piedi. Geoffroy lo aiutò, alzandosi con lui.

"Sì, vieni Geoffroy. È giusto." disse il giovane uomo.

Entrarono in casa: era un appartamento modesto, molto ordinato e pulito, meno elegante di quello di Geoffroy ma con una gradevole impronta maschile.

"Vivi solo, qui?"

"Ora sì. Vivevo qui con i miei due fratelli... che sono ancora al fronte. Jacques, di due anni più vecchio di me, e Laurent, di tre anni più giovane di me."

"I tuoi genitori?"

"Non li ho mai conosciuti. Ci abbandonarono quando Jacques aveva sei anni e Laurent uno. Ci ha allevati mio nonno."

"E tuo nonno?"

"Con mia nonna, nel suo casolare in campagna, a dieci chilometri circa da qui. Ecco, questa è la mia camera da letto. Sei ancora deciso a volerci provare, Geoffroy?"

"Certo che sono deciso. Però devi dirmi tutto tu, Paul. Devi guidarmi tu."

"Vieni qui, Geoffroy..." disse il giovane soldato sedendo con lui sul bordo del letto e cinse le spalle del ragazzo tirandolo a sé.

Geoffroy gli si abbandonò contro, tranquillo e rilassato: sentiva che si poteva fidare di Paul. Questi cominciò a carezzarlo, poi posò le labbra su quelle del ragazzo in un lieve bacio. Geoffroy rispose a quel bacio, imitando istintivamente quanto il giovane uomo faceva, e a sua volta iniziò a carezzarne il corpo nello stesso modo.

I due sentivano crescere, lentamente e piacevolmente, l'eccitazione nei loro corpi. Il ragazzo sentì che Paul era più teso di lui.

"Paul, rilassati. Non devi preoccuparti così, sono io che voglio andare avanti, e se qualcosa non mi piacesse, sarei io a dirtelo. E so che se ti dicessi di no a qualcosa, tu ti fermeresti, non è così?"

"Sì... lo so che tu lo vuoi, sei stato molto chiaro fin dall'inizio. Solo vorrei che per te sia bello come lo era stato per me."

"Se sei più tanquillo, credo che sarà più picevole anche per me. Non stiamo facendo un'esperienza di laboratorio, stiamo solo provando a vedere se fare sesso assieme è una cosa gradevole e giusta sia per te che per me."

Paul annuì, e lo baciò più intimamente. Si rendeva conto che il ragazzo ripeteva, quasi come allo specchio, quanto lui faceva. Non aveva bisogno di dire a Geoffroy che cosa fare: bastava che lui lo facesse con il ragazzo perché questi lo facesse con lui. Perciò gradualmente il bel soldato smise di preoccuparsi e si lasciò andare a fare l'amore con il ragazzo seguendo solamente il proprio istinto.

Dopo poco erano entrambi nudi, stesi sul lettino, strettamente allacciati e pienamente eccitati. Anche Geoffroy, inconsciamente, smise di analizzare quello che il giovane uomo stava facendo e iniziò a pensare a che cosa lui provava l'istinto di fare. Paul si rese conto di questo cambiamento e si sentì ancora più a proprio agio. Ogni esitazione scomparve.

Geoffroy si sollevò per guardare il membro del giovane uomo: era la prima volta che non solo poteva vedere un membro oltre il proprio, ma anche che lo vedeva così da vicino, fieramente eretto: pensò che era molto bello. E la prima volta che poteva toccarlo, palparlo a piacere: era una sensazione molto gradevole.

Istintivamente si chinò a sentirne l'odore, poi provò a saggiarlo con la lingua. Sentì che il giovane uomo fremeva in preda al piacere, allora si fece più ardito e prese a leccare quel bel membro virile su e giù per tutta la lunghezza, soffermandosi sulla punta, perché capiva che ne era il punto più sensibile.

Quando sentì le labbra di Paul, che s'era girato al contrario, imprigionare il suo membro e accoglierlo nella bocca calda, muovendoci contro la lingua, anche Geoffroy provò a farlo e la sensazione gli piacque molto. I due erano ora uniti in un piacevolissimo sessantanove.

