logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 6 - FAMA E SUCCESSO

Nel 1924 Geoffroy riuscì ad acquistare i locali al piano terra della casa e anche l'altra stanzetta nel sotto tetto di fronte a quella che era già sua. Questa era più grande della sua, aveva una stanza in più. La fece sistemare bene, vi fece portare mobili nuovi, semplici e funzionali. Il pianterreno era composto di due appartamentini, entrambi con un portoncino sulla via. Sul retro, aprendo un muro, potevano diventare un unico ambiente.

Geoffroy si chiese se Arnold Goujon e Jean-Pierre Maspéro avessero già trovato un locale per avviare il loro nuovo lavoro, o se ancora fossero al Quai Saint Bernard, dove da tempo lui non andava più. Così, una sera dopo cena, vi si recò e scese sul lungo e stretto prato in riva alla Senna.

Non vide nessuno dei due ragazzi. Allora si accostò a uno degli altri, che attendeva stando appoggiato al muro di sostegno del Quai.

"Scusa, ragazzo..."

"Desidera la mia compagnia, signore?" gli chiese quello con un sorriso professionale.

"No, grazie. Stavo cercando Arnold oppure Jean-Pierre."

"Ah... forse vengono più tardi, non so."

"Vengono ancora qui, comunque?"

"Sì... anche se meno di prima, da quando fanno le colombelle. Lo sa che si sono messi assieme? Semplicemente ridicoli."

"Non tutti sono dei duri come sei tu, evidentemente." gli disse Geoffroy con sarcasmo.

"Può dirlo ad alta voce, signore. A lei piace prenderlo? Ce l'ho bello grosso e lungo, sa?"

"Me lo immagino, anche senza averlo visto. Ognuno ha sviluppata in particolare una parte diversa del corpo: chi il cervello, chi il cuore, chi il fegato e chi il membro. Evidentemente tu appartieni a quest'ultima categoria."

"Può dirlo, signore. Lo vuole vedere? Guardare e non toccare, si capisce. Se lo vuole toccare deve pagare."

"No, grazie. Puoi tenere la mercanzia in bottega, ragazzo." gli disse Geoffroy e si allontanò un po' disturbato.

"Che stronzo!" gli disse dietro il ragazzo.

Geoffroy si girò con un sorriso: "Piacere, io invece mi chiamo Nicolas!" gli disse e si allontanò ancora, andando verso la scala.

Rimase lì, appoggiato al muretto che faceva da parapetto ai gradini.

Dopo un po' gli si accostò un altro ragazzo: "Che ci fai, qui, bello? Guarda che non puoi venire a battere qui, questo posto è nostro." gli disse bellicoso.

"Non aver paura, bello, non sono venuto qui per farvi concorrenza. Io, i miei clienti, non vado mai a cercarli. Li trovo tramite il giornale e vengono direttamente a casa mia. Sto solo aspettando un paio di amici."

"Che amici?"

"Tuoi colleghi."

"Chi sono?"

"Miei amici."

"Che, mi stai prendo per il culo?"

"No, avrei dovuto pagarti, prima, per farlo. Non è così? Non si deve sempre pagarvi in anticipo, per fare qualcosa con voi?"

"Sai che sei un bel tipo, tu?"

"È la prima volta che qualcuno mi dice che sono bello." ridacchiò Geoffroy.

Il ragazzo rise forte: "Non riesco a capire che pesce sei, tu. Chi cavolo sei?"

"Il conte Geoffroy de Sainte Sabine. E tu?"

Il ragazzo lo guardò corrugando la fronte: "E tu pretenderesti che io ti credo? Ma va là; un signore come quello, che è ricco e famoso, non avrebbe certo bisogno di venire qui."

"Lo conosci?" gli chiese Geoffroy.

"Mi piacerebbe conoscerlo. Beh, senti, non fare il furbo: se provi a portarci via un cliente, te la facciamo pagare, capito?"

"Non ne vedo, clienti, qui..."

"Cominciano ad arrivare fra poco, è ancora un po' presto."

"E allora, com'è che siete già qui?"

