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una storia originale di Andrej Koymasky


LA PENNA ALATA CAPITOLO 9 - DENSE NUBI NERE

Nel 1933 Hitler, l'ex-imbianchino di Monaco, aveva preso il potere assoluto in Germania. Geoffroy, che aveva ora trendadue anni, aveva iniziato a far comparire su Le Figaro, una volta alla settimana, un articolo sulla allarmante situazione nella vicina nazione.

La sua fama continuava a crescere; ora anche la piccola casa editrice diretta da Jean-Pierre rendeva bene. Geoffroy decise di farsi costruire una villa a Evreux, tutta in stile Art Nouveau, dall'architetto Hector Guimard, di cui era divenuto amico.

Aveva discusso a lungo con lui del progetto: voleva un qualcosa di elegante, intimo, che rispecchiasse in modo sobrio, non toppo evidente ma al tempo stesso neppure troppo criptico, il proprio amore per le bellezze virili.

Guimard, pur non essendo un amante del proprio sesso, sapeva di Geoffroy e lo accontentò senza problemi. La villa fu inaugurata con un grande ricevimento il giorno del trentacinquesimo compleanno di Geoffroy, il 14 giugno 1936.

Aveva invitato tutti i propri amici omosessuali non in coppia, come lui, e aveva anche fatto arrivare da Parigi un ugual numero di graziosi ragazzi di vita, per rallegrare i propri ospiti. A notte, aveva fatto schierare tutti i ragazzi, completamente nudi, in una parte del giardino, illuminata a giorno da lampade elettriche, poi aveva tirato a sorte i propri ospiti, sì che ciascuno si scegliesse uno dei ragazzi per passarci la notte.

Quando tutti ebbero scelto e rimase un solo ragazzo, gli andò accanto, gli cinse le spalle e lo guidò nella villa, fino alla propria stanza.

"Per voi, signore, non ostante siate voi a pagarci, prendete quello che nessun altro ha voluto." gli disse il ragazzo.

"Non te la devi prendere. Io sono lieto di avere te. Sono certo che passeremo assieme una piacevole notte. Come ti chiami, ragazzo, e da dove vieni? Sei nato a Parigi?"

"No, signore, sono nato a Troyes, e mi chiamo Gilbert."

"Anche io sono nato a Troyes! Che bella coincidenza... Magari conosco anche i tuoi genitori..." disse ridacchiando l'uomo.

"Di cognome mi chiamo Gineste."

"Se per caso il figlio di Paul Gineste?" chiese stupito Geoffroy.

"No, mio padre si chiamava Laurent. Paul è mio zio. Lo conoscevate?"

"Tuo zio... fu il mio primo uomo, Gilbert. È ancora vivo? Sta bene?"

"Zio Paul il vostro primo uomo? Ora capisco perché mi difese, quando mio padre scoprì di me, e perché non si è mai sposato... ma non mi disse mai che anche lui è... come me. Sì, sta bene, ha una bottega da elettricista."

"E tuo padre?"

"Morì due anni dopo mia madre, quando avevo dicassette anni. Io allora andai via di casa, a Parigi, a cercare fortuna... Mio zio Paul il vostro primo uomo! Fu... piacevole, con lui?"

"Molto. Era in licenza, perché era stato ferito nella Grande Guerra. Passammo quasi tutta la sua licenza assieme."

"Sì, è proprio lui: zoppica ancora a causa di una ferita che ricevette in guerra."

"Perché non torni da lui, ora che sai?"

"No... mi piace la vita a Parigi... Mi piace questa vita."

Si erano spogliati e stesi sul letto, carezzandosi intimamente l'un l'altro.

"Ora che so... assomigli un poco a tuo zio... quanti anni hai, Gilbert?"

"Ventitré. Sì, gli assomiglio, fisicamente. Mio zio Paul è buono, ma... molto noioso. Non mi piacerebbe vivere con lui, e meno ancora con l'altro mio zio, Jacques: un bigotto codino."

