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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 3 - ESORDIO COME GIORNALISTA

Il marinaio si girò verso la ragazza: "Ehi, bella, adesso ti devo lasciare, mio fratello ha detto che nostro padre ci sta aspettando a casa."

"Oh no, non puoi mollarmi così... Non puoi andarci più tardi, da tuo padre?" protestò la ragazza facendo il broncio.

"No, è molto malato... Non te la prendere, troverai facilmente un altro bel manzo con cui divertirti, bellezza!" le disse il marinaio, e si allontanò, sempre tenendo con un braccio Geoffroy per la vita.

"Vivi da solo?" gli chiese mentre si facevano largo sul Petit Pont.

"Sì. Hai fretta, tu?"

"No... Siamo in licenza e dobbiamo presentarci solo fra cinque giorni."

"Ottimo." disse Geoffroy pensando che se tutto andava bene, avrebbe avuto cinque giorni assai gradevoli. "Prima di salire da me, mangiamo qualcosa?" gli chiese mentre passavano per Rue Chanoinesse.

"Perché no? Certe cose si fanno meglio a stomaco pieno... con più energie in corpo." rise il marinaio.

Lo portò nel piccolo ristorante di Rue Chanoinesse, e chiese se poteva avere un ospite per pranzo.

"Chi, il marinaio?" gli chiese il proprietario.

"Sì, mio cugino... ha cinque giorni di licenza."

"Offro io, a uno dei nostri valorosi soldati!" proclamò l'uomo.

"Ma si ferma cinque giorni..." disse Geoffroy un po' incerto.

"Appunto! Non ti preoccupare. Dobbiamo festeggiare e ringraziarli, i nostri bravi soldati. Accomodatevi ragazzi."

Il marinaio, quando andarono a sedere, gli disse, allegramente: "Sto retrocendendo."

"Cioè?"

"Per la stronzetta ero tuo fratello, per l'oste sono tuo cugino... che cosa sarò, fra poco?"

"Aspetta che siamo su da me... e capirai che cosa sei veramente, per me." gli rispose con un sorrisetto il ragazzo.

"Mmmhhh... non vedo l'ora di scoprirlo." gli disse l'altro.

Mentre mangiavano, il marinaio raccontava episodi di guerra, e sia il proprietario che la gente nei tavoli attorno lo stavano ad ascoltare e gli facevano domande.

Ma appena ebbero finito il pranzo, il giovane uomo si alzò: "Scusatemi, ora, ma mio cugino e io dobbiamo andare." disse.

"Ma tornate per cena, no?" disse il proprietario, e annunciò agli altri: "Il nostro marinaio è mio ospite per cinque giorni. Chi vuole sentire i suoi racconti, venga a mangiare da me."

Geoffroy sorrise: la generosità dell'uomo aveva un risvolto pratico. I due uscirono, e il marinaio pose di nuovo un braccio attorno alla vita del ragazzo.

"Armand, non credi che non sia opportuno tenermi così, quasi abbracciato, per via dove tutti ci vedono?"

Il marinaio rise: "Ma no, dopotutto sei mio cugino, almeno finché non siamo sul tuo letto! Quanti anni hai, Geoffroy?"

"Io diciassette. E tu?"

"Ventidue. Scopiamo fino all'ora di cena?"

Geoffroy rise: "Quant'è che non scopi, Armand?"

"Troppo tempo, quasi due settimane. E tu?"

"Molto di più."

"Recupereremo, in questi cinque giorni, te lo prometto. A te piace più metterlo o prenderlo?"

"Tutt'e due, e anche con la bocca."

"Ottimo. Anche a me. Sì, ci divertiremo."

"È vero che voi marinai, sulle navi, lo fate quasi tutti?" chiese il ragazzo mentre salivano le scale.

"Abbastanza. Che vuoi, quando non hanno una donna per settimane, diventano tutti più o meno disponibili."

"Ma tu... hai mollato quella per me."

"Sicuro. Merito di meglio che una stupida ragazza, io."