"Chi arriva prima, becca prima. Qualche volta qualche cliente arriva presto. Così poi, dopo averlo fatto, si può tornare e beccarne un altro, qualche volta anche un terzo, sul tardi, se si è fortunati. Ti teniamo d'occhio, stai attento." gli disse il ragazzo e si allontanò.

Geoffroy sentì dei passi scendere la scala di pietra. Guardò in su e vide che era un uomo di mezza età. Questi gli passò accanto, gli lanciò un'occhiata e passò oltre.

Poco più tardi sentì il rumore di altri passi e voci sommesse, e finalmente riconobbe i ragazzi che attendeva. Salì la scala.

"Geoffroy!" lo salutò con allegria Arnold.

"Salve, ragazzi. Vi aspettavo."

"Vuole che veniamo da lei, signore?" gli chiese Jean-Pierre un po' incerto.

"Sì, ne avrei piacere. Solita tariffa..." disse Geoffroy con un sorrisetto.

Jean-Pierre guardò Arnold, che annuì. "D'accordo..." disse Jean-Pierre.

I due ragazzi lo seguirono. Quando arrivarono davanti alla casa, Geoffroy aprì uno dei portoncini a pian terreno.

"Qui? Non abiti più su all'ultimo piano?" gli chiese stupito Arnold.

"No. Volevo prima farvi vedere una cosa. Entrate..." disse, accendendo le luci.

"Ma è tutto vuoto, qui. Cosa ci vuole far vedere?" chiese un po' diffidente Jean-Pierre.

"Abbi pazienza, Pierre. Anche tu, Paul," disse usando i falsi nomi che avevano dato, "e guardate bene gli ambienti."

Poi li portò a vedere anche l'altro appartamento a pian terreno.

"Togliendo qualche muro, i due appartamenti si possono unire sul retro, e anche creare ambienti più grandi."

"Non capisco, signore. Perché ci fa vedere questi appartamenti vuoti?" chiese Jean-Pierre.

"Arnold, vuoi spiegare tu a Jean-Pierre perché vi sto facendo vedere questi appartamenti e perché parlo di togliere qualche muro?" disse Geoffroy con un sorriso, usando i loro veri nomi.

Il ragazzo lo guardò un po' stupito, poi chiese: "Vuoi dire che qui si potrebbe... Beh, dipende dal prezzo, però..."

"Di quello parleremo dopo... e di altro. Spiegaglielo, su."

Arnold disse a Jean-Pierre del progetto del caffè-libreria e concluse: "Come ne abbiamo parlato io e tu, ne ho parlato con Geoffroy... Qui, a due passi di Notre Dame, sarebbe fantastico, non credi?"

"Sì... ma quanto ci costerebbe un locale così?" chiese perplesso il ragazzo.

"Di questo ne parleremo dopo: io pensavo che, avendo due ingressi, uno per il caffè e uno per la libreria, ma unendoli dal retro in un unico locale, sarebbe ottimo e funzionale. Ci sarebbe abbastanza spazio per tutte le due attività, tenendole sufficientemente separate e al tempo stesso unite." disse Geoffroy.

"Sì, è vero..." commentò Jean-Pierre. "Possiamo girare di nuovo i due appartamenti, signore?"

"Certo, venite." Dopo il secondo giro, Geoffroy chiese: "Allora? Che ne dite?"

"Sarebbe bello, però..." disse Arnold.

"I però li vediamo dopo. Ho saputo che avete preso un appartamento assieme."

"Non è un appartamento, è una stanzetta... più piccola della tua." gli disse Arnold.

"Allora, adesso venite su."

Li portò su per le scale, facendo in modo però che al primo piano non vedessero ancora la targa con il nome del conte. Arrivati all'ultimo piano, aprì la porta davanti alla sua vecchia stanzetta.

"Entrate. Ecco, che ne dite?"

"Abiti qui, adesso?" gli chiese Arnold.

"No, che ne direste di venire voi due ad abitare qui? Vivere qui e lavorare sotto? Non vi piacerebbe?"

"Geoffroy, certo che ci piacerebbe, ma credo che non abbiamo ancora abbastanza soldi per permetterci tutto questo..."