"Perciò non è stato Paul a farti capire che ami gli uomini."

"No, fu un mio compagno di classe. Mio padre ci sorprese a letto mente si faceva l'amore."

"Quanti anni avevate?"

"Sedici, tutti e due. Si stava assieme da pochi mesi. Che cosa vi piace fare, signore, a letto?"

"Un po' di tutto, Gilbert. E a te?"

"Anche a me signore."

"Bene, voglio che stasera decida tu cosa e come farlo."

"Vi piace fare un sessantanove? Poi prenderci a turno?"

"Un ottimo programma. Mi piace il tuo corpo, e questo tuo bel membro dritto come un fuso, e questo tuo bel culetto morbido..."

"Anche voi, signore, siete ben fatto... e non mi siete subito saltato addosso... penso che sarà molto piacevole farlo con voi... sono stato fortunato a restare per ultimo."

"Sei cortese."

"Ma sincero." disse il ragazzo chinandosi sul grembo di Geoffroy e prendendogli in boca il membro virile.

Geoffroy si girò e ricambiò quelle piacevoli attenzioni. Poi prese il ragazzo, quindi si fece prendere da lui, e alternarono quei tre modi di darsi reciproco piacere, a lungo.

A un certo punto sentirono forti gemiti di godimento venire dalla stanza vicina.

Gilbert ridacchiò."Anche qui a fianco si stanno dando da fare!" disse.

"Pare proprio di sì." disse Geoffroy.

"È eccitante sentir..." iniziò a dire il ragazzo, ma Geoffroy lo fece tacere baciandolo in bocca.

Quando finalmente si lasciarono andare all'orgasmo, Gilbert gli disse: "Grazie, signore, è stato molto piacevole."

"Grazie a te. Soprattutto per averlo fatto con piacere e non solamente per dovere."

"Ve l'avevo detto che a me piace. E con voi è stato molto gradevole, davvero."

"Bene, ora riposiamoci un poco. Non ti senti un po' stanco?"

"Solo un poco. Domattina, se volete, possiamo farlo di nuovo."

"Ti piacerebbe?"

"Sì, certo... se anche a voi piace farlo con me."

La mattina dopo fecero nuovamente l'amore. Poi Geoffroy disse al ragazzo: "Gilbert, ti andrebbe di venire al mio servizio? Vorrei avere qui due o tre servi per tenermi in ordine la villa quando sono a Parigi."

"Grazie, signore, ma come vi ho detto, mi piace questa mia vita... qui temo che mi annoierei... Comunque, siete stato gentile ad offrirmelo. Verrete ancora a cercarmi, qualche volta?"

"Ti ha trovato il mio segretario... non saprei dove cercarti."

"Vi posso lasciare il mio indirizzo... Se venite da me, durante il giorno, è facile che mi trovate in casa."

"Vivi da solo?"

"Sì, ho trovato una stanza circa un anno fa, dove vivo e dove a volte porto i miei migliori clienti. Sapete dove è il Lycée Voltaire? Abito lì vicino."

"Sì. Bene, se mi lascerai il tuo indirizzo, forse verrò a cercarti. Mi sei piaciuto. E poi... sei il nipote del mio primo uomo!"


Giunse il 3 settembre del 1939 e la Francia, assieme con l'Inghilterra, dichiarò guerra alla Germania, perché aveva invaso la Polonia. Geoffroy, pur non amando affatto la guerra, e scrivendolo chiaramente nei suoi articoli, scrisse che era giusto fare tutto il possibile per fermare "il pazzo sanguinario" e i suoi accoliti.

Ma scrisse anche: "Quando vinceremo la guerra, e non se la vinceremo, dovremo stare molto attenti a non fare gli errori che facemmo quando vincemmo la Grande Guerra contro la Germania. Se fossimo stati più saggi, forse il macellaio di Norimberga non avrebbe preso il potere."

Questo gli attirò critiche sia dagli interventisti che dai non interventisti, e la sua stella, pur non tramontando affatto, sembrò offuscarsi un poco.


