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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 4 - RAGAZZI DI VITA

Geoffroy non aveva ancora intenzione di prendersi la rivincita sul redattore capo. Voleva prima rendersi conto quanto i suoi articoli sarebbero stati apprezzati anche dai lettori.

Passò a ringraziare Hébard, dicendogli che il suo professore gli aveva dato un ottimo voto, ma che ora voleva che facesse un'altra relazione per la prima della settimana seguente. L'uomo gli disse che non c'era nessun problema.

Poi andò all'università e infilò un ritaglio del suo articolo sotto la porta del suo professore di Letteratura. Durante la prima lezione, il professore lesse agli studenti l'articolo di Geoffroy, lodandone lo stile, l'arguzia, la profondità e l'evidente, profonda cultura dello scrittore.

"Lo prendano ad esempio, signori. E specialmente lei Geoffroy Vauquelin, visto che ha la fortuna o la sfortuna di avere lo stesso nome di battesimo di questo esimio scrittore."

Geoffroy sorrise fra sé e sé. Aveva avuto cura di scrivere l'articolo con uno stile diverso da quello che usava nei suoi componimenti all'università.

Il carteggio fra "Le Figaro" e lui, continuò, e presto Geoffroy si rese conto che tutta la Parigi dei salotti eleganti leggeva i suoi articoli: l'edizione del lunedì pomeriggio di "Le Figaro" andava a ruba. Tutti volevano sapere chi fosse questo nuovo "genio del giornalismo" e il redattore capo scrisse una lettera al "conte" pregandolo di scrivere altri articoli in esclusiva per il giornale, e suggeriva articoli sul bel mondo che frequentava le corse dei cavalli, le mostre speciali ai musei, e così via.

Geoffroy rispose che in questo caso, voleva un nuovo contratto e condizioni economiche migliori, e comunque, voleva decidere lui su che cosa scrivere i suoi articoli e inoltre chiedeva che fossero pubblicati in seconda pagina... Nel giro di pochi giorni ottenne tutto quanto aveva chiesto.

In pochi mesi il "conte Geoffroy de Sainte Sabine" divenne una celebrità, il caso letterario dell'anno. Le persone che nominava nei suoi articoli ne erano fiere, e tramite "Le Figaro" iniziò anche a ricevere inviti a feste, party, e discrete (o a volte esplicite) richieste di essere nominati nei suoi articoli. Geoffroy rispondeva sempre a tutti, ringraziando e scusandosi di non poter accettare gli inviti.

Geoffroy era tentato di uscire allo scoperto. Ma benché avesse ormai diciotto anni, temeva che, a causa della propria giovane età, tutto sarebbe si sarebbe sgonfiato come un pallone bucato. Provò a farsi crescere baffi e pizzo, per sembrare più vecchio, ma scoprì con un senso di delusione che invece sembrava ancora più giovane, perciò se li tagliò.

Notò che anche i suoi professori alla Sorbonne non facevano che parlare di questo misterioso "genio del giornalismo". Artisti famosi gli chiesero di scrivere prefazioni per i loro cataloghi, scrittori di scrivere critiche delle loro opere. Pareva che il "tout Paris" parlasse solamente di lui.

Un problema che presto si pose a Geoffroy fu dove tenere tutto il denaro che stava accumulando e che farne. Andò a informarsi presso una banca ma, come temeva, un minorenne non era autorizzato ad aprire un conto. D'altronde non poteva chiedere al padre di aprirgliene uno, infatti non aveva detto nulla alla famiglia di questa sua nuova attività.

Le Figaro ormai aveva una colonna fissa, in seconda pagina, che compariva tre volte alla settimana, intitolata "Con il Conte Geoffroy de Sainte Sabine a...", in cui al posto dei puntini compariva il luogo o l'occasione di cui scriveva.

Un particolare successo ebbe un suo articolo: "Con il Conte Geoffroy de Sainte Sabine a una partita di football", in cui descriveva accuratamente una partita di calcio, le azioni dei giocatori, le reazioni del pubblico... che solo alla fine si capiva non essere altro che la descrizione di una seduta del Parlamento.