"Come facevi a sapere che io ti avrei detto di sì?"

"Non lo sapevo. M'è semplicemente andata bene."

Entrarono nella stanza di Geoffroy. Il marinaio si guardò attorno.

"Il letto? Dietro a quella tenda?" chiese.

"Sì, Armand. Hai proprio fretta, tu..."

"Ce l'ho duro da prima di pranzo! Guarda!" disse protendendo in avanti il bacino, sì che sulla ribaltina dei calzoni si disegnò chiara la forma del suo membro.

Geoffroy lo carezzò e lo palpò. "A sentire questo... invece che Armand Lebeau, dovrei chiamarti Arman Legrand!" disse ridacchiando.

Il marinaio palpò fra le gambe il ragazzo: "Mmmhhh... mi sa che siamo di nuovo fratelli, anche tu sei un Legrand..."

"Tu, quando l'hai fatto la prima volta?"

"A diciassette anni, con un marinaio. Per quello quando nel 1914 è scoppiata la guerra ho fatto domanda nella marina!"

"Prima non avevi mai fatto niente?"

"Ci avevo provato con due... no, con tre ragazze, ma non è che mi piacesse molto. Poi quel marinaio mi ha toccato, e questo mi è subito saltato su e ho capito qual era la mia vera vocazione."

"Ti ha toccato? Dove è successo?"

"Ai gabinetti pubblici, alla Gare de l'Est."

"E l'avete fatto lì?" chiese stupito Geoffroy.

"No, mi ha portato in un alberghetto a ore lì dietro, dove non facevano storie se due maschi chiedevano una stanza. E lì, prima mi ha sverginato, poi se l'è fatto mettere da me. Così ho capito perché con le ragazze non mi divertivo abbastanza. Con lui è stato bello."

"Non ti ha fatto male, la prima volta?"

"Poco, il piacere era più forte." disse Armand cominciando a spogliare il ragazzo.

In breve erano entrambi nudi, i loro corpi si sfregavano uno contro l'altro, e Armand baciava con calore e a fondo Geoffroy, mentre si manipolavano a vicenda le forti erezioni.

Armand aveva il corpo glabro, solo gli avambracci e le gambe erano lievemente pelosi. A Geoffroy piaceva molto il corpo del bel marinaio ed era sempre più eccitato. Armand cominciò a stuzzicargli l'ano con un dito. Geoffroy gemette, con piacere.

"Lo vuoi qui?" gli chiese con un sorriso il giovane marinaio.

"Sì, certo. Ma dopo tocca a me."

"Sicuro. Vieni..." gli disse sospingendolo nell'alcova, oltre la tenda.

Lo sollevò di peso e lo depose sulla schiena sul letto, poi salì anche lui, inginocchiandosi fra le gambe del ragazzo. Gli sospinse le cosce contro il petto e guardò il culetto di Geoffroy. Scese a baciarlo e leccarlo, mordicchiarlo per un po', quindi si spinse fra le due piccole natiche e con la lingua gli preparò il foro a lungo. Geoffroy si godeva quelle attenzioni, e gli carezzava i capelli.

"Hai un gran bel culetto..." gli disse Armand, "proprio come piace a me."

Gli si addossò, diresse la dura asta sull'obiettivo, e iniziò a spingere, guardandolo negli occhi. Geoffroy si rilassò e si mosse lievemente per facilitargli la penetrazione.

"Sì, bravo, così... Ti piace penderlo lì, vero?"

"Sì, Armand, mi piace... almeno quanto metterlo. Dai, fammi sentire se sei veramente bravo a scopare."

"Quattro anni in marina, mi avranno ben insegnato qualcosa, no?" disse allegramente il marinaio, affondandogli dentro con un'unica spinta continua.

"Ah, sì... era già anche troppo tempo che non veniva più nessuno a farmi visita... là dentro... Benvenuto, Armand."

"Un'ospitalità squisita, la tua, Geoffroy,... calda... piacevole."