Una sera Patrick lo andò a trovare. Con lui c'era un ragazzo suo coetaneo che gli presentò come il proprio amante.

"Sono lieto che tu mi abbia fatto conoscere il tuo Rhémi, e che siate felici assieme. Perché domenica non venite a pranzo qui da me, almeno possiamo passare più tempo assieme?"

"Mi dispiace, Geoffroy, ma per domenica saremo partiti tutti e due per il fronte. Siamo stati fortunati, perché saremo nella stessa unità."

"Capisco. Sì, siete stati fortunati... È terribile essere separati in simili contingenze."

"Lo dobbiamo al padre di Rhémi, che lavora nell'ufficio arruolamento." spiegò Patrick.

"Ma... sa di voi?" gli chiese Geoffroy.

"No... sa che siamo amici stretti, e ha trovato bello che si voglia restare assieme... per sostenerci a vicenda nel pericolo." rispose Rhémi con un lieve sorriso.

"Ma come vi siete conosciuti, voi due? Eravate compagni di studi?"

"No. Ci si è conosciuti in un modo... piuttosto particolare. Al Bois de Boulogne, verso la Porta Maillot, lui aveva chiesto a un ragazzo se voleva andare nel suo pied-à-terre. Io avevo creduto che fossero entrambi ragazzi di vita, perciò m'ero accostato e avevo chiesto se uno di loro volesse venire con me. Quel ragazzo si mise a ridere e mi spiegò l'equivoco, io mi scusai, ma Rhémi disse prontamente che si poteva combinare di farlo in tre. Quando quel ragazzo, dopo che avevamo fatto l'amore, lasciò il pied-à-terre di Rhémi, io restati con lui... Si prese così a frequentarci... e in breve ci innamorammo."

Geoffroy rise divertito: "Davvero una storia unica e interessante. Ma siete quello che si definisce una coppia aperta?"

"No, affatto. Da quando ci si è messi assieme, non si frequentano più quei luoghi. Si sta troppo bene in due."

"Non vi sarà facile, al fronte, ragazzi, poter fare l'amore." disse pensieroso Geoffroy.

"Lo sappiamo, ma non è neppure escluso che si possa. E comunque, pur di stare assieme, possiamo anche fare quel sacrificio." rispose Rhémi.

Anche diversi dei ragazzi che lavoravano come servitori a casa di Geoffroy dovettero partire per la guerra. A Parigi si respirava una strana aria. La guerra non aveva fatto cessare la vita del bel mondo, però l'aveva resa più precaria anche se, per reazione, più gaia e folle di prima.

La guerra volgeva male per i francesi. Il 10 maggio tedeschi avevano iniziato a invadere la Francia, aggirando la linea Maginot, e passando attraverso Olanda, Lussemburgo e Belgio. Il 28 maggio il Belgio aveva firmato la resa ai nazisti.

Il 3 giugno i tedeschi iniziarono a bombardare Parigi. Il 10 giugno anche l'Italia aveva dichiarato guerra alla Francia. Il 14 giugno i nazisti erano entrati in Parigi e il 16 il maresciallo Pétain era diventato il primo ministro francese, collaborando con i tedeschi. Il generale Charles de Gaulle era fuggito in Inghilterra.

Il 22 giugno la Francia firmò l'armistizio con la Germania. Geoffroy portò il suo ultimo articolo a Le Figaro. L'aveva intitolato "L'imbanchino che vuole imbrattare le pareti di casa mia con i colori che piacciono a lui", in cui, senza mai parlare di Hitler né della Francia, faceva una sottile ma chiara allegoria dell'invasione nazista.

"Il mio maggiordomo è in combutta con l'imbianchino e ha aperto la porta di casa mia a lui e ai suoi manovali. Che posso fare? Se provo a far valere i miei diritti, mi prendono a legnate. Perciò ho deciso di ritirarmi a casa di amici, per preparare la mia rivincita..."

