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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 2 - LA VITTORIA

Geoffroy Antoine Nicolas Vauquelin, dopo la breve parentesi con Paul, per parecchi mesi non ebbe altri incontri sessuali. In parte perché si applicava con piena dedizione ai propri studi, in parte perché ora sapeva di essere omosessuale e tanto gli bastava. Oltretutto non si sentiva particolarmente attratto dai suoi coetanei e neanche dai compagni di classe, anche se in media erano di un paio di anni più vecchi di lui.

Si sentiva piuttosto attratto da uomini giovani ma già maturi, sia fisicamente che psichicamente. Inoltre, a causa del suo profondo senso estetico, Geoffroy era interessato solo a persone belle sia fisicamente che come carattere, nonostante sapesse di non essere particolarmente bello lui stesso... o forse proprio per questo.

L'unica eccezione fu un compagno di classe, un ragazzo di due anni maggiore di lui, di nome Philippe.

Geoffroy si accorse che il compagno era fortemente attratto da lui, e che gli stava facendo una corte molto discreta ma altrettanto assidua. Quando erano con altri, Philippe si comportava con lui come tutti gli altri compagni, forse solamente un po' più gentilmente, ma quando erano soli, faceva del tutto per fargli capire il proprio desiderio.

All'inizio Geoffroy si divertì a far finta di non capire, per vedere fino a che punto si sarebbe spinto il compagno. Per lui divenne come un gioco.

Una volta che erano soli, usciti dal liceo, dove il professore di letteratura aveva illustrato loro l'opera di Chrestien de Troyes, Philippe gli disse: "Mi sarebbe piaciuto se tu e io si fosse vissuti in quei tempi!"

"Ah sì? Perché?"

"Tu saresti stato sicuramente un cavaliere anche più famoso di Lancelot du Lac... e io magari il tuo fedele scudiero."

"Il mio fedele scudiero, dici?"

"Sì, al tuo servizio... pronto a soddisfare ogni tuo desiderio, sempre al tuo seguito, avido di obbedire a ogni tuo ordine."

"Ogni mio ordine, ogni mio desiderio, dici."

"Sì, certo. Pronto a... farti felice... a darti piacere... in ogni modo." insisté Philippe guardandolo con occhi ardenti.

"Bene, allora seguimi, scudiero." disse Geoffroy in tono deciso.

"Sì, mio signore." rispose prontamente il compagno.

Geoffroy si avviò a passo svelto verso la Senna, e ne risalì la riva finché furono fuori da Troyes. Sentiva i passi del compagno dietro di sé. Non si girò una sola volta a guardarlo. Quando furono abbastanza lontani dalle ultime case della città, Geoffroy individuò un punto appartato, protetto da alti e folti cespugli e vi si inoltrò, scostando i rami per passare, incurante che si richiudessero colpendo il compagno.

Trovata un piccola radura, si fermò e si girò, guardando con atteggiamento di superiorità il compagno, che lo guarda a sua volta in atteggiamento di sottomissione e di aspettativa. Questo procurò un sottile piacere a Geoffroy.

"Spogliati nudo!" gli ordinò.

Con lieve sorpresa, vide che Philippe obbediva senza la minima esitazione, non faceva nessuna obiezione: posò a terra la borsa con i libri di scuola e iniziò a spogliarsi. Non era niente male il corpo del compagno, più maturo del suo, non ancora pienamente virile ma già ben sviluppato.

Quando Philippe fu completamente nudo, gli ordinò di girare lentamente su se stesso, e lo palpò con piacere, saggiandogli i muscoli, poi manipoladogli i genitali, stuzzicandogli l'ano con un dito. Il compagno lo lasciava fare, docile, mite, lo sguardo lievemente abbassato, quasi in atteggiamento di rispetto.

"Giù, in ginocchio, davanti a me." ordinò Geoffroy. "Aprimi i calzoni e tirami fuori il membro."

Nuovamente Philippe obbedì.

"Adesso accarezzalo, bacialo... leccalo finché diventa bello duro." ordinò e guardò con piacere il compagno prodigarsi, con mani lievi, a fare quanto gli era stato chiesto.