Il marinaio cominciò a battergli dentro in un ritmo sostenuto, facendo ondeggiare tutto il letto per l'energia dei colpi. Geoffroy gli pizzicò i capezzoli, ad arte. Armand gli sorrise contento.

"Ti piace come ti sto scopando, Geoffroy? Va bene così?"

"Sì, dai... fai il tuo dovere, marinaio! La patria te ne sarà riconoscente." disse il ragazzo godendosi la focosa monta del bel giovane uomo.

"Non sapevo che ti chiami Lapatria, di cognome, tu." scherzò Armand continuando a prenderlo con forte piacere.

Quando Armand cominciò a mugolare con crescente forza, Geoffroy capì che stava raggiungendo il massimo godimento e ne spiò con interesse le mutevoli espressioni del volto man mano che il piacere si faceva tanto intenso da scatenare l'orgasmo. Si rese conto che in certi momenti l'espressione di piacere e quella di dolore divenivano quasi uguali, pur essendo sicuro che Armand non stava provando dolore. Poi notò che il volto gli si arrossava lievemente, e infine ne godette l'eplosione finale.

Ancora ansando, il marinaio gli disse: "Dovresti mettere un grande specchio qui sul muro... è bello guardarsi mentre si scopa."

Geoffroy trovò buffa quell'idea, specialmente espressa in quel momento: "Hai già scopato davanti a uno specchio, Armand?"

"Una sola volta. Un nostro ufficiale, un conte, m'aveva portato a casa sua durante una licenza a Nantes. Era eccitante. Adesso me lo metti tu."

"Come vuoi che ti prenda?"

"Come t'ho preso io. E metticela tutta, fammi vedere quanto mi sei riconoscente, monsieur Lapatrie."

Geoffroy si fece onore: il bel marinaio si stava evidentemente godendo la monta del ragazzo almeno quanto gli era piaciuto prenderlo. Il ragazzo si rese conto che Armand faceva lievi movimenti col bacino e faceva palpitare lo sfintere ad arte per rendere ancora più piacevole la loro unione. Pensò che aveva ancora molto da imparare.

"Dai, Geoffroy, dai... per essere così giovane, ci sai fare... Fammelo sentire tutto... fammelo sentire bene... Più forte, dai!" lo incoraggiava il giovane marinaio, sorridendogli compiaciuto.

Il ragazzo pensò che quella era la migliore scopata della sua vita. Era stato fortunato che Armand avesse deciso di provarci con lui. Il marinaio lo attirò a sé e i due giocarono con le loro lingue, poi si baciarono, mentre il ragazzo continuava a muoverglisi dentro con vigorose spinte del bacino.

E infine anche Geoffroy venne, con un lungo mugolio quasi di trionfo, sussultando per l'intensità del piacere. Armand lo strinse a sé, allargando le gambe e chiudendogliele attorno al torso a tenaglia, assieme alle braccia.

"Uehi! Sei una forza della natura, tu, Geoffroy! Non speravo che sapessi scopare così bene! Senti, me l'hai fatto rizzare di nuovo!" gli disse facendoglielo palpitare contro il ventre.

"Mica solo voi marinai ci sapete fare." gli disse il ragazzo.

"Che fai, tu? Scommetto che sei un liceale."

"Sbagliato, faccio l'università."

"A diciassette anni? Devi essere un genio, allora, tu. Alla Sorbona?"

"Sissignore. Letteratura Classica."

"Io ho fatto solo le professionali. Però mi piaceva abbastanza studiare. Anche se adesso ho trovato di meglio da fare."

"Ah sì? Cosa?"

"Scopare!" esclamò il forte marinaio e rise.

"E che, mica lo vorrai fare come mestiere, no?" gli chiese il ragazzo, togliendoglisi da sopra e stendendosi al suo fianco.

"No... come passatempo."

"Di dove sei, tu?" gli chiese il ragazzo.

"Di Brest, ma non sono un vero bertone. I miei venivano dall'Artois, da Béthune. E tu?"