"Sediamoci qui in soggiorno. Allora, ragazzi, i soldi che avete, pensate che siano sufficienti per arredare il caffè, la libreria e per comprare la merce necessaria per cominciare?"

"Sì, pensiamo di sì, ma non per ristrutturare il pianterreno, pagare l'affitto di sotto e anche qui..." disse Jean-Pierre.

"Se il proprietario facesse ristrutturare a spese sue i locali sotto come decidete voi, e vi chiedesse di pagare l'affitto sia di questo appartamento che dei locali a pian terreno solo quando cominciate a guadagnare, ve la sentireste di cominciare?"

"Ma se poi non ci fossero i guadagni che ci aspettiamo?" chiese Arnold.

"Ma se io vi garantissi che il conte Geoffroy de Sainte Sabine verrebbe all'inaugurazione e frequenterebbe regolarmente il vostro locale, e magari scriverebbe anche un articolo sul vostro caffè-libreria? In queso caso ve la sentireste di provare?"

"Sì... ma perché il proprietario e il conte dovrebbero fare tutto questo per noi?" chiese Arnold.

"Bene, per avere una risposta, dovete fare una terza visita. Venite con me..." disse Geoffroy e li condusse al primo piano.

Questa volta fece in modo che i due ragazzi vedessero la targa di ottone sulla porta. Poi tirò fuori le chiavi e la aprì.

"Il conte vive qui? E tu... lavori per lui?" gli chiese Arnold stupito.

"Si potrebbe dire così. Entrate, ragazzi. Ecco, sedete qui in salotto, vado a chiamare il conte."

"Ma noi, vestiti così... e poi, il conte sa che lavoro facciamo?" chiese impacciato Jean-Pierre.

"Sì, il conte sa perfettamente che lavoro fate e per lui non c'è nessun problema. E tanto meno per come siete vestiti. Sedete, e aspettate un attimo. Mettetevi a vostro agio." disse Geoffroy e li lasciò soli.

Andò in camera sua e si cambiò, indossando un elegante abito da sera. Prese il contratto di proprietà dei locali del pian terreno e dell'appartamentino nel sottotetto, quindi tornò nel salotto.

"Bene, amici, vi presento il conte Geoffroy de Sainte Sabine."

"Dov'è?" gli chiese Jean-Pierre.

"Sei tu? Senza scherzi? Sei davvero tu?" gli chiese Arnold sgranando gli occhi.

"Pare proprio di sì... e questi sono gli atti di proprietà dei locali che vi ho mostrato. Allora, adesso accettate? No, un momento, prima devo precisare una cosa: non vi sto offrendo questa possibilità in cambio di... vostre prestazioni sessuali, voglio che sia ben chiaro."

"Lei, davvero vuole fare questo per noi?" chiese Jean-Pierre.

"Pare proprio di sì. Però, Arnold, ricordati che mi hai promessi di offrirmi sempre il caffè senza farmi pagare." disse Geoffroy con un sorriso.

"Buon dio, Geoffroy, che possiamo dire?"

"Darmi una risposta. Non m'avete ancora detto se ve la sentite di accettare la mia proposta o no."

Arnold guardò Jean-Pierre. Questi fece un lieve sorriso al suo ragazzo, poi disse: "Se Arnold si azzardasse a farle pagare una sola consumazione nel nostro locale, dopo dovrebbe fare i conti con me. Noi l'abbiamo sempre ammirata come scrittore, ora la ammiriamo anche come persona."

"Nonostante io sia un voyeur, Jean-Pierre?" gli chiese Geoffroy con un sorriso.

Anche Jean-Pierre sorrise: "Arnold m'ha raccontato il suo trucco per farmi... arrendere alla sua corte."

"E non sei arrabbiato con me, ora che sai?"

"Se non mi fossi innamorato di Arnold, sicuramente lo sarei, signore."

"Ottima risposta. Allora, si è fatto tardi, ragazzi. Tornate a casa vostra. Domani prenderete le vostre cose, e vi trasferirete su all'ultimo piano. Queste sono le chiavi sia del quarto piano che del pian terreno. Sempre domani stenderemo il contratto, poi decideremo assieme i lavori da fare a pian terreno e frattanto voi ordinerete gli arredi e le merci."