"Prendilo tutto in bocca. Succhialo. E non farmi sentire i denti, scudiero! Così. Muovi la lingua. Bene."

Gli piaceva vedere il proprio membro scomparire e riapparire fra le labbara del compagno, che si lasciava dominare in quel modo, obbedendo a ogni suo ordine senza battere ciglio.

Di tanto in tanto Philippe sollevava lo sguardo verso il volto del compagno, e Geoffroy, con espressione seria, gli faceva un lieve cenno di assenso, incoraggiandolo a proseguire.

Dopo un po', gli ordinò di smettere, lo fece alzare in piedi, e gli ordinò di insalivarsi bene l'ano. Poi lo fece chinare puntandosi le mani sulle ginocchia, gli andò dietro e con una sola forte spinta lo penetrò.

"Non è la prima volta che lo prendi in culo, vero?" gli disse, lievemente stupito per la facilità con cui il compagno l'aveva accolto in sé.

"No, signore, non è la prima volta." rispose Philippe.

"Chi te lo mette, di solito?" gli chiese.

"Il mio fratello maggiore, mio signore. Dormiamo nello stesso letto."

"Ah, e ti piace."

"Mi piace di più come stai facendo tu, mio signore."

Geoffroy gli batteva dentro con crescente gusto finché, tirandolo a sé per le anche, gli si svuotò dentro. Gli si tolse da dosso e lo fece girare.

"Adesso masturbati." gli ordinò, e si richiuse i calzoni.

"Sì, signore. Grazie, mio signore." disse Philippe e obbedì.

Geoffroy lo osservava, analizzandone le espressioni del volto man mano che il compagno si avvicinava all'orgasmo, la crescente tensione dei muscoli del bel corpo, e infine l'ampio arco di lattescente seme, e ne contò i getti: erano sei.

Philippe riamse fermo, tremante, mentre il suo membro, palpitando, si afflosciava.

"Ora puoi rivestirti." gli concesse infine Geoffroy.

"Mi prendi ancora, Geoffroy? Lo facciamo ancora? Ti è piaciuto?" gli chiese il compagno con un luce di speranza e di preghiera negli occhi.

"Non lo so, vedremo. Quanti anni avevi, la prima volta che tuo fratello te l'ha messo in culo?"

"Io dodici, lui quattordici. Mi ha fatto male, le prime volte. Mi teneva una mano premuta sulla bocca, perché non gridassi."

"Ma poi ti è piaciuto, vedo."

"Sì, adesso mi piace, ma tu sei meglio di lui."

"E l'hai fatto anche con altri?"

"Sì, quando viene a trovarci nostro cugino, me lo mettono tutti e due, uno davanti uno di dietro, e ogni tanto si scambiano il posto."

"Ti piace prenderlo da due, contemporaneamente?"

"Sì, mi piace molto. Ma tu, me lo metti ancora, Geoffroy?"

"Te l'ho detto: può darsi. Tu non l'hai mai messo a nessuno, Philippe?"

"No, non mi interessa. Mi piace solo prenderlo."

"Sì, ho visto che ti piace. Tuo cugino ha venti anni come tuo fratello?"

"No, diciotto come me. Ma ce l'hanno tutti e due più piccolo del tuo. Tu ce l'hai bello grosso, anche se loro di corpo sono più grossi di te."

In seguito Geoffroy portò abbastanza spesso il compagno lungo la Senna, e si divertì con lui. Gli piaceva farsi raccontare nei dettagli come lo prendeva il fratello, o anche quando Philippe lo prendeva da tutti e due. Pensava che gli sarebbe piaciuto vederli tutti e tre "all'opera".

Un giorno Geoffroy chiese al compagno: "Dimmi, ti piace Robert?"

"Abbastanza... anche se è un po' rude e volgare, non è raffinato come te."

"Ho l'impressione che gli piacerebbe farlo con te."

"Non me ne sono accorto."

"Sì. Ti guarda in un modo che la dice lunga. Devi chiedergli di mettertelo in culo. Vedrai che ci sta."