"Champagne. Troyes, o per essere più esatti, da Sainte Sabine."

"Ah, ecco perché sei così effervescente: sei un ottimo champagne, tu, d'annata. T'hanno allevato con il metodo champenoise."

"Davvero ti fermi con me per tutta la tua licenza?"

"Se mi ci vuoi... E poi ho i pasti gratis, qui sotto."

"Sì, che ti ci voglio. Mi piace farlo con te, mi piace il tuo corpo, e anche il tuo carattere."

Durante quella stessa notte, Geoffroy si svegliò con una forte erezione. Armand dormiva sul fianco e gli girava le spalle. Il ragazzo gli si addossò e glielo spinse fra le forti natiche. Quando stava per iniziare a penetrarlo, Armand si svegliò e si spinse indietro, contro di lui.

"Hai di nuovo voglia..." disse in tono compiaciuto.

"Sì... tu no?"

"Certo che sì. Dobbiamo recuperare, no? Dai... spingi!"

Geoffroy lo prese, questa volta con più calma di prima, con lenti, lunghi e saldi va e vieni.

"Sì, bravo, così..."

Il ragazzo gli mise una mano sui genitali e sentì che anche Armand era eccitato. Si mise a masturbarlo a ritmo con le sue spinte.

"Sì, bravo, fammi godere."

"No, non devi ancora godere tu... Dopo te lo voglio succhiare, voglio gustare il tuo vino."

"Anche se non è champagne?" rise il marinaio.


Nei giorni seguenti, i due andavano in giro per le strade, a godere la festa che ancora continuava e sembrava non voler finire mai. Parlavano con sconosciuti, Armand schivava le profferte di diverse ragazze, chiaramente attratte dalla sua maschia sensualità e giovane bellezza. Tornavano a mangiare al piccolo ristorante, poi giravano ancora. Sul tardi tornavano su nella stanza di Geoffroy e facevano l'amore.

Commentavano assieme le scene che vedevano per le strade della cità, scherzando e ridendo assieme come due vecchi amici.

Una ragazza, quando Armand le fece capire di non essere interessato a lei, gli disse, acida, indicando Geoffroy: "Cos'è, preferisci usare il suo culetto? Sei un pederasta, tu?"

"No, bellezza, non uso il suo culetto. Io e mio cugino scopiamo assieme, facendo metà per uno. Ma tu non sei il nostro tipo, mi dispiace."

"Che maiali, lo fate in tre!" disse la ragazza con una smorfia, e se ne andò sculettando.

"No, bella, solo in due!" le gridò dietro Armand, e scoppiò a ridere assieme a Geoffroy.

"Così l'hai confusa completamene, ci scommetto." gli disse il ragazzo.

Una vecchietta prese Armand per un braccio, lo fece chinare e lo baciò sulle labbra: "Te lo meriti, marinaio!" esclamò fiera.

Quando se ne fu andata, Armand disse a Geoffroy: "Non ho capito bene se pensava di darmi un premio o se voleva darmi una punizione!"

"Già, chi sa? Dovremmo andare a chiederglielo." rise il ragazzo.

I cinque giorni di licenza di Armand finirono. Si salutarono facendo un'ultima volta l'amore.

Poi Geoffroy si mise alla scrivania e scrisse un articolo su quei cinque giorni di festa, raccontando con spirito e arguzia tutte le scene che aveva visto, ma logicamente tacendo la sua esperienza con il bel marinaio. Quando ebbe finito di scriverlo, lo rilesse, lo limò accuratamente, poi lo rilesse ad alta voce, per essere sicuro che il testo fosse scorrevole, gradevole.

Sedette di nuovo alla scrivania e fece altre correzioni, finché fu pienamente soddisfatto. Quindi lo copiò in bella grafia, e andò a dormire. Sentì la mancanza del bel corpo del suo marinaio: gli era piaciuto condividere il letto con lui.