"Ma... per pagare il giusto, appena potremo, come faremo? Quanto le dovremo dare?" chiese Jean-Paul.

"Lo fisseremo sul contratto. Io pensavo di chiedervi un affitto minimo, diciamo un terzo di quanto valgono i locali, e in più un cinque per cento dei vostri guadagni. Ma questa è solo una proposta. Pensateci bene, ed eventualmente fatemi una contro-proposta."

"Mi sembra molto poco..." disse Jean-Pierre.

"Se guadagnerete bene come immagino e spero per voi, non sarà affatto poco. Bene, io ora devo scrivere un nuovo articolo, devo guadagnarmi il mio pane. Perciò..."

I due ragazzi si alzarono, lo ringraziarono ancora, lo salutarono e se ne andarono. Geoffroy, soddisfatto, andò nel suo studio e si mise al lavoro.


Geoffroy, da quando aveva deciso di uscire allo scoperto, aveva anche iniziato ad accettare qualche invito da gente influente e a frequentare, così, la "Parigi bene". La sua naturale eleganza, sottolineata da abiti di ottima fattura, la sua arguzia e profonda cultura, il suo modo di dire quello che pensava in modo chiaro, senza però essere offensivo, fecero presto di lui uno dei più ambiti ospiti dei salotti più importanti.

Lo scrittore sapeva accettare e rifiutare gli inviti in modo che averlo ospite fosse un fatto abbastanza eccezionale, e questo rese più desiderabile la sua presenza. Averlo come ospite, era diventato quasi un "status symbol", una questione di prestigio. Presto divenne l'ospite d'onore dei rari "apres-midi" lettarari a cui accettava di presenziare, delle "soirées" in suo onore.

E presto si accorse di essere corteggiato e concupito sia da donne che da uomini. Ma, mentre con le donne flirtava con levità, senza mai giungere a una vera intimità fisica, iniziò a dare, molto discretamente corda agli uomini che l'attraevano maggiormente sul piano sessuale, lasciandoli sperare ma senza concedersi facilmente ai loro desideri.

Riceveva costosi regali, recapitati a casa sua dai commessi delle più note gioiellerie e dai più rinomati e costosi negozi. Gli offrivano cifre cospicue per avere una sua prefazione a un libro, una sua critica alla mostra di un artista, oltre a continuare a scrivere articoli per la seconda pagina di "le Figaro", pagati cifre che nessun giornalista aveva mai ottenuto prima di lui.

Il figlio di un ministro, un giorno gli fece recapitare a casa un portasigarette d'oro massiccio di Tiffany, con le sue iniziali incastonate in diamanti. Dentro c'era un biglietto autografo del giovane uomo, sposato e con due figli, in cui questi aveva scritto:

"Siete crudele con me, Geoffroy, sempre così cortese eppure sempre così distante. Non vedete quanto io stia spasimando per il vostro corpo? Vi scongiuro, ditemi che cosa volete da me, per concedermi le vostre grazie. Potete fare di me ciò che volete, in cambio di una sola notte di passione. Sono ai vostri piedi: fatemi vostro, ve ne scongiuro!"

Il biglietto era firmato solo con le iniziali VMdHS, ma Geoffroy era sicuro su chi glielo avesse inviato, infatti l'uomo, Venceslas-Marie, gli aveva una volta mostrato le proprie iniziali ricamate su un fazzoletto...

A Geoffroy l'uomo non dispiaceva fisicamente. Quello che invece non gli piaceva affatto era la sua superbia, e il modo rude e sprezzante con cui, una volta che era stato ospite a casa sua, l'aveva visto trattare la servitù.

Gli fece recapitare un biglietto di risposta:

"Non ostante le vostre parole piene di passione, dubito, signore, che siate disposto a darmi quanto mi può realmente provocare piacere. Non intendo umiliarvi con un mio rifiuto, il vostro aspetto è assai gradevole, ma vi avverto che sono una persona assai esigente e che non amo essere contraddetto né limitato in alcuno dei miei desideri. Pertanto, per non farvi trovare in una situazione sgradevole, devo insistere nel mio rifiuto. GcdSS."