"Perché, ti sei stancato di me?" gli chiese il compagno un po' deluso.

"No. Perché mi piacerebbe stare a guardare mentre un altro te lo mette in culo... e magari prenderti in due, con lui. Non ti piacerebbe?"

"Non lo so... io preferisco farlo con te."

"O lo fai anche con Robert, o non lo fai più con me." gli disse seccamente Geoffroy.

"Come vuoi tu... posso provarci... Ma se lui ci sta, devo dirgli di te?"

"No. Mi fai un segno, così io vengo a nascondermi qui, poi tu ce lo porti e te lo fai mettere. Qui, in modo che io vi posso guardare. Poi vengo fuori e lo facciamo in tre. Quando vengo fuori devi far finta di aver paura, però. Devi pregarmi di non denunciarvi... così anche Robert lo farà... e accetterà quello che decido."

"Lo vuoi mettere anche a lui?"

"Credo proprio di sì, magari mentre lui lo mette a te. Ma prima voglio godermi la scena per un po'. Capito?"

"Sì, come vuoi tu, Geoffroy."

A Geoffroy piaceva la completa remissività del compagno, gli piaceva come facesse prontamente tutto pur di compiacerlo. Era già un po' che pensava di farlo anche con Robert, che era veramente attraente, ma preferiva che fosse Philippe a esporsi. Tanto più che aveva veramente l'impressione che Robert fosse interessato a Philippe, ma non a lui. Sorprendendoli sul fatto, avrebbe costretto Robert a farlo anche con lui. L'idea lo divertiva.


Dopo un paio di giorni, durante l'intervallo, Philippe gli disse: "Oggi, all'uscita da scuola, porto Robert là fra i cespugli."

"Ti ha detto di sì? Come hai fatto?"

"Ieri, mentre tornavamo a casa, gli ho chiesto se aveva voglia oggi di venire con me in riva alla Senna in un posto segreto, per divertirsi con me. Lui ha capito subito cosa volevo fare e mi ha chiesto se me lo lasciavo mettere in culo... così ha accettato."

"Bene. Ricordati che tu non sai niente di me. E che devi pregarmi di non denunciarvi."

"Sì, certo. Ma poi, lo farai di nuovo con me, vero?"

"Certo. Mi piace il tuo culo."

Alla fine delle lezioni, Geoffroy andò di corsa nel luogo prefissato, si nascose e attese. Dopo pochi minuti li senti arrivare.

"Ecco, qui va bene..." disse Philippe a Robert.

"Sì, certo. Dai, non vedo l'ora di fottere il tuo bel culetto, Philippe. Calati i calzoni e mettiti giù a quattro zampe."

Anche Robert si calò i calzoni e Geoffroy vide che era già eccitato e che aveva un bel membro. Robert si inginocchiò dietro a Philippe, gli insalivò il culetto e lo prese con vigore. Geoffroy si godette per un po' la scena, eccitato. Robert fotteva allegramente il compagno, tenendolo per le spalle con forti spinte sottolineandole con allegri "così" detti ad alta voce. Aveva il volto arrossato per l'eccitazione. Philippe gli si spingeva contro a ogni colpo, dimenando il culetto.

Geoffroy li lasciò continuare per un po', poi venne fuori dai cespugli, dicendo ad alta voce: "Ma bravi! Che bella scena!" in tono sarcastico.

Robert si immobilizzò e arrossì violentemente, guardando con espressione preoccupata Geoffroy.

"Pensate che cosa direbbe il preside della scuola... i compagni... e le vostre famiglie!" proseguì Geoffroy guardandoli con un'espressione di scherno.

Philippe iniziò a scongiurarlo di non dire niente, gli disse che avrebbe fatto qualsiasi cosa voleva, purché non li denunciasse... e dopo poco anche Robert si unì alle sue preghiere, e fece per togliersi da dentro il compagno.

"Fermo, Robert!" ordinò Geoffroy.

Il compagno si immobilizzò di nuovo.

"Ti piace fottere in culo Philippe, ho visto." gli disse con un sorrisetto.

"È lui che me l'ha chiesto..." si scusò il ragazzo, quasi balbettantdo: era impaurito.