Mentre la mattina del 23 giugno Hitler entrava in Parigi da trionfatore, Geoffroy ne usciva con un pugno di amici, con cui cercò di fuggire in Inghilterra. Andarono a sud, finché riuscirono a raggiungere la parte non ancora occupata dai nazisti. Gli amici volevano andare a Marsiglia, Geoffroy invece decise di andare in Svizzera. Da qui riuscì a ottenere un passaggio in aereoplano per l'Inghilterra.

Arrivò il 28 giugno, lo stesso giorno in cui le autorità britanniche riconoscevano il generale de Gaulle come legittimo capo della Francia libera. Il 5 luglio la Francia di Pétain rompeva le relazioni diplomatiche con l'Inghilerra.

Geoffroy era fuggito portando con sé solamente alcuni gioielli di grande valore, per lo più doni dei suoi ricchi ammiratori e spasimanti, che pensava di vendere per mantenersi mentre cercava un lavoro.

Riuscì, grazie alla sua ottima conoscenza dell'inglese, a trovare un lavoro come interprete e traduttore presso gli uffici di collegamento fra le forze armate francesi in esilio e le autorità britanniche. La paga non era alta, ma sufficiente per vivere.

Si cercò un alloggio, infatti gli costava troppo vivere in albergo. Trovò una stanza doppia in un semi-interrato in Clyde Street, vicino alla riva del Tamigi. Era un ambiente squallido, con basse finestre al livello della strada, protette da pesanti grate di ferro e vetri smerigliati.

Non vi era bagno e il gabinetto era in comune con altre abitazioni. Aveva ottenuto il permesso, comunque, di usare le docce degli uffici in cui lavorava, anche se doveva prenotarne l'uso e attendere il suo turno, che non capitava più di una volta a settimana.

I due ambienti erano arredati con vecchi mobili un po' sgangherati e le pareti erano macchiate da chiazze di salnitro, dovute all'umidità.

I vicini erano per lo più gente appartenente alla classe operaia, che lavoravano ai non lontani docks. All'inizio era guardato con una certa diffidenza, anche se non con ostilità: riconoscevano in lui non solo uno straniero, ma qualcuno appartenente a una più alta classe sociale.

Nei primi tempi Geoffroy aveva avuto una certa difficoltà a capire l'accento con cui parlavano i suoi vicini di casa. Per esempio, invece di dire "water", pronunciavano "woha"... Pareva che pronunciassero la "t" con il suono "h". Ma presto si abituò, e con loro iniziò a parlare l'inglese con il loro accento, trovandolo divertente e affascinante.

Uno dei suoi vicini, che abitava due porte più in là, era un giovane di ventisei anni, di nome Peter Chipley, sposato con una ragazza più giovane di lui dai capelli rossi, e con una figlia di cinque anni e un figlio di due anni. Era un bel ragazzo, con un grosso ciuffo di capelli castano chiari e begli occhi celesti, un corpo piacevolmente muscoloso ma snello.

Peter era stato uno dei primi vicini a salutarlo con un sorriso e un basso "hallo" cantilenante. Spesso aveva la camicia aperta sul petto glabro e nudo, e Geoffroy non poteva esimersi dall'ammirarlo discretamente.

Non abbastanza discretamente, però, infatti un giorno Peter andò a bussare alla sua porta.

"Posso entrare, mis'ha Voklin?" gli chiese con un sorriso.

"Sì, prego, si accomodi..." gli disse Geoffroy piacevolmente sorpreso da quella visita.

"Non avrebbe mica un po' di sale da prestarmi, per favore?"

"Sì, certo... posso offrirle qualcosa, prima che vada?"

"Sì, grazie." disse il giovanotto sedendo accanto al tavolo, girato verso di lui, con le gambe un po' aperte, e appoggiandsi allo schienale.

"Che cosa posso offrirle? Un bicchiere di vino francese?"