La mattina seguente, rilesse un'ultima volta l'articolo, piegò il foglio, lo mise in un busta, e uscì di casa, recandosi alla redazione di "Le Figaro". Chiese del capo redattore e quando, dopo una lunga attesa, fu ammesso nella sua stanza, gli porse la busta.

"Vorrei che leggeste questo mio articolo e lo prendeste in considerazione per la pubblicazione." gli disse.

"Buon dio, ragazzo, non ho il tempo di leggere tutte le stupidaggini degli aspiranti giornalisti. Come pretendi di fare il giornalista se non hai ancora nemmeno venti anni?"

"Ne ho diciassette, signore. Ma so quello che valgo, e se avete la compiacenza di leggerlo, non potrete non darmi ragione."

"Non credi di essere un piccolo presuntuoso, ragazzo? Come ti chiami?"

Geoffroy aveva firmato l'articolo con il suo ultimo nome e con il cognome della madre, perciò rispose: "Antoine Duvernet, signore."

"Bene, Antoine Duvernet, togliti di piedi, ora, mi hai già fatto perdere anche troppo tempo."

"Signore, se voleste almeno provare a leggerlo..."

"Fuori, o devo chiamare qualcuno che ti sbatta in strada? Ti conviene scomparire immediatamente."

"Sentirete ancora parlare di me, signore, e vi morderete le dita per non avermi preso in considerazione." gli disse il ragazzo e uscì dall'ufficio.

In un primo momento Geoffroy pensò di provare in un altro giornale, ma poi si disse che probabilmente avrebbe ottenuto la stessa risposta, a causa della sua età. Poi ebbe un'idea... Andò velocemente fino al Louvre, poi di qui all'Opera. Si segnò sul suo taccuino tascabile tutte le date delle prime della stagione operistica.

Poi controllò di quanto denaro poteva disporre. Cercò un rigattiere e gli chiese se avesse un abito da sera della sua taglia. Al terzo negozio, ne trovò uno in buono stato e, poiché era di taglia piccola e difficilmente vendibile, riuscì ad acquistarlo a un prezzo abbastanza basso. Chiese di provarlo e, indossatolo, si guardò allo specchio: sì, non era male.

Tornato a casa, pensò a come doveva orgnizzarsi per fare bene quanto aveva in mente. Per prima cosa andò alla biblioteca dell'università e cercò i libretti delle opere, che lesse attentamente, prendendo note. Poi cercò libri di critica musicale sulle stesse opere, e ne trasse alcune citazioni interessanti, segnandosi l'autore e il volume da cui le aveva tratte.

Bene, questa era la base. Ma capiva che non gli bastava. Andò all'archivio nazionale e cercò articoli sui maggiori quotidiani, che gli llustrassero le personalità dei direttori d'orchestra e dei principali cantanti, e prese parecchie altre note: aveva già quasi riempito un quaderno.

Infine tornò all'Opera e chiese di parlare con il custode. Si presentò come studente della Sorbona.

"Mi scusi se la disturbo, signore, ma avrei bisogno del suo consiglio e della sua assistenza. Il professore di Sociologia," inventò il ragazzo, "mi ha assegnato come compito di fare una relazione sulla prossima prima all'Opera. Il mio problema è come fare a riconoscere i signori e le signore del bel mondo che assisteranno alla prima, per poterli descrivere nel modo migliore..."

"Interessante, ragazzo. Se ho capito bene, il tuo professore vuole che tu descriva i vari spettatori un po' come farebbe un giornalista?"

"Sì, proprio così, signore. Ma, vede, non posso descrivere persone che non conosco, una descrizione senza i nomi giusti non avrebbe valore. Però se non la faccio, rischio di prendere un brutto voto e di perdere la borsa di studio... e perciò di dover smettere di frequentare l'università."

"Capisco. E perché il tuo signor professore ti ha assegnato un compito così difficile da svolgere?"

"Perché sono di famiglia povera, mia madre è solo una portinaia, vedova... e il professore apprezza e segue solo i miei compagni di famiglie importanti e ricche. Se io riuscissi a fare bene il compito che mi ha assegnato, non potrebbe non darmi un buon voto, nonostante tutto."