I suoi articoli erano sempre scritti in uno stile assai elegante, arguto, piacevole, ed erano ben documentati, mostrando che lo scrittore aveva una profonda cultura unita a una particolare capacità di "leggere" negli avvenimenti e nei caratteri delle persone.

Il giornale insisteva con lui per far diventare la sua colonna quotidiana. A questo punto Geoffroy dovette fare una scelta: se avesse accettato, non sarebbe più riuscito a seguire le lezioni all'università e a studiare, d'altronde gli articoli gli venivano pagati molto bene, avrebbe più che raddoppiato i suoi guadagni.

Ma soprattutto, si divertiva a fare il giornalista. Perciò alla fine decise di accettare e la sua colonna apparve tutti i giorni, e vi parlava di tutti gli avvenimenti, artistici, sportivi, politici o amministrativi, e della vita del bel mondo. Oltre al grande successo, i suoi articoli iniziarono ad avere anche un peso, non grande ma neppure trascurabile, sugli orientamenti politici della nazione, e in particolare della capitale.

Tutta questa sua attività, non gli impediva di continuare a divertirsi. A volte portava le sue occasionali conquiste nella sua stanzetta, ma iniziò anche a pagare qualche ragazzo per portarselo a letto: aveva infatti scoperto i punti del Lungo Senna dove ragazzi vendevano i propri servizi sessuali.

Fu così che un giorno vide un ragazzo molto bello e dall'attegiamento timido, più o meno della sua stessa età, che attirò subito la sua attenzione. Quando gli arrivò accanto, il ragazzo lo guardò, poi abbassò lo sguardo e, a voce bassa, gli chiese:

"Desidera la mia compagnia, signore?" e arrossì.

"Perché no?" disse Geoffroy con un sorriso.

"Io... però... lo faccio per denaro, signore."

"Sì, lo immaginavo: qui tutti offrite la vostra compagnia per denaro. La solita tariffa, per tutta la notte?"

"Sì, signore."

"Bene. Vieni, allora."

Il ragazzo lo seguì. Saliti nella cameretta di Geoffroy, questi gli pagò subito la tariffa, poi gli chiese: "Qual è il tuo nome, o come ti vuoi far chiamare?"

"Arnold Goujon, signore."

"Lascia perdere il signore. Quanti anni hai?"

"Venti."

"Come me. E io mi chiamo Geoffroy."

"Un bel nome. Come il famoso conte Geoffroy de Sainte Sabine."

"Sì, esatto. Ne hai sentito parlare anche tu?"

"Leggo sempre gli articoli del conte, quando riesco a trovare un giornale abbandonato. Mi piacciono molto. Anche lei li legge, Geoffroy?"

"Ho tutti i ritagli dei suoi articoli in un album, dal primo a quello di questa mattina." gli rispose Geoffroy.

Quel ragazzo gli piaceva, e non solo perché apprezzava i suoi articoli. Si sentì incuriosito nei suoi confronti. Lo fece sedere, gli offrì un bicchierino di bourbon. Arnold ringraziò e lo sorbì a piccoli sorsi, assaporandolo.

"Lei è gentile, Geoffroy, è diverso dagli altri."

"Ah sì? Perché? Come, diverso?"

"Ha voluto sapere il mio nome... mi ha detto il suo... mi ha offerto un buon liquore. Non mi ha subito fatto spogliare e portato a letto per divertirsi con me."

"Abbiamo tutta la notte, tutto il tempo che vogliamo. E soprattutto, sei una persona, un essere umano."

"Di solito nessuno mi tratta come tale. Pare quasi che i clienti si divertano a... ad umiliarmi."

"Posso farti una domanda, Arnold?"

"Certo, signore... Geoffroy."

"Perché fai questo... mestiere? Da quanto?"

"Mi vuole... convertire, per caso?" chiese il ragazzo in tono leggermente ostile.