"E tu? Ti ha costretto, forse? O sei tu che hai costretto lui?"

"No... no... è che... avevo voglia... e lui m'ha detto che gli piace..."

"Già, avevi voglia. Perciò ti piace fotterlo."

"Beh... un ragazzo ha bisogno di sfogarsi. Non ci denunciare, Geoffroy. Mio padre m'ammazza se sa che..."

"Se è così bello..." disse Geoffroy iniziando ad aprirsi i calzoni, "voglio provarci anche io!"

"Se vuoi ti lascio inculare Philippe." disse prontamente Robert.

"Oh, come sei generoso!" lo prese in giro Geoffroy. "Mi offri lui... Ma io voglio metterlo in culo a te, Robert... poi forse anche a lui."

"Io... non l'ho mai preso in culo! Io sono un maschio."

"Non più di Philippe, avete lo stesso attrezzo, fra le gambe, no? Continua a fotterlo, dai. Se te lo lasci mettere in culo, io non vi denuncio. Preferisci le legnate di tuo padre, o darmi il tuo culo, Robert?"

"Ma piace anche a te?" gli chiese il compagno.

"Non lo so, non l'ho mai fatto." mentì il ragazzo. "Ma a vedere con che gusto fottevi il culo di Philippe, m'è venuta voglia di provarci. Dai, continua a fotterlo, che frattanto io lo metto in culo a te!"

"Non l'ho mai preso..." protestò ancora Robert.

"E piantala. Vuoi che ci denunci? Come lo prendo io, puoi prenderlo anche tu, no?" gli disse Philippe.

"No, non mi va..." gemette quasi, Robert.

"Come vuoi. Vado a dirlo al preside, allora." disse Geoffroy fingendo di avviarsi verso la città.

"No, aspetta!" gridò quasi Robert.

Geoffroy si girò: "Allora?"

"E va bene, come vuoi tu... ma mettici tanto sputo, io non l'ho mai preso..."

"Come vuoi. Però tu continua a fotterlo." gli disse Geoffroy.

Robert ricominciò a muoversi lentamente in Philippe. Geoffroy gli andò alle spalle, si aprì i calzoni calandoseli sulle ginocchia, si inginocchiò fra le gambe del compagno, e prese a insalivargli accuratamente, con le dita, il foro, preprandolo ad accoglierlo.

Poi afferrò con un braccio attorno alla vita il compagno e, dirigendo il proprio membro duro con la mano, lo puntò sul foro del compagno.

"Fai piano..." gemette Robert smettendo di muoversi dentro Philippe.

"Continua!" gli ordinò Geoffroy, e iniziò a spingere.

Robert resisteva, ma aveva ricominciato a muoversi nel compagno. Geoffroy spinse con maggiore emergia. Ebbe una certa difficoltà a vincere la resistenza del foro del compagno, ma finalmente iniziò a penetrarlo un poco.

"Ahi... fa piano!" protestò Robert.

"Zitto tu, femminuccia!" gli disse Geoffroy dandogli una forte pacca su una natica e spingendo con maggiore energia.

"Fa piano, merda!"

"Zitto!" ordinò di nuovo Geoffroy dandogli un'altra pacca e spingendo ancora.

Improvvisamente lo sfintere di Robert cedette e Geoffroy gli affondò dentro, mentre Robert si irrigidiva e diceva a bassa voce. "Merda, merda, merada..."

"Continua, Robert!" ordinò secco Geoffroy.

Il compagno prese a muovere di nuovo avanti e dietro il bacino, e così, ogni volta che si sfilava da Philippe, si prendeva dentro il membro di Geoffroy e ogni volta che affondava in Philippe, si sfilava un po' dal compagno dietro di lui. Geoffroy stava fermo e si godeva quell'unione.

Gradualmente Robert iniziò a muoversi avanti e dietro con maggiore vigore e velocità. Geoffroy spinse l'altra mano a palpare i genitali di Philippe. Gli piaceva quell'unione a tre, ma soprattutto aver costretto Robert a lasciarsi prendere da lui.