"Che lazzarone, il tuo signor professore. Ah, lo dico sempre io che se vincesse il socialismo, queste cose non accadrebbero!"

"Anche lei è socialista, signore? Il mio povero papà era anche un socialista, la polizia gli ha sparato mentre faceva uno sciopero."

"L'hanno ucciso?" chiese l'uomo spalancando gli occhi.

"No, per fortuna, l'hanno solo azzoppato... Il mio povero papà morì per una febbre... perché non aveva abbastanza denaro per comperare le medicine."

"Ah, che vergogna, che vergogna! Povero ragazzo. Ebbene, sai che ti dico? Io, alle prime, sono all'ingresso e il mio compito è controllare gli inviti e i biglietti dei ricconi che vengono ad assistere alle prime... Se tu ti metti alle mie spalle, io leggerò ad alta voce i loro nomi, e tu puoi scriverteli, e guardarli bene, per descriverli come vuole quel disgraziato del tuo signor professore. Pensi che questo ti potrà bastare?"

"Oh, sì, signore. Ho un'ottima memoria, e mi basterà prendere pochi appunti sul mio quadernetto. Lei è veramente gentile. E se, dopo che sono entrati tutti, lei potesse anche, se non le è di troppo incomodo, anche raccontarmi qualche aneddoto sui quei signori e su quelle signore..."

"Sì, perché no? Quando l'opera ha inizio, io devo rimanere lì sulla porta a non fare nulla... solo per non permettere agli estranei di entrare. Sì, lo farò volentieri. Sono lieto di averti conosciuto, ragazzo. Come ti chiami?"

"Antoine Duvernet, signore. E lei?"

"Hébard, Jules Hébard, ragazzo."

Geoffroy gli porse la mano che l'uomo strinse con vigore.

"La ringrazio infinitamente."

"Se non ci aiuta fra socialisti, Duvernet..." gli disse l'uomo con solennità.

"Mi scusi, posso farle ancora una domanda?"

"Certo, dimmi."

"Un mio compagno di corso, mi ha donato un suo vecchio abito di società che non gli entra più... sarebbe bene che io lo indossi, per quella sera, per non far sembrare strana la mia presenza accanto a lei?"

"Dietro, non accanto. Sì, credo che sia una buona idea. Se venissi vestito come ora, la tua presenza potrebbe sembrare strana."

"Grazie, signore, farò come mi ha detto lei. Allora... a domenica sera, signore."

"E non mi chiamare signore. Fra noi socialisti, non usa, Duvernet. Puoi chiamarmi solamente Hébard."

"Garzie, Hébard, lei mi onora ed è veramente gentile."

Tornato a casa, trascrisse tutte le varie note che aveva preso, suddividendole in vari fogli, un fascicoletto per ogni opera lirica. Poi rilesse attentamente quelli che si riferivano alla domenica seguente.

Finalmente, la domenica, andò a cenare prima del solito, poi salì in casa e indossò l'abito da sera, mise in tasca un taccuino e alcune matite ben appuntite, e si recò a passo svelto fino all'Opera.

Hébard era già accanto alla porta, ancora chiusa. Indossava la livrea del teatro e un alto cappello a cilindro.

"Hébard... sono arrivato." gli disse il ragazzo.

"Sembri quasi il figlio di un signore, vestito così. Molto bene, Duvernet. Mettiti lì, un po' dietro a me e verso la parete. Fra poco arriveranno le carrozze con i signori. Io dirò ad alta voce i loro nomi, come d'accordo."

Tutto funzionò a meraviglia. Geoffroy prendeva rapide note, mettendo accanto a ogni nome una serie di simboli che aveva immaginato per descriverne la carrozza, gli abiti, i gioielli, il portamento e tratti somatici particolarmente interessanti... un foglietto per ogni persona o gruppo che usciva da ogni carrozza.