"Francese? Sì, mi piacerebbe provarlo. Grazie." disse Peter e si passò lentamente una mano sul petto, sotto la camicia aperta come al solito.

Geoffroy pensò che il giovanotto era molto sensuale, e che la lieve carezza che Peter si stava dando, era eccitante, infatti inizò ad avere un'erezione.

"Certo che per lei, una persona così raffinata, vivere in un buco come questo, sempre solo, e fra gente rozza come noi, deve essere dura." disse Peter mentre Geoffroy gli versava del vino.

"Beh, essere solo è un po' duro, sì. Ma per fortuna fra voi c'è gente gentile come lei, mister Chipley."

"Non mi chiami mis'ha Chipley, mi chiami Peter. Buono, questo vino, buono e forte."

"Allora lei mi chiami Geoffroy. Sono lieto che il mio vino le piaccia."

"Sì, forte come deve essere un vero uomo. Lei non ha una donna, Geoffroy, vero?"

"No."

"L'aveva, in Francia?"

"No."

"E come fa quando... quello alza la testa... come adesso?" gli chiese il giovanotto con un sorriso, e si passò la mano libera fra le gambe in una lieve carezza.

"Cerco di... trovare una buona compagnia... un amico compiacente." disse Geoffroy pensando che in inglese quelle parole, a differenza del francese, non rivelavano se si riferisse a un uomo o a una donna.

"Un amico... come me?" gli chiese Peter e sollevò una mano a palpare lieve, ma ardito, la patta di Geoffroy.

"Mi piacerebbe, sì... mi piacerebbe molto." mormorò Geoffroy sempre più eccitato.

"Sì, lo posso sentire... Perché non prova a sentire anche lei che effetto mi fa stare qui con lei?" suggerì il giovanotto con un sorriso invitante.

Geoffroy posò una mano fra le gambe del giovane uomo e lo palpò: "Direi che io le faccio lo stesso effetto che fa lei a me, Peter."

"Proprio così Geoffroy. Da quando mi sono accorto di come mi guarda..."

"Ma lei è sposato..."

"Fra la nostra gente è una scelta obbligata, non si scappa da questo destino. Faccio il mio dovere con Jasmine, ma cerco il mio piacere altrove. Come con lei, per esempio."

"Bene." rispose a voce bassa, con un sorriso, mentre continuavano a palparsi l'un l'altro.

Peter gli pose una mano sul collo e lo tirò giù verso di sé, finché le loro bocche si incontrarono in un avido e lungo bacio.

"Non l'ho mai fatto con un francese... solo con qualche compagno ai docks, con qalche ragazzo dalle colonie..." disse Peter sorridendogli. "Anche lei è buono e forte come il suo vino?"

Geoffroy lo fece alzare, lo strinse fra le braccia e lo baciò di nuovo. Peter gli pose le forti mani sulle natiche e lo tirò a sé con forza, premendo la propria erezione contro quella dell'uomo.

"Perché non mi porta di là, sul suo letto, Geoffroy? Mi piacerebbe fare le cose con calma, come si deve..."

"Vieni..." gli disse Geoffroy afferrandolo per la cintura dei calzoni e tirandoselo dietro.

Peter lo seguì ridacchiando. Sospinse Geoffroy sul letto e iniziò ad aprirgli gli abiti.

"Io t'ho fatto vedere il mio petto, ma tu ancora non m'hai fatto vedere niente."

"Fra poco vedrai tutto quello che vuoi." gli disse Geoffroy slacciandogli la cintura.

"Ma io non mi accontento di guardare. Mi piace toccare... e anche fottere. A te piace fottere? E essere fottuto?"

"Sì, molto, l'uno e l'altro."

"Perfetto, anche a me... È più bello farlo fra maschi, vero?"

"Completamente d'accordo."

"Tu l'hai mai fatto con una femmina?"

"No, mai."

"Non ci hai perso niente, te lo garantisco io. Ehi, mi piace il tuo cazzo! Ti va se te lo succhio?"

"Se tu mi fai succhiare il tuo."