Dopo un po', si sfilò da Robert: "Adesso vai davanti a Philippe e fattelo succhiare: voglio assaggiare anche il suo culetto."

Robert obbedì, mostrando sollievo nel non essere più obbligato a lasciarsi prendere da Geoffroy. A questi piaceva anche questo nuovo modo di far sesso, e pensava che Phlippe doveva essere contento di avere due membri dentro di lui. Allungò le mani e prese ad aprire la camicia di Robert.

"Che fai?" chiese questi un po' stupito.

"Zitto, e pompa nella bocca di Philippe." gli ordinò Geoffroy.

Scoprì il petto del compagno: era bello aveva già una lieve pelurie al centro. Gli prese a stuzzicare i capezzoli. Robert chiuse gli occhi: evidentemente gli piaceva. Infatti dopo poco ricominciò a gemere e mugolare ad alta voce.

Allora Geoffroy gli pose le mani sul collo e sulla nuca, lo tirò a sé e lo baciò in bocca. Robert spalancò gli occhi, cercando di resistergli.

"No..." mugolò.

"Sì!" gli rispose Geoffroy e premette nuovamente le labbra contro quelle del compagno, spingendovi in mezzo la lingua... finché Robert si arrese e accettò il bacio, e dopo poco iniziò a renderglielo.

Improvvisamente Robert raggiunse l'orgasmo, e dopo poco anche Geoffroy. Si staccarono e si guardarono.

"Merda, non ho mai goduto così!" esclamò il ragazzo.

"Anche a me è piaciuto. Specialmente il tuo culetto, Robert, che è bello stretto. Dobbiamo farlo di nuovo."

"No... mi fa ancora male..." protestò Robert.

"Ti abituerai, e ti piacerà come a me." disse Philippe alzandosi in ginocchio, un sorriso soddisfatto sulle labbra.

"Sì che lo faremo ancora... tutti e tre, o io e te, o tu e lui, o io e lui... e te lo metterò di nuovo in culo, Robert, ogni volta che ne ho voglia."

"Ora che l'hai fatto anche tu, non puoi più minacciarmi." disse il ragazzo con un sorriso di superiorità.

"Non lo sai che se vi denuncio, crederanno più a me che a te? Credono sempre al più giovane, non lo sai? E la legge punisce solo il più vecchio, non lo sai?" disse Geoffroy inventando. "E io ho due anni meno di te o di Philippe, perciò andate voi nei guai, non io."

"È proprio così, Robert." intervenne subito Philippe, che voleva compiacere Geoffroy. "Nei casini ci andiamo tu e io, mica lui. Ti conviene rassegnarti."

"Merda, merda, merda!" esclamò di nuovo, a bassa voce, il ragazzo, mentre i tre compagni si alzavano in piedi e si riassettavano gli abiti.

"Vedrai che ti abituerai, e che ti piacerà come a me." disse di nuovo Philippe, prendendo da terra la propria cartella e, non visto dal compagno fece l'occhiolino a Geoffroy.

"Domani tutti e tre di nuovo qui." ordinò Geoffroy. "E questa volta starai tu in mezzo, Robert... e dopo ti lascio fottere a tuo piacere Philippe. D'accordo?"

"Hai tu il coltello per il manico..." rispose mogio mogio Robert, poi chiese: "Ma come facevi a sapere che eravamo qui?"

"Vi ho visto andare via insieme, ma non verso casa vostra, così mi sono incuriosito e vi ho seguito." mentì Geoffroy.

"Non ti ho sentito arrivare..." disse Robert, ancora dubbioso.

"Eri troppo impegnato a fottere il bel culetto di Philippe." gli disse Geoffroy in tono ironico. Poi, tanto per far scena, gli chiese: "Quanto è che fotti Philippe, Robert?"

"È la prima volta. Merda, se sapevo, non venivo!"

"La storia non si fa con i se..." lo prese in giro Geoffroy. "Con chi lo facevi, prima che con Philippe?"

"Ma che te ne frega, a te?" gli rispose bellicoso il ragazzo.