Quando il ragazzo sentì che l'altro, lasciato il suo membro, iniziava a lavorargli con la lingua e le labbra i testicoli sodi, volle provarci anche lui. E quando la lingua di Paul scivolò giù giù fino a raggiungere il suo piccolo foro e a stuzzicarlo, dapprima ne fu stupito, chiedendosi se non fosse una cosa disgustosa, anche se a lui stava provocando uno strano piacere. Poi si disse mentalmente che se così fosse stato, quasi certamente il giovane soldato non l'avrebbe fatto, perciò fece anche lui lo stesso percorso.

Quando Geoffroy provò a stuzzicare con la lingua il foro di Paul, fu sorpreso di non sentire né un sapore, né un odore diversi, e che era gradevole frugare in quel modo nella recondita piega e sul nascosto foro del giovane uomo. Il ragazzo non avrebbe mai pensato che il corpo potesse avere così tanti punti che, sollecitati nel dovuto modo, procurassero piacere a tutto il corpo. Capì che erano ciò che era definito in uno dei libri come "punti erogeni", solo che il testo né li aveva elencati né tanto meno aveva descritto come solleticarli o che effetto avrebbe fatto.

Dopo poco Paul si girò di nuovo, interrompendo quei gradevoli contatti, lo prese fra le braccia e mentre lo baciava, gli si infilò con le gambe fra le sue e gli sfregò la forte asta sul solco fra le tenere chiappette. Geoffroy dovette allargare le gambe per dare accesso al giovane uomo, che ripiegò il corpo ad angolo, sì che ora il suo duro membro virile non sfregava più di piatto nel solco, ma vi entrava dritto, e la punta si appoggiò sul suo tenero foro.

Geoffroy intuì che quel forte cilindro di carne stava cercando di entrare nel suo foro. Per un attimo si chiese se fosse possibile: gli sembarva un po' troppo grosso... però pensò che se Paul voleva farlo entrare lì, doveva essere possibile, perciò si rilassò, restando in attesa.

Lo sentì iniziare a spingere, aumentando molto gradualmente la pressione, e sentì anche che le proprie carni stavano lentamente iniziando a cedere, che il suo foro si stava pian piano dilatando. "Questo significa unirsi, allora!" pensò il ragazzo che si rilassò completamente, poiché intuiva che in quel modo avrebbe facilitato l'unione delle loro calde carni.

La totale accettazione psicologica di quella penetrazione, e il conseguente completo rilassamento di tutti i muscoli del ragazzo, permisero alla punta del membro di Paul di far dilatare a poco a poco lo sfintere del ragazzo e di annidarvisi dentro. Tanto tutto il corpo di Geoffroy era rilassato, tanto era tutto teso quello del giovane uomo, che tratteneva e controllava il forte desiderio di entrare completamente e subito nel ragazzo.

Geoffroy lo sentiva entrare in lui millimetro dopo millimetro, sentiva sotto le proprie dita i muscoli tesi e duri del corpo del bel soldato, e l'insieme gli procurava un piacere lieve eppure intenso, forte eppure dolce, e si chiese come fosse possibile il convivere in lui di sensazioni così contrastanti.

I due avevano i loro volti a una spanna l'uno dall'altro, e i loro occhi erano fissi in quelli dell'altro. Entrambi avevano un'espressione seria, assorta. Paul stava spiando le reazioni sul volto del ragazzo, temendo di vedervi affiorare un senso di fastidio, di pena, sperando di vedervi fiorire un senso di piacere, di gioia... Ma Geoffroy restava serio, assorto, man mano che Paul entrava con estrema cautela e lentezza dentro di lui.

Quando finalmente il pube del giovane soldato fu compresso contro le piccole natiche del ragazzo, e gli fu impossibile avanzare ulteriormente in lui, Paul gradualmente si rilassò emettendo un lieve e lungo sospiro e riprendendo a respirare regolarmente: inconsciamente aveva trattenuto il respiro per tutto il tempo della lunga e lenta avanzata.

"Tutto bene?" chiese il ragazzo.

Paul sorrise: di solito era lui a chiederlo al ragazzo che penetrava, le prime volte. "Sì... ma tu?"