"Nessun problema. Ma non dobbiamo venire. Preferisco venire e farmi venire nel culo. D'accordo?"

"Sì, certo." rispose Geoffroy.

Nonostante il linguaggio crudo che il giovanotto usava, non lo trovava volgare: usava quei termini con spontanea semplicità. E gli piaceva il sorriso compiaciuto di Peter. Gli fece calare i calzoni e le mutande di cotone sulle ginocchia, e mentre il giovanotto si chinava sul letto, sul suo membro, lui si sollevò su un gomito e si prese cura di quello dell'altro.

"Ci sai fare, Geoffroy..." disse il giovanotto interrompendosi un attimo.

Si liberò completamente di pantaloni e mutande, lasciandosi indosso solo la camicia aperta, poi li sfilò anche a Geoffroy. Gli tolse anche la camicia, poi salì sul letto, stendendosi al suo fianco, testa-piedi, e ripresero a darsi piacere con la bocca, mentre si carezzavano il sedere.

Dopo un po' si girò e lo baciò nuovamente in bocca, poi si mise su un fianco, dandogli la schiena e sollevò una gamba: "Dai, mettimelo dentro, fami vedere cosa sapete fare voi francesi."

Geoffroy gli si addossò, gli puntò il membro duro fra le natiche finché individuò il foro, e iniziò a spingere.

"Sì..." mormorò il giovanotto mentre lo accoglieva in sé. "Dai, spingimelo tutto dentro."

"Con piacere..." mormorò Geoffroy sentendosi accogliere e gustando il forte calore del canale del giovanotto.

"Adesso fottimi." gli disse Peter, e girò la testa verso di lui: "Baciami, mentre mi fotti."

Geoffroy si sollevò su un gomito e si chinò a baciarlo, mentre cominciava a battergli dentro.

"Mmmhhh... nessuna donna può darti questo, giusto?" mormorò il giovanotto con un sorriso.

"Giusto." gli fece eco Geoffroy continuando a muoverglisi dentro, e prese a stuzzicargli i capezzoli.

"Sì, così, bravo... Sei forte come il tuo vino... È bello farlo a letto. Ai docks dobbiamo farlo in piedi. Baciami di nuovo, dai. Mi piace sentirmi la tua lingua in bocca e il tuo bel cazzo in culo."

"Sì, anche a me piace." gli disse Geoffroy e lo baciò di nuovo.

Geoffroy iniziò a mugolare per l'intensità del piacere.

"Stai per venire?" gli chiese il giovanotto.

"Sì..."

"Dai, allora, che poi ti fotto io! Dai... dai!"

Geoffroy venne con una serie di forti spinte, mugolando, mentre Peter gli diceva "sì", a ogni colpo. Quando si fermò, ansando lievemente, Peter attese un poco, poi si sfilò.

"Come ti piace che ti fotto?" gli chiese girandosi e carezzandogli il petto.

"Come vuoi tu."

"Allora mettiti a quattro zampe. Così, bravo." disse e, afferratolo per la vita lo penetrò con una sola, forte spinta continua.

Quando gli fu completamente dentro, lo afferrò per le spalle e iniziò a sfilarsi lentamente poi spingerglielo dentro con vigore.

"Ti piace, così?" gli chiese.

"Sì. Anche tu sei forte come un vino francese."

"No, io sono forte come un buon whisky inglese!" ridacchiò Peter, continuando a battergli dentro con allegro vigore.

Quando infine anche Peter raggiunse un forte orgasmo, i due si stesero di nuovo, abbracciandosi e baciandosi.

"T'è piaciuta la fottuta, Peter Chipley?" gli chiese usando il suo linguaggio.

"Sì che m'è piaciuta e ne avevo proprio bisogno. Ogni tanto devo tornare a chiederti in prestito un po' di sale. E a te è piaciuta, Geoffroy?"

"Anche a me. Sei un ottimo whisky, veramente gustoso! E anche io ne avevo bisogno: è da quando sono dovuto fuggire dalla Francia che non facevo più niente."