Gli arrivò un mazzo di trentuno rose rosse, con un orolgio di platino di Cartier come legaccio, e un altro biglietto:

"Non avete motivo di dubitare di me, Geoffroy. Mettetemi alla prova, ve ne prego. Esaudirò qualsiasi vostro desiderio: ordinate, fate di me il vostro schiavo, umiliatemi come più vi aggrada, ma concedetemi anche una sola notte. Sono pazzo di voi! Accoglietemi fra le vostre braccia, e fra le vostre gambe. Fatemi gustare a fondo la vostra virilità. VMdHS"

Geoffroy sorrise: avrebbe dato una buona lezione a quell'uomo, poi l'avrebbe "accontentato". Per prima cosa, fece in modo di sapere dove l'uomo ordinasse le livree per i propri servi. Quindi andò al Bois de Vincennes, dove sapeva che ragazzi di estrazione operaia si prostituivano. Ne scelse due non belli, rudi e con grossi membri, e promise loro una buona somma perché facessero per lui quanto voleva.

Spiegò loro che avrebbero dovuto, in sua presenza, usare e abusare di un uomo a loro piacere, e a lungo, pur senza recargli un danno fisico, e terminare aspergendolo sul viso con il loro seme, obbligandolo poi a spalmarselo sul volto e a leccarlo... Quindi dovevano cambiarsi e lasciare la sua casa.

I due giovanotti accettarono senza battere ciglio: "Per questa somma, signore, lo faremo ogni volta che vorrete!" gli dissero. Il giorno dopo li portò dal sarto e gli ordinò di fare due livree su misura per i due giovanotti, uguali a quelle usate dai servi del suo "spasimante". Quando furono pronte gli furono consegnate in casa. Allora invitò l'uomo a passare una notte con lui, dandogli un appuntamento. L'uomo accettò immediatamente, con entusiasmo.

Allora Geoffroy andò a chiamare i due giovanotti, li fece cambiare indossando le livree e li fece aspettare nel salotto. Quando il suo "ospite" suonò alla porta, andò ad aprire di persona e lo fece entrare. Vencéslas, appena entrò gli porse un ennesimo regalo: un prezioso carillon di Fabergé in oro, smalti e piccoli diamanti, dicendogli che l'aveva comperato appositamente per lui dalla principessa Iusupov...

Era un pezzo molto bello, di grande valore, ma Geoffroy lo mise in tasca senza quasi degnarlo di uno sguardo.

"Finalmente, Geoffroy, non potete immaginare quanto mi ha reso felice il vostro consenso!"

"Venceslas, avete giurato che accetterete qualsiasi mio ordine, non lo dimenticate, o sarò costretto a mettervi alla porta." gli disse con freddezza.

"L'ho giurato, e ve lo giuro di nuovo... ma voi mi concederete questa notte, non è vero?"

"Se vi assoggetterete a ogni mia richiesta, questa notte vi farò mio... ve lo prometto. Io ho una sola parola." gli rispose Geoffroy. Prese dal portamantelli un guinzaglio da cane, e gli disse: "Giù, a quattro zampe, e seguitemi."

L'uomo obbedì prontamente e gli chiese: "Volete anche che mi metta ad abbaiare?"

"Non ha importanza, fate come volete." gli rispose con tono noncurante, e si avviò tirandoselo dietro.

Entrò nel salotto, dove i due giovanotti attendevano in silenzio. Vencéslas ebbe un'attimo di esitazione, quando li vide, ma Geoffroy tirò con impazienza il guinzaglio, e l'uomo lo seguì fino in centro al salotto. Geoffroy sedette sul sofà, poi disse ai due giovanotti:

"Vi ho portato un cane, ragazzi, per farvi divertire un po'... Fatene l'uso che volete. È un cane obbediente... bene ammaestrato. Provate a dargli un qualsiasi ordine."

"A cuccia, bestia!" ordinò il giovanotto di nome Jacques.

Venceslas obbedì immediatamente.