"Sì. È una sensazione strana. Mi sento... pieno di te. Non è né bello né brutto... per ora. Tutto qui?" chiese, ma senza delusione nel tono della voce.

"No, questo è solo l'inizio." disse Paul e gli fece palpitare il membro nello strettissimo e caldissimo canale.

"Allora... continuiamo." disse Geoffroy carezzandogli il corpo e sentendo che ora non era più teso come prima, ma gradevolmente soffice e morbido.

Paul iniziò a muoversi dentro di lui, e finalmente Geoffroy iniziò a provare piacere, e il suo volto gradualmente lo dimostrò, colorandosi di un lieve sorriso. Questo fu il segnale che incoraggiò il bel soldato, che finalmente prese senza timore il ragazzo in lunghe e lente spinte, carezzandolo ad arte, stuzzicandogli i piccoli capezzoli rosa, impastandogli con una mano i teneri genitali che presto ripresero a inturgidirsi.

Si baciarono con crescente intimità e calore, e Geoffroy sentì che quanto stava facendo Paul costruiva in tutto il suo copro un crescente e sempre più intenso piacere. Ora il ragazzo aveva un ampio sorriso sulle labbra, e gli occhi parevano divenire sempre più brillanti, luminosi. Si rese conto che il bel giovanotto stava provando un simile piacere, e la coscienza che era il suo corpo a procurare a Paul un tale godimento, gli infuse un senso di fierezza.

Abituato ad analizzare tutto con mente razionale, Geoffroy pensò anche che l'anatomia dell'uomo era perfetta: il canale posteriore aveva le dimensioni giuste per accogliere un membro virile eretto, e anche la giusta sensibilità per godere di quell'unione.

Geoffroy sentì che il corpo del bel soldato si stava tendendo di nuovo, il suo forte va e vieni si fece più rapido, breve e vigoroso, e infine, con una serie di forti getti sottolineati da brevi gemiti bassi e lievemente rochi, Paul raggiunse l'orgasmo dentro di lui. Il ragazzo notò che l'espressione del volto del compagno era trasformata dalla forza delle emozioni, dall'intensità del piacere.

Quando Paul si rilassò, sfilandosi lentamente da lui, Geoffroy gli disse: "Adesso tocca a me."

Il bel soldato annuì. Si mise a quattro zampe e disse : "Prendimi così. Il tuo è ancora meno lungo del mio, e così lo puoi mettere dentro meglio."

"Non pensavo che ci fosse una diversa posizione in base alla lunghezza del membro." disse lievemente stupito il ragazzo.

"Come t'ho preso io, non entrava tutto, perciò lo potevi accettare con più facilità. Non volevo farti male."

"Infatti non m'hai fatto male. È stato assai gradevole, quando hai cominciato a muoverti dentro di me."

"Bene. Dai, ora, Geoffroy. Vedrai che anche questo ti piacerà."

Il ragazzo si inginocchiò fra le gambe del bel soldato, gli puntò il membro sul foro e spinse. Si stupì di come gli affondava dentro rapidamente. Sentì un forte calore avvolgere la sua giovane asta, e la sensazione di piacere fu istantanea.

Si appoggiò con le mani sulle piccole e sode natiche di Paul e iniziò a muoversi avanti e dietro. Dapprima lentamente, poi con maggiore velocità, sentendosi via via più sicuro. All'inizio, a volte il membro di Geoffroy fuoriusciva dal canale del compagno, e doveva spingercelo nuovamente dentro. Poi il ragazzo imparò a controllare e calibrare le proprie spinte.

Quando infine anche Geoffroy raggiunse l'orgasmo, Paul lo prese fra le braccia, quasi coccolandolo.

"Allora?" gli chiese.

"Finché resti a Troyes, ci si vede ancora, no?" gli disse il ragazzo.

"Sì, volentieri. Sono contento che ti è piaciuto. Dobbiamo solo essere prudenti, te ne rendi conto, no?"

"Certo che me ne rendo conto. Non sono nato ieri." disse il ragazzo.

Paul ridacchiò: non era quella una frase che uno si aspetta di udire dalle labbra di un quattordicenne, anche se Geoffroy era, sia fisicamente che mentalmente, assai più maturo dei ragazzi della sua età.


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