Alcuni di quei nomi li aveva già sentiti, molti erano personaggi importanti. Guardava, ascoltava, scriveva velocemente e memorizzava quanto gli sembrava utile e interessante. A volte gli venivano argute associazioni di idee e scriveva anche quelle.

Quando finalmente furono tutti entrati, rivide i suoi appunti, paginetta dopo paginetta con Hébard, che a volte gli raccontava aneddoti e gli dava nuovi dati su quelle celebrità, compresi interessanti pettegolezzi. Pareva che l'uomo conoscesse quasi tutti.

"Eh, mio caro Duvernet, dopo tanti anni che faccio questo lavoro... vedo, sento e capisco cose che pochi notano." gli spiegò l'uomo.

"Quando il professore mi avrà dato il voto, Hébard, se le interessa, le verrò a dire come è andata."

"Certamente, mi farà molto piacere."

Geoffroy era soddisfatto. Tornò a casa e si mise subito al lavoro. Quando ebbe completato l'articolo, scritto con verve, arguzia, e mille interessanti dettagli, facendo paragoni anche fra l'opera lirica e gli illustri spettatori, e ne ebbe stilata la versione definitiva, era già l'alba.

Riposò un'oretta, scese a fare colazione, e mise l'articolo, con una lettera di accompagnamento, che firmò: "Geoffroy conte di Sainte Sabine", in una busta.

Nella lettera, indirizzata al redattore capo di "Le Figaro", diceva che se l'articolo sembrava interessante, ne autorizzava la pubblicazione e che se il giornale intendeva pubblicare altri suoi articoli di quel genere, dovevano mandare il pagamento per quel primo articolo presso il suo amico Monsieur Nicolas Vauquelin, in Rue des Ursins al numero 3. Ogni lunedì mattina all'alba avrebbero ricevuto il nuovo articolo.

Quindi andò a consegnare la busta alla sede di "Le Figaro".

Comprò l'edizione del pomeriggio: nella pagina culturale c'era il suo articolo, con il titolo che vi aveva posto: "Uno spettacolo prima dello spettacolo", firmato "Dal nostro esperto musicale, Monsieur Geoffroy conte di Sainte Sabine." Non era stata cambiata una sola parola.

Geoffroy esultò. Ora gli restava solo da attendere se sarebbe arivato il pagamento.

Il giorno seguente, rientrando a casa dall'Università, trovò una busta infilata sotto la sua porta e portata a mano, con l'intestazione di "Le Figaro" e indirizzata al conte di Sainte Sabine.

Dentro c'era una notevole somma di denaro e una lettera di accompagnamento, in cui si diceva che "Le Figaro" era interessato a continuare la collaborazione, e si pregava il signor conte di avere la cortesia di andare a conferire con il redattore capo per stilare un contratto in esclusiva.

Geoffroy immediatamente scrisse la risposta. Spiegò che intendeva mantenere l'anonimato, pertanto se si voleva fare un contratto, lo dovevano mandare a Monsieu Vaquelin, che glielo avrebbe recapitato. Lui l'avrebbe firmato volentieri e l'avrebbe fatto recapitare al giornale. Quanto poi all'esclusiva, l'avrebbe volentieri concessa al giornale ma in questo caso la somma pagata per quel primo articolo era inadeguata.

Corse fino al giornale e consegnò la nuova lettera.

Il mercoledì ricevette una nuova lettera con il contratto già firmato dal direttore amministrativo del giornale, una nuova somma di denaro, e la preghiera di mandare, assieme al contratto controfirmato, una ricevuta per l'intero ammontare del denaro ricevuto per il primo articolo.

Geoffroy contò tutto il denaro ricevuto: solo per quel primo articolo, aveva ricevuto l'equivalente della somma che il padre spendeva per pagare quattro mesi di affitto per la sua stanza e per i suoi pasti al ristorante! Si sentiva ricco. Fece i conti: alla fine della stagione operistica, avrebbe avuto una somma che gli pareva enorme.


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