"Grattati le pulci, cane rognoso." gli ordinò l'altro, Louis.

Venceslas si grattò, imitando le movenze di un cane.

I due giovanotti scoppiarono a ridere. "Hai mai visto un cane vestito, tu?" chiese uno all'altro.

"No, mai. Spogliati nudo, cagnaccio!" gli ordinò.

L'uomo guardò Geoffroy; questi lo guardava impassibile. L'uomo si denudò, lasciandosi addosso solo le mutande e le calze.

"Nudo, ho detto, bestia! S'è mai visto un cane con le mutande e le calze?"

Venceslas arrossì, ma obbedì.

"Ma bravo il nostro cane... Ti do un bell'osso da succhiare, ora. Ma attento, non voglio sentire i denti!" gli disse Louis e, apertesi le brache della livrea ne estrasse il grosso membro e lo presentò all'uomo.

Questi divenne rosso come un pomodoro, ma si mise a succhiarlo con cura.

I due giovanotti continuarono, anche Jacques se lo fece succhiare, poi, davanti a Geoffroy, lì sul prezioso tappeto del salotto, dopo essersi divertiti un po' in vari modi, lo presero contemporaneamente, uno davanti e uno dietro, battendogli dentro senza pietà. Ogni tanto si fermavano, se lo facevano succhiare ancora un po', poi si scambiano di posto e lo predevano di nuovo, con vigore, insultandolo con i peggiori epiteti.

Geoffroy continuava a guardare tutta la scena restando impassibile, in silenzio. Dopo un'ora che i due giovanotti approfittavano di lui in ogni modo che la loro fantasia suggeriva loro, Geoffroy fece un lieve cenno, segnalando loro di concludere. I due si sfilarono dall'uomo.

"Giù, sulla schiena, maiale!" gli ordinarono.

Gli si inginocchiarono uno da una parte, l'altro dall'altra del capo e si masturbarono velocemente finché prima Louis poi Jacques gli spruzzarono tutto il loro seme sul viso.

"Spalmatelo bene sulla tua faccia da stronzo!" gli ordinò Louis.

Venceslas obbedì.

"Leccati le mani, porco!" gli ordinò Jacques. "Poi leccaci il cazzo finché è perfettamente pulito!"

Poi i due giovanotti andarono nella stanza accanto, presero le buste con i loro soldi che Geoffroy aveva posto sui loro abiti, si cambiarono e, passando per il corridoio uscirono.

Venceslas era rimasto immobile, e guardava con espressione implorante Geoffroy. "Ho fatto tutto quanto volevate, Geoffroy? Siete contento di me? Ora... mi fate vostro?" gemette.

Geoffroy si alzò dal sofà, si denudò, fece mettere di nuovo l'uomo a quattro zampe e lo prese con rudezza, a lungo, fermandosi di tanto in tanto per non raggiungere troppo presto l'orgasmo. Infine si lasciò andare e si scaricò nell'uomo.

"Siete contento, Venceslas?" gli chiese alzandosi in piedi e cominciando a rivestirsi.

"Sì, grazie."

"Mi sarebbe piaciuto che su quel sofà vi fosse stata anche vostra moglie e i vostri figli... e lì, in piedi, in fila, tutti i vosri servi, che vi divertite tanto ad umiliare. Ora rivestitevi e andate. Avete avuto quanto meritavate."

"Posso... posso lavarmi, per cortesia?"

"Vi laverete a casa vostra. Rivestitevi e andate."

"Potrò nuovamente avere la grazia di una notte con voi, Geoffroy?"

Il giovane uomo fu stupito da questa richiesta. "Solo se la prossima volta porterete due dei vostri servi per farli divertire con voi come si sono divertiti i due che sono usciti di qui poco fa."

"Non potete chiedermi questo... Non con i miei servi..."

"Allora vi siete risposto da solo. La mia condizione per un encore è questa. Buona notte, Venceslas."

L'uomo uscì dalla casa di Geoffroy in silenzio, con espressione afflitta.

Geoffroy andò a farsi una doccia e andò a letto. Non si era veramente divertito, ciò non di meno pensò che l'uomo aveva avuto quanto meritava.