"Non ti conviene fare il duro con me, Robert, non hai niente da guadagnarci." gli disse mentre si riavviavano verso la città. "Con chi lo facevi?"

"Con... un ragazzo di Chaumont... che ha preso il baccalaureat l'anno scorso."

"Ah, Jean-Jacques, allora. T'ha insegnato lui? Se lo faceva mettere da te?"

"Sì. Gli piaceva."

"Quando avete cominciato a farlo? Come? Te l'ha chiesto lui?"

"Due anni fa. Lui era a pensione dalla nostra vicina di casa. M'aveva invitato nella sua stanza perché non capivo un problema di matematica e lui aveva detto che mi aiutava... e mi ha toccato lì... e così..."

"E così, cosa?" chiese Geoffroy incuriosito: gli piaceva scoprire come succedeva, la prima volta.

"Io lo lasciavo fare, mi piaceva... Era meglio che menarmelo da solo... Poi lui me l'ha succhiato e era anche meglio... poi m'ha chiesto di metterglielo dentro... E io gliel'ho messo."

"E era anche meglio." concluse ridacchiando Geoffroy.

"Sì. Ma non prenderlo, merda!" disse in tono scontroso il compagno.

"Vedrai che ti abitui e ti piace." gli ripeté Philippe, sereno.

"Ma davvero me lo vuoi mettere di nuovo?" chiese Robert a Geoffroy.

"Sì, certo. Ho scoperto che mi piace. Come dici tu, è molto meglio che menarselo da soli."

"Allora, domani, è meglio che mi porto la pomata..." disse Robert a bassa voce, tutt'altro che contento.

"Di quale pomata parli?" gli chiese Geoffroy incuriosito.

"Jean-Jacques me la faceva sempre usare... scivolava dentro meglio. Ne ho ancora, mi ha lasciato il vasetto, quando è andato via. Non so cos'è, so che funziona. Sopra c'è scritto Vaseline-Super."

"Bene, portala, allora." disse Geoffroy.

"Io non ne ho bisogno!" ridacchiò Philippe.

Così Geoffroy poté farlo a proprio piacere con tutti e due i compagni. Gli piaceva soprattutto farlo con Robert, soprattuttto perché questi vi si sottoponeva sempre malvolentieri.

Ma giunse la fine dell'anno scolastico e Geoffroy, a sedici anni, ottenne il suo baccalaureat a pieni voti, come il padre e la madre si attendevano da tanto e tale figlio. Nonostante la guerra fosse ancora in corso, monsieur Vaquelin decise che il figlio doveva iscriversi all'università della Sorbonne, a Parigi.

Perciò tutta la famiglia viaggiò fino alla capitale, iscrisse Geoffroy al corso di Letteratura Classica, poi, ottenuti alcuni indirizzi dalla segreteria dell'università, andarono tutti e tre a cercare una camera per Geoffroy. Il ragazzo convinse i genitori, dopo parecchie insistenze, che non gli prendessero una camera in una pensione, ma una stanzetta da solo.

Finalmente trovarono una stanza ammobiliata, non troppo cara, nonostante ci fosse la guerra, in Rue des Ursins, a due passi da Notre Dame, sull'Île de la Cité, non lontano dalla Sorbonne. Il padre fece anche un contratto con un piccolo ristorante in Rue Chanoinesse, pagando un forfait mensile anticipato per dare colazione, pranzo e cena al figlio.

Geoffroy era soddisfatto: in quella stanzetta nel sotto-tetto, un po' squallida ma luminosa, avrebbe avuto non solo tutta la tranquillità per studiare, ma anche tutta la libertà che poteva desiderare per portarcisi una eventuale conquista con cui fare sesso.

La stanzetta, con il soffitto reclinato da due parti, era stretta e lunga e aveva un pavimento di piastrelle di gres grigio chiaro. Aveva, in centro, una porta che dava sulle scale, poi una che dava in un piccolo gabinetto con lavandino e tazza, e una che dava su un piccolo terrazzo per metà coperto dal tetto. Il gabinetto aveva una finestrella in alto, che si apriva sul terrazzo.