Geoffroy rise: "No, assolutamente no. Vorrei solo conoscerti un po' meglio, se tu me lo permetti. Che idea ti sei messo in testa?"

"Mi scusi..." disse il ragazzo e arrossì di nuovo, "Ma qualche cliente, cerca di farmi cambiare vita... dopo avere scopato con me ed essersi divertito. Sono i peggiori, perché prima ti usano, poi ti fanno la morale."

"Non io, Arnold. Puoi non rispondere alle mie domande, se preferisci."

"Non importa. Faccio questo mestiere da quattro anni. Lo faccio per vari motivi. Uno è che a me piace l'uomo, non la donna. Uno è che quando avevo sedici anni, mentre ero a scuola, una bomba dei tedeschi colpì casa mia e tutti i miei morirono. Non trovai lavoro, ma trovai uomini disposti a pagarmi per portarmi nel loro letto. Così scoprii che potevo guadagnare molto più che non facendo un lavoro normale e finché il mio aspetto è gradevole, posso mettere da parte qualcosa, e spero un giorno di potermi comprare una bottega e avere un lavoro regolare."

"Una cosa che mi ha stupito, e anche attratto verso di te, oltre la tua indubbia bellezza, sono la tua timidezza e i tuoi frequenti rossori. La prima, un buon attore, la può fingere, ma non i rossori. Non avrei detto che sono quattro anni che fai questa vita, i tuoi compagni sono molto più... disinvolti."

"Non lo so neanche io perché a volte arrossisco."

"Posso azzardare un'ipotesi, Arnold. Forse perché temi un cattivo giudizio nei tuoi confronti. Forse è un modo per scusarti per quanto hai detto o stai per dire. La tua timidezza probabilmente viene dal fatto che non puoi essere quello che vorresti."

"Forse ha ragione lei."

"Perché non mi dai del tu come te lo do io? Dopotutto siamo due ragazzi della stessa età."

"Ma lei mi paga, è il cliente."

"Non puoi dimenticarlo, almeno per questa notte? Oltretutto, io ho pagato il tuo tempo, più ancora che il tuo corpo."

"Ma mi ha portato qui e mi ha pagato per usare il mio corpo a suo piacere... non solo per parlare con me."

"Non hai torto. Ma se io ti dicessi che anche tu puoi usare il mio corpo a tuo piacere... non sarebbe un po' diverso, il nostro rapporto?"

"Non sono io che ho scelto lei."

"In un certo senso, sì. Sei tu che mi hai offerto la tua compagnia. Bello come sei, penso che avresti anche potuto rifiutare un... cliente, se non ti fosse piaciuto andare con lui. So di non essere bello, specialmente se paragonato a te, ma comunque, credo, hai pensato che potesse valere la pena di offrirmi la tua compagnia."

"Sì, è abbastanza giusto quello che dice."

"Mi dicevi poco fa che, appena potrai, ti piacerebbe cambiare vita e aprire una tua bottega. Che tipo di bottega vorresti avere?"

"Un caffè. Mi piacerebbe avere un caffè qui in centro, possibilmente un luogo elegante, un ritrovo per persone colte ed eleganti. Un posto in cui, per esempio, il Conte de Sainte Sabine abbia piacere di venire."

"E magari ne parli nei suoi articoli per farti propaganda?" gli chiese divertito Geoffroy.

"Se lo reputasse opportuno. Io non glielo chiederei mai, mi sembrerebbe ben poco educato. No, mi piacerebbe vederlo, conoscerlo, sentirlo parlare... Credo che sia una persona molto speciale. Averlo come cliente del mio caffè sarebbe per me un vero piacere. Ma non per farmi propaganda, davvero."

"Chissà che tu non possa realizzare questo tuo sogno."

"Comunque devo aspettare ancora almeno un anno, devo aspettare di diventare maggiorenne... E non so se fra un anno avrò abbastanza denaro per poter aprire il locale che ho in mente, che sogno."

Parlarono ancora. Poi Geoffroy gli chiese: "Ti spiace se ora ci spostiamo sul mio letto, Arnold?"

"Sono qui per questo..." gli rispose il giovane.

Geoffroy si alzò e scostò la tenda dell'alcova. "Vieni, Arnold?"

"Eccomi, Geoffroy." rispose il ragazzo alzandosi e andandogli subito accanto.

Geoffroy lo prese fra le braccia e lo baciò. Il giovane rispose con piacere al suo bacio. Si carezzarono per tutto il corpo e iniziarono a spogliarsi l'un l'altro. Quando furono entrambi nudi, e pienamente eccitati, Geoffroy lo attirò con sé sul letto, dove si stesero intrecciando le loro membra.

"Che cosa ti piace fare, Arnold?"

"Quello che vuole lei..."

"No. Vorrei sapere che cosa piace a te. Ci saranno certamente cose che preferisci e altre che ti piacciono meno, no?"

"Non ci sono problemi, ma... a me piace molto essere penetrato. Mi piace anche... se a lei piace... quando posso raggiungere il piacere... se chi è con me... gli piace succhiarmelo."

"Molto bene, Arnold. Allora io ti prenderò, e ti darò godimento con la mia bocca."

"Ma lei... che cosa desidera fare?"

"Quanto ho appena detto per me va bene. A me piace fare di tutto, ma mi piace quando il mio compagno è contento, perché se così è, il rapporto diventa anche per me più gradevole, anche se è solo per una volta."

"Penso davvero che lei sia una persona rara, Geoffroy. Nessun cliente mi ha mai detto cose come queste."

"Non puoi dimenticare che sono un tuo cliente, Arnold?"

"Credo che non sia difficile, con una persona come lei." gli rispose il giovane uomo con un sorriso schivo.

Fecero l'amore con calma, a lungo, e Geoffroy provava piacere nel darlo al ragazzo, che a sua volta si prodigava a darne a lui, molto più e meglio di quanto solitamente facevano i ragazzi che Geoffroy a volte pagava per divertirsi.

Quando si rilassarono, momentaneamente appagati, Arnold emise un sospiro e disse: "Sai che è stato molto bello farlo con te?"

Geoffroy notò che finalmente l'altro era passato a dargli del tu. "Ne sono contento. Anche per me è stato molto piacevole."

"Quasi mi dispiace averti chiesto di pagarmi."

"No, i patti vanno rispettati. E poi, tu devi aprire il tuo caffè, no? Se ci riesci, come spero, diventerò un tuo cliente."

"Sì, certo."

"Dimmi una cosa, Arnold, ti sei mai innamorato, tu?"

Il ragazzo non rispose subito. Geoffroy si disse che forse non avrebbe dovuto fargli quella domanda.

Ma dopo poco Arnold iniziò a parlare, a voce bassa: "Sì. Una sola volta. Ma lui non ne vuole sapere di me."

Geoffroy notò che parlava al presente: "A causa... del tuo mestiere?" gli chiese.

"No. Anche lui lo fa. Cerchiamo clienti nello stesso posto, di solito."

"Ma tu gli hai detto di essere innamorato di lui?"

"Sì. Non ne vuole sapere."

"Eppure tu sei molto bello, e per quel poco che ti conosco e posso intuire, sei anche una persona gradevole e dolce. Perché ti rifiuta?"

"Dice che con il nostro mestiere... è un lusso che non ci possiamo permettere. Dice che non ci può essere posto per l'amore, nei nostri cuori."

"Vivete assieme?"

"No. Io gli ho proposto di vivere assieme, ma lui non ha voluto nemmeno questo. Proprio perché sa che sono innamorato di lui."

"Ma almeno... fate l'amore, qualche volta, fra voi?"

"Neanche una volta." rispose il giovane in tono afflitto.

"Ma almeno... c'è amicizia, fra di voi?"

"Più o meno come fra tutti noi ragazzi di vita che aspettiamo in quel punto del lungo Senna, dove mi hai trovato. C'è una certa amicizia... solidarietà. Gli altri mi prendono un po' in giro, perché hanno capito che sono innamorato di lui."

"Se tu potessi fare l'amore con lui... per te sarebbe meglio o peggio?"

"Oh, meglio, di sicuro. Anche perché spererei che, se facessimo l'amore, se vivessimo assieme, lui portebbe forse affezionarsi a me, potrebbe forse innamorarsi di me. Forse anche per questo lui non vuole."

"È bello, questo ragazzo?"

"A me pare bello... Sì, è bello: è molto richiesto dai clienti. Ma a parte la sua bellezza, è un ragazzo molto buono, forte, in gamba."

"Vi conoscete da molto tempo?"

"Lui prima cercava clienti al bosco di Vincennes... sono solo due anni, poco meno, che è venuto lì, dove ero io. Prima abitava là vicino, con altri sei ragazzi. Ma erano in troppi, in una sola stanza. Così è andato ad abitare con due altri ragazzi vicino al Lungo Senna."

"E tu? Vivi da solo, o con altri?"

"Con altri tre: dividendo le spese, posso mettere via più soldi."

"In una sola stanza?"

"Più o meno grande come questa."

"In quattro?" chiese un po' stupito Geoffroy.

"Sì, certo. Qualcuno di noi ha anche una stanza tutta da solo, ma spende tutto per stare in una bella stanza, e non riesce a mettere soldi da parte. È vero che così può anche portarci i clienti... Io però preferisco così, devo risparmiare più che posso."

"Non hai mai fatto l'amore con il ragazzo di cui sei innamorato..." disse pensoso Geoffroy.

"Purtroppo."

"Quanti anni ha?"

"Ventuno da un mese. È appena diventato maggiorenne."

"Se fosse il tuo ragazzo... potreste aprire il caffè assieme."

"Sarebbe bello. Ma io rinuncerei anche al mio sogno di aprire un caffé... se solo potessi essere il suo ragazzo."

"Ti dà fastidio parlare con me di cose tanto personali?"

"No... mi viene naturale, con te. Non mi è mai capitato, prima. E anche il mio nome... di solito non dico mai il mio vero nome, ma, non so neanche io perché, quando me l'hai chiesto, m'è venuto spontaneo alle labbra."

"Come si chiama, lui?"

"Jean-Pierre Maspéro." disse il ragazzo facendo un dolce sorriso, nel pronunciare il suo nome.

"Provenzale?"

"No, corso. Lui è nato qui a Parigi, ma i suoi venivano dalla Corsica."

"E... come mai lui fa questo mestiere?"

"I suoi... l'hanno cacciato da casa quando aveva quattordici anni, perché l'hanno scoperto con un altro ragazzo... e per sopravvivere, non ha trovato niente di meglio."

"Pensa anche lui, prima o poi, di trovarsi un altro lavoro?"

"Tutti noi lo speriamo, chi più chi meno."

"E sai che cosa gli piacerebbe fare?"

"No, dice che non ha ancora deciso... che c'è tempo. Credo che a lui piacerebbe aprire una libreria, perché gli piace molto leggere, come a me, d'altronde."

"Beh... una libreria con annesso caffè... o viceversa... un caffè letterario... non sarebbe una bella idea?"

Arnold sorrise: "Sarebbe un sogno. Certo che sarebbe bello."

Geoffroy annuì: "Arnold, io posso fare in modo che tu faccia l'amore con Jean-Pierre. Non posso certo fare in modo che si innamori di te, questo dipenderebbe da te, però..."

Il giovane lo guardò un po' stupito, un po' incuriosito: "Tu puoi? E come?"

"Qualche mese fa ho portato qui un ragazzo che avevo incontrato nel Lungo Senna, ma sotto le Tuileries, non dove ho trovato te. Quando gli ho chiesto se veniva con me, mi offrì di portare anche un suo amico... di farlo in tre... Ora, io potrei venire, e scegliere te e Jean-Pierre..."

"E fare l'amore in tre? Beh... si potrebbe fare... anche se però saremmo noi due a farlo con te, e non fra noi."

"Ma io potrei fingere di essere un voyeur... e chiedervi di fare l'amore fra voi due. Certo, dovrei esserci anche io, guardarvi..."

Arnold lo guardò con espressione stupita ed incredula: "Tu... tu faresti questo? Perché?"

"Forse perché sono davvero un voyeur."

"No, seriamente. Non mi sembri davvero il tipo del voyeur, tu. Perché faresti questo?"

"Non lo so... Forse perché... Forse perché dopo tutto, c'è un angolino romantico in me. O forse per il gusto di veder capitolare il tuo Jean-Pierre alle tue grazie."

"Sì, ma... certamente io non ti chiederei di pagarmi, ma dovresti pagare Jean-Pierre... senza ricavarne niente per te."

"Non ho mai fatto il voyeur... potrebbe essere un'esperienza interessante."

"Se tu davvero farai una cosa così per me... io potrei poi venire con te gratis." gli disse pensoso il ragazzo.

"Non ti darebbe fastidio, Arnold, che io vi stia a guardare, mentre fai l'amore con lui?"

"Sapendo perché lo fai... non credo. E poi noi ragazzi di strada... abbiamo ben poco senso del pudore, a causa del nostro mestiere."

"Credi che lui accetterà la mia proposta?"

"Sì, senza dubbio."

"Allora... facciamo così: io domani sera verrò là al Lungo Senna, sotto al Quai Saint Bernard. Tu fai in modo di essere accanto a questo Jean-Pierre. Io mi avvicinerò a voi due e vi dirò che vi voglio tutti e due... e vi porterò qui."

"Ma dici seriamente, Geoffroy? Davvero vuoi farlo?"

"Sì, certo... e anche più di una volta... finché tu riuscirai a conquistarlo."

"Ma forse non si innamorerà mai di me."

"Per lo meno ci avrai fatto l'amore. Io più di questo non posso fare, non posso pagarlo perché si innamori di te: questo dipenderà esclusivamente da te... e da lui."

"Ma quanto dovresti spendere... Senti, se davvero lo fai, poiché tu dovresti pagare sia lui che me... io ogni volta... verrò qui da te... tre volte, gratis. Ti va bene?"

"No, non mi va bene: tu devi mettere da parte i soldi per il tuo caffè. Se una sera vieni qui con lui e tre sere da solo, ti restano ben poche sere in cui guadagnare i tuoi soldi."

"Ma tu non sei ricco... se vivi in questa stanzetta."

"Me lo posso permettere, non preoccuparti. Facciamo così: io verrò due volte alla settimana a prendere te e Jean-Pierre, e altre due volte a prendere solo te... E ogni volta pagherò la tariffa normale. Vuol dire che il giorno in cui portai aprire il tuo caffè, non mi farai pagare quando ci verrò."

"Buon dio, Geoffroy... che cosa ho fatto per meritare una cosa come questa?"

"Non mi hai trattato da cliente."

"Neanche tu mi hai trattato da prostituto."

"Allora, mi vuoi come cliente non pagante, quando avrai il tuo caffè?"

"A questo punto, devo per forza aprire un caffè... te lo devo!" disse il ragazzo, e lo abbracciò e baciò con calore.

Gradualmente ripresero a fare l'amore, e per entrambi fu anche più gradevole di prima.

Poi si misero d'accordo per la sera dopo. Arnold lo salutò con un ultimo abbraccio e un bacio, e corse giù per le scale, con volto allegro.

Geoffroy, appena fu solo, sedette alla scrivania e scrisse un nuovo articolo per Le Figaro, che intitolò: "Con il Conte Geoffroy de Sainte Sabine e una ragazza di vita", in cui scrisse, con il suo solito stile elegante, pungente, ironico e arguto, del poco rispetto che meritano i "clienti" e del molto che invece possono meritare le "ragazze di vita".