"Li cacceremo via. Vi ridaremo la vostra terra, sta tranquillo. Anche se questo significherà che non potrò più fottere con te."

"Tu, quando hai capito che ti piaceva di più farlo con i maschi, Peter?"

"Io? Da sempre. Da ragazzini si faceva fra noi ragazzi del circondario, si fotteva come conigli. La mia prima volta avevo undici anni, ero il più piccolo del gruppo io, e il più grande aveva quattordici anni e si chiamava Peter come me. Ancora non venivo, ma mi piaceva un sacco! Avevamo fatto una società segreta, e ci si trovava nella cantina di una casa in rovina, che ora non c'è più: ci hanno costruito una nuova casa. Ci avevamo portato tre vecchi materassi e lì si facevano i nostri festini."

"Ti sei sposato quando avevi venti anni?"

"Diciotto. L'ultima notte abbiamo fatto l'ultimo festino con gli amici, là in quella cantina, perché il giorno dopo io mi sposavo e pochi giorni dopo hanno demolito anche quelle rovine, togliendoci il nostro covo segreto. E io, comunque, mi sono trasferito qui, così ho perso di vista i miei amici. Per un anno ho combinato ben poco, poi ho cominciato a trovare qualcuno ai docks."

"Mi dicevi che sono per lo più ragazzi che vengono dalle colonie?"

"Sì. Specialmente i primi tempi, non hanno donne e così si sfogano come possono. Le ragazze nostrane non gli va tanto di farlo con loro. A me invece non dispiace. Poi qualcuno trova una ragazza e smette, ma altri invece gli piace continuare. Ma come t'ho detto, lì ai docks si deve fare in fretta... mica bene come con te."

Si erano rivestiti. Peter stava per uscire, quando Geoffroy lo fermò: "Non devo darti un po' di sale? Che direbbe tua moglie se torni senza?"

"No, mica sa che sono venuto da te, e il sale era una scusa. Avevo solo voglia di vedere se avevo capito bene cosa volevano dire le tue occhiate." gli disse ridendo Peter. "Lei crede che sono andato al pub con gli amici."

"Non sa niente, di te?"

"No. Visto che faccio il mio dovere con lei, sta tranquilla... e sa che non faccio lo scemo con le ragazze." disse ridendo il bel giovanotto.

"Allora, spero che torni a frequentare questo pub." gli disse Geoffroy facendogli l'occhietto.

"Puoi giurarci."

Peter tornava da lui due o tre volte la settimana. Divennero amici. Facevano l'amore, poi chiacchieravano un po'. A Geoffroy piaceva quel ragazzone semplice e focoso, forte, allegro e gentile.

Il suo lavoro come traduttore e interprete proseguì tranquillamente fino al giorno in cui i tedeschi bombardarono Londra. Uno spezzone colpì gli uffici in cui lavorava, per fortuna senza fare vittime, a parte due feriti lievi. Ma gli uffici furono trasferiti negli stessi locali in cui c'erano quelli degli interpreti e traduttori dei polacchi in esilio, che militavano in speciali unità dell'esercito britannico.

Stavano più allo stretto, ma erano nei sotterranei di una costruzione un po' più lontana dagli obiettivi bellici, perciò erano più al riparo delle incursioni tedesche. I francesi e i polacchi occupavano uffici separati, ma disposti lungo lo stesso corridoio. Usavano gli stessi servizi e la stessa mensa, sì che presto fecero amicizia.

A Geoffroy piacevano, sia fisicamente che come carattere, i polacchi: avevano un modo di fare allegro e gentile, ed erano più aperti e amichevoli sia dei francesi che, soprattutto, degli inglesi.

In mensa, i primi tempi, mangiavano in tavoli separati per nazionalità, ma poi, gradualmente, iniziarono a mescolarsi e a fraternizzare: dopo tutto avevano un nemico comune e un obiettivo comune.


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