Nella stanza, a destra della porta d'ingresso, vi era un'alcova protetta da una brutta tenda a fiori, grande appena per contenere un letto da una piazza e mezzo, un comodino e una sedia. Nell'alcova vi era anche una finestrella quadrata, sul tetto.

Nella stanza, dalla parte opposta della porta che dava sul terrazzino, c'era un'ampia finestra, sotto cui era una scrivania a cassetti, con una sedia. Sulla parete a sinistra della scrivania vi era uno scaffale aperto, poi un grande armadio con cassetti. Fra la porta d'ingresso e quella del gabinetto, c'era una stufa rotonda a carbone, di ghisa.

La stanza aveva tre luci indipendenti: un piccolo lampadario di vetro colorato, con saliscendi, al centro; una lampada da tavolo, con il paralume anche di vetro colorato, sulla scrivania; e infine una luce a muro di fianco al letto, protetta da un'opalina.

Geoffroy pensò che cambiando la tenda, la stanzetta sarebbe stata decente, nonostante la mobilia fosse un po' vecchia. Decise che avrebbe comprato, appena se lo poteva permettere, una tenda e un copriletto uguali. Le pareti erano state imbiancate da poco, e decorate al rullo in una finta decorazione a papier-peint, con grandi gigli di Francia in un celeste molto pallido su fondo giallo paglierino, altrettanto pallido, con righe verticali di un giallo più intenso.

Di fronte alla porta di ingresso alla sua stanza, sul pianerottolo, c'era un'altra porta che dava nella stanza di un altro affittuario. Geoffroy si chiese chi fosse, e si disse che quando vi si fosse trasferito, l'avrebbe scoperto. La sua stanza era al quarto piano. Nei tre piani inferiori vi erano piccoli appartamenti, due per piano. Quando erano saliti per visitarla, Geoffroy non aveva sentito rumori provenire dagli appartamenti, e questo gli fece piacere.

Quando parlò ai genitori della sua intenzione di cambiare la tenda e fare un nuovo copriletto, la madre gli disse che l'avrebbe fatti cucire a Troyes dalle suore, e prese le misure. Tornati a casa, la donna andò con il figlio a scegliere la tela, e Geoffroy volle un tessuto a grandi righe verticali azzurre e celesti, che stavano bene con la decorazione delle pareti. La madre fece anche fare, con la stessa stoffa, due cuscini per le due sedie.


Poco dopo l'inizio dell'anno scolastico all'università, la guerra ebbe fine. Tutta Parigi era per le strade a festeggiare, le ragazze regalavano fiori ai soldati e li abbracciavno e baciavano, c'era una grande e gradevole confusione.

Anche Geoffroy e i compagni di corso uscirno dalla Sorbonne, si riversarono sulla strada, e si mescolarono alla folla festante. Geoffroy risalì per Rue Saint Jacques, andando verso l'Ile de la Cité, quasi trasportato dalla fiumana di gente che andava a Notre Dame. Dalle finestre aperte le radio inondavano le strade di canti patriottici, di proclami.

A un tratto un marinaio che stava sotto braccio a una ragazza, mise un braccio attorno alla vita di Geoffroy e gli disse, con voce allegra: "Abbiamo vinto, ragazzo! L'abbiamo messa in culo ai crucchi!"

Geoffroy rise e gli disse ad alta voce: "E magari quelli ci hanno anche goduto a farselo mettere!"

La ragazza rise a crepapelle, una risata squillante e volgare. Geoffroy se ne sentì un po' disturbato e chiese al marinaio, sottovoce: "È la tua ragazza, quella?"

"E chi la conosce? M'ha preso sotto braccio e mi si è appiccicata addosso," rispose anche sottovoce il marinaio, "non so neppure come si chiama."

"Io mi chiamo Geoffroy Vauquelin." gli disse il ragazzo.

"E io Armand Lebeau." rispose il marinaio.

"Sì," gli disse il ragazzo facendogli l'occhietto, "sei molto bello, infatti."

Il marinaio ridacchiò, e gli chiese sottovoce: "Hai un posto?"

"Sì che ce l'ho... Andiamo?"

"Sicuro!"


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