Non poteva scrivere a proposito dei "ragazzi di vita", anche se vi faceva un lieve accenno, poiché capiva che l'articolo gli sarebbe stato rifiutato. Al suo solito, limò accuratamente lo stile, e inserì nell'articolo citazioni di personaggi famosi, a sostegno delle sue tesi. Quando ne fu soddisfatto, andò al solito a consegnarlo al giornale.

Aveva appena infilato la busta nella buca delle lettere, quando uscì dalla porta del giornale un uomo di mezza età.

"Dunque sei tu che consegni sempre gli articoli del Conte de Sainte Sabine!" gli disse l'uomo.

"Sempre, signore? No, solo ultimamente. Io sono uno dei servi del conte, prima mandava un altro servo."

"Comunque tu conosci il conte, se lavori per lui. Sai dove abita..."

"Sì, ma mi ha fatto giurare che non l'avrei detto a nessuno."

"Ma il giornale ti pagherebbe molto bene, e il conte non verrebbe a sapere che ce l'hai detto tu."

"Io sono un ragazzo onesto, signore, e non rompo i giuramenti che faccio."

"Suvvia: ogni uomo ha un prezzo. Qual è il tuo?"

"Io non sono ancora un uomo, sono solo un ragazzo. Perciò non ho prezzo. E se lei insiste, sarò costretto a dirlo al signor conte, che potrebbe adirarsi molto con voi e cessare di inviarvi i suoi articoli. Le conviene non insistere, perciò."

"Beh... come vuoi... non insisto. Ma non dire nulla al conte, hai capito?"

"Io faccio quello che credo, sono un dipendente del signor conte, non vostro. Ah, e non pensi di farmi seguire per scoprire dove vado, me ne accorgerei sicuramente e sarebbe peggio per voi. Ha capito?"

Geoffroy, lasciata la sede del giornale, andò a comprare un grande specchio: voleva fare una sorpresa a Arnold. Pensò che se i due ragazzi si fossero guardati allo specchio, forse sarebbero stati meno consci della sua inevitabile presenza. Doveva solo sedere in modo che, se guardavano nello specchio, non avrebbero visto la sua immagine.

Tornato a casa applicò alla parete di fianco al letto lo specchio, in orizzontale: sì ci stava bene. Poi si stese sul letto e guardò quale porzione della stanza sarebbe stata riflessa sullo specchio, finché trovò il punto in cui mettere la sedia in cui si sarebbe seduto, mentre i due ragazzi facevano l'amore.

A sera andò a cenare nel solito ristorantino, e quando giunse l'ora che aveva concordato con Arnold, si avviò verso Quai Saint Bernard. Scese sul Lungo Senna e vide Arnold che stava parlando con un altro ragazzo. Si avvicinò studiandolo: era anche lui piuttosto bello, più alto di Arnold e altrattanto snello, ma mentre il ragazzo che lui conosceva aveva capelli castano chiari, l'altro aveva bei capelli neri.

Si avvicinò ai due. Come d'accordo, Arnold fece finta di non conoscerlo, ma mise le mani in tasca: era quello il segnale che l'altro era veramente Jean-Pierre.

"Buona sera ragazzi." salutò Geoffroy.

Jean-Pierre lo guardò, studiandolo: "Cerca compagnia, signore?" gli chiese.

"Sì... per tutta la notte, quanto vuoi?"

Jean-Pierre rispose con la solita tariffa.

"Sì, bene. E per tutti e due?" chiese allora Geoffroy.

"Il doppio, si capisce..." rispose Jean-Pierre, "Se anche lui vuole venire..."

"Sì, per me va bene." disse Arnold.

"Ma niente violenza, signore, niente cose... disgustose." specificò Jean-Pierre.

"No, certo... Allora, venite."

"Pagamento anticipato, signore. È l'usanza." disse Jean-Pierre.

"Lo so. Quando saremo nella mia stanza, avrete i vostri soldi. Ma dovrete fare tutto ciò che vi chiedo, o non se ne fa niente. Escluse cose disgustose o dolorose, come s'è detto."

"Certo, signore. Non ci sono problemi."


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