Durante un ricevimento in suo onore nella villa di un ricchissimo barone, nonché propietario della maggiore banca di Parigi, Patrick, il figlio del barone gli fece una corte assidua, anche se discreta. Il ragazzo, che aveva diciotto anni, non era veramente bello, ma aveva un certo fascino. Geoffroy, pur senza incoraggiarlo, non lo respingeva, poiché si sentiva vagamente attratto dal ragazzo.

Quando, dopo aver fatto salotto e discusso di letteratura, arte, politica e altri soggetti con gli altri importanti invitati, furono tutti pregati di accomodarsi a tavola nella lussuosissima sala da pranzo, Patrick gli passò di fianco e gli infilò un biglietto in tasca. Geoffroy lo guardò un po' stupito, ma il ragazzo passò oltre senza guardarlo.

Durante il pranzo, Geoffroy sedeva alla destra della padrona di casa e Patrick gli sedeva quasi di fronte, il ragazzo continuava a lanciargli occhiate di sottecchi, che Geoffroy spesso coglieva e ricambiava.

Giunti al brindisi finale, il banchiere pregò Geoffroy di fare un brindisi. Il giornalista si alzò.

"Immaginavo che mi sarebbe stato affidato il grato compito di questo brindisi finale. Perciò ho preparato qualche appunto..." disse Geoffroy e tolse dalla tasca il biglietto che Patrick vi aveva infilato.

Il ragazzo riconobbe il proprio foglietto, arrossì e lo guardò preoccupato, anzi, spaventato.

Geoffroy lesse ad alta voce: "Non credo che possiate avere interesse per il mio aspetto, ma spero che ne abbiate nei riguardi della mia persona, di quanto la mia anima prova, del mio desiderio di compiacervi nel migliore dei modi. Io sento di appartenervi, e spero che voi accettiate questo mio sentire, e mi diate un cenno per farmi capire che accettate i miei sentimenti."

Patrick aveva gli occhi bassi e cercava di farsi piccolo piccolo.

Geoffroy rimise in tasca il foglietto e proseguì: "Queste parole mi scrisse una persona, tempo fa. Essendo un gentiluomo, non vi posso dire il nome della donzella che, con questo messaggio mi palesò il desiderio di essere mia. Ma una cosa voglio dirvi: ciò che apprezzai in questo messaggio, fu che non mi si offriva con la sfacciataggine con cui altre l'hanno fatto. Una virtù rara, credetemi, amici."

Ora il ragazzo lo guardava con occhi stupiti.

Dopo una pausa a effetto, Geoffroy proseguì: "Palesare il proprio sentimento in modo così delicato e squisito, non merita forse un premio? Poiché infatti, dopotutto, non avrei potuto scrivere io queste stesse parole, in quanto giornalista per pregare tutti i miei lettori, e voi in particolare di accettare quanto io sento ed esprimo nei miei articoli? Non appartiene forse un giornalista degno di questo nome ai suoi lettori?"

Patrick aveva ripreso i suoi colori normali.

Geoffroy emise un lieve sospiro: "Voi, intervenendo a questo incontro così gentilmente offerto in onore della mia opera, mi state confermando che apprezzate quanto esprimo nei miei scritti, che ne apprezzate forse non tanto l'aspetto esteriore, ma piuttosto quanto io sento nel più intimo di me stesso."

Tutti lo ascoltavano attentamente.

"Perciò io brindo a chi mi scrisse queste parole, una persona affascinata evidentemente più dal mio essere che dal mio apparire. E se mi fosse possibile, la prenderei per mano e le direi: vieni, sì, tu mi appartieni! Così come oggi vi dico: questo umile scribacchino vi appartiene, amici!"

Tutti applaudirono, assentendo e commentando in un brusio di apprezzamento quell'originale brindisi, così anticonformista.

Patrick lo guardava quasi affascinato, e Geoffroy pronunciò una sola parola, che andò persa nel brusio generale ma che non sfuggì al ragazzo: "Sì."


Pagina precedente
back
Copertina
INDICE
11oScaffale

shelf

